Stretto di Hormuz: nuovi attacchi frenano i tanker e l’export di GNL

Il memorandum d'intesa firmato il 17 giugno tra Washington e Teheran era stato presentato come il passo che avrebbe normalizzato il traffico nello Stretto di Hormuz. Non è andata così: tra il 25 e il 28 giugno, una nuova sequenza di attacchi incrociati — un drone iraniano sulla portacontainer Ever Lovely, la risposta militare americana, poi l'assalto al petroliere M/T Kiku mentre trasportava oltre 2 milioni di barili di greggio — ha ridimostrato che il cessate il fuoco è operativo solo finché entrambe le parti decidono di rispettarlo. Il traffico di tanker, che aveva raggiunto il picco il 24 giugno, è già calato in modo significativo.

Il traffico di tanker rallenta dopo ogni ondata di attacchi

Lo Stretto di Hormuz è formalmente riaperto, ma opera in condizioni ancora lontane dalla normalità. La marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniana gestisce un sistema di quote giornaliere sui transiti; centinaia di navi restano bloccate nel Golfo; i premi assicurativi per il rischio bellico si mantengono molte volte sopra i livelli pre-guerra.

L'attacco di giovedì alla Ever Lovely ha spinto diversi armatori a sospendere i transiti in attesa di aggiornamenti sulla sicurezza del passaggio. Il CENTCOM americano ha poi chiarito la sequenza degli eventi: dopo i primi strike statunitensi in risposta all'attacco alla Ever Lovely, l'Iran ha scelto di violare il cessate il fuoco lanciando un drone kamikaze contro la M/T Kiku alle 4:30 ET di sabato mattina, mentre la nave transitava lo Stretto. Domenica sera le due parti hanno concordato una nuova pausa in attesa di colloqui previsti per questa settimana.

I produttori del Golfo caricano a passo forzato

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar continuano a spingere greggio e GNL fuori dai terminal del Golfo Persico nonostante la volatilità. Al porto saudita di Ras Tanura, quattro supertanker VLCC hanno caricato greggio dall'entrata in vigore del memorandum; uno ha già completato il transito di Hormuz ed è in rotta verso il Giappone. Le operazioni a Ras Tanura sono proseguite anche il giorno successivo a un incidente con elicottero — causa ancora ignota — che ha causato la morte di 14 persone nei pressi del porto domenica mattina.

Anche l'Iran ha riavviato i caricamenti dal terminale di Kharg Island: Washington ha sospeso le sanzioni sulle vendite di petrolio iraniano, anche in dollari, fino al 21 agosto, e Teheran corre a sfruttare la finestra di 60 giorni. Emirates e Qatar inviano metaniere attraverso Hormuz in modalità oscura — senza trasmettere la posizione AIS — per ridurre l'esposizione agli attacchi; alcuni carichi hanno già completato il transito.

I flussi complessivi dal Golfo si sono riportati attorno al 75% dei livelli pre-guerra, abbastanza da portare il Brent intorno a 72 dollari al barile — in calo di oltre il 20% rispetto ai picchi a tre cifre registrati durante i mesi di chiusura — e il WTI vicino a 70 dollari.

Tensioni US-Iran nello Stretto di Hormuz impattano supply petrolio e GNL
Nave cargo nel Bosporo a Istanbul, uno dei principali corridoi marittimi mondiali. Foto di K su Pexels

Il Pakistan cerca GNL d'emergenza dopo il weekend di Hormuz

Il caso del Pakistan rende visibile quanto sia fragile questa normalizzazione parziale. Pakistan LNG, il gestore statale delle importazioni, ha emesso una «richiesta urgente» per un cargo GNL con consegna tra il 30 giugno e il 4 luglio, con le offerte da presentare entro il 29 giugno: tempi da gestione di crisi, non da approvvigionamento ordinario.

