Houthi colpiscono due petroliere saudite: il Brent sfonda quota 96 dollari e il Mar Rosso diventa il secondo collo di bottiglia
Le due principali arterie del petrolio mondiale sono ora simultaneamente a rischio. Nelle ultime ore gli Houthi yemeniti hanno rivendicato l'attacco missilistico e con droni a due petroliere saudite nel Mar Rosso, la Encelia e la Layla, facendo precipitare il traffico navale attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb e spingendo il Brent sopra i 96 dollari al barile. Con lo Stretto di Hormuz già semi-paralizzato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, il sistema globale delle forniture petrolifere si trova a fronteggiare una strozzatura doppia che non ha precedenti nella mappa energetica contemporanea.
La rivendicazione e i primi danni: cosa sappiamo
Gli Houthi hanno dichiarato di aver colpito le due petroliere "per aver violato il blocco navale" imposto dalle loro forze armate. Il portavoce Yahya Saree ha identificato le navi come Encelia e Layla, precisando che l'attacco rientra nella campagna di pressione contro l'Arabia Saudita annunciata all'inizio della settimana.
L'agenzia di stampa statale saudita SPA ha confermato che la Encelia è stata effettivamente colpita, con un incendio sviluppatosi a prua. Una fonte di sicurezza marittima ha riferito che la nave ha lanciato un segnale di soccorso dopo essere stata centrata da un missile vicino al porto saudita di Jizan, nel tardo pomeriggio di mercoledì. L'attacco alla Layla resta al momento non confermato ufficialmente.
La reazione dei mercati è stata immediata: il Brent ha guadagnato oltre il 3,5% toccando 97,45 dollari, mentre il WTI si è portato a 89,22 dollari, con un rialzo del 2,75%.
Il collasso dei transiti: da 38 a 27 tanker in 24 ore
I numeri del traffico navale raccontano l'entità della crisi meglio di qualsiasi analisi. Mercoledì 27 navi hanno attraversato Bab el-Mandeb, di cui solo 5 petroliere e una metaniera. Il giorno prima, martedì, i transiti erano stati 38. Cinque petroliere avevano già cambiato rotta mercoledì per evitare lo stretto, e tre navi cariche di greggio saudita destinate a Cina e India avevano invertito la rotta martedì.
Giovedì mattina due VLCC cinesi (Very Large Crude Carrier) con a bordo complessivamente 4 milioni di barili di greggio saudita stavano ancora dirigendosi verso Bab el-Mandeb, con l'indicazione di avere equipaggi cinesi a bordo — un dettaglio che potrebbe rivelarsi una misura di protezione più che una coincidenza.
Matthew Wright, principal freight analyst di Kpler, sintetizza così la situazione: "Anche se per ora si tratta solo di due navi, il fatto che armatori e operatori stiano prendendo sul serio la minaccia è evidente. Se questa tendenza si allarga, le implicazioni vanno ben oltre una manciata di carichi deviati".
Hormuz già bloccato: 253 navi energetiche intrappolate
Lo scenario è aggravato dal fatto che il Golfo Persico è di fatto semi-paralizzato da settimane. Secondo i dati raccolti da Reuters, 253 navi adibite al trasporto di materie prime energetiche sono bloccate nel Golfo: tra le principali categorie, 102 petroliere, 64 metaniere LNG e 66 navi caricate di GPL. Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è ridotto a una frazione dei livelli pre-bellici.
Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno dichiarato che lo stretto è "completamente chiuso" e che nessuna petroliera potrà entrare o uscire senza coordinamento con Teheran. Un'esplosione segnalata a sud dello stretto avrebbe coinvolto una delle tre petroliere in transito in una rotta minata.
Intanto gli Stati Uniti hanno completato la dodicesima notte consecutiva di attacchi contro obiettivi iraniani, colpendo anche un sito militare vicino al reattore nucleare di Bushehr. Il presidente Trump ha minacciato di distruggere un ponte o una centrale elettrica iraniana per ogni nave colpita a Hormuz, per poi definire l'intero conflitto "una schermaglia" durante un comizio in Georgia.
Il collo di bottiglia gemello: cosa significa per le forniture globali
La simultanea compromissione di Hormuz e Bab el-Mandeb non è solo una coincidenza geografica. I due stretti controllano gli accessi opposti della penisola arabica e, insieme, regolano il flusso di quasi tutto il petrolio mediorientale verso i mercati asiatici ed europei. Con Hormuz già ridotto al minimo, l'Arabia Saudita aveva dirottato milioni di barili al giorno verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, utilizzando l'oleodotto Petroline Est-Ovest da 7 milioni di barili giornalieri di capacità. Se ora anche la via meridionale del Mar Rosso diventa impraticabile, l'unica alternativa è la rotta settentrionale attraverso il Canale di Suez — un percorso che aggiunge settimane e costi significativi a ogni carico.
Le cifre sono impressionanti: a giugno 2026 Bab el-Mandeb vedeva transitare 7,4 milioni di barili al giorno, pari al 7% della produzione petrolifera globale. Sommando questo volume a quello già perso via Hormuz, la guerra sta comprimendo l'offerta mondiale di petrolio di oltre il 10%. Con 253 navi ferme nel solo Golfo Persico, la capacità di trasporto marittimo è ormai il vero collo di bottiglia, più ancora della produzione fisica.
Gli effetti sui prezzi sono già visibili: Goldman Sachs stima che il petrolio potrebbe raggiungere 120 dollari al barile nel quarto trimestre 2026 se le interruzioni persistono. E il salto da 96 a 120 dollari è tutto concentrato nella strozzatura logistica, non in una reale carenza estrattiva.