Hormuz riaperto: Brent a $73 azzera i guadagni di guerra

Il mercato del petrolio sta cancellando l'intera scommessa di guerra. Con l'aumento del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz e l'avanzare dei colloqui di pace tra Washington e Teheran, il Brent è tornato in area 73 dollari al barile il 25 giugno 2026 — azzerando ogni premio di rischio geopolitico accumulato durante il blocco navale. Il WTI ha brevemente toccato quota inferiore ai 70 dollari, un livello che sarebbe sembrato impossibile nelle settimane in cui il greggio superava i 126 dollari.

La rotta dell'Oman e il crollo verticale dei prezzi

La riapertura procede, ma non ancora senza attriti. Le navi cisterna hanno iniziato a transitare attraverso la rotta alternativa via Oman, anche se alcune hanno invertito la rotta di fronte a difficoltà operative residue. Il Memorandum d'Intesa del 18 giugno ha aperto una finestra negoziale di 60 giorni per normalizzare il flusso, in attesa che sminamenti navali e coperture assicurative si completino. Proprio la settimana del 20 giugno il Brent era ancora in area 80-83 dollari: nei cinque giorni successivi la discesa è accelerata, portando il benchmark europeo a 73 dollari il 25 giugno.

La caduta dal picco bellico è netta: da oltre 126 dollari durante il blocco dello Stretto ai 73 dollari attuali, il Brent ha perso oltre il 42% — calcolo derivabile direttamente dai due valori citati, come (126-73)/126. Il ribasso cancella l'intera accumulazione speculativa legata al conflitto con l'Iran.

Oro sotto $4.000 e banche centrali in riposizionamento

Il raffreddamento energetico si propaga ai mercati finanziari in modo rapido. Il 25 giugno l'oro è sceso sotto i 4.000 dollari per la prima volta da novembre 2025, con un minimo di giornata a 3.976,30 dollari: anche il bene rifugio per eccellenza interpreta la fine del regime di emergenza geopolitica.

Riapertura dello Stretto di Hormuz e crollo del Brent sotto $75
Immagine generata con intelligenza artificiale.

Sul fronte tassi, le aspettative cambiano forma. Il mercato dei derivati ora prezza al 27% la probabilità di un rialzo della Federal Reserve nella riunione di luglio — in calo rispetto al 38,5% di circa dieci giorni prima. I tassi Fed restano fermi a 3,50-3,75%, confermati da Kevin Warsh, che guida la Federal Reserve. In Europa, l'Euribor a tre mesi è scivolato dal 2,417% del 17 giugno al 2,303% del 24 giugno: il mercato non considera più automatico un secondo inasprimento consecutivo della BCE dall'attuale 2,25%.

Gli analisti di UBS Wealth Management sostengono che "i mercati stanno sovrastimando la probabile entità dell'inasprimento monetario della BCE" e che il calo dei prezzi dell'energia "dovrebbe allentare la pressione sulla banca centrale". Prevedono "un ultimo rialzo dei tassi a settembre", con un aumento a luglio già considerato "improbabile". A temperare le aspettative resta, però, l'inflazione PCE di maggio 2026 al 4,1% annualizzato — con il dato core al 3,4%, entrambi ampiamente sopra il target Fed del 2%.

Le banche d'investimento divergono sul Brent 2026-2027

Le stime istituzionali per il greggio sono distanti quanto le incertezze geopolitiche che le alimentano:

IstituzioneBrent 2026Brent 2027
Goldman Sachs$85/barile (media annua)
JPMorgan$80/barile$64/barile
Capital Economics$75/barile (fine anno)$60/barile (fine anno)

Lo spread di 10 dollari tra la stima più alta e quella più bassa per il 2026 segnala quanto il mercato consideri ancora reversibile lo scenario distensivo. Sul 2027, la forchetta tra JPMorgan ($64) e Capital Economics ($60) disegna un contesto di offerta strutturalmente eccedente — compatibile con le dinamiche di contango già rilevate sul Brent. Il gas europeo, già in area 40-42 €/MWh, si muove nella stessa direzione.

La vera incognita non è il prezzo di oggi, ma la tenuta dei 60 giorni negoziali: se la diplomazia regge abbastanza a lungo da permettere la piena normalizzazione dei flussi attraverso lo Stretto, le proiezioni più conservative sul 2027 potrebbero smettere di essere il caso estremo e diventare il nuovo scenario base.