Il paese aveva già pagato il prezzo più alto della crisi di Hormuz tra marzo e aprile, quando nessuna metaniera riusciva a uscire dal Golfo Persico. Senza le forniture a lungo termine del Qatar — bloccate dalla guerra — il Pakistan ha affrontato interruzioni di corrente e razionamento del carburante. Il primo sollievo è giunto con il cargo della Seapeak Magellan, metaniera a bandiera danese partita dal terminal americano di Sabine Pass il 31 marzo e arrivata al Port Qasim il 30 aprile: il cargo non proveniva dal Medio Oriente, e la sua ricezione ha segnato la fine di quasi due mesi di emergenza energetica.

Il fine settimana di attacchi ha rimesso il paese in modalità emergenza, perché la rotta via Hormuz rimane un rischio concreto e gli importatori non hanno certezza su quando i loro carichi potranno transitare il collo di bottiglia.

Il mercato ha scontato la tregua; la supply chain no

C'è una divergenza che i dati mettono in luce con chiarezza: i mercati finanziari hanno già incorporato gran parte della de-escalation (Brent -20% dai picchi), ma la supply chain fisica racconta una storia diversa. Pakistan LNG emette bandi d'emergenza. Gli armatori sospendono i transiti dopo ogni nuovo attacco. Le metaniere navigano in modalità oscura. Il sistema di quote dei Guardiani della Rivoluzione è ancora operativo.

Alcuni danni sono ormai strutturali. ExxonMobil ha dichiarato che due dei suoi treni GNL in Qatar hanno subito danni durante i combattimenti del primo trimestre 2026, con una perdita di capacità pari a circa il 3% della produzione upstream dell'anno precedente e tempi di recupero stimati in fino a cinque anni. Che la tregua regga o no, queste conseguenze non scompariranno con la firma di un nuovo documento.

La divergenza tra prezzo e operatività reale crea un rischio asimmetrico: se gli attacchi si intensificassero prima dei colloqui di questa settimana, i mercati si troverebbero a dover riprezzare al rialzo da una posizione di partenza già piuttosto compiacente.

Fonti

Riapertura Hormuz: il greggio inonda i mercati ma il surplus non è scontato

Il Brent è tornato a circa 73 dollari al barile, lo stesso livello di prima che la guerra nel Golfo Persico esplodesse il 28 febbraio 2026. Dopo l'accordo di tregua firmato il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran, decine di petroliere stanno lasciando lo Stretto di Hormuz cariche di greggio. Ma i mercati stanno prezzando uno scenario che la realtà fisica della logistica petrolifera ancora non conferma: la maggior parte del greggio in uscita appartiene a navi rimaste intrappolate per oltre 100 giorni di conflitto, non a nuova produzione. Il traffico in entrata — quello che serve a caricare gli stoccaggi a terra e far ripartire i giacimenti — resta fermo a un quarto dei volumi in uscita.

L'esodo a senso unico che sta illudendo i mercati

Chris Wright, Segretario all'Energia statunitense, ha dichiarato che i flussi in uscita hanno brevemente superato i 20 milioni di barili al giorno, sopra i livelli pre-bellici. Prima del conflitto il corridoio vedeva circa 125 attraversamenti giornalieri di tanker e trasportava un quinto del petrolio e gas mondiale.

La direzione del traffico racconta però una storia diversa. Nella scorsa settimana, per ogni quattro petroliere in uscita dallo Stretto ne è entrata solo una, secondo i dati LSEG. Il CEO di Phillips 66 stima tra 90 e 100 milioni di barili destinati a lasciare la regione. «Poi la domanda è: chi avrà il coraggio di rimandare le navi dentro? Riusciranno a ottenere un'assicurazione?».

I premi assicurativi per i mercantili che attraversano la regione restano eccezionalmente elevati. Il 26 giugno, a tregua in vigore, forze iraniane hanno fatto fuoco su un cargo taiwanese in transito nello Stretto, innescando una breve rappresaglia statunitense. L'episodio non ha interrotto il traffico, ma ha segnalato che la neonata Persian Gulf Strait Authority intende far sentire la presenza di Teheran sul corridoio.

Il team commodity di ING mette in guardia: «Il mercato si sta concentrando sulla ripresa dei flussi in uscita da Hormuz. Ma l'aumento riflette in gran parte navi precedentemente bloccate che lasciano il Golfo Persico. I flussi in entrata restano molto più modesti».

