Il Brent scivola a 114,51$ sui colloqui con Teheran

Il Brent ha aperto la settimana in calo dell'1,89% a 114,51 dollari al barile, lasciando il massimo da aprile toccato venerdì a 117,42 dollari. Il sollievo è più tattico che strutturale: la diplomazia qatariota riapre uno spiraglio, ma gli attacchi Houthi alle infrastrutture saudite e i piani militari americani congelati fino al 3 novembre tengono alto il premio di rischio. Per chi lavora, investe o fa il pieno, la differenza continua a farla la geografia, non la domanda.

Brent a 114,51$ dopo il massimo di venerdì a 117,42$

Nella prima parte della sessione di lunedì 26 ottobre il Brent è sceso di 2,21 dollari (-1,89%) a 114,51 dollari al barile, mentre il WTI ha perso 2,23 dollari (-2,16%) scivolando a 101,04. Il movimento corregge una settimana di forti rialzi: il Brent aveva guadagnato circa il 6% e il WTI il 2,3%, con entrambi i benchmark chiusi venerdì quasi 3 dollari più in alto. Il picco intraday di venerdì 23 ottobre — 117,42 dollari, il livello più alto da aprile — resta il riferimento che il mercato sta provando a testare al ribasso.

Diplomazia qatariota e attacchi Houthi: il doppio binario

Domenica i mediatori qatarioti sono volati a Teheran in uno sforzo coordinato con gli Stati Uniti per ridurre le tensioni regionali; lunedì funzionari sauditi, turchi e pakistani avrebbero dovuto incontrare rappresentanti iraniani per discutere possibili negoziati. Sul campo la minaccia resta concreta: il movimento Houthi sostenuto dall'Iran ha rivendicato attacchi contro stazioni di pompaggio lungo l'oleodotto East-West e contro l'aeroporto di Riyadh. Le autorità saudite hanno riferito di aver intercettato altri missili e droni, mentre i colpi al pipeline non risultano confermati in modo indipendente.

Oleodotto East-West e Stretto di Hormuz: dove passa il rischio

L'oleodotto East-West è diventato strategicamente decisivo perché offre una rotta alternativa alle esportazioni saudite quando lo Stretto di Hormuz è sotto pressione. Un'interruzione del pipeline complicherebbe la logistica e aggraverebbe una rete di trasporto già stressata. Il traffico commerciale attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb è fortemente perturbato da febbraio, ovvero dall'inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, e a ottobre gli incidenti alla sicurezza marittima sono aumentati, con effetti su disponibilità di petroliere, costi assicurativi e affidabilità delle consegne.

Borse asiatiche e futures USA: rotazione fuori dall'AI

L'indice MSCI Asia Pacific ha guadagnato lo 0,2%, con sette gruppi industriali in rialzo guidati da energia e immobiliare mentre la tecnologia è stata il peggiore del paniere. I futures su S&P 500 e Nasdaq 100 hanno cancellato le perdite iniziali e salgono dello 0,2%, le borse europee sono attese in apertura a +0,4% e i Treasuries salgono. Il quadro è quello di una rotazione fuori dal trade legato all'intelligenza artificiale in vista degli utili tech della settimana: la tecnologia è il peggiore del paniere asiatico, mentre energia e immobiliare guidano i sette gruppi in rialzo.

Raffineria di petrolio con serbatoi e oleodotti in una pianura desertica sotto un cielo sereno, simbolo del prezzo del Brent
Il Brent resta sopra i 110 dollari: a contare, più della domanda, sono le rotte e le infrastrutture del petrolio.

Elezioni del 3 novembre: il catalizzatore che conta

Washington e Israele avrebbero preparato piani per nuove incursioni contro l'Iran, potenzialmente mirate alle infrastrutture energetiche, dopo le elezioni di midterm del 3 novembre. La Casa Bianca assicura che nessun attacco avverrà prima del voto, ma i piani militari non garantiscono che seguiranno azioni.

Il mercato prezza l'incertezza: giovedì il Nasdaq ha perso il 2,6% e l'S&P 500 l'1,2%, mentre Bitcoin è scivolato verso quota 81.400 dollari con liquidazioni crypto vicine a 441 milioni. Un nuovo attacco potrebbe spingere il petrolio oltre i 120 dollari; una de-escalation lo farebbe scendere.

Secondo MSCI, le azioni USA hanno guadagnato in media il 12% nei sei mesi successivi alle ultime 13 elezioni di metà mandato. Quest'anno, però, l'incognita arriva dopo il voto, non prima.

Lo spread Brent-WTI e le implicazioni per gli operatori

Con il Brent a 114,51 dollari e il WTI a 101,04, lo spread tra i due benchmark vale 13,47 dollari, pari al 13,3% del prezzo del WTI (calcolo: 13,47 su 101,04). È un premio che segnala un rischio localizzato sul greggio europeo e mediorientale, non una forza uniforme della domanda. Per i produttori i prezzi elevati sostengono ricavi e cash flow, soprattutto per chi ha produzione non coperta, ma la volatilità complica la pianificazione. Per i raffinatori costi più alti della materia prima e consegne interrotte erodono i margini; per spedizionieri e trader pesano rotte più lunghe, premi assicurativi più alti e maggiore capitale circolante. Intanto Saudi Aramco prevede di avviare lo stoccaggio di greggio a Singapore nel secondo semestre del 2027 per irrobustire la filiera e l'accesso ai mercati asiatici, mentre Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia internazionale dell'energia, ha avvertito che i mercati energetici potrebbero non tornare alle condizioni pre-guerra nel 2027.

Il dato da tenere d'occhio non è il -1,89% di oggi, ma lo spread a 13,47 dollari: finché resta a questi livelli, il mercato sta dicendo che il rischio infrastrutturale mediorientale non è stato prezzato via, solo messo in pausa in attesa del 3 novembre.

Fonti

Greggio saudita nelle caverne di Singapore dal 2027

Un pezzo di scorta strategica saudita si sposta fisicamente in Asia. Il greggio di Riyadh sarà stoccato nelle Jurong Rock Caverns di Singapore a partire dalla seconda metà del 2027, secondo l'accordo annunciato dal ministro dell'energia di Singapore Tan See Leng alla Singapore International Energy Week del 26 ottobre 2026. Non è un dettaglio logistico: con la guerra nel Golfo che ha esteso i suoi effetti al Mar Rosso, avvicinare il barile ai mercati asiatici potrebbe ridurre la dipendenza dalle rotte più esposte.

Le caverne Jurong: 9 milioni di barili di capacità

Le Jurong Rock Caverns sono un sistema di caverne nella parte meridionale di Singapore, all'interno di un polo petrolchimico e di raffinazione. La capacità dichiarata è di 1,47 milioni di m³ per greggio, condensati e altri liquidi.

Perché Riyadh sposta le scorte verso est

Saudi Aramco è alla ricerca di capacità di stoccaggio all'estero. La spinta arriva dalla guerra nel Golfo Persico, ormai estesa al Mar Rosso: gli Houthi yemeniti, seguendo le orme dell'Iran, colpiscono navi e infrastrutture nemiche ovunque riescano a raggiungerle. Le esportazioni saudite sono state interrotte, spingendo Aramco a ricorrere a trasferimenti nave-a-nave nel Golfo di Oman a est e a far transitare le petroliere via Canale di Suez a ovest.

Serbatoi e tubazioni di un polo petrolchimico a Singapore, stoccaggio di greggio sotto una luce diurna chiara
Il greggio saudita sarà stoccato nelle caverne di Jurong a Singapore dalla seconda metà del 2027.

Cosa cambia per la sicurezza degli approvvigionamenti

Il vantaggio per Singapore è diretto. Il ministro Tan See Leng ha dichiarato che l'intesa «rafforza la resilienza della catena di approvvigionamento del greggio saudita nel Sud-Est asiatico» e contribuisce alla sicurezza energetica della città-stato in caso di interruzioni. Il ministro dell'energia saudita Principe Abdulaziz bin Salman ha aggiunto che portare l'offerta vicino al mercato asiatico «rafforza la flessibilità della nostra rete di fornitura» e sostiene la preparazione di Singapore. «Vediamo margini perché questa cooperazione cresca ulteriormente», ha detto.

L'analisi: perché 9 milioni di barili contano

Il dato che pesa di più è geografico. L'Asia è il mercato chiave per Aramco e per i produttori mediorientali, ed è stata la più colpita dalla crisi innescata dalla guerra tra Usa-Israele e Iran. Collocare lo stoccaggio in caverne da 9 milioni di barili di capacità dentro il bacino di consumo potrebbe cambiare la funzione dello stoccaggio: si può leggere come un passaggio da semplice riserva a cuscinetto posizionato vicino alle raffinerie. Per un operatore asiatico, la differenza si misura nella distanza tra scorta e punto di raffinazione.

Se le consegne rispetteranno la finestra della seconda metà del 2027, Singapore potrebbe diventare un cuscinetto avanzato per le forniture saudite dirette in Asia.

Fonti

Raffinerie USA oltre il 95%: la corsa del diesel

Le raffinerie statunitensi hanno lavorato sopra il 95% della capacità da maggio a settembre 2026, un livello che in quella finestra stagionale mancava dal 1998. Il primato non nasce dalla corsa alla benzina estiva, ma dalla carenza globale di distillati — gasolio in testa — che ha trasformato il parco di raffinazione americano nel rubinetto di emergenza del mercato. Il punto è che questo rubinetto è più stretto di sette anni fa: la capacità installata è il 4% più piccola rispetto al 2019.

Il record: oltre il 95% tra maggio e settembre

Tra maggio e settembre 2026 le raffinerie statunitensi hanno lavorato a un utilizzo medio superiore al 95% della capacità. È il valore più alto per quella finestra stagionale dal 1998. Dal 1991 la media maggio-settembre si era fermata al 92%, mentre negli altri sette mesi dell'anno scende all'88%.

Il divario con il passato recente si legge meglio in punti percentuali che in percentuale: 3 punti sopra la norma stagionale maggio-settembre e 7 punti sopra la media degli altri sette mesi, che equivale a circa l'8% di intensità di lavorazione in più (7 su 88).

PeriodoUtilizzo medioRiferimento
Maggio-settembre 2026oltre 95%massimo dal 1998
Maggio-settembre dal 199192%media storica
Altri sette mesi dal 199188%media storica
Prime tre settimane di ottobre 2026in calo dai picchi estivisopra la media 2021-2025

La stagionalità normale racconta altro: le raffinerie USA tendono a spingere al massimo tra maggio e settembre per sostenere la benzina nel picco dei consumi estivi, mentre la domanda di distillati raggiunge il suo apice in autunno e inverno. Un'estate a pieno regime serve di norma ad accumulare scorte di gasolio prima delle manutenzioni e della stagione fredda. Nel 2026 questa sequenza si è rotta.

È il gasolio, non la benzina, a dettare i ritmi

Le lavorazioni record del 2026 non nascono dalla benzina ma dai distillati: l'offerta globale di carburanti raffinati è rimasta corta e la domanda internazionale di distillati statunitensi è salita, sostenendo i margini delle raffinerie.

Le cause della strettezza sono tre, e si sommano:

  • Secondo Oil & Gas 360, che riporta l'EIA, la raffinazione è calata in Russia, Cina e Medio Oriente, riducendo la disponibilità globale di distillati;
  • la guerra con l'Iran ha compresso i flussi e spinto i prezzi del gasolio su massimi record;
  • gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno tolto ulteriore capacità di trasformazione.

Il risultato si vede nei margini. I crack spread di distillati e jet fuel nel terzo trimestre 2026 sono risultati quasi tre volte i livelli di un anno prima, secondo un precedente rapporto EIA. Il segnale che conta per il mercato fisico è però un altro: a fine settembre 2026 le scorte statunitensi di distillati erano circa il 13% sotto la media stagionale quinquennale. Un'estate da record non è bastata a ricostruire i magazzini.

Raffineria petrolifera americana a pieno regime con torri di distillazione e cisterne, produzione di gasolio e diesel
Le raffinerie statunitensi lavorano oltre il 95% della capacità, con il diesel al centro della corsa globale.

Il paradosso della capacità: -4% dal 2019

La produzione totale delle raffinerie USA è risultata la più alta dal 2019, non un nuovo massimo storico: dal 2019 la capacità di raffinazione domestica si è ridotta del 4%. Il record di utilizzo misura quindi l'intensità dello sforzo, non la quantità assoluta di prodotto sfornata.

Il calcolo rende l'idea. È la ragione per cui un utilizzo da primato produce solo un output da record "relativo".

Ottobre: utilizzo in calo, ma sopra la media

Nelle prime tre settimane di ottobre 2026 l'utilizzo è sceso dai picchi estivi ma è rimasto sopra la media stagionale 2021–2025 (EIA).

Qui si annida il rischio. Le raffinerie hanno bisogno di ispezioni, fermate e sostituzioni di impianti per restare sicure e affidabili; un fermo non programmato diventa molto più pesante quando le scorte di prodotto sono già compresse. Con margini alti, ogni giorno di fermo costa; con scorte basse, costa anche al mercato.

Il conto lo pagano trasporti, agricoltura e cantieri

Il gasolio caro si trasmette lungo tutta la filiera: autotrasporto, imprese agricole, imprese di costruzione e attività industriali registrano costi operativi più alti. E c'è un secondo effetto, meno visibile: le raffinerie statunitensi competono tra domanda interna ed export, e i mercati esteri attraenti sostengono i profitti ma contribuiscono a mantenere tese le scorte nazionali.

Il 2027 dipende dallo Stretto di Hormuz

Secondo Oil & Gas 360, che riporta l'EIA, i margini del diesel si modereranno nel 2027 se il trasporto petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz tornerà normale e la raffinazione internazionale si riprenderà. Fino ad allora i quattro indicatori da tenere d'occhio restano i tassi di lavorazione, le scorte di distillati, la domanda di export e l'affidabilità degli impianti.

La questione centrale non è la disponibilità di greggio: è la capacità — e la tenuta — di trasformarlo in gasolio. Con un parco di raffinazione il 4% più piccolo del 2019, un fermo non programmato pesa di più quando le scorte sono già basse (Oil & Gas 360), con costi più alti per chi il gasolio lo consuma per lavorare.