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Duma russa: norme fiscali d’emergenza contro la crisi carburanti

La Duma ha approvato il 24 giugno 2026 emendamenti al Codice fiscale per frenare la carenza di benzina e diesel che a giugno 2026 ha creato code ai distributori e aumenti di prezzo in diverse regioni russe. Più che una riforma strutturale, è una risposta tattica: gli attacchi ucraini con droni hanno colpito le raffinerie così duramente da rendere insufficiente la produzione domestica, e Mosca sta cercando di compensare su tutti i fronti disponibili — qualità del carburante, tempistiche di ammodernamento, importazioni.

Le misure: miscele, rinvii e sussidi all'import

Il pacchetto di emendamenti agisce su tre direttrici. Prima: un'autorizzazione a usare carburante di qualità inferiore nelle miscele con benzina da distillazione diretta, allargando la platea di materie prime utilizzabili dagli impianti colpiti. Seconda: il rinvio di alcuni interventi di ammodernamento delle raffinerie, mantenendo al contempo parte delle agevolazioni fiscali già esistenti. Terza: sussidi sulle importazioni di carburante, agganciati ai costi e ai prezzi di consegna dall'India.

Alexei Sazanov, vice ministro delle Finanze, ha difeso la legge davanti ai parlamentari: «Questa è una legge molto importante. Mira a stabilizzare la situazione sul mercato interno e ad aumentare l'offerta di carburante per autotrazione, sia attraverso la produzione nazionale sia tramite le importazioni». «In definitiva, saturare il mercato di carburante per autotrazione porterà alla stabilità dei prezzi», ha aggiunto.

Il parlamento russo approva modifiche fiscali per fronteggiare la crisi carburanti
Stazione di benzina deserta illuminata da luci arancioni durante la notte. Foto di lucas hegaard su Pexels

Produzione giù del 25%: i numeri dell'emergenza

I dati spiegano l'urgenza. La settimana del 24 giugno, la produzione russa di benzina si è attestata a circa 90.000 tonnellate metriche al giorno, il 25% in meno rispetto alla media giornaliera di giugno 2025. Le esportazioni via mare di prodotti petroliferi nella prima metà di giugno sono calate del 15% rispetto alla prima metà di maggio, effetto diretto delle manutenzioni non pianificate imposte dagli attacchi con droni.

Parallelamente il governo sta valutando un divieto di esportazione del diesel — benzina e carburante per jet sono già bloccati — e ha sondato la possibilità di importare carburante via mare. L'aggancio dei sussidi import ai prezzi dall'India si inserisce in una tendenza già segnalata: Mosca si è rivolta ai mercati asiatici per compensare i deficit produttivi interni.

L'incognita che la legge non può risolvere

Un calo del 25% della produzione rispetto a giugno 2025 non si recupera con agevolazioni fiscali. La riforma rende economicamente sostenibile operare in condizioni di emergenza — miscele di qualità ridotta, import più costoso, lavori rinviati — ma la variabile decisiva resta la velocità con cui le raffinerie danneggiate torneranno operative. Su questo, nessuna norma fiscale ha leva.

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India punta su greggio russo e carbone dopo la crisi Iran

Secondo analisti del settore energetico, con l'escalation del conflitto nella regione nell'ultimo quadrimestre del 2026, l'India avrebbe avviato una diversificazione decisa verso il greggio russo e il carbone per ridurre l'esposizione alle disruption mediorientali. Non si tratterebbe di una risposta di emergenza ma di una ricalibrazione strutturale: le stime circolate nelle ultime settimane suggeriscono che una piena ripresa delle forniture pre-conflitto resterebbe incerta, con percentuali di recupero inferiori ai livelli precedenti.

Hormuz non offre certezze oltre i sessanta giorni

Secondo fonti diplomatiche non confermate, un memorandum recente garantirebbe il transito libero nello Stretto di Hormuz per sessanta giorni, ma la clausola sarebbe vincolata al mantenimento della tregua in Libano e ai waivers commerciali statunitensi sulle esportazioni iraniane. Prima di un'eventuale riapertura, decine di petroliere con volumi ingenti di greggio risulterebbero ferme in rada; osservatori del settore segnalano che nelle ultime ore flussi di petrolio iraniano avrebbero attraversato lo Stretto — i più consistenti dall'inizio delle ostilità. La continuità di questi flussi dipende però da equilibri diplomatici che New Delhi non controlla.