Contango, mini-glut e l'ombra del surplus 2027

La combinazione di tanker in uscita e domanda debole ha fatto scattare un segnale tecnico che non si vedeva dal 28 febbraio: il contango sul Brent. I futures con consegna ad agosto quotano sotto il contratto di settembre — il prezzo spot è inferiore a quello futuro. È il sintomo di un eccesso di offerta immediata, quello che gli analisti chiamano già mini-glut.

Il meccanismo è lineare. Le raffinerie asiatiche ed europee hanno già coperto il fabbisogno di luglio e agosto: i barili in arrivo dal Golfo rischiano di restare in mare come stoccaggio galleggiante per settimane. Il greggio angolano viene offerto a uno sconto di 10 dollari sul Brent datato — non accadeva da un decennio — e raffinerie cinesi stanno rivendendo cargo già acquistati.

Petroliere in convoglio nello Stretto di Hormuz al tramonto, il trasporto di greggio riprende dopo la tregua nel Golfo Persico
Decine di petroliere attraversano lo Stretto di Hormuz dopo l'accordo di tregua, ma il greggio in uscita è in gran parte quello rimasto bloccato durante oltre cento giorni di conflitto.

Daan Struyven, co-responsabile delle materie prime globali di Goldman Sachs, descrive così il momento: «Oggi si ottiene uno sconto per comprare un barile rispetto a domani, per via della debolezza della domanda asiatica sui greggi mediorientali. La riapertura sta andando bene e rapidamente».

Sul fronte della produzione, Rystad Energy stima che l'attività ferma nel Golfo sia scesa a 9,6 milioni di barili al giorno a metà giugno, dagli 11,7 milioni di tre settimane prima, con un ritorno ai livelli pre-guerra atteso per dicembre. L'Iran, se la sospensione delle sanzioni regge, potrebbe raggiungere 3,3 milioni di barili al giorno entro fine anno — sopra i livelli pre-conflitto.

L'Agenzia Internazionale dell'Energia prevede un calo dell'offerta globale di 3,9 milioni di barili al giorno nel 2026, seguito da un rimbalzo di circa 8 milioni nel 2027 fino a 110,3 milioni. La domanda recupererà molto più lentamente: lo sbilancio potrebbe creare un surplus di circa 5 milioni di barili al giorno l'anno prossimo. Ma Bart Melek, responsabile globale della strategia commodity di TD Securities, frena: «Il mercato potrebbe essere un po' troppo entusiasta sulla rapidità con cui l'offerta, e in particolare le scorte, si stabilizzeranno». La riserva strategica di petrolio statunitense è al livello più basso degli ultimi quattro decenni e riempire gli inventari globali richiederà volumi enormi.

Tra i dati e le proiezioni, un calcolo dà la misura della frizione tra mercati finanziari e logistica reale. Con un rapporto di 4 a 1 tra navi in uscita e in entrata, se i 90-100 milioni di barili in uscita stimati dal CEO di Phillips 66 si concretizzassero nelle prossime settimane, la capacità di carico in entrata si fermerebbe a circa 22-25 milioni di barili. Significa che oltre tre quarti del movimento è svuotamento di scorte accumulate durante il blocco, non nuova capacità produttiva immessa sul mercato.

Fertilizzanti e bollette: l'impatto sull'economia italiana

La tregua ha già prodotto effetti misurabili sui mercati agricoli. Alla Borsa Merci di Torino, l'urea agricola al 46% è scesa a 630-640 euro alla tonnellata il 25 giugno, in calo di 185 euro rispetto ai valori di maggio. Resta comunque 50 euro sopra i livelli pre-conflitto di fine febbraio (+8,54%). A Roma il differenziale è ancora più ampio: +28,63%. Almeno 20 navi cariche di concimi avevano già attraversato Hormuz prima dell'accordo, quando Teheran concesse un corridoio umanitario selettivo.

Per le famiglie italiane, la prospettiva è un risparmio stimato fino a 212 euro annui sulle bollette di luce e gas. Il beneficio non sarà immediato: gli operatori energetici europei coprono i propri acquisti con mesi di anticipo, e la trasmissione dei prezzi internazionali alle bollette richiede da 6 a 9 mesi. Per i contratti a prezzo fisso il calo arriverà solo al rinnovo; per i clienti in tutela la revisione trimestrale diluisce il vantaggio nel tempo.

Il conflitto aveva spinto il Brent fino a un picco speculativo di 126 dollari al barile e fatto lievitare la spesa energetica delle famiglie italiane tra 500 e 1.000 euro annui. Con la riapertura di Hormuz, il PIL italiano passa da una contrazione dello 0,4% nello scenario di crisi a un -0,2% in quello di distensione, con l'export manifatturiero che recupera il trend del 3,3%. Restano fattori di fragilità: i danni agli impianti del Golfo, le operazioni di sminamento dello Stretto — a cui l'Italia partecipa con le cacciamine Crotone e Rimini — e la scadenza della tregua fissata al 16 agosto 2026.

I mercati stanno prezzando una normalizzazione che i numeri fisici ancora non confermano. L'ammonimento di Tony Sycamore, analista di IG, chiude il cerchio: «Con il premio al rischio geopolitico che torna a insinuarsi nei prezzi, i mercati guarderanno con attenzione per capire se il traffico di petroliere riprende davvero o se questi ultimi ostacoli costringeranno i produttori a frenare gli aumenti di produzione pianificati». In ballo non c'è solo il prezzo alla pompa: c'è la differenza tra una tregua tattica di 60 giorni e un riequilibrio strutturale che richiederà mesi, forse anni.

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Petroliera colpita in Medioriente: futures in rialzo dopo Iran-Usa

Una petroliera è stata colpita in una nuova area di tensione in Medio Oriente, e i futures sul greggio hanno aperto in rialzo dopo gli attacchi tra Iran e Stati Uniti. L'escalation arriva in un momento in cui sembrava aprirsi una finestra negoziale per lo Stretto di Hormuz — e rimette in discussione quella fragile tregua.

La ripresa dei transiti di Hormuz di nuovo a rischio

Come avevamo riportato, dopo la riapertura dello stretto numerose petroliere avevano ripreso il transito nel Golfo Persico, con volumi di greggio iraniano in aumento rispetto all'inizio del conflitto. L'attacco colpisce esattamente quella ripresa: i mercati scontano ora il rischio concreto di nuove interruzioni alle forniture attraverso Hormuz.

Petroliera in transito nello Stretto di Hormuz al tramonto, con cielo drammatico e tensioni sul greggio in Medio Oriente
Una petroliera solca il Golfo Persico mentre il rialzo dei futures petroliferi segue l'escalation tra Iran e Stati Uniti.

Dal minimo recente, il greggio inverte la rotta

Il Brent aveva chiuso a 73 dollari al barile il 25 giugno, segnando un calo significativo rispetto ai massimi raggiunti durante il blocco dello stretto. Con i futures di nuovo in rialzo, il mercato torna a incorporare il premio di rischio geopolitico che si era progressivamente eroso con la distensione di giugno.

Se la spirale di attacchi dovesse proseguire, qualsiasi accordo di transito rischia di essere svuotato di efficacia prima della sua naturale scadenza. Per un mercato già reduce da mesi di volatilità, ogni escalation pesa doppio.

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Hormuz riaperto: Brent a $73 azzera i guadagni di guerra

Il mercato del petrolio sta cancellando l'intera scommessa di guerra. Con l'aumento del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz e l'avanzare dei colloqui di pace tra Washington e Teheran, il Brent è tornato in area 73 dollari al barile il 25 giugno 2026 — azzerando ogni premio di rischio geopolitico accumulato durante il blocco navale. Il WTI ha brevemente toccato quota inferiore ai 70 dollari, un livello che sarebbe sembrato impossibile nelle settimane in cui il greggio superava i 126 dollari.

La rotta dell'Oman e il crollo verticale dei prezzi

La riapertura procede, ma non ancora senza attriti. Le navi cisterna hanno iniziato a transitare attraverso la rotta alternativa via Oman, anche se alcune hanno invertito la rotta di fronte a difficoltà operