Brent oltre 111 dollari: attacchi Houthi, 3 vittime

Il Brent viaggia a 111,10 dollari al barile e il WTI a 98,98 dollari, entrambi in rialzo di circa il 2% rispetto a mercoledì. Ma il dato che conta non è il prezzo: il giacimento Shaybah di Saudi Aramco, colpito da un drone che ha ucciso due persone, ha continuato a operare senza interruzioni. Il mercato sta pagando un premio di rischio geopolitico, non la scarsità fisica di greggio.

Shaybah, Dammam e le tre vittime

Gli attacchi hanno prodotto tre vittime: due persone uccise dal drone che ha colpito il giacimento Shaybah di Saudi Aramco, una nell'attacco all'aeroporto internazionale King Fahd di Dammam. Le operazioni del campo petrolifero non sono state interrotte.

Sul piano della sicurezza, il governo federale americano ha ordinato la partenza del personale non essenziale e dei familiari da alcune sedi diplomatiche nel regno: un segnale che pesa sulla percezione di instabilità in una regione chiave per il greggio. Bloomberg rileva un elemento che complica la lettura del rialzo: i prezzi sono avanzati proprio mentre le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz accelerano.

Il premio tra Brent e WTI vale 12 dollari al barile

Lo spread tra Brent e WTI è di 12,12 dollari al barile: calcolato sulle quotazioni di 111,10 e 98,98 dollari, equivale al 12,2% del prezzo americano (12,12 su 98,98). È la misura di quanto il mercato paghi il rischio legato alle rotte mediorientali rispetto al greggio statunitense.

Sottraendo i 2,33 dollari di rialzo quotati sul Brent, mercoledì 21 ottobre il riferimento del Brent era di circa 108,8 dollari (111,10 − 2,33). Il contesto resta quello delle settimane scorse, quando la guerra con l'Iran aveva interrotto i flussi via Hormuz.

Impianto petrolifero Shaybah con tubazioni e serbatoi sotto cielo sereno, il prezzo del petrolio Brent in rialzo
Il Brent supera i 111 dollari mentre il premio di rischio geopolitico spinge i prezzi del greggio.
BenchmarkQuotazioneVariazione sul giorno precedente
Brent111,10 USD/barile+2,33 USD (circa +2%)
WTI98,98 USD/barilecirca +2%

La diplomazia resta ferma

Non c'è trattativa all'orizzonte. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto ai media che i colloqui di pace non possono procedere finché gli Stati Uniti mantengono il blocco sull'Iran e continuano a minacciare il Paese. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, in un op-ed sul Financial Times, ha scritto: «To state the obvious, we have no trust whatsoever in the sincerity of the US administration's professed desire for peace with Iran».

Araqchi ha citato due occasioni in cui gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran mentre si negoziava sull'accordo nucleare. I media iraniani hanno inoltre riportato esplosioni nella parte meridionale del Paese, senza precisarne la natura né l'origine.

Kuwait e raffinati: il punto debole dell'offerta

L'amministratore delegato di Kuwait Petroleum Corp, Sheikh Nawaf Saud Nasir Al-Sabah, ha indicato una produzione giornaliera totale superiore a 2 milioni di barili e consegne di greggio ai clienti mantenute in larga parte sui livelli precedenti al conflitto, grazie a spedizioni alternative e alla flotta strategica di petroliere. La produzione di carburanti resta però problematica.

I flussi di prodotti raffinati sono ancora significativamente inferiori a quelli precedenti alla guerra. È qui che il quadro si sfasa: il greggio arriva, i prodotti no. Per chi compra diesel e benzina sul mercato internazionale, la pressione non si allenta con la stessa velocità del Brent. E per chi acquista greggio indicizzato al Brent, il costo è di 12,12 dollari al barile più alto rispetto a chi compra WTI, cioè il 12,2% in più (12,12 su 98,98): su un milione di barili, la differenza è di 12,12 milioni di dollari.

Nessuno dei due attacchi ha fermato un barile: Shaybah opera, Hormuz accelera, il Kuwait consegna. Il rialzo è per ora un premio assicurativo su rotte e infrastrutture, non l'effetto di una perdita di offerta. La variabile da seguire non è il conteggio delle vittime, ma lo stato del giacimento, dei terminali e dei flussi di raffinati: finché i barili escono, il mercato paga un'assicurazione; se si fermano, la fattura cambia natura.

Fonti

Big Oil, utili record dall’Iran: come spenderli?

Le major petrolifere si avviano a chiudere il terzo trimestre 2026 con utili in crescita tra l'84% e il 158% rispetto a un anno prima: una montagna di cassa che, però, non si trasformerà automaticamente in nuova spesa. La lezione dei cicli passati ha spostato il baricentro su debito, dividendi e riacquisti di azioni, e proprio su questo terreno si gioca la prova più delicata per Exxon, Chevron, Shell, TotalEnergies e BP, chiamate a rendere conto dei conti tra il 29 e il 30 ottobre.

Utili Q3 tra 84% e 158%: i numeri gruppo per gruppo

La crescita attesa degli utili del terzo trimestre dei grandi gruppi energetici oscilla tra l'84% e il 158% su base annua, secondo le stime elaborate da Reuters sui dati LSEG. Chevron mette a segno la variazione percentuale più alta, Exxon il valore assoluto più grande.

GruppoUtile Q3 attesoVariazione attesa su anno
Exxon16,2 miliardi $+101%
Shell10 miliardi $+84%
Chevron9,3 miliardi $+158%
TotalEnergies8,4 miliardi $+111%
BP5,6 miliardi $+155%

Il quadro veniva già da un secondo trimestre eccezionale: tra i settori dell'S&P 500, l'Energia ha registrato una crescita annua degli utili del 128,2%, con la raffinazione a tre cifre e l'upstream premiato dal cosiddetto war premium sul greggio.

Raffinazione e trading gonfiano la cassa

Il motore di questa trimestrale non è soltanto il greggio caro. Shell, BP e TotalEnergies si attendono margini di raffinazione in aumento tra 3 e 4 volte rispetto a un anno fa, con Shell che ha guidato verso un massimo storico di 42 dollari al barile. TotalEnergies stima un flusso di cassa da raffinazione e chimica di circa 4 miliardi di dollari nel trimestre, il doppio del periodo precedente, mentre Exxon calcola che i margini migliorati possano aggiungere 4,5 miliardi di dollari all'utile downstream rispetto al trimestre precedente.

La ragione è la dislocazione logistica: la guerra tra USA-Israele e Iran ha interrotto i trasporti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz dagli attacchi aerei di febbraio, spingendo i prezzi energetici ai massimi da anni e offrendo ai desk di trading la volatilità su cui guadagnare. Un vantaggio, però, che per definizione non è permanente: quando i mercati si normalizzano, quei guadagni da volatilità non si ripetono con la stessa intensità.

La disciplina finanziaria batte la corsa agli investimenti

Debito, dividendi e buyback vengono prima della nuova spesa. È la sintesi di come le major stanno impiegando i profitti straordinari, dopo che il crollo del 2014 e la pandemia del 2020 hanno cambiato il modo in cui il settore ragiona, con l'aggiunta di politiche di decarbonizzazione che hanno reso molti investitori diffidenti sul futuro di lungo periodo dell'industria.

Raffineria delle major petrolifere sotto un cielo azzurro, con pannelli solari e turbine eoliche sullo sfondo
Le major petrolifere hanno più liquidità da investire: debito, dividendi o nuova energia restano la scelta chiave.

Exxon e Chevron stanno usando la cassa per ridurre l'indebitamento. BP punta a portare il rapporto tra debito netto e cash flow operativo dal 1,7 volte di fine 2025 — il più alto dei cinque maggiori gruppi — a 0,8 volte entro il terzo trimestre. Tradotto: un taglio di 0,9 volte, cioè una riduzione del 52,9% calcolata sul valore di partenza. Chevron ha già compresso il proprio indicatore da 1 volta a 0,4 volte nel trimestre in corso.

Shell, dal canto suo, ha ridotto il programma di riacquisto a 3 miliardi di dollari a trimestre all'inizio dell'anno e ora si attende un buyback da 3,5 miliardi nel quarto trimestre: 500 milioni in più, pari a un incremento del 16,7% sul ritmo precedente. Su BP la posizione di HSBC è netta: "We believe the priority will remain firmly on deleveraging, with stable capex and no buyback resumption before 2028", scrivono Kim Fustier e Sadnan Ali in una nota di ricerca.

Il nodo delle stime: quanto vale davvero BP

Le cifre su BP non convergono, e la divergenza merita attenzione. Reuters/LSEG stima 5,6 miliardi di dollari per l'utile trimestrale, il più basso dei cinque; TPH, in una stima propria, indica un utile sottostante oltre 7 miliardi, contro i 5,7 miliardi del secondo trimestre. Le due cifre provengono da fonti e metodi diversi e non sono direttamente confrontabili. Il dato da guardare resta il free cash flow dopo gli investimenti, insieme al debito netto.

RBC Capital Markets, per voce dell'analista Biraj Borkhataria, ha messo nero su bianco la domanda che gli investitori si stanno ponendo: le major manterranno i piani di spesa attuali in un trimestre di utili eccezionali? Su Chevron l'attenzione si concentra sugli investimenti in Venezuela e sul rinnovo del contratto per la joint venture TCO in Kazakistan. BP discuterà la futura allocazione di capitale con i conti trimestrali, forti del target di riduzione del debito raggiunto con circa un anno di anticipo, e ha fissato un aggiornamento di strategia al 15 dicembre.

Cosa cambia per chi guarda al settore

Tre elementi letti insieme dicono più di ciascuno separatamente. Primo: l'incasso aggregato dei cinque gruppi — 16,2 più 10, più 9,3, più 8,4, più 5,6 — vale 49,5 miliardi di dollari, di cui Exxon da sola pesa il 32,7% e BP appena l'11,3%. Secondo: i 10,6 miliardi di distacco tra Exxon e BP sono quasi il doppio dell'intero utile trimestrale di BP. Terzo: una parte di quella cassa arriva dai guadagni da trading, che Oil & Gas 360 ritiene potrebbero non ripetersi quando i mercati si normalizzeranno, mentre alcune giurisdizioni in cui le major operano stanno valutando windfall tax sui profitti.

Il risultato è che la capacità di spesa esiste, ma la finestra per usarla è stretta. Per gli operatori della filiera — dai fornitori di servizi petroliferi all'ingegneria — utili più alti non significano automaticamente più capex: la spesa in esplorazione resta necessaria perché i giacimenti esistenti declinano, e le opportunità si spostano verso Sud America, Africa e Sud-Est asiatico, ma ogni progetto dovrà dimostrare rendimenti solidi anche ipotizzando prezzi delle materie prime più bassi. Chi legge questi numeri come un via libera alla spesa rischia di guardare il trimestre sbagliato: il test vero è la tenuta dei margini quando Hormuz tornerà a scorrere.

Fonti

Diesel russo negli USA: primo carico da 40mila tonnellate

Il primo carico di diesel russo diretto negli Stati Uniti salperà giovedì 22 ottobre: 40.000 tonnellate che non basteranno a piegare i prezzi, ma segnano una svolta politica. Il diesel americano resta sopra i 6 dollari al gallone da settembre e l'accordo tra Trump e Putin apre un canale di fornitura diretto, mentre Mosca frena sull'export per i limiti delle sue raffinerie.

Il primo carico da 40mila tonnellate e i limiti delle raffinerie russe

A dare l'annuncio è stato il vicepremier russo Alexander Novak: la prima petroliera dovrebbe lasciare il porto domani, 22 ottobre, diretta negli Stati Uniti, con un carico di 40.000 tonnellate. Il contratto di fornitura è in fase di completamento, anche se non sono stati resi noti né il porto di partenza né il terminal di destinazione. Novak ha aggiunto che seguiranno altre spedizioni: «Soddisferemo le esigenze degli Stati Uniti nei limiti delle nostre capacità». Il vicepremier ha precisato che altri Paesi riceveranno gasolio solo dopo aver coperto il fabbisogno americano. Vladimir Putin ha rincarato: le prime navi cisterna partiranno «una dopo l'altra» entro due o tre giorni, e «la componente finanziaria dovrà essere garantita».

Il piano annunciato da Donald Trump il 9 ottobre è più ambizioso: 300.000 tonnellate subito, 500.000 a novembre e 1 milione «subito dopo». La Russia ha revocato parzialmente il divieto di export, ma Novak ha precisato che «in questa fase non stiamo ripristinando completamente le esportazioni, ma stiamo operando entro i limiti delle capacità delle nostre raffinerie». Il ritorno ai volumi completi è previsto entro la fine del 2026.

Le cifre e le date che le fonti raccontano diversamente

Due numeri uguali possono trarre in inganno. Oil & Gas 360 scrive che il primo carico russo vale circa 300.000 barili; è la conversione delle 40.000 tonnellate citate da Novak, ma il valore si confonde facilmente con le 300.000 tonnellate della prima tranche annunciata da Trump, che equivalgono a 2,25 milioni di barili. Insomma: 300.000 barili il primo carico, 300.000 tonnellate la prima tranche. Non è la stessa cosa.

C'è anche una discrepanza sulle date. MarketScreener (Reuters) e Oil & Gas 360 indicano il 9 ottobre come data della revoca del divieto di export; OilPrice riporta che la revoca parziale è in vigore dal 10 ottobre, con 500.000 tonnellate ammesse nella prima fase (citando Kommersant); Geagency conferma la data del 10 ottobre senza indicare il volume. La differenza può dipendere dal momento tra annuncio ed entrata in vigore, ma le fonti non lo chiariscono. OilPrice precisa inoltre che Novak ha indicato il dislocamento della petroliera, non il carico: una sfumatura che sembra lasciare intendere un effetto sui volumi limitato, ma che va segnalata.

Petroliera diesel ormeggiata a una raffineria sotto un cielo sereno, simbolo del carico di diesel verso gli Stati Uniti
Il primo carico di diesel russo diretto negli Stati Uniti salperà giovedì con 40mila tonnellate.

L'impatto sul diesel americano: un quinto di un giorno di export

Per capire quanto pesa il primo carico, basta rapportarlo ai flussi americani. Gli Stati Uniti esportano circa 1,5 milioni di barili al giorno di gasolio. I 300.000 barili del primo carico valgono 0,2 giorni di export (300.000 / 1,5 milioni), cioè un quinto di una giornata. La prima tranche da 300.000 tonnellate (2,25 milioni di barili) copre 1,5 giorni di export. Kpler calcola che le 300.000 tonnellate iniziali equivalgano a 73.000 barili al giorno su un mese: rapportati agli 1,5 milioni di barili al giorno, sono circa il 4,9% delle esportazioni americane di gasolio. Il primo carico, da solo, vale 300.000 barili: rapportato ai 345.000 barili al giorno delle esportazioni russe di diesel quest'anno, è 0,87 giorni, poco più di 20 ore.

Il messaggio è chiaro: il volume annunciato non risolve la carenza. Il diesel americano resta sopra i 6 dollari al gallone da settembre; Putin ha detto che dopo l'annuncio i prezzi globali del diesel sono scesi del 5%-6%, ma una lettura possibile è che il mercato abbia reagito più all'effetto politico che ai barili. Gli analisti citati da Oil & Gas 360 avvertono che le spedizioni russe possono essere insufficienti a risolvere la carenza globale. Per il trasporto merci, l'agricoltura, l'edilizia e l'industria, ogni barile in più conta, ma il primo carico è troppo piccolo per spostare la curva.

Il prezzo politico e il pacchetto oltre il diesel

L'accordo non è solo una questione di barili. Brent viaggia intorno ai 112 dollari al barile, sui massimi da cinque anni, per la crisi nello Stretto di Hormuz; gli Stati Uniti hanno un deficit strutturale di raffinazione per i distillati medi, e il diesel è la linfa dell'economia reale. Per questo Washington ha scelto il canale russo. A San Pietroburgo, Putin ha ricevuto l'inviato speciale americano Steve Witkoff per oltre tre ore; Witkoff ha ringraziato Putin per aver revocato le restrizioni: «È un esempio della nostra collaborazione e voglio ringraziarla per questo». Mosca ha liberato il cittadino americano Stephen Hubbard, detenuto dal 2022. Putin ha offerto anche fertilizzanti in grandi quantità e aiuto sulla questione iraniana.

Sul fronte opposto, Kiev denuncia tensioni nella cooperazione con Washington, interruzioni nella condivisione di intelligence e limiti all'uso del sistema satellitare Starshield; nella notte tra martedì e mercoledì, attacchi russi hanno colpito infrastrutture energetiche in Kiev, Volyn, Odesa e Mykolaiv, uccidendo quattro persone. Ucraina e alcuni legislatori americani hanno criticato l'allentamento delle sanzioni, sostenendo che le entrate energetiche possano finanziare le operazioni militari russe.

Novak ha poi aperto altri due dossier. Sul Nord Stream, ha detto che tre condotte danneggiate possono essere riparate tecnicamente e che una delle quattro linee è funzionante: il gas potrebbe tornare verso l'Europa, «dipende dagli europei, principalmente dalla Germania». Sul fronte asiatico, Mosca punta a chiudere le trattative commerciali con la Cina per il gasdotto Power of Baikal (ex Power of Siberia 2) entro la fine del 2026, con un percorso lungo la sponda meridionale del lago Baikal.

Il vero test, però, non è il primo carico. È la continuità: se le petroliere partiranno davvero «una dopo l'altra», è plausibile che il mercato guardi ai volumi di novembre e alle raffinerie russe, non alle 40.000 tonnellate di giovedì.

Fonti

IEA, scorte accelerate: 20 milioni di barili di diesel

Oltre 20 milioni di barili di diesel da immettere sul mercato il prima possibile. L'Agenzia internazionale dell'energia (IEA) accelera il rilascio delle scorte di emergenza, ma la mossa arriva più piccola delle attese: le trattative parlavano di fino a 50 milioni di barili di gasolio e, dopo l'annuncio di giovedì 15 ottobre 2026, i future sul gasolio europeo sono saliti. Il segnale è che il collo di bottiglia non è più il greggio — gli invii dal Golfo Persico hanno iniziato a riprendersi — ma il carburante che muove camion, trattori e cantieri.

Cosa prevede il rilascio accelerato deciso dall'IEA

I 32 paesi membri hanno concordato di anticipare la consegna dei volumi ancora da versare nel piano varato a marzo 2026: circa 100 milioni di barili tra greggio e prodotti raffinati, su un impegno che superava i 400 milioni. Il totale finale dovrebbe a sua volta oltrepassare quella soglia, perché alcuni paesi hanno già contribuito più di quanto promesso.

Finora sono stati rilasciati circa 330 milioni di barili: rapportati ai 400 milioni dell'impegno iniziale, sono l'82,5% del totale (330 su 400). Il resto era già scritto nel piano; la novità è la velocità con cui l'IEA vuole arrivare a destinazione.

Perché il diesel è il punto debole del sistema

Il gasolio alimenta trasporto merci, agricoltura, manifattura, costruzioni e attività industriali. A differenza del greggio, che va raffinato prima di raggiungere il consumatore, il diesel prelevato dalle scorte di prodotto può entrare direttamente nella rete di distribuzione: un sollievo potenzialmente più rapido, dove infrastrutture e stoccaggi lo permettono.

Le cause della strettezza restano però tutte aperte:

  • interruzioni delle raffinerie in Medio Oriente;
  • produzione di carburante russa ridotta, con esportazioni di diesel in calo;
  • incertezza continua sulle rotte marittime mediorientali.

Nessuna si risolve con un prelievo dalle riserve. Ed è il motivo per cui il piano IEA funziona solo se i barili arrivano alle regioni dove la pressione sui prezzi è più alta.

IEA accelera il rilascio di scorte petrolifere, inclusi 20 milioni di barili di diesel
Grandi serbatoi industriali con parapetti verdi sotto un cielo azzurro e sereno. Foto di Jan van der Wolf su Pexels

L'attesa del mercato: 50 milioni contro 20

L'annuncio copre il 40% dei 50 milioni di barili di diesel che erano sul tavolo (20 su 50). La quota diesel annunciata viene letta come una delusione per il mercato.

Sullo sfondo c'è la pressione di Washington: funzionari statunitensi hanno spinto gli altri membri IEA per ottenere più barili, con i prezzi del diesel vicini ai massimi storici a poche settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

I numeri del piano e il caso Spagna

VoceBarili
Impegno di marzo 2026oltre 400 milioni
Già rilasciaticirca 330 milioni
Ancora da consegnarecirca 100 milioni
Diesel da anticipareoltre 20 milioni
Diesel discusso (fino a)50 milioni
Spagna: impegno di marzo11,5 milioni
Spagna: già consegnati3,7 milioni
Spagna: rilascio di ottobre4,4 milioni

La Spagna rilascerà 4,4 milioni di barili dalle riserve strategiche nel corso di ottobre, senza specificare quali prodotti petroliferi saranno prelevati. Sommando i 3,7 milioni già consegnati, Madrid arriverebbe a 8,1 milioni, cioè il 70,4% degli 11,5 promessi (8,1 su 11,5).

Cosa cambia per distributori, trasportatori e raffinatori

Se l'offerta aggiuntiva abbasserà i prezzi all'ingrosso, distributori di carburante e aziende di trasporto sono i primi candidati a beneficiarne. Per i raffinatori l'effetto passa da prezzi del diesel e margini di lavorazione, che dipendono da domanda regionale, costo del greggio acquistato e capacità di raffinazione disponibile.

Le riserve d'emergenza restano però una misura temporanea: non sostituiscono produzione di greggio, attività di raffinazione e investimenti nelle infrastrutture di trasporto. Chi segue il mercato guarderà il ritmo delle consegne reali, le scorte di distillati, i prezzi regionali del diesel e i margini di raffinazione.

Il test del piano non sarà il totale dei 400 milioni, ma quanti dei 20 milioni di barili di diesel saranno fisicamente nei depositi europei prima che i future sul gasolio smettano di salire su ogni annuncio.

Fonti

Droni su Ryazan: Kiev riprende i raid sulle raffinerie

L'Ucraina ha ripreso gli attacchi alle raffinerie russe dopo una pausa di tre giorni, e nella notte tra 14 e 15 ottobre i droni a lungo raggio hanno colpito l'impianto di Ryazan, dove il governatore regionale Pavel Malkov ha confermato un incendio. La mossa di Volodymyr Zelensky smonta l'ipotesi di tenere separata la guerra energetica dal resto del conflitto: Washington premeva per una tregua sugli impianti per calmierare i prezzi dei carburanti, mentre Bruxelles, per voce di Kaja Kallas, sostiene che tagliare i ricavi del petrolio russo sia la leva decisiva per fermare la guerra.

La pausa di tre giorni e la ripresa dei raid

Zelensky ha dichiarato al Financial Times, in un'intervista a Londra, di aver ordinato una pausa di tre giorni negli attacchi alle raffinerie per venire incontro alle richieste americane, formulate da Donald Trump. Mosca, ha aggiunto, ha continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine e a uccidere civili. "The block [on attacking refineries] is out. We're done", ha detto il presidente ucraino al quotidiano britannico, criticando anche la propensione degli Stati Uniti a chiudere accordi commerciali con la Russia, energia inclusa.

Il Cremlino respinge la ricostruzione. Il portavoce Dmitry Peskov ha affermato che "non c'è stato alcuna moratoria da parte di Kiev sugli attacchi alle infrastrutture energetiche della Federazione Russa". È una divergenza di versioni sullo stesso fatto, non un dettaglio: la tenuta di qualsiasi tregua energetica dipende da chi viene indicato come primo violatore.

Sul terreno la guerra non si è fermata. Nella regione ucraina di Kirovohrad un'offensiva russa con droni ha provocato almeno tre morti e sei feriti; a Novooleksandrivka si contano due morti e cinque feriti. Zelensky ha definito l'attacco condotto mercoledì contro infrastrutture energetiche e critiche tra Kiev, la regione di Kiev e Kharkiv "entirely deliberate and demonstrative in its scale", rilevando che la Russia non aveva mai mostrato "such ostentatious disrespect" verso gli Stati Uniti. Kiev porta avanti in parallelo la campagna contro le infrastrutture digitali russe: dopo tre attacchi contro data center di Yandex, i droni hanno raggiunto il centro Sberbank di Balakovo, indicato come il più grande del paese.

Il Cremlino: "sfida diretta e palese" a Trump

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha definito gli attacchi ucraini agli impianti petroliferi una "sfida diretta e palese al presidente Trump". Peskov ha rilanciato: gli sforzi di Washington per una soluzione si scontrano con la riluttanza di Kiev, e in particolare di Zelensky, a trovare una via pacifica.

L'Europa si muove in direzione opposta a Washington. L'Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha rivendicato un approccio diverso: "Riteniamo che si debba esercitare pressione sull'aggressore affinché ponga fine al conflitto, non sulla vittima affinché si arrenda". E ha motivato la linea con un dato economico: "La maggior parte dei finanziamenti russi alla guerra proviene dai proventi del petrolio". Lunedì l'Ue ha adottato 1.600 nuovi inserimenti nelle liste di sanzioni e lavora al 22° pacchetto.

Ucraina riprende gli attacchi alle raffinerie russe
Impianto industriale di notte, con ciminiere che emettono fumo. Foto di Loïc Manegarium su Pexels

Zelensky è a Bruxelles per il Consiglio europeo: in agenda incontri con il segretario generale della Nato Mark Rutte, il presidente francese Emmanuel Macron e i premier di Polonia, Danimarca e Belgio, oltre a un'udienza con re Filippo del Belgio; domani vedrà i presidenti di Consiglio e Commissione Ue e i premier di Ungheria, Finlandia e Svezia. A Londra ha incassato dal Regno Unito la promessa di 45 milioni di sterline in missili terra-aria e l'accelerazione delle consegne di missili leggeri multiruolo. Il premier finlandese Petteri Orpo chiede invece di avviare lo stop ai visti per i cittadini russi: in un momento di minacce ibride, ha detto, è difficile capire perché l'anno scorso siano stati rilasciati mezzo milione di visti turistici.

Gasolio agli Usa, benzina importata: le due facce della campagna

Sul fronte dei carburanti la Russia gioca su due tavoli. Il vicepremier Aleksandr Novak ha detto che le compagnie petrolifere russe sono pronte a esportare gasolio: "Le nostre compagnie sono pronte a spedire immediatamente, in qualsiasi momento". Le prime forniture di gasolio russo agli Stati Uniti potrebbero partire tra almeno due o tre settimane, tempi legati alla stipula del contratto.

Contemporaneamente, Mosca continuerà a importare benzina almeno fino alla fine del 2026 per rifornire il mercato interno e ricostituire le scorte ridotte dagli attacchi ucraini alle raffinerie. La quota di benzina importata sul mercato russo resta stabile al 10%. Questo dato misura meglio di qualsiasi dichiarazione l'effetto della campagna ucraina: l'export di greggio e prodotti raffinati continua, ma sul mercato interno Mosca deve comprare carburante dall'estero.

Perché i raid non fanno salire il greggio

Giovedì, nelle contrattazioni asiatiche, il prezzo del greggio è sceso di circa l'1%, nonostante la ripresa degli attacchi alle raffinerie. Il driver è un altro: le indiscrezioni su una possibile revoca delle sanzioni alle petroliere della "flotta ombra" impiegate per trasportare petrolio e carburanti da Venezuela, Russia e Iran, mossa che aumenterebbe le navi disponibili e abbasserebbe i costi di trasporto. Dopo l'intesa sul gasolio, la Casa Bianca valuta di autorizzare alcune petroliere a trasportare carichi non sanzionati.

Due calcoli aiutano a leggere i tempi. Le almeno due o tre settimane indicate da Novak per le prime consegne significano carichi non prima di almeno due settimane o circa tre settimane, a seconda della stipula del contratto. E la decisione di importare benzina fino alla fine del 2026 copre, contando dal 15 ottobre, circa due mesi e mezzo di dipendenza dall'estero.

Per chi opera sui prodotti raffinati il segnale è duplice: la capacità di raffinazione russa resta il bersaglio dichiarato di Kiev, ma il prezzo del greggio si muove oggi sulle navi, non sugli impianti. Il vero test dei prossimi mesi non sarà l'incendio di Ryazan, ma se Mosca chiuderà l'anno ancora importante benzina al 10% del proprio fabbisogno mentre esporta gasolio.

Fonti

Diesel russo negli USA: 300mila tonnellate, prezzi fermi

Il primo lotto di gasolio russo ha preso la via degli Stati Uniti: 300mila tonnellate in cambio di un allentamento temporaneo delle sanzioni, con altre 500mila attese a novembre e 1 milione subito dopo. L'amministrazione Trump punta a raffreddare i prezzi del diesel, ma la scala dell'operazione è troppo piccola per spostare il mercato — e il fronte repubblicano al Congresso è già in rivolta.

L'accordo: 300mila tonnellate subito, poi 500mila e 1 milione

L'intesa, annunciata da Donald Trump il 9 ottobre 2026 su Truth Social dopo un colloquio con Vladimir Putin, prevede una fornitura iniziale russa di 300.000 tonnellate metriche di diesel verso il mercato americano e globale. Il presidente ha scritto che la Russia avrebbe "fornito immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale".

A novembre l'accordo prevede altre 500.000 tonnellate, seguite da 1 milione di tonnellate nei mesi successivi. Il vice primo ministro russo Alexander Novak ha dichiarato lunedì che entro la fine del 2026 la Russia potrebbe spingere le esportazioni di diesel tra 3 e 3,5 milioni di tonnellate al mese, avvicinandosi ai livelli precedenti alle disruption recenti — a condizione che raffinazione, logistica e requisiti interni lo consentano.

L'etichetta della prima tranche non è uniforme. Oil & Gas 360 indica "300.000 tonnellate metriche" in un articolo e "più di 300.000" in un altro, mentre Il Fatto Quotidiano parla di "300mila tonnellate di gasolio". Le testate convergono sul valore, ma non sull'arrotondamento.

Perché i prezzi del diesel non scenderanno: il calcolo

Il primo lotto da 300mila tonnellate equivale al 10% dei 3 milioni di tonnellate al mese che la Russia punta a esportare entro fine 2026 — calcolo sui valori forniti da Novak. Anche portando a termine l'intero programma (300mila + 500mila + 1 milione, cioè 1,8 milioni di tonnellate), la quota resterebbe intorno al 60% di un solo mese di export al target più basso, o al 51,4% al target più alto (1,8 milioni su 3,5 milioni).

La portata complessiva è inferiore a un mese di flusso potenziale russo. Pesano anche i vincoli già segnalati: capacità di raffinazione russa, logistica e restrizioni commerciali residue limitano la velocità con cui i volumi possono davvero raggiungere i compratori internazionali. Per le raffinerie statunitensi, un aumento dell'offerta internazionale di diesel può comprimere i margini di prodotto anche se il greggio resta relativamente caro.

Terminal portuale luminoso con petroliera e serbatoi per lo stoccaggio del diesel, importazioni di carburante negli USA
Il primo carico di gasolio russo arriva negli Stati Uniti: 300mila tonnellate per frenare i prezzi del diesel.

La rivolta repubblicana al Senato: 7 firme e il disegno di legge Fitzpatrick

Un gruppo bipartisan di 7 senatori della Commissione esteri del Senato ha condannato l'accordo. "Il Congresso ha esplicitamente vietato le importazioni di energia dalla Russia nel 2022 per impedire che i dollari americani finanziassero la brutale guerra di Putin contro l'Ucraina", si legge nella dichiarazione diffusa domenica. "La decisione del presidente Trump di consentire l'importazione di gasolio russo negli Stati Uniti è in diretta contraddizione con tale legge."

I firmatari sono i democratici Jeanne Shaheen, Richard Blumenthal e Ron Wyden e i repubblicani Lisa Murkowski, Thom Tillis, Susan Collins e John Curtis. Il conteggio del gruppo è però incoerente: Il Fatto Quotidiano parla di "tre repubblicani" ma elenca quattro nomi.

Il deputato repubblicano Brian Fitzpatrick, co-presidente del Gruppo di sostegno all'Ucraina al Congresso, ha annunciato il "Ronald Reagan Peace Through Strength Act" per impedire la revoca unilaterale delle sanzioni sul petrolio russo. Il testo verrebbe portato al voto tramite petizione di scarico, che richiede 218 firme per avviare la procedura. "Verrà approvato a stragrande maggioranza", ha scritto Fitzpatrick. Il senatore repubblicano John Cornyn ha definito l'intesa un possibile beneficio per un avversario degli Stati Uniti.

Il Cremlino separa il dossier e l'Europa si spacca

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato martedì che l'accordo non è collegato alla posizione russa sui negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina. Mosca considera le esportazioni di petrolio una questione commerciale, non una concessione diplomatica. La precisazione arriva dopo indiscrezioni secondo cui funzionari americani vedevano l'intesa sul diesel come un possibile incentivo per riportare la Russia al tavolo.

La decisione americana ha aperto una crepa nell'alleanza occidentale. La responsabile della politica estera Ue Kaja Kallas si è opposta alla sospensione delle sanzioni sul diesel russo; Germania e Regno Unito hanno dichiarato che manterranno le proprie misure restrittive. Il primo ministro estone Kristen Michal ha parlato di "grave errore di valutazione", mentre la Finlandia ha definito la mossa "non una buona idea". Un'analisi attribuita al Global Times (12 ottobre 2026), riportata da Marx21, sostiene che l'episodio riveli una contraddizione strutturale: dopo aver guidato la campagna per tagliare l'energia russa, gli Stati Uniti introducono un'eccezione quando il proprio interesse lo richiede, mentre l'Europa continua a sopportarne i costi. È una tesi, non un dato.

L'implicazione operativa: tempi politici, non volumi

Per un operatore del settore, la rilevanza pratica è duplice. I 300mila tonnellate del primo lotto non spostano i prezzi in modo strutturale: secondo Oil & Gas 360, la pressione sul costo del carburante — che pesa su trasporti, agricoltura e industria pesante — resta legata al quadro mediorientale e alla capacità di raffinazione globale, mentre resta incerto il peso dell'intesa con Mosca. La variabile decisiva diventa la durata dell'allentamento sanzionatorio, oggi contestato al Congresso: senza certezza sui tempi, è plausibile che raffinerie e distributori non abbiano incentivo a ricostruire le scorte su questo flusso.

Resta il numero che misura meglio di ogni analisi la distanza tra annuncio politico ed effetto di mercato: 1,8 milioni di tonnellate in programma coprono meno di un mese di export potenziale russo al target indicato da Novak. È il vero misuratore di quanto l'accordo sia una leva sui prezzi o solo una mossa sul tavolo negoziale.

Fonti

Houthi colpiscono la sede Aramco, Brent sopra 105 dollari

Un missile balistico ha incendiato i tre piani superiori della torre di Saudi Aramco a Dhahran, in Arabia Saudita orientale, senza feriti. L'incendio, definito «limitato» dal ministero dell'Energia, ha riguardato un edificio amministrativo, secondo il ministero. Nel complesso di Dhahran lavora il centro operativo che sovrintende pozzi, oleodotti, raffinerie e terminali di esportazione. Il messaggio degli Houthi, secondo una lettura possibile, non riguarda le fiamme — riguarda cosa sarebbe successo se il missile avesse scelto un altro piano.

Dalla torre Aramco al petrolio yemenita

Il colpo su Dhahran arriva dopo tre giorni di escalation continua. Sabato 10 ottobre un missile da crociera ha centrato il terminal passeggeri dell'aeroporto King Khalid di Riad: 13 morti, oltre 300 feriti, vittime di 9 nazionalità, tra cui un americano e un indiano. Domenica un secondo attacco sullo stesso terminal ha ucciso un'altra persona. Sommando i due raid, l'aeroporto ha contato 14 vittime in 48 ore. Tra loro Azza Ramzy, 28 anni, assistente di volo della saudita flynas: ferita nel terminal, è morta per le conseguenze delle ferite, e il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty l'ha ricordata "con profonda tristezza".

La notte tra martedì 13 e mercoledì 14 ottobre l'escalation ha cambiato bersaglio. Il portavoce militare degli Houthi, il generale Yahya Saree, aveva scritto su X che la sede di Aramco a Dhahran, la raffineria di Riad e l'aeroporto King Khalid erano "obiettivi legittimi", invitando dipendenti e civili a evacuare. Poi la coalizione a guida saudita ha bombardato i depositi di carburante della capitale yemenita Sanaa e il porto di Ras Isa, e il missile ha raggiunto il bersaglio che gli Houthi avevano indicato per nome.

Riad e Sanaa: le risposte dei due fronti

Il portavoce della coalizione, il generale Turki al-Maliki, ha scritto che gli impianti colpiti nello Yemen occidentale servono ad "alimentare lo sforzo bellico" e a "minacciare il Regno, lo Yemen, il sud del Mar Rosso e le vie d'acqua". La tv degli Houthi al-Masirah ha parlato di "aggressione saudita"; la compagnia petrolifera yemenita ha replicato che i serbatoi erano vuoti, ma a Sanaa le code ai distributori si sono allungate lo stesso.

Sul fronte opposto, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha promesso che il Regno non permetterà che la sicurezza o la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb siano minacciate. Il ministro dell'Energia, il principe Abdulaziz bin Salman, ha detto a un congresso dell'industria energetica a Riad che "la nostra risposta deve essere altrettanto seria", dopo aver rivendicato il ruolo del Regno come "capitale della sicurezza energetica" e aver spiegato che la resilienza energetica "deve essere misurata anche dalla capacità di mantenere, riparare, reindirizzare, sostituire e recuperare. Soprattutto, dalla capacità di continuare a fornire sotto pressione".

Dagli Stati Uniti, Donald Trump ha accusato gli Houthi di essersi comportati "molto male" e di agire "probabilmente su ordine dell'Iran". "Pensavo avessero imparato la lezione un anno fa, quando li abbiamo bombardati senza pietà", ha scritto su Truth Social, definendo Teheran "una nazione in declino, senza marina, senza aeronautica, con la peggior economia al mondo e un'inflazione al 301%" — un dato che resta un'affermazione del presidente, non un valore verificato. Un dirigente houthi, Mohammed Al Bukhaiti, ha risposto che l'obiettivo della campagna è mandare al principe ereditario un messaggio: non può più condurre l'aggressione contro lo Yemen "da una posizione di sicurezza".

Complesso petrolifero sulla costa del Golfo con serbatoi e oleodotti sotto un cielo limpido, simbolo del settore petrolio
Il centro operativo di Dhahran supervisiona pozzi, oleodotti e terminali, mentre il Brent supera i 105 dollari.

Cosa dicono i prezzi del petrolio

Nelle contrattazioni asiatiche di mercoledì il greggio è salito sopra 106 dollari al barile (OilPrice, senza indicare il benchmark). Il ticker di OilPrice, con circa 11 minuti di ritardo, mostrava il Brent a 105,3 dollari (-0,41%): per l'analisi dell'autore, il premio di rischio nascerebbe da Hormuz e dal Mar Rosso, non da Dhahran.

OilPrice attribuisce il rialzo alle minacce iraniane di intensificare gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz, con nuove tattiche. Il passaggio da Yanbu a Bab el-Mandeb è una lettura dell'autore sul rischio per l'export saudita.

Le conseguenze operative per il mercato

Tre elementi, letti insieme, spiegano perché il raid su Dhahran non ha prodotto un balzo dei prezzi:

  • gli Houthi hanno colpito l'amministrazione, non i pozzi, e il fuoco è rimasto confinato ai tre piani superiori;
  • la coalizione ha continuato a intercettare: un missile balistico su Dhahran e, circa 40 minuti dopo, due droni e tre missili da crociera sulle regioni di Riad e del Sud;

Nella capitale, i detriti di due missili intercettati hanno ferito quattro persone — due donne, un uomo e un bambino — e danneggiato 15 abitazioni. Il Dipartimento di Stato americano ha vietato al proprio personale gli spostamenti entro 20 miglia dal confine yemenita e impone l'autorizzazione del capo missione per usare qualunque aeroporto del Regno. L'aeroporto King Khalid di Riad resta chiuso fino al 17 ottobre; l'Egitto, che fa parte della coalizione con Bahrein e Giordania, conta cinque cittadini feriti nel raid sul terminal.

Secondo l'analisi dell'autore, l'implicazione per chi opera sui mercati energetici è duplice. Primo: il colpo sembra indicare che non abbia intaccato la capacità produttiva saudita, quindi il premio di rischio prezzato dal mercato non nascerebbe da Dhahran ma da Hormuz e dal Mar Rosso. Secondo: gli Houthi hanno dimostrato di saper arrivare al complesso in cui lavora il centro operativo: un bersaglio che, se colpito in profondità, avrebbe un impatto diverso sull'export. Il terzo fattore, più difficile da misurare, è politico: la Casa Bianca valuta se unirsi ai raid sauditi, e un intervento americano allargherebbe il campo di battaglia agli interessi USA nella regione, come ha minacciato Al Bukhaiti.

Secondo l'analisi dell'autore, il test vero non è il pannello bruciato al terzo piano di Dhahran: è se la prossima volta gli Houthi sceglieranno la stessa traiettoria sapendo cosa c'è a quella quota. Con l'aeroporto di Riad chiuso fino al 17 ottobre e la Casa Bianca che valuta l'ingresso in campo, è plausibile che il mercato abbia smesso di prezzare l'incendio e abbia iniziato a prezzare la ripetibilità dell'attacco. La resilienza energetica, come l'ha definita Abdulaziz bin Salman, si misura "dalla capacità di continuare a fornire sotto pressione".

Fonti

Riad: due missili Houthi abbattuti, aeroporto ancora chiuso

Due missili balistici Houthi diretti verso Khamis Mushait sono stati intercettati e distrutti dalla coalizione a guida saudita, un giorno dopo i due raid mortali sull'aeroporto internazionale di Riad. Le difese intercettano la maggior parte delle minacce annunciate, ma non hanno impedito il colpo al Terminal 4 e il raid del 10 ottobre sullo scalo di Riad; le autorità saudite hanno aperto un'indagine sul mancato intercetto (Notizie Geopolitiche). Il conto strategico per il Regno sale comunque: lo scalo della capitale resta chiuso; secondo stime circolate, circa il 60% dei voli previsti potrebbe essere cancellato, e il traffico petrolifero da Bab el-Mandeb viaggia su rotte sempre più lunghe e costose.

Martedì 13 ottobre: cosa ha abbattuto la coalizione

Il Mag. Gen. Turki Al-Malki, portavoce della Coalizione per il ripristino della legittimità in Yemen, ha annunciato l'intercettazione di due missili balistici diretti verso Khamis Mushait, città sud-occidentale vicina al confine yemenita. La coalizione ha riferito anche dell'abbattimento di un missile da crociera nei pressi dell'aeroporto della capitale e di un drone nella Provincia Orientale.

I conteggi delle ultime ore non combaciano. La Saudi Press Agency, citata da OilPrice.com, parla di due missili balistici verso Khamis Mushait; Notizie Geopolitiche riferisce di tre missili balistici intercettati nelle ultime ore — uno verso Riad, due verso Khamis Mushait; La Verità menziona un solo missile balistico verso Khamis Mushait, più il missile da crociera e il drone. Il dato certo è che le difese saudite operano senza pause.

Il portavoce militare Houthi Yahya Saree ha rivendicato quattro attacchi nelle ultime 24 ore con missili balistici, missili da crociera e droni, citando tra gli obiettivi gli aeroporti King Khalid di Riad e King Fahd vicino a Dammam e due impianti di Saudi Aramco nella Provincia Orientale: il sito del gas di Shedgum e la raffineria di Tanajib. Saree ha parlato di tre ondate contro la capitale da sabato sera e di un colpo diretto a Shedgum con un incendio di grandi dimensioni. Da Aramco non è arrivata alcuna conferma pubblica: su questi danni restano solo le rivendicazioni del gruppo yemenita.

Il bilancio dei raid del 10 ottobre, tra fonti che divergono

Le cifre sulle vittime degli attacchi agli aeroporti sauditi cambiano a seconda della fonte e della finestra temporale considerata:

EventoFonteMortiFeriti
Raid del 10 ottobre sul King Khalid di RiadAutorità saudite (via La Verità)12309
Raid del 10 ottobre su RiadAltre fonti citate da La Verità13—
Raid del 10 ottobre su RiadFonti regionali citate da AP (via Notizie Geopolitiche)13oltre 300
Attacchi agli aeroporti sauditi, 6-11 ottobreAviazione civile saudita (via Notizie Geopolitiche)20356

Il raid più grave resta quello di sabato 10 ottobre sul King Khalid International Airport: la sequenza di attacchi ha spinto le autorità a prolungare la chiusura dello scalo per completare le verifiche di sicurezza. Le discrepanze tra fonti e tra finestre temporali sono contenute ma reali, e riflettono sia il susseguirsi degli attacchi sia la diversa origine dei dati, saudita o regionale.

Il giorno dopo, un proiettile ha colpito il Terminal 4, destinato ai voli domestici, provocando un incendio, la morte di un cittadino pakistano e 11 feriti. Tra le vittime del raid di sabato c'è anche un cittadino americano.

Aeroporto di Riad con piazzale vuoto e aerei fermi, scalo chiuso dopo gli attacchi missilistici Houthi
Lo scalo della capitale saudita resta chiuso mentre le difese intercettano nuove minacce missilistiche.

Sul piano civile le conseguenze non si sono chiuse. Etihad Airways ha cancellato i collegamenti tra Abu Dhabi e Riad, Gedda e Dammam, mantenendo sospesi i voli verso la capitale almeno fino al 19 ottobre. Qatar Airways ha sospeso temporaneamente i voli verso Riad e Dammam. Delta Air Lines ha rinviato a marzo 2027 l'avvio della rotta Atlanta-Riad. La FAA statunitense ha emesso un avviso di sicurezza valido fino al 10 dicembre sui rischi per gli aerei da operazioni militari e interferenze ai sistemi di navigazione satellitare.

Bab el-Mandeb e il costo logistico dell'escalation

Il petrolio resta il termometro del conflitto. Nelle contrattazioni asiatiche di martedì il Brent è sceso dell'1%, a 105 dollari al barile, dopo aver superato i 106 dollari lunedì. Il ministro dell'Energia Prince Abdulaziz bin Salman ha definito il Regno la "capital of energy security", per rassicurare i mercati.

Il problema non è la produzione, ma la rotta. La coalizione a guida saudita combatte gli Houthi per riprendere il controllo della costa yemenita sul Mar Rosso e sullo Stretto di Bab el-Mandeb, da cui passano normalmente le esportazioni di greggio dal porto di Yanbu verso l'Asia. Da luglio gli Houthi hanno promesso di disturbare le spedizioni saudite, lasciando passare altro traffico. Riyadh ha risposto spostando i carichi dai porti mediterranei egiziani, bypassando lo stretto. La rotta alternativa — Mediterraneo e punta meridionale dell'Africa via Capo di Buona Speranza — allunga però il viaggio da Yanbu all'Asia orientale di circa un mese.

Su un mercato dove il Brent viaggia sopra i 100 dollari, ogni giorno di navigazione in più si scarica sui noli, sul carburante e sulle assicurazioni. Anche senza nuovi colpi diretti agli impianti energetici, l'escalation si trasferisce lungo tutta la filiera.

Il fronte americano e la minaccia agli impianti

Il conflitto rischia di allargarsi oltre il fronte saudita. Il presidente Donald Trump ha detto che gli Houthi stanno "comportandosi molto male" e ha confermato di valutare un coinvolgimento militare americano diretto. La reazione è arrivata con Mohammed al-Bukhaiti, membro dell'ufficio politico degli Houthi, secondo cui un intervento degli Stati Uniti provocherebbe una risposta "rapida e dolorosa" contro Washington e i suoi interessi nella regione. Il dirigente ha invitato i lavoratori delle infrastrutture petrolifere e aeroportuali saudite ad allontanarsi, indicandole come potenziali obiettivi.

Sul piano diplomatico, Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto hanno condannato gli attacchi; Washington ha chiesto la cessazione delle operazioni. Il generale Turki al-Malki ha definito l'attacco al terminal dell'aeroporto di Riad un "crimine di guerra".

Il paradosso delle difese che intercettano

Le difese intercettano la maggior parte delle minacce annunciate, ma non hanno impedito il colpo al Terminal 4 e il raid del 10 ottobre sullo scalo di Riad; le autorità saudite hanno aperto un'indagine sul mancato intercetto (Notizie Geopolitiche). Il costo per Riyadh non si misura solo sui missili abbattuti. Mettendo in rapporto i 12 morti attribuiti dalle autorità saudite al solo raid del 10 ottobre con i 20 morti complessivi registrati sugli aeroporti tra il 6 e l'11 ottobre, quella singola giornata concentra il 60% delle vittime del ciclo di attacchi. E la pressione Houthi non si contabilizza in perdite: si contabilizza sui voli che, secondo stime circolate, potrebbero essere cancellati (circa il 60% del totale previsto), sull'aeroporto di Riad chiuso, sugli impianti Aramco rivendicati come obiettivi e sulle petroliere costrette a un mese in più di navigazione per raggiungere l'Asia.

Per chi segue i mercati energetici, il segnale operativo è che il premio di rischio sul Brent non si scarica più solo sugli attacchi riusciti: basta la minaccia continua a Bab el-Mandeb per allungare le rotte. Se il confronto si sposta dalle intercettazioni ai danni verificati agli impianti, il margine di tolleranza di un mercato già provato da settimane di oscillazioni si assottiglia ancora.

Fonti

Brent ai massimi: rischio Hormuz vale più del diesel russo

Il Brent lunedì 12 ottobre è salito di circa il 2%, fino a 106,79 dollari al barile, nel corso della giornata, il livello più alto delle ultime due settimane. Nella prima mattina europea il contratto era ancora in calo dello 0,2% a 104 dollari e il WTI arretrava dello 0,7% a circa 91 dollari: la rimonta è arrivata nel corso della giornata, fino ai 93,54 dollari del benchmark statunitense. A spingerla sono i nuovi attacchi in Arabia Saudita e le petroliere colpite vicino allo Stretto di Hormuz. La seduta racconta però una frattura: il greggio sale sul rischio geopolitico, il diesel scende perché Mosca ha revocato in parte il divieto alle esportazioni di diesel.

Attacchi a Riyadh e Hormuz: il premio di rischio torna sul greggio

Gli Houthi filo-iraniani hanno rivendicato il lancio di missili balistici e da crociera contro l'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh sabato 10 ottobre: 13 morti e più di 300 feriti. Domenica un secondo attacco sullo stesso scalo ha ucciso una persona e ne ha ferite 11. Nessuno dei due ha centrato infrastrutture energetiche, ma il fine settimana ha aggiunto un tassello diverso: due petroliere sono state colpite, una in prossimità di Sohar in Oman e una mentre attraversava Hormuz.

Il contesto rende l'episodio più pesante di quanto sembri. A settembre le esportazioni del Golfo avevano recuperato l'81% dei livelli pre-guerra, con greggio e condensato al 91% e prodotti raffinati ancora al 60%: trentuno punti percentuali di distanza tra la materia prima che riparte e la raffinazione che resta indietro.

Gli strategist commodity di ING, Warren Patterson e Ewa Manthey, hanno scritto in una nota che gli eventi "show that risks to supply from the region remain, despite oil flows from the Persian Gulf being at their highest levels since the start of the US-Iran war".

Il diesel russo raffredda i prodotti raffinati

Venerdì Donald Trump ha annunciato che la Russia fornirà immediatamente più di 300.000 tonnellate metriche di diesel, circa 2,25 milioni di barili, ai mercati statunitensi e internazionali, con altri volumi in arrivo. Mosca ha anche revocato in parte il divieto alle esportazioni di diesel, liberando altre 500.000 tonnellate, circa 3,7 milioni di barili. Sommando i due annunci si arriva a 800.000 tonnellate, pari a circa 5,95 milioni di barili: poco più di un giorno e mezzo di consumi statunitensi di diesel, calcolando sui 3,7 milioni di barili che l'analista di PVM Tamas Varga indica come equivalenti a una giornata di domanda USA di diesel.

I future ICE sul gasolio hanno reagito subito, con un calo del 4,3% a 1.419,5 dollari per tonnellata. Tamas Varga, analista di mercato di PVM, non si sbilancia sull'efficacia della mossa: "The immediate impact of the deal is questionable, as Russia's refining capacity has been severely reduced". Lo stesso Varga rileva che le 500.000 tonnellate liberate valgono circa il 13% della domanda globale di diesel.

Domenica Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Le versioni su cosa stia accadendo divergono: OilPrice.com riferisce che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato lunedì Mosca di violare l'intesa, mentre Offshore Engineer scrive che Zelensky stava ancora aspettando i dettagli e che il Cremlino non ha commentato.

Il Brent sale ai massimi di quasi due settimane sui rischi per l'offerta mediorientale
Navi da carico ormeggiate vicino a serbatoi di stoccaggio petrolifero lungo una costa, sotto un cielo azzurro. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Goldman Sachs: oltre 20 dollari di premio geopolitico

Goldman Sachs ha alzato la previsione sul Brent di dicembre a 90 dollari dagli 85 precedenti, stimando che i rischi geopolitici aggiungano al prezzo "just over $20 a barrel". Il conto aiuta a leggere la seduta: con il Brent a 106,79 dollari, un premio da 20 dollari pesa circa il 19% della quotazione; senza di esso il barile varrebbe poco più di 86 dollari.

La banca stima anche un WTI medio a 81 dollari a dicembre 2026 e a 73 dollari nel 2027, livelli molto lontani dalle quotazioni di lunedì.

I fondamentali non offrono appoggio. L'OPEC ha detto lunedì di attendersi una crescita della domanda mondiale di appena 400.000 barili al giorno nel 2026, contro gli 1,4 milioni stimati a inizio anno: un taglio di un milione di barili al giorno, pari al 71% della stima iniziale. L'Agenzia Internazionale dell'Energia vede addirittura un calo dei consumi globali di 2,5 milioni di barili al giorno nel 2026, seguito da un rimbalzo di 2,6 milioni nel 2027. OPEC prevede una crescita della domanda di 400.000 b/g nel 2026, l'IEA un calo di 2,5 mln b/g: divergono anche sulla direzione.

Chi paga il conto tra raffinatori e rotte alternative

Per chi raffina, il costo di acquisto del greggio sale con il Brent. Per gli operatori midstream e le compagnie di navi cisterna l'effetto è invertito: l'insicurezza delle rotte tradizionali aumenta la domanda di percorsi alternativi, capacità di stoccaggio e infrastrutture di export affidabili.

Sul fronte delle scorte, l'IEA ha invitato i Paesi membri a valutare se siano necessari rilasci aggiuntivi di diesel e a chi non ha ancora consegnato i volumi promessi di accelerare, dando priorità proprio al gasolio. Nel Golfo del Messico, intanto, Shell, Chevron e BP stanno riposizionando il personale e ripristinando la produzione dopo il passaggio dell'uragano Isaias.

Il 3 novembre, con le elezioni di midterm, la pressione politica sui prezzi dei carburanti negli Stati Uniti cresce in vista del voto: è il motivo per cui Washington spinge sul diesel russo.

Una lettura possibile è che il mercato stia pagando un'assicurazione contro l'interruzione delle rotte, non un rialzo della domanda. È plausibile che, finché Hormuz resta insicuro, il greggio resti caro anche con il diesel che torna a scorrere: la distanza tra i due prezzi potrebbe dire quanto il mercato crede davvero alla tregua.

Fonti

Shell e Chevron fermano 9 piattaforme: Isaias minaccia il Golfo

Shell e Chevron hanno cominciato a chiudere la produzione offshore nel Golfo del Messico mentre la tempesta tropicale Isaias avanza verso la costa americana. Le piattaforme coinvolte sono nove in totale, ma il punto critico non è l'estrazione: è la raffinazione. Con gli impianti statunitensi già spinti al massimo per far fronte a una stretta globale dei carburanti, un uragano sulla costa del Golfo colpirebbe un sistema senza margini di riserva.

Shell evacua cinque impianti, Chevron ne ferma quattro

Shell sta evacuando tutto il personale e sospendendo la produzione su cinque piattaforme: Mars, Olympus, Ursa, Vito e Appomattox. L'azienda ha già trasferito il personale non essenziale dall'asset Stones. Chevron ha invece avviato le procedure di sospensione su quattro impianti offshore che gestisce nel Golfo, spostando a terra parte del personale; gli altri cinque restano su livelli di produzione normali.

Messi insieme, i due piani coinvolgono nove strutture. Per Chevron significa fermare quattro dei nove impianti che gestisce nel Golfo, cioè circa il 44% delle proprie piattaforme offshore. Rapporti precedenti indicavano che anche BP stava evacuando personale dalle proprie strutture.

OperatorePiattaforme fermatePiattaforme attive
Shell5 (Mars, Olympus, Ursa, Vito, Appomattox)n.d.
Chevron45

Isaias può diventare il primo uragano della stagione

Isaias si è formata mercoledì al largo del Messico e, secondo le previsioni del National Hurricane Center, dovrebbe intensificarsi fino a diventare un uragano prima di toccare terra sulla costa meridionale degli Stati Uniti nelle prime ore di sabato, portando forti piogge, mareggiate e possibili tornado in diversi Stati.

Shell e Chevron riducono la produzione nel Golfo del Messico per la tempesta Isaias
Piattaforma petrolifera offshore con gru, in una giornata di sole. Foto di Rahib Yaqubov su Pexels

"We're expecting multiple dangerous, life-threatening impacts along portions of the northern Gulf Coast beginning Friday and continuing into the weekend", ha dichiarato Michael Brennan, direttore del U.S. National Hurricane Center. Se il sistema raggiungerà la forza di uragano, sarà il primo di una stagione atlantica finora molto più debole del solito.

Il Golfo vale il 15% del petrolio e il 5% del gas Usa

I campi offshore del Golfo del Messico coprono circa il 15% della produzione petrolifera nazionale statunitense e il 5% della produzione di gas naturale. Le chiusure annunciate toccano quindi una fetta rilevante dell'offerta americana, ma la minaccia più seria resta un'altra: se un uragano colpisce uno degli impianti di raffinazione della costa, l'effetto sui prezzi sarebbe più severo di quello prodotto dalle piattaforme ferme.

La crisi dei carburanti amplifica ogni interruzione

Le raffinerie statunitensi sono oggi spinte al massimo per produrre quanto più carburante possibile in uno scenario di stretta globale. Questa tensione ha portato margini di raffinazione e prezzi al dettaglio dei carburanti a livelli record. Qualsiasi interruzione dell'attività di raffinazione negli Stati Uniti aggraverebbe il problema dei prezzi.

Sul fronte del greggio, la notizia delle chiusure si somma a una settimana segnata da attacchi iraniani intensificati contro le petroliere nel Golfo Persico. Le quotazioni si muovono di conseguenza: il Brent viene scambiato sopra i 104 dollari al barile e il WTI intorno ai 91,60 dollari, entrambi in rialzo di oltre il 3% su base giornaliera.

Il punto è questo: le nove piattaforme fermate rappresentano una perdita di produzione recuperabile in pochi giorni. Un eventuale impatto sulle raffinerie della costa, in un mercato dove i margini sono già ai massimi storici, no. È lì che Isaias può fare davvero la differenza.

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