Tregua energetica Russia-Ucraina: Trump annuncia, Kiev frena
Donald Trump annuncia su Truth che Ucraina e Russia hanno accettato di non colpire le rispettive infrastrutture energetiche. Il giorno dopo, a Kiev vengono colpite alcune stazioni di servizio e l'Ucraina rivendica un attacco a una raffineria russa. La tregua energetica esiste per ora negli annunci, non sul terreno: ed è questa distanza a decidere il prezzo dei carburanti.
L'annuncio di Trump e il conto del diesel
Trump ha legato l'intesa al prezzo dei carburanti: il diesel negli Stati Uniti ha toccato una media di 6,23 dollari al gallone, contro circa 3,8 dollari di fine febbraio 2026, prima degli attacchi statunitensi e israeliani all'Iran. Il Brent, intanto, viaggia vicino ai 110 dollari al barile.
«L'Ucraina ha accettato di non colpire obiettivi energetici russi. La Russia ha accettato di fare lo stesso!», ha scritto il presidente americano, convinto che «l'aumento del prezzo del diesel a livello mondiale sia stato causato principalmente dalla guerra tra Russia e Ucraina, non dall'Iran». Il messaggio è arrivato all'indomani del rimbrotto a Kiev lanciato dal campo da golf irlandese di Doonbeg, e fa propria la lettura già esposta nei giorni precedenti dal segretario al Tesoro Scott Bessent.
Sui valori riportati, il diesel statunitense è passato da circa 3,8 a 6,23 dollari al gallone: 2,43 dollari in più (aumento del 64%) in meno di sette mesi. Le midterm incombono, e il prezzo alla pompa è il termometro politico più sensibile.
Kiev non conferma e chiede garanzie
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato l'esistenza di una proposta ucraina per una sospensione reciproca degli attacchi alle infrastrutture critiche, ma ha subordinato l'adesione a garanzie concrete. Nessuna delle due parti ha confermato l'accordo annunciato da Trump.
«Non è sicura che la Russia abbia la volontà di rispettare qualsiasi accordo», ha spiegato Zelensky su Telegram. «Se i partner sono disposti a garantire che la Russia smetterà di colpire la nostra rete elettrica, le nostre altre infrastrutture energetiche, le infrastrutture critiche e il flusso di cibo, noi, ovviamente, siamo pronti a garantire una corrispondente cessazione dei nostri attacchi». E ha aggiunto che Kiev «si aspetta che i partner forniscano dettagli concreti».
La posizione ucraina poggia su una lettura precisa: le raffinerie russe sono obiettivi militari legittimi. Gli attacchi ucraini agli impianti energetici hanno causato una carenza di carburante in Russia durante l'estate, costringendo Mosca a limitare le esportazioni e aggravando la scarsità di benzina, diesel e carburante per aerei sui mercati globali.
Il Cremlino dice sì, ma vuole la fine delle sanzioni
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito la proposta di Trump una «ottima idea», accogliendo con favore «qualsiasi richiesta al regime di Kiev di interrompere gli attacchi contro le infrastrutture economiche pacifiche». Ha poi aggiunto due condizioni.
«È necessario garantire la sicurezza della navigazione e delle spedizioni commerciali, comprese quelle delle petroliere. Finora il regime di Kiev non ha mostrato alcuna inclinazione a garantire tale sicurezza», ha detto Peskov. La seconda richiesta riguarda le sanzioni: «La seconda cosa da fare è, naturalmente, revocare le sanzioni contro la Russia e queste restrizioni illegali sulle forniture energetiche. Solo allora il mondo sarà adeguatamente rifornito di questi prodotti petroliferi, i mercati globali si stabilizzeranno e i prezzi scenderanno».
Mosca ha anche cambiato la diagnostica sul mercato: lunedì il Cremlino ha sostenuto che lo sconvolgimento globale dei prezzi è dovuto principalmente al conflitto nel Golfo, non agli attacchi scambiati con Kiev.
Perché le due liste di condizioni non si incrociano
L'annuncio di Trump parla di un accordo già chiuso; Kiev e Mosca lo trattano come una proposta con condizioni. Il punto è che le due liste non si toccano: Zelensky chiede ai partner di garantire il comportamento russo, Peskov chiede la sicurezza delle petroliere e la revoca delle sanzioni. Nessuna delle due richieste è nelle mani dell'altra parte in conflitto, ma di Washington e Bruxelles.
Su un fatto, invece, le parti divergono apertamente: Trump attribuisce il rincaro del diesel alla guerra tra Russia e Ucraina; il Cremlino lo attribuisce al conflitto nel Golfo, giunto al settimo mese dopo gli attacchi americani contro l'Iran di febbraio e la chiusura di gran parte dello Stretto di Hormuz, da cui passava circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas.
C'è un ultimo elemento che ridimensiona l'ottimismo. Fonti vicine al Cremlino, secondo quanto riporta il Financial Times, dicono che Putin è riluttante a chiudere un accordo prima dell'inverno, convinto che gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine possano aumentare la pressione su Kiev. Per chi compra carburante, la conseguenza pratica è che la tregua annunciata non garantisce ancora nulla: martedì 15 settembre è arrivato un attacco per parte.