Fonti

Diesel russo a New York, i prezzi restano alti

Il primo carico di gasolio russo diretto negli Stati Uniti è partito da Primorsk e dovrebbe arrivare a New York il 7 novembre: 40.000 tonnellate, circa 300.000 barili. Rapportato ai 3,8 milioni di barili al giorno di domanda statunitense, il carico vale 300.000/3.800.000 = 7,9% del consumo quotidiano, cioè meno di due ore (0,079 giorni, circa 1,9 ore). Il punto non è quindi il volume: è il ritorno politico del diesel russo nel mercato americano mentre il prezzo resta a 6,30 dollari al gallone.

40mila tonnellate non bastano per spostare il mercato

La petroliera Agioi Fanendes, battente bandiera maltese, ha caricato 40.000 tonnellate di gasolio a bassissimo tenore di zolfo a Primorsk, sul Baltico. L’arrivo negli Usa è previsto per il 7 novembre, quattro giorni dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. È il primo carico russo diretto negli Stati Uniti previsto dall’accordo annunciato da Trump il 9 ottobre.

Sul piano fisico, il carico è marginale. La domanda americana di gasolio si aggira attorno a 3,8 milioni di barili al giorno: i 300.000 barili del primo cargo coprono meno di un decimo del fabbisogno quotidiano. Gli analisti sottolineano che volumi così bassi difficilmente possono muovere un mercato globale del diesel rimasto teso. La prima nave, peraltro, non arriverà prima del voto: il 7 novembre è quattro giorni dopo il 3 novembre.

L’accordo prevede:

  • 300.000 tonnellate subito, pari a circa 2,25 milioni di barili;
  • 500.000 tonnellate a novembre;
  • 1 milione di tonnellate “immediatamente dopo”.

Il primo cargo da 40.000 tonnellate è quindi il 13,3% della prima tranche (40.000/300.000), l’8% di quella di novembre (40.000/500.000) e il 4% del milione successivo (40.000/1.000.000).

Il prezzo resta sopra i 6 dollari: il calcolo annuale

Il gasolio americano viaggiava a 6,3172 dollari al gallone il 23 ottobre 2026, in leggero rialzo rispetto ai 6,3090 dollari del 22 ottobre e molto sopra i 3,6315 dollari dello stesso giorno dell’anno prima. In un anno il prezzo è salito di 2,6857 dollari al gallone, pari a (6,3172-3,6315)/3,6315 = 73,96%. La conversione in €1,70 al litro restituisce la misura quotidiana del problema.

La differenza tra i 6,30 dollari arrotondati e i 6,3172 dollari rilevati non è una contraddizione: è lo stesso dato letto a livelli di precisione diversi. Più rilevante è il quadro: il primo carico russo arriva dopo il voto e con volumi che, secondo gli analisti, non possono da soli invertire la corsa del diesel.

Petroliera carica di diesel in mare sotto un cielo sereno, con porto industriale sullo sfondo e serbatoi di stoccaggio
Il primo carico di diesel russo diretto negli Stati Uniti: 40mila tonnellate, ma i prezzi restano alti.

Dal Baltico a New York: date, primati e cautele

La Agioi Fanendes ha caricato il carburante il 22 ottobre a Primorsk ed è partita all’inizio di venerdì. I dati di Kpler indicano New York come destinazione, con arrivo stimato il 7 novembre; i dati di tracciamento confermano un carico di 40.000 tonnellate. Se la consegna avverrà come previsto, sarà il primo carico di gasolio russo diretto negli Usa tracciato da Kpler dal luglio 2023 e la prima spedizione da Primorsk a New York dal gennaio 2022. Acquirente e venditore non sono stati resi noti subito; la ricostruzione di Yahoo Finanza Italia conferma i circa 300.000 barili e l’arrivo stimato il 7 novembre.

Sul primato le fonti usano perimetri diversi. Kpler parla di primo carico tracciato dal luglio 2023 e di prima rotta Primorsk-New York dal gennaio 2022; Reuters, nella versione ripresa da MarketScreener Italia, lo definisce il primo importato dagli Stati Uniti da quando l’ex presidente Joe Biden ha annunciato nel 2022 il divieto di importare petrolio e prodotti petroliferi russi. Non è una cifra in conflitto, ma una diversa linea di partenza: monitoraggio Kpler contro divieto politico americano.

L’accordo Trump-Putin e le prossime mosse

L’intesa annunciata il 9 ottobre tra Donald Trump e Vladimir Putin prevede la fornitura di diesel russo al mercato americano e a quello mondiale. Mosca ha parzialmente revocato il divieto autoimposto alle esportazioni di gasolio, con effetto dal 10 ottobre e una prima fase da 500.000 tonnellate sul mercato. Washington ha sospeso temporaneamente alcune disposizioni della legge sulle sanzioni contro la Russia. Trump ha anche minacciato di limitare le esportazioni di diesel statunitense verso l’Europa, qualora i Paesi europei non rendano disponibili le proprie riserve di emergenza.

Il Cremlino conferma che la prima petroliera è salpata. «Per quanto ne so, il ministero dell’Energia ha già riferito che la prima petroliera è effettivamente salpata verso i destinatari, i suoi acquirenti. Da questo momento in poi le ulteriori spedizioni proseguiranno a ritmo regolare», ha detto il portavoce Dmitry Peskov. Il vicepremier Alexander Novak ha aggiunto che altre spedizioni verso gli Usa seguiranno man mano che le aziende definiranno i contratti; entro fine anno Mosca punta a riportare le esportazioni di gasolio a 3-3,5 milioni di tonnellate al mese.

Non tutto il diesel russo però punta agli Usa. Alcune spedizioni sono dirette in Turchia, uno dei maggiori acquirenti del gasolio russo, e almeno due petroliere hanno segnalato destinazioni in Turchia e Brasile dopo la revoca del divieto. La mossa è stata interpretata come un tentativo di abbassare i prezzi dei carburanti per i consumatori americani in vista delle elezioni di metà mandato. Ha suscitato dure critiche dall’Ucraina e da suoi alleati, compresi alcuni esponenti del Partito repubblicano di Trump.

Il punto: un segnale politico, non una soluzione

Letto insieme ai numeri, il carico da 40.000 tonnellate dice due cose. Primo: è il 13,3% delle 300.000 tonnellate annunciate per la fase immediata, l’8% delle 500.000 di novembre e il 4% del milione successivo; non è la leva che può portare il diesel americano giù da 6,30 dollari al gallone. Secondo: arriva il 7 novembre, quattro giorni dopo il voto del 3 novembre, quindi non può avere alcun effetto elettorale. Per un operatore americano — trasporto, agricoltura, industria — il primo segnale utile non è questa nave, ma l’eventuale arrivo delle 500.000 tonnellate di novembre e la conferma dei contratti. Per Mosca, il ritorno negli Usa riapre un mercato chiuso dal 2022, mentre Turchia e Brasile sembrano restare tra gli acquirenti chiave del gasolio russo.

Il vero test dell’accordo non è il carico inaugurale da 40.000 tonnellate, ma se le 500.000 tonnellate di novembre arriveranno davvero e con contratti chiari: fino ad allora, il diesel americano resta un mercato da 6,30 dollari al gallone.

Fonti

Brent oltre 111 dollari: attacchi Houthi, 3 vittime

Il Brent viaggia a 111,10 dollari al barile e il WTI a 98,98 dollari, entrambi in rialzo di circa il 2% rispetto a mercoledì. Ma il dato che conta non è il prezzo: il giacimento Shaybah di Saudi Aramco, colpito da un drone che ha ucciso due persone, ha continuato a operare senza interruzioni. Il mercato sta pagando un premio di rischio geopolitico, non la scarsità fisica di greggio.

Shaybah, Dammam e le tre vittime

Gli attacchi hanno prodotto tre vittime: due persone uccise dal drone che ha colpito il giacimento Shaybah di Saudi Aramco, una nell'attacco all'aeroporto internazionale King Fahd di Dammam. Le operazioni del campo petrolifero non sono state interrotte.

Sul piano della sicurezza, il governo federale americano ha ordinato la partenza del personale non essenziale e dei familiari da alcune sedi diplomatiche nel regno: un segnale che pesa sulla percezione di instabilità in una regione chiave per il greggio. Bloomberg rileva un elemento che complica la lettura del rialzo: i prezzi sono avanzati proprio mentre le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz accelerano.

Il premio tra Brent e WTI vale 12 dollari al barile

Lo spread tra Brent e WTI è di 12,12 dollari al barile: calcolato sulle quotazioni di 111,10 e 98,98 dollari, equivale al 12,2% del prezzo americano (12,12 su 98,98). È la misura di quanto il mercato paghi il rischio legato alle rotte mediorientali rispetto al greggio statunitense.

Sottraendo i 2,33 dollari di rialzo quotati sul Brent, mercoledì 21 ottobre il riferimento del Brent era di circa 108,8 dollari (111,10 − 2,33). Il contesto resta quello delle settimane scorse, quando la guerra con l'Iran aveva interrotto i flussi via Hormuz.

Impianto petrolifero Shaybah con tubazioni e serbatoi sotto cielo sereno, il prezzo del petrolio Brent in rialzo
Il Brent supera i 111 dollari mentre il premio di rischio geopolitico spinge i prezzi del greggio.
BenchmarkQuotazioneVariazione sul giorno precedente
Brent111,10 USD/barile+2,33 USD (circa +2%)
WTI98,98 USD/barilecirca +2%

La diplomazia resta ferma

Non c'è trattativa all'orizzonte. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto ai media che i colloqui di pace non possono procedere finché gli Stati Uniti mantengono il blocco sull'Iran e continuano a minacciare il Paese. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, in un op-ed sul Financial Times, ha scritto: «To state the obvious, we have no trust whatsoever in the sincerity of the US administration's professed desire for peace with Iran».

Araqchi ha citato due occasioni in cui gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran mentre si negoziava sull'accordo nucleare. I media iraniani hanno inoltre riportato esplosioni nella parte meridionale del Paese, senza precisarne la natura né l'origine.

Kuwait e raffinati: il punto debole dell'offerta

L'amministratore delegato di Kuwait Petroleum Corp, Sheikh Nawaf Saud Nasir Al-Sabah, ha indicato una produzione giornaliera totale superiore a 2 milioni di barili e consegne di greggio ai clienti mantenute in larga parte sui livelli precedenti al conflitto, grazie a spedizioni alternative e alla flotta strategica di petroliere. La produzione di carburanti resta però problematica.

I flussi di prodotti raffinati sono ancora significativamente inferiori a quelli precedenti alla guerra. È qui che il quadro si sfasa: il greggio arriva, i prodotti no. Per chi compra diesel e benzina sul mercato internazionale, la pressione non si allenta con la stessa velocità del Brent. E per chi acquista greggio indicizzato al Brent, il costo è di 12,12 dollari al barile più alto rispetto a chi compra WTI, cioè il 12,2% in più (12,12 su 98,98): su un milione di barili, la differenza è di 12,12 milioni di dollari.

Nessuno dei due attacchi ha fermato un barile: Shaybah opera, Hormuz accelera, il Kuwait consegna. Il rialzo è per ora un premio assicurativo su rotte e infrastrutture, non l'effetto di una perdita di offerta. La variabile da seguire non è il conteggio delle vittime, ma lo stato del giacimento, dei terminali e dei flussi di raffinati: finché i barili escono, il mercato paga un'assicurazione; se si fermano, la fattura cambia natura.

Fonti

Big Oil, utili record dall’Iran: come spenderli?

Le major petrolifere si avviano a chiudere il terzo trimestre 2026 con utili in crescita tra l'84% e il 158% rispetto a un anno prima: una montagna di cassa che, però, non si trasformerà automaticamente in nuova spesa. La lezione dei cicli passati ha spostato il baricentro su debito, dividendi e riacquisti di azioni, e proprio su questo terreno si gioca la prova più delicata per Exxon, Chevron, Shell, TotalEnergies e BP, chiamate a rendere conto dei conti tra il 29 e il 30 ottobre.

Utili Q3 tra 84% e 158%: i numeri gruppo per gruppo

La crescita attesa degli utili del terzo trimestre dei grandi gruppi energetici oscilla tra l'84% e il 158% su base annua, secondo le stime elaborate da Reuters sui dati LSEG. Chevron mette a segno la variazione percentuale più alta, Exxon il valore assoluto più grande.

GruppoUtile Q3 attesoVariazione attesa su anno
Exxon16,2 miliardi $+101%
Shell10 miliardi $+84%
Chevron9,3 miliardi $+158%
TotalEnergies8,4 miliardi $+111%
BP5,6 miliardi $+155%

Il quadro veniva già da un secondo trimestre eccezionale: tra i settori dell'S&P 500, l'Energia ha registrato una crescita annua degli utili del 128,2%, con la raffinazione a tre cifre e l'upstream premiato dal cosiddetto war premium sul greggio.

Raffinazione e trading gonfiano la cassa

Il motore di questa trimestrale non è soltanto il greggio caro. Shell, BP e TotalEnergies si attendono margini di raffinazione in aumento tra 3 e 4 volte rispetto a un anno fa, con Shell che ha guidato verso un massimo storico di 42 dollari al barile. TotalEnergies stima un flusso di cassa da raffinazione e chimica di circa 4 miliardi di dollari nel trimestre, il doppio del periodo precedente, mentre Exxon calcola che i margini migliorati possano aggiungere 4,5 miliardi di dollari all'utile downstream rispetto al trimestre precedente.

La ragione è la dislocazione logistica: la guerra tra USA-Israele e Iran ha interrotto i trasporti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz dagli attacchi aerei di febbraio, spingendo i prezzi energetici ai massimi da anni e offrendo ai desk di trading la volatilità su cui guadagnare. Un vantaggio, però, che per definizione non è permanente: quando i mercati si normalizzano, quei guadagni da volatilità non si ripetono con la stessa intensità.

La disciplina finanziaria batte la corsa agli investimenti

Debito, dividendi e buyback vengono prima della nuova spesa. È la sintesi di come le major stanno impiegando i profitti straordinari, dopo che il crollo del 2014 e la pandemia del 2020 hanno cambiato il modo in cui il settore ragiona, con l'aggiunta di politiche di decarbonizzazione che hanno reso molti investitori diffidenti sul futuro di lungo periodo dell'industria.

Raffineria delle major petrolifere sotto un cielo azzurro, con pannelli solari e turbine eoliche sullo sfondo
Le major petrolifere hanno più liquidità da investire: debito, dividendi o nuova energia restano la scelta chiave.

Exxon e Chevron stanno usando la cassa per ridurre l'indebitamento. BP punta a portare il rapporto tra debito netto e cash flow operativo dal 1,7 volte di fine 2025 — il più alto dei cinque maggiori gruppi — a 0,8 volte entro il terzo trimestre. Tradotto: un taglio di 0,9 volte, cioè una riduzione del 52,9% calcolata sul valore di partenza. Chevron ha già compresso il proprio indicatore da 1 volta a 0,4 volte nel trimestre in corso.

Shell, dal canto suo, ha ridotto il programma di riacquisto a 3 miliardi di dollari a trimestre all'inizio dell'anno e ora si attende un buyback da 3,5 miliardi nel quarto trimestre: 500 milioni in più, pari a un incremento del 16,7% sul ritmo precedente. Su BP la posizione di HSBC è netta: "We believe the priority will remain firmly on deleveraging, with stable capex and no buyback resumption before 2028", scrivono Kim Fustier e Sadnan Ali in una nota di ricerca.

Il nodo delle stime: quanto vale davvero BP

Le cifre su BP non convergono, e la divergenza merita attenzione. Reuters/LSEG stima 5,6 miliardi di dollari per l'utile trimestrale, il più basso dei cinque; TPH, in una stima propria, indica un utile sottostante oltre 7 miliardi, contro i 5,7 miliardi del secondo trimestre. Le due cifre provengono da fonti e metodi diversi e non sono direttamente confrontabili. Il dato da guardare resta il free cash flow dopo gli investimenti, insieme al debito netto.

RBC Capital Markets, per voce dell'analista Biraj Borkhataria, ha messo nero su bianco la domanda che gli investitori si stanno ponendo: le major manterranno i piani di spesa attuali in un trimestre di utili eccezionali? Su Chevron l'attenzione si concentra sugli investimenti in Venezuela e sul rinnovo del contratto per la joint venture TCO in Kazakistan. BP discuterà la futura allocazione di capitale con i conti trimestrali, forti del target di riduzione del debito raggiunto con circa un anno di anticipo, e ha fissato un aggiornamento di strategia al 15 dicembre.

Cosa cambia per chi guarda al settore

Tre elementi letti insieme dicono più di ciascuno separatamente. Primo: l'incasso aggregato dei cinque gruppi — 16,2 più 10, più 9,3, più 8,4, più 5,6 — vale 49,5 miliardi di dollari, di cui Exxon da sola pesa il 32,7% e BP appena l'11,3%. Secondo: i 10,6 miliardi di distacco tra Exxon e BP sono quasi il doppio dell'intero utile trimestrale di BP. Terzo: una parte di quella cassa arriva dai guadagni da trading, che Oil & Gas 360 ritiene potrebbero non ripetersi quando i mercati si normalizzeranno, mentre alcune giurisdizioni in cui le major operano stanno valutando windfall tax sui profitti.

Il risultato è che la capacità di spesa esiste, ma la finestra per usarla è stretta. Per gli operatori della filiera — dai fornitori di servizi petroliferi all'ingegneria — utili più alti non significano automaticamente più capex: la spesa in esplorazione resta necessaria perché i giacimenti esistenti declinano, e le opportunità si spostano verso Sud America, Africa e Sud-Est asiatico, ma ogni progetto dovrà dimostrare rendimenti solidi anche ipotizzando prezzi delle materie prime più bassi. Chi legge questi numeri come un via libera alla spesa rischia di guardare il trimestre sbagliato: il test vero è la tenuta dei margini quando Hormuz tornerà a scorrere.

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Diesel russo negli USA: primo carico da 40mila tonnellate

Il primo carico di diesel russo diretto negli Stati Uniti salperà giovedì 22 ottobre: 40.000 tonnellate che non basteranno a piegare i prezzi, ma segnano una svolta politica. Il diesel americano resta sopra i 6 dollari al gallone da settembre e l'accordo tra Trump e Putin apre un canale di fornitura diretto, mentre Mosca frena sull'export per i limiti delle sue raffinerie.

Il primo carico da 40mila tonnellate e i limiti delle raffinerie russe

A dare l'annuncio è stato il vicepremier russo Alexander Novak: la prima petroliera dovrebbe lasciare il porto domani, 22 ottobre, diretta negli Stati Uniti, con un carico di 40.000 tonnellate. Il contratto di fornitura è in fase di completamento, anche se non sono stati resi noti né il porto di partenza né il terminal di destinazione. Novak ha aggiunto che seguiranno altre spedizioni: «Soddisferemo le esigenze degli Stati Uniti nei limiti delle nostre capacità». Il vicepremier ha precisato che altri Paesi riceveranno gasolio solo dopo aver coperto il fabbisogno americano. Vladimir Putin ha rincarato: le prime navi cisterna partiranno «una dopo l'altra» entro due o tre giorni, e «la componente finanziaria dovrà essere garantita».

Il piano annunciato da Donald Trump il 9 ottobre è più ambizioso: 300.000 tonnellate subito, 500.000 a novembre e 1 milione «subito dopo». La Russia ha revocato parzialmente il divieto di export, ma Novak ha precisato che «in questa fase non stiamo ripristinando completamente le esportazioni, ma stiamo operando entro i limiti delle capacità delle nostre raffinerie». Il ritorno ai volumi completi è previsto entro la fine del 2026.

Le cifre e le date che le fonti raccontano diversamente

Due numeri uguali possono trarre in inganno. Oil & Gas 360 scrive che il primo carico russo vale circa 300.000 barili; è la conversione delle 40.000 tonnellate citate da Novak, ma il valore si confonde facilmente con le 300.000 tonnellate della prima tranche annunciata da Trump, che equivalgono a 2,25 milioni di barili. Insomma: 300.000 barili il primo carico, 300.000 tonnellate la prima tranche. Non è la stessa cosa.

C'è anche una discrepanza sulle date. MarketScreener (Reuters) e Oil & Gas 360 indicano il 9 ottobre come data della revoca del divieto di export; OilPrice riporta che la revoca parziale è in vigore dal 10 ottobre, con 500.000 tonnellate ammesse nella prima fase (citando Kommersant); Geagency conferma la data del 10 ottobre senza indicare il volume. La differenza può dipendere dal momento tra annuncio ed entrata in vigore, ma le fonti non lo chiariscono. OilPrice precisa inoltre che Novak ha indicato il dislocamento della petroliera, non il carico: una sfumatura che sembra lasciare intendere un effetto sui volumi limitato, ma che va segnalata.

Petroliera diesel ormeggiata a una raffineria sotto un cielo sereno, simbolo del carico di diesel verso gli Stati Uniti
Il primo carico di diesel russo diretto negli Stati Uniti salperà giovedì con 40mila tonnellate.

L'impatto sul diesel americano: un quinto di un giorno di export

Per capire quanto pesa il primo carico, basta rapportarlo ai flussi americani. Gli Stati Uniti esportano circa 1,5 milioni di barili al giorno di gasolio. I 300.000 barili del primo carico valgono 0,2 giorni di export (300.000 / 1,5 milioni), cioè un quinto di una giornata. La prima tranche da 300.000 tonnellate (2,25 milioni di barili) copre 1,5 giorni di export. Kpler calcola che le 300.000 tonnellate iniziali equivalgano a 73.000 barili al giorno su un mese: rapportati agli 1,5 milioni di barili al giorno, sono circa il 4,9% delle esportazioni americane di gasolio. Il primo carico, da solo, vale 300.000 barili: rapportato ai 345.000 barili al giorno delle esportazioni russe di diesel quest'anno, è 0,87 giorni, poco più di 20 ore.

Il messaggio è chiaro: il volume annunciato non risolve la carenza. Il diesel americano resta sopra i 6 dollari al gallone da settembre; Putin ha detto che dopo l'annuncio i prezzi globali del diesel sono scesi del 5%-6%, ma una lettura possibile è che il mercato abbia reagito più all'effetto politico che ai barili. Gli analisti citati da Oil & Gas 360 avvertono che le spedizioni russe possono essere insufficienti a risolvere la carenza globale. Per il trasporto merci, l'agricoltura, l'edilizia e l'industria, ogni barile in più conta, ma il primo carico è troppo piccolo per spostare la curva.

Il prezzo politico e il pacchetto oltre il diesel

L'accordo non è solo una questione di barili. Brent viaggia intorno ai 112 dollari al barile, sui massimi da cinque anni, per la crisi nello Stretto di Hormuz; gli Stati Uniti hanno un deficit strutturale di raffinazione per i distillati medi, e il diesel è la linfa dell'economia reale. Per questo Washington ha scelto il canale russo. A San Pietroburgo, Putin ha ricevuto l'inviato speciale americano Steve Witkoff per oltre tre ore; Witkoff ha ringraziato Putin per aver revocato le restrizioni: «È un esempio della nostra collaborazione e voglio ringraziarla per questo». Mosca ha liberato il cittadino americano Stephen Hubbard, detenuto dal 2022. Putin ha offerto anche fertilizzanti in grandi quantità e aiuto sulla questione iraniana.

Sul fronte opposto, Kiev denuncia tensioni nella cooperazione con Washington, interruzioni nella condivisione di intelligence e limiti all'uso del sistema satellitare Starshield; nella notte tra martedì e mercoledì, attacchi russi hanno colpito infrastrutture energetiche in Kiev, Volyn, Odesa e Mykolaiv, uccidendo quattro persone. Ucraina e alcuni legislatori americani hanno criticato l'allentamento delle sanzioni, sostenendo che le entrate energetiche possano finanziare le operazioni militari russe.

Novak ha poi aperto altri due dossier. Sul Nord Stream, ha detto che tre condotte danneggiate possono essere riparate tecnicamente e che una delle quattro linee è funzionante: il gas potrebbe tornare verso l'Europa, «dipende dagli europei, principalmente dalla Germania». Sul fronte asiatico, Mosca punta a chiudere le trattative commerciali con la Cina per il gasdotto Power of Baikal (ex Power of Siberia 2) entro la fine del 2026, con un percorso lungo la sponda meridionale del lago Baikal.

Il vero test, però, non è il primo carico. È la continuità: se le petroliere partiranno davvero «una dopo l'altra», è plausibile che il mercato guardi ai volumi di novembre e alle raffinerie russe, non alle 40.000 tonnellate di giovedì.

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IEA, scorte accelerate: 20 milioni di barili di diesel

Oltre 20 milioni di barili di diesel da immettere sul mercato il prima possibile. L'Agenzia internazionale dell'energia (IEA) accelera il rilascio delle scorte di emergenza, ma la mossa arriva più piccola delle attese: le trattative parlavano di fino a 50 milioni di barili di gasolio e, dopo l'annuncio di giovedì 15 ottobre 2026, i future sul gasolio europeo sono saliti. Il segnale è che il collo di bottiglia non è più il greggio — gli invii dal Golfo Persico hanno iniziato a riprendersi — ma il carburante che muove camion, trattori e cantieri.

Cosa prevede il rilascio accelerato deciso dall'IEA

I 32 paesi membri hanno concordato di anticipare la consegna dei volumi ancora da versare nel piano varato a marzo 2026: circa 100 milioni di barili tra greggio e prodotti raffinati, su un impegno che superava i 400 milioni. Il totale finale dovrebbe a sua volta oltrepassare quella soglia, perché alcuni paesi hanno già contribuito più di quanto promesso.

Finora sono stati rilasciati circa 330 milioni di barili: rapportati ai 400 milioni dell'impegno iniziale, sono l'82,5% del totale (330 su 400). Il resto era già scritto nel piano; la novità è la velocità con cui l'IEA vuole arrivare a destinazione.

Perché il diesel è il punto debole del sistema

Il gasolio alimenta trasporto merci, agricoltura, manifattura, costruzioni e attività industriali. A differenza del greggio, che va raffinato prima di raggiungere il consumatore, il diesel prelevato dalle scorte di prodotto può entrare direttamente nella rete di distribuzione: un sollievo potenzialmente più rapido, dove infrastrutture e stoccaggi lo permettono.

Le cause della strettezza restano però tutte aperte:

  • interruzioni delle raffinerie in Medio Oriente;
  • produzione di carburante russa ridotta, con esportazioni di diesel in calo;
  • incertezza continua sulle rotte marittime mediorientali.

Nessuna si risolve con un prelievo dalle riserve. Ed è il motivo per cui il piano IEA funziona solo se i barili arrivano alle regioni dove la pressione sui prezzi è più alta.

IEA accelera il rilascio di scorte petrolifere, inclusi 20 milioni di barili di diesel
Grandi serbatoi industriali con parapetti verdi sotto un cielo azzurro e sereno. Foto di Jan van der Wolf su Pexels

L'attesa del mercato: 50 milioni contro 20

L'annuncio copre il 40% dei 50 milioni di barili di diesel che erano sul tavolo (20 su 50). La quota diesel annunciata viene letta come una delusione per il mercato.

Sullo sfondo c'è la pressione di Washington: funzionari statunitensi hanno spinto gli altri membri IEA per ottenere più barili, con i prezzi del diesel vicini ai massimi storici a poche settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

I numeri del piano e il caso Spagna

VoceBarili
Impegno di marzo 2026oltre 400 milioni
Già rilasciaticirca 330 milioni
Ancora da consegnarecirca 100 milioni
Diesel da anticipareoltre 20 milioni
Diesel discusso (fino a)50 milioni
Spagna: impegno di marzo11,5 milioni
Spagna: già consegnati3,7 milioni
Spagna: rilascio di ottobre4,4 milioni

La Spagna rilascerà 4,4 milioni di barili dalle riserve strategiche nel corso di ottobre, senza specificare quali prodotti petroliferi saranno prelevati. Sommando i 3,7 milioni già consegnati, Madrid arriverebbe a 8,1 milioni, cioè il 70,4% degli 11,5 promessi (8,1 su 11,5).

Cosa cambia per distributori, trasportatori e raffinatori

Se l'offerta aggiuntiva abbasserà i prezzi all'ingrosso, distributori di carburante e aziende di trasporto sono i primi candidati a beneficiarne. Per i raffinatori l'effetto passa da prezzi del diesel e margini di lavorazione, che dipendono da domanda regionale, costo del greggio acquistato e capacità di raffinazione disponibile.

Le riserve d'emergenza restano però una misura temporanea: non sostituiscono produzione di greggio, attività di raffinazione e investimenti nelle infrastrutture di trasporto. Chi segue il mercato guarderà il ritmo delle consegne reali, le scorte di distillati, i prezzi regionali del diesel e i margini di raffinazione.

Il test del piano non sarà il totale dei 400 milioni, ma quanti dei 20 milioni di barili di diesel saranno fisicamente nei depositi europei prima che i future sul gasolio smettano di salire su ogni annuncio.

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Droni su Ryazan: Kiev riprende i raid sulle raffinerie

L'Ucraina ha ripreso gli attacchi alle raffinerie russe dopo una pausa di tre giorni, e nella notte tra 14 e 15 ottobre i droni a lungo raggio hanno colpito l'impianto di Ryazan, dove il governatore regionale Pavel Malkov ha confermato un incendio. La mossa di Volodymyr Zelensky smonta l'ipotesi di tenere separata la guerra energetica dal resto del conflitto: Washington premeva per una tregua sugli impianti per calmierare i prezzi dei carburanti, mentre Bruxelles, per voce di Kaja Kallas, sostiene che tagliare i ricavi del petrolio russo sia la leva decisiva per fermare la guerra.

La pausa di tre giorni e la ripresa dei raid

Zelensky ha dichiarato al Financial Times, in un'intervista a Londra, di aver ordinato una pausa di tre giorni negli attacchi alle raffinerie per venire incontro alle richieste americane, formulate da Donald Trump. Mosca, ha aggiunto, ha continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine e a uccidere civili. "The block [on attacking refineries] is out. We're done", ha detto il presidente ucraino al quotidiano britannico, criticando anche la propensione degli Stati Uniti a chiudere accordi commerciali con la Russia, energia inclusa.

Il Cremlino respinge la ricostruzione. Il portavoce Dmitry Peskov ha affermato che "non c'è stato alcuna moratoria da parte di Kiev sugli attacchi alle infrastrutture energetiche della Federazione Russa". È una divergenza di versioni sullo stesso fatto, non un dettaglio: la tenuta di qualsiasi tregua energetica dipende da chi viene indicato come primo violatore.

Sul terreno la guerra non si è fermata. Nella regione ucraina di Kirovohrad un'offensiva russa con droni ha provocato almeno tre morti e sei feriti; a Novooleksandrivka si contano due morti e cinque feriti. Zelensky ha definito l'attacco condotto mercoledì contro infrastrutture energetiche e critiche tra Kiev, la regione di Kiev e Kharkiv "entirely deliberate and demonstrative in its scale", rilevando che la Russia non aveva mai mostrato "such ostentatious disrespect" verso gli Stati Uniti. Kiev porta avanti in parallelo la campagna contro le infrastrutture digitali russe: dopo tre attacchi contro data center di Yandex, i droni hanno raggiunto il centro Sberbank di Balakovo, indicato come il più grande del paese.

Il Cremlino: "sfida diretta e palese" a Trump

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha definito gli attacchi ucraini agli impianti petroliferi una "sfida diretta e palese al presidente Trump". Peskov ha rilanciato: gli sforzi di Washington per una soluzione si scontrano con la riluttanza di Kiev, e in particolare di Zelensky, a trovare una via pacifica.

L'Europa si muove in direzione opposta a Washington. L'Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha rivendicato un approccio diverso: "Riteniamo che si debba esercitare pressione sull'aggressore affinché ponga fine al conflitto, non sulla vittima affinché si arrenda". E ha motivato la linea con un dato economico: "La maggior parte dei finanziamenti russi alla guerra proviene dai proventi del petrolio". Lunedì l'Ue ha adottato 1.600 nuovi inserimenti nelle liste di sanzioni e lavora al 22° pacchetto.

Ucraina riprende gli attacchi alle raffinerie russe
Impianto industriale di notte, con ciminiere che emettono fumo. Foto di Loïc Manegarium su Pexels

Zelensky è a Bruxelles per il Consiglio europeo: in agenda incontri con il segretario generale della Nato Mark Rutte, il presidente francese Emmanuel Macron e i premier di Polonia, Danimarca e Belgio, oltre a un'udienza con re Filippo del Belgio; domani vedrà i presidenti di Consiglio e Commissione Ue e i premier di Ungheria, Finlandia e Svezia. A Londra ha incassato dal Regno Unito la promessa di 45 milioni di sterline in missili terra-aria e l'accelerazione delle consegne di missili leggeri multiruolo. Il premier finlandese Petteri Orpo chiede invece di avviare lo stop ai visti per i cittadini russi: in un momento di minacce ibride, ha detto, è difficile capire perché l'anno scorso siano stati rilasciati mezzo milione di visti turistici.

Gasolio agli Usa, benzina importata: le due facce della campagna

Sul fronte dei carburanti la Russia gioca su due tavoli. Il vicepremier Aleksandr Novak ha detto che le compagnie petrolifere russe sono pronte a esportare gasolio: "Le nostre compagnie sono pronte a spedire immediatamente, in qualsiasi momento". Le prime forniture di gasolio russo agli Stati Uniti potrebbero partire tra almeno due o tre settimane, tempi legati alla stipula del contratto.

Contemporaneamente, Mosca continuerà a importare benzina almeno fino alla fine del 2026 per rifornire il mercato interno e ricostituire le scorte ridotte dagli attacchi ucraini alle raffinerie. La quota di benzina importata sul mercato russo resta stabile al 10%. Questo dato misura meglio di qualsiasi dichiarazione l'effetto della campagna ucraina: l'export di greggio e prodotti raffinati continua, ma sul mercato interno Mosca deve comprare carburante dall'estero.

Perché i raid non fanno salire il greggio

Giovedì, nelle contrattazioni asiatiche, il prezzo del greggio è sceso di circa l'1%, nonostante la ripresa degli attacchi alle raffinerie. Il driver è un altro: le indiscrezioni su una possibile revoca delle sanzioni alle petroliere della "flotta ombra" impiegate per trasportare petrolio e carburanti da Venezuela, Russia e Iran, mossa che aumenterebbe le navi disponibili e abbasserebbe i costi di trasporto. Dopo l'intesa sul gasolio, la Casa Bianca valuta di autorizzare alcune petroliere a trasportare carichi non sanzionati.

Due calcoli aiutano a leggere i tempi. Le almeno due o tre settimane indicate da Novak per le prime consegne significano carichi non prima di almeno due settimane o circa tre settimane, a seconda della stipula del contratto. E la decisione di importare benzina fino alla fine del 2026 copre, contando dal 15 ottobre, circa due mesi e mezzo di dipendenza dall'estero.

Per chi opera sui prodotti raffinati il segnale è duplice: la capacità di raffinazione russa resta il bersaglio dichiarato di Kiev, ma il prezzo del greggio si muove oggi sulle navi, non sugli impianti. Il vero test dei prossimi mesi non sarà l'incendio di Ryazan, ma se Mosca chiuderà l'anno ancora importante benzina al 10% del proprio fabbisogno mentre esporta gasolio.

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Diesel russo negli USA: 300mila tonnellate, prezzi fermi

Il primo lotto di gasolio russo ha preso la via degli Stati Uniti: 300mila tonnellate in cambio di un allentamento temporaneo delle sanzioni, con altre 500mila attese a novembre e 1 milione subito dopo. L'amministrazione Trump punta a raffreddare i prezzi del diesel, ma la scala dell'operazione è troppo piccola per spostare il mercato — e il fronte repubblicano al Congresso è già in rivolta.

L'accordo: 300mila tonnellate subito, poi 500mila e 1 milione

L'intesa, annunciata da Donald Trump il 9 ottobre 2026 su Truth Social dopo un colloquio con Vladimir Putin, prevede una fornitura iniziale russa di 300.000 tonnellate metriche di diesel verso il mercato americano e globale. Il presidente ha scritto che la Russia avrebbe "fornito immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale".

A novembre l'accordo prevede altre 500.000 tonnellate, seguite da 1 milione di tonnellate nei mesi successivi. Il vice primo ministro russo Alexander Novak ha dichiarato lunedì che entro la fine del 2026 la Russia potrebbe spingere le esportazioni di diesel tra 3 e 3,5 milioni di tonnellate al mese, avvicinandosi ai livelli precedenti alle disruption recenti — a condizione che raffinazione, logistica e requisiti interni lo consentano.

L'etichetta della prima tranche non è uniforme. Oil & Gas 360 indica "300.000 tonnellate metriche" in un articolo e "più di 300.000" in un altro, mentre Il Fatto Quotidiano parla di "300mila tonnellate di gasolio". Le testate convergono sul valore, ma non sull'arrotondamento.

Perché i prezzi del diesel non scenderanno: il calcolo

Il primo lotto da 300mila tonnellate equivale al 10% dei 3 milioni di tonnellate al mese che la Russia punta a esportare entro fine 2026 — calcolo sui valori forniti da Novak. Anche portando a termine l'intero programma (300mila + 500mila + 1 milione, cioè 1,8 milioni di tonnellate), la quota resterebbe intorno al 60% di un solo mese di export al target più basso, o al 51,4% al target più alto (1,8 milioni su 3,5 milioni).

La portata complessiva è inferiore a un mese di flusso potenziale russo. Pesano anche i vincoli già segnalati: capacità di raffinazione russa, logistica e restrizioni commerciali residue limitano la velocità con cui i volumi possono davvero raggiungere i compratori internazionali. Per le raffinerie statunitensi, un aumento dell'offerta internazionale di diesel può comprimere i margini di prodotto anche se il greggio resta relativamente caro.

Terminal portuale luminoso con petroliera e serbatoi per lo stoccaggio del diesel, importazioni di carburante negli USA
Il primo carico di gasolio russo arriva negli Stati Uniti: 300mila tonnellate per frenare i prezzi del diesel.

La rivolta repubblicana al Senato: 7 firme e il disegno di legge Fitzpatrick

Un gruppo bipartisan di 7 senatori della Commissione esteri del Senato ha condannato l'accordo. "Il Congresso ha esplicitamente vietato le importazioni di energia dalla Russia nel 2022 per impedire che i dollari americani finanziassero la brutale guerra di Putin contro l'Ucraina", si legge nella dichiarazione diffusa domenica. "La decisione del presidente Trump di consentire l'importazione di gasolio russo negli Stati Uniti è in diretta contraddizione con tale legge."

I firmatari sono i democratici Jeanne Shaheen, Richard Blumenthal e Ron Wyden e i repubblicani Lisa Murkowski, Thom Tillis, Susan Collins e John Curtis. Il conteggio del gruppo è però incoerente: Il Fatto Quotidiano parla di "tre repubblicani" ma elenca quattro nomi.

Il deputato repubblicano Brian Fitzpatrick, co-presidente del Gruppo di sostegno all'Ucraina al Congresso, ha annunciato il "Ronald Reagan Peace Through Strength Act" per impedire la revoca unilaterale delle sanzioni sul petrolio russo. Il testo verrebbe portato al voto tramite petizione di scarico, che richiede 218 firme per avviare la procedura. "Verrà approvato a stragrande maggioranza", ha scritto Fitzpatrick. Il senatore repubblicano John Cornyn ha definito l'intesa un possibile beneficio per un avversario degli Stati Uniti.

Il Cremlino separa il dossier e l'Europa si spacca

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato martedì che l'accordo non è collegato alla posizione russa sui negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina. Mosca considera le esportazioni di petrolio una questione commerciale, non una concessione diplomatica. La precisazione arriva dopo indiscrezioni secondo cui funzionari americani vedevano l'intesa sul diesel come un possibile incentivo per riportare la Russia al tavolo.

La decisione americana ha aperto una crepa nell'alleanza occidentale. La responsabile della politica estera Ue Kaja Kallas si è opposta alla sospensione delle sanzioni sul diesel russo; Germania e Regno Unito hanno dichiarato che manterranno le proprie misure restrittive. Il primo ministro estone Kristen Michal ha parlato di "grave errore di valutazione", mentre la Finlandia ha definito la mossa "non una buona idea". Un'analisi attribuita al Global Times (12 ottobre 2026), riportata da Marx21, sostiene che l'episodio riveli una contraddizione strutturale: dopo aver guidato la campagna per tagliare l'energia russa, gli Stati Uniti introducono un'eccezione quando il proprio interesse lo richiede, mentre l'Europa continua a sopportarne i costi. È una tesi, non un dato.

L'implicazione operativa: tempi politici, non volumi

Per un operatore del settore, la rilevanza pratica è duplice. I 300mila tonnellate del primo lotto non spostano i prezzi in modo strutturale: secondo Oil & Gas 360, la pressione sul costo del carburante — che pesa su trasporti, agricoltura e industria pesante — resta legata al quadro mediorientale e alla capacità di raffinazione globale, mentre resta incerto il peso dell'intesa con Mosca. La variabile decisiva diventa la durata dell'allentamento sanzionatorio, oggi contestato al Congresso: senza certezza sui tempi, è plausibile che raffinerie e distributori non abbiano incentivo a ricostruire le scorte su questo flusso.

Resta il numero che misura meglio di ogni analisi la distanza tra annuncio politico ed effetto di mercato: 1,8 milioni di tonnellate in programma coprono meno di un mese di export potenziale russo al target indicato da Novak. È il vero misuratore di quanto l'accordo sia una leva sui prezzi o solo una mossa sul tavolo negoziale.

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