India diversifica verso crude russo e carbone dopo fallout guerra Iran
Navi cargo ancorate presso serbatoi di stoccaggio petrolifero sulla costa. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Affidarsi al Golfo in questo scenario equivale, nell'analisi di diversi esperti, a esporsi a un rischio operativo strutturale. Il pivot verso Mosca risponde a questa logica.

Russia: fornitore di greggio, non più di prodotti raffinati

I danni agli impianti russi di raffinazione — attribuiti da analisti a operazioni militari ucraine — avrebbero ridotto significativamente la capacità produttiva: la Russia importerebbe oggi benzina dall'Asia, una svolta strutturale per un paese storicamente esportatore netto di idrocarburi. L'India può acquistare greggio russo a monte della raffinazione; Mosca però non garantirebbe più le stesse forniture raffinate rispetto al periodo pre-conflitto.

Quello che emerge, secondo questa lettura, è un'equazione inedita: New Delhi si rivolgerebbe a Mosca per l'upstream, mentre Mosca cerca nell'Asia il downstream che ha perso.

Fonti

Russia: crisi benzina e diesel, governo studia il ban all’export

Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno innescato una crisi energetica che attraversa tutta la Russia, dalla Siberia ai mercati centrali. Il governo sta valutando un ban completo alle esportazioni di diesel — una misura straordinaria che rivela quanto profondamente i raid abbiano intaccato la logistica dell'intera filiera.

La disruption si estende dalla Siberia al cuore del paese

La carenza di carburante non è localizzata: coinvolge diverse regioni del paese, incluse alcune aree siberiane, le più lontane dalle zone di conflitto. Benzina e diesel scarseggiano nei punti vendita mentre i prezzi salgono. La crisi mostra che il problema non riguarda solo la capacità produttiva delle singole raffinerie colpite, ma l'intera rete di distribuzione.

Gli attacchi hanno già ridotto la capacità di raffinazione di impianti legati a Gazprom Neft e Taneco — una riduzione che si sta ora traducendo in carenza strutturale sul mercato interno.

Crisi carburante Russia dopo attacchi raffinerie ucraine
Raffineria di petrolio con oleodotti a Trzebinia, Polonia. Foto di Jakub Pabis su Pexels

Il ban all'export di diesel come misura d'emergenza

Il vicepremier Alexander Novak ha dichiarato martedì, in una riunione di governo presieduta da Putin, che il governo sta valutando un blocco totale delle esportazioni di diesel per frenare l'emorragia di prodotto verso i mercati esteri e stabilizzare le scorte nazionali. Novak ha riconosciuto che la situazione del mercato carburanti russo era «non semplice», pur insistendo che restava sotto controllo. Si tratta di un'inversione significativa per un paese che storicamente esporta grandi quantità di prodotti petroliferi raffinati: lo stesso Novak, appena il 4 giugno a margine del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, aveva escluso la necessità immediata di un ban generalizzato, pur lasciando aperta la possibilità in caso di ulteriore deterioramento delle condizioni di mercato.

Secondo il quotidiano russo Vedomosti, le autorità stanno valutando anche importazioni di carburante e sussidi sui prodotti importati per calmierare i prezzi interni.

Un ban all'export protegge le scorte interne ma taglia le entrate valutarie in un momento in cui l'economia è già sotto pressione. Gli attacchi alle raffinerie hanno trasformato l'autosufficienza energetica russa — storicamente un punto di forza — in una vulnerabilità concreta, con effetti che si misurano adesso ai distributori.

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Hormuz si sblocca: Brent a 76,81 dollari, il mercato conta i transiti

Ogni petroliera che attraversa lo Stretto di Hormuz spinge i prezzi del greggio verso il basso. Martedì 23 giugno il Brent è sceso dell'1,4% a 76,81 dollari al barile — prosecuzione di un crollo già superiore al 3% nella seduta precedente — dopo che i dati di tracciamento navale hanno confermato il passaggio di due tanker con quasi 2 milioni di barili nella giornata di lunedì. Il mercato tratta ogni transito come un segnale in tempo reale sia dei flussi fisici sia dello stato delle trattative diplomatiche.

Il traffico riprende dopo le turbolenze di domenica

I flussi attraverso lo Stretto avevano rallentato domenica per i timori legati al transito sicuro dei natanti. Lunedì la situazione si è invertita. Neil Crosby, responsabile della ricerca di Sparta Commodities, ha segnalato che «i transiti negli ultimi giorni sono aumentati nettamente» e che il mercato li legge come proxy «sia per il petrolio fisico sia, forse, per quello cartaceo, e per i progressi diplomatici». Gli analisti di ING hanno sintetizzato l'effetto: «l'aumento graduale dei flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz continua a pesare sul mercato».

Il contesto di fondo rimane teso. Tehran aveva dichiarato chiuso il passaggio strategico, e il presidente statunitense Donald Trump aveva minacciato di riavviare il conflitto se l'Iran avesse ostacolato il traffico marittimo. La ripresa dei transiti ha ridimensionato quei rischi ma non li ha azzerati.

Stretto di Hormuz: flussi petroliferi in rialzo durante la crisi Iran-USA
Petroliera vista dall'alto in navigazione nel Mediterraneo. Foto di DeLuca G su Pexels

Il waiver da 60 giorni non basta a fugare i dubbi

Lunedì Washington ha concesso a Teheran un waiver alle sanzioni di 60 giorni a seguito dei colloqui di pace iniziali — la principale ragione del calo superiore al 3% registrato nella seduta. Lo scetticismo strutturale, però, rimane diffuso. Tim Waterer, analista capo di KCM Trade, ritiene che «la profonda sfiducia tra Washington e Teheran suggerisce che qualsiasi ritorno ai prezzi pre-guerra sarà probabilmente ritardato piuttosto che immediato».

Sul fronte delle scorte, i dati governativi statunitensi mostrano che la Strategic Petroleum Reserve è scesa a 331,2 milioni di barili, il livello più basso dal giugno 1983, effetto diretto dell'assottigliamento delle forniture durante la crisi.

Cosa segnalano i prezzi all'analista

Il WTI martedì ha ceduto l'1,2% a 72,99 dollari al barile. Calcolando a ritroso dal dato comunicato martedì, il Brent a 76,81 dollari è sceso di 1,09 dollari rispetto alla chiusura di lunedì attorno a 77,90 dollari — a sua volta già in ribasso di oltre il 3% dalla vigilia. Due sedute consecutive di cali confermano che il mercato sta aggiornando i prezzi transito per transito. Come avevamo riportato, il 22 giugno aveva già segnato il massimo giornaliero di petrolio iraniano uscito da Hormuz dall'inizio del conflitto: che i prezzi cedano anche in quello scenario indica che per il mercato la domanda non è più «se i flussi riprenderanno» ma «quanto a lungo reggeranno». Il waiver da 60 giorni è il perimetro entro cui questa risposta dovrà formarsi, con le riserve strategiche statunitensi già ai minimi dal 1983 come sfondo.

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Iran: 6 milioni di barili escono da Hormuz, record da inizio guerra

Tre superpetroliere con 6 milioni di barili di greggio hanno attraversato lo Stretto di Hormuz nella mattinata di lunedì 22 giugno 2026: il quantitativo giornaliero più alto di petrolio iraniano uscito in aperto dal porto di Kharg Island dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio. L'Iran non attende che la situazione diplomatica si stabilizzi — sta liberando i barili bloccati dal cordone navale americano degli ultimi due mesi alla velocità più alta mai registrata dall'apertura delle ostilità.

Le tre navi puntano su Singapore

Le superpetroliere navigavano con AIS attivo, dichiarando come destinazione le acque al largo di Singapore: area nota per i trasbordi da nave a nave che precedono la consegna finale alle raffinerie indipendenti cinesi, i cosiddetti teapot. Navigare con identificativo visibile, anziché "dark", è un cambio di registro rispetto alle abitudini degli ultimi mesi: segnala che l'Iran considera il corridoio di Hormuz praticabile alla luce del sole.

La pressione commerciale accumulata spiega la velocità. Come avevamo riportato, il 18 giugno 2026 un memorandum aveva garantito il transito libero per sessanta giorni; il 19 giugno una prima nave era stata tra le prime ad attraversare lo stretto dopo l'accordo. Il flusso del 22 giugno rappresenta la prima vera accelerazione in volume.

Riapertura Hormuz: petrolio iraniano e traffico riprendono
Una petroliera al largo delle coste italiane. Foto di DeLuca G su Pexels

Armatori occidentali ancora cauti

Il recupero non procede in modo uniforme. Gli armatori e le assicurazioni occidentali mantengono una posizione attendista: i segnali sulla reale sicurezza della rotta sono ancora considerati contraddittori. La risposta è stata più rapida tra gli operatori asiatici, già attivi nel mercato del greggio iraniano, rispetto alle flotte europee e americane.

Nel frattempo, Kuwait ha offerto caricamenti di greggio del Golfo ai produttori che cercano uno sbocco via Hormuz, e petroliere indiane sono ricomparse nella zona dello stretto, confermando un ritorno graduale al traffico ordinario.

Tre superpetroliere e una domanda aperta

I 6 milioni di barili spostati lunedì sono la prova concreta che l'Iran ha ancora la capacità logistica per riprendere i volumi pre-blocco. Se questo ritmo si mantiene, il deficit di esportazioni accumulato nelle settimane di blocco navale potrebbe essere assorbito in tempi brevi.

Il vincolo rimane il quadro diplomatico: i negoziati tra Stati Uniti e Iran su un accordo di pace duraturo sono in corso, ma il memorandum del 18 giugno copre solo sessanta giorni. Se l'intesa regge, tre superpetroliere in una mattina potrebbero rivelarsi l'inizio di un cambiamento strutturale nei flussi del Golfo Persico.

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Hormuz: la riapertura dipende da Libano e waivers USA

Il memorandum del 18 giugno 2026 che ha garantito il transito libero attraverso lo Stretto di Hormuz per sessanta giorni regge su due condizioni esterne: la tenuta della tregua in Libano e il mantenimento dei waivers commerciali USA sulle esportazioni iraniane. Entrambe sfuggono alla diretta influenza delle parti firmatarie, e qualunque deterioramento su questi fronti può tradursi immediatamente in nuovi blocchi al passaggio delle petroliere.

Waivers USA e tregua in Libano: le due condizioni

L'apertura di Hormuz non è il risultato di un accordo tecnico-marittimo autonomo: dipende da equilibri politici regionali e da una scelta discrezionale di Washington. I waivers commerciali consentono alle esportazioni iraniane di raggiungere i mercati internazionali; la tregua in Libano è la condizione politico-militare implicita. Entrambe sono reversibili nel breve periodo.

Goldman Sachs stima un recupero massimo al 70% dei livelli pre-conflitto — il 30% rimanente rappresenta un deficit che gli operatori già scontano come strutturale, segno che il mercato non tratta l'accordo dei sessanta giorni come una soluzione permanente.

Condizioni geopolitiche e waivers per la riapertura dello Stretto di Hormuz
Navi da carico ancorate sull'oceano, viste dall'alto. Foto di Jeffry Surianto su Pexels

Premi assicurativi marittimi sotto pressione

I premi assicurativi marittimi restano elevati nonostante il transito sia tecnicamente ripreso il 19 giugno 2026 con l'attracco della petroliera GNL Disha a Dahej. L'instabilità strutturale si riflette nei costi di copertura: il mercato sconta la possibilità di nuove interruzioni prima della scadenza dei sessanta giorni.

Prima dello sblocco, oltre quaranta petroliere con 80 milioni di barili attendevano in rada: un'esposizione che ha mostrato quanto sia vulnerabile l'approvvigionamento globale a un singolo collo di bottiglia geopolitico.

L'accordo scade intorno al 17 agosto 2026 — sessanta giorni dal memorandum — e con due condizioni esterne che possono cambiare indipendentemente dalla volontà delle parti, ogni negoziato tra Washington e Teheran o ogni escalation in Libano diventa un evento a impatto diretto sui mercati energetici.

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Russia raziona benzina a Mosca: produzione -25% dopo i droni ucraini

La Russia raziona il carburante nella propria capitale. Dopo mesi di attacchi sistematici alle infrastrutture petrolifere, la produzione di benzina è crollata del 25% a giugno 2026, e i distributori di Mosca hanno introdotto limiti agli acquisti per i clienti. Una potenza che ha costruito la propria influenza globale sull'export di idrocarburi si trova ora a importare benzina dall'Asia.

La raffineria di Gazprom Neft: il colpo al cuore dell'approvvigionamento di Mosca

L'attacco ucraino alla raffineria di Gazprom Neft a Mosca ha eliminato fino al 40% dell'approvvigionamento di carburante della capitale. Sommando i danni all'impianto Taneco di Tatneft, i raid hanno rimosso complessivamente circa 600.000 barili al giorno di capacità di raffinazione. Il nodo non è la produzione di greggio: la Russia continua a estrarne milioni di barili ogni giorno. Il problema è a valle — raffinare quel greggio in benzina e diesel dopo che le infrastrutture di lavorazione sono state colpite ripetutamente.

Attacchi ucraini alle raffinerie russe: gasoline in calo del 25%, razionamento a Mosca
Pompa di benzina al tramonto in Austria. Foto di Michael Pointner su Pexels

Prezzi in rialzo da cinque settimane, acquisti contingentati ai distributori

Nei punti vendita di Rosneft, Lukoil, Tatneft e altri grandi operatori sono scattati i limiti agli acquisti per i clienti. I prezzi del carburante salgono da cinque settimane di fila, a un ritmo circa doppio rispetto all'inflazione generale. Il Cremlino ha risposto abbassando gli standard qualitativi dei carburanti, reindirizzando le forniture verso i consumatori prioritari e vietando le esportazioni di benzina fino alla fine di luglio 2026 per trattenere prodotto in patria. Nel frattempo, la Russia importa benzina attraverso i porti occidentali dall'Asia: una svolta strutturale per un paese che per decenni ha rifornito di idrocarburi mezzo mondo.

La vulnerabilità che i pozzi non possono correggere

Il caso russo mette in luce una frattura strutturale: la capacità estrattiva e quella di raffinazione sono vulnerabili in modo radicalmente diverso. Sottrarre 600.000 barili al giorno di lavorazione — la somma delle due raffinerie colpite — produce effetti immediati sul mercato interno, indipendentemente da quante estrazioni continuino. La riunione di crisi presieduta dal vice premier Alexander Novak per discutere la situazione del mercato domestico segnala che il governo federale non considera questo un problema congiunturale.

La campagna ucraina di colpire la raffinazione invece dell'estrazione ha trovato il punto di rottura di un sistema energetico che sembrava impenetrabile: non i pozzi, ma la catena tra greggio e pompa di benzina.

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Petrolio iraniano oltre il blocco USA: 4,8 milioni di barili già in mare

L'Iran ha già scelto il tempo: tre tanker della National Iranian Tanker Company (NITC) hanno attraversato il blocco navale americano prima ancora della cerimonia di firma prevista venerdì a Ginevra. Tehran punta a tradurre l'accordo in volumi commerciali prima che i 60 giorni di negoziati nucleari possano ridurre i margini di manovra.

I supertanker Diona e Hero2 aprono la rotta

I VLCC Diona e Hero2 della NITC hanno superato il perimetro del blocco USA trasportando complessivamente 3,8 milioni di barili di greggio iraniano, secondo dati AIS confermati da immagini satellitari elaborate da TankerTrackers.com. Si tratta, precisa il servizio di tracciamento, delle prime esportazioni di petrolio greggio iraniano da due mesi.

Un terzo tanker tracciato da Kpler ha lasciato la linea del blocco mercoledì 17 giugno con 1 milione di barili. La petroliera Stream della NITC si avvicina al blocco proveniente dalla zona economica esclusiva del Pakistan, dove aveva stazionato per sette settimane. Il VLCC Dan — rimasto silente nell'area dell'arcipelago di Riau dal 23 maggio — è ora in rotta verso l'Iran per il carico.

Accordo USA-Iran e riapertura dello Stretto di Hormuz
Petroliera naviga nel Mediterraneo al largo di Vado Ligure. Foto di DeLuca G su Pexels

"L'Iran non sta perdendo tempo nel rimettere in circolo le proprie petroliere", ha dichiarato Michelle Wiese Bockmann, senior maritime intelligence analyst di Windward.

Perché l'Iran brucia i tempi

Come avevamo riportato, il memorandum quadro firmato il 15 giugno 2026 apre 60 giorni di negoziati su nucleare, sanzioni e sicurezza regionale. Stando a persone informate sui dettagli citate dal Wall Street Journal, l'accordo che sarà formalizzato venerdì consente a Tehran di riprendere le vendite di petrolio e carburante immediatamente alla firma — non al termine dei negoziati.

Sommando i carichi documentati — 3,8 milioni di barili sui due VLCC della NITC più il milione tracciato da Kpler — i volumi già confermati in transito si attestano a 4,8 milioni di barili nelle prime ore successive all'annuncio dell'intesa. La petroliera Stream era ferma in Pakistan da sette settimane; il Dan era silente dal 23 maggio vicino all'arcipelago di Riau: la velocità di dispiegamento non è improvvisazione, ma esecuzione di una posizione pianificata in attesa del segnale politico.

Ogni barile esportato prima che i 60 giorni di negoziati producano nuove condizioni è un ricavo che non dipende dall'esito dei tavoli. Per i mercati energetici, la firma di venerdì a Ginevra non segna l'inizio del flusso iraniano — lo ratifica.

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Hormuz: due petroliere invertono rotta e puntano a Fujairah

Ancora prima che lo Stretto di Hormuz sia formalmente riaperto, il mercato tanker ha già deciso. Due navi cisterna che navigavano verso l'Africa hanno cambiato destinazione il 17 giugno 2026, dirette a Fujairah, il porto degli Emirati Arabi Uniti posizionato all'imbocco dello Stretto. È una mossa che traduce in spostamenti fisici di flotta ciò che il memorandum quadro USA-Iran del 15 giugno aveva segnalato sul piano diplomatico: la finestra si sta riaprendo, e chi vuole caricare greggio dal Golfo non aspetta il via libera ufficiale.

Un Suezmax diretto in Gabon e un VLCC verso il Sudafrica: entrambi virano

Le due navi sono di classi diverse. La prima è un Suezmax, originariamente diretto in Gabon: ora segnala Fujairah come destinazione. La seconda è un Very Large Crude Carrier (VLCC), inizialmente in rotta verso il Sudafrica, anch'essa virata verso lo stesso porto emiratino. I movimenti emergono da dati di tracciamento navale riportati da Bloomberg.

Fujairah si trova appena fuori dallo Stretto di Hormuz: posizionarsi lì adesso significa essere pronti a caricare greggio non appena il corridoio sarà dichiarato percorribile in sicurezza.

La prudenza del più grande operatore mondiale di petroliere

Non tutti gli operatori del settore condividono questo ottimismo preventivo. Jotaro Tamura, amministratore delegato di Mitsui OSK Lines, ha dichiarato al Financial Times che un ritorno sicuro richiederà "almeno qualche settimana, se non un mese". Tamura è netto sulle condizioni: "Non basta un semplice accordo tra i paesi coinvolti: deve essere concreto e tradursi nelle condizioni reali lungo lo Stretto di Hormuz, affinché le compagnie di navigazione possano sentirsi al sicuro nel passarci."

Petroliere cambiano rotta verso il Medio Oriente per la riapertura di Hormuz
Una petroliera al largo della Liguria. Foto di DeLuca G su Pexels

Posizione diversa da Lars Barstad, amministratore delegato di Frontline: "Sono molto ottimista: nel momento in cui la situazione cambierà e USA e Iran avranno raggiunto un'intesa — quantomeno per non attaccare le navi — i transiti riprenderanno rapidamente."

Il 18% della capacità normale: quanto pesa il gap da colmare

Come avevamo riportato, al momento della firma del memorandum quadro del 15 giugno 2026 lo Stretto operava a 25 transiti giornalieri contro i 140 pre-conflitto — meno del 18% della capacità normale. Il posizionamento preventivo delle due petroliere a Fujairah è coerente con questa dinamica: gli operatori con maggiore appetito al rischio si collocano vicino al Golfo per accorciare i tempi di reazione; chi ha flotte più esposte preferisce aspettare garanzie concrete.

La divergenza tra Tamura (settimane di attesa) e Barstad (ripresa immediata) non è una questione di stile comunicativo: riflette strutture di costo e profili di rischio genuinamente diversi tra i due operatori. Per i raffinatori asiatici che pianificano l'approvvigionamento di luglio, la differenza tra uno scenario di due settimane e uno di un mese è operativamente rilevante.

Il primo convoglio commerciale che attraversa Hormuz senza incidenti sarà il segnale concreto che entrambe le posizioni stavano attendendo.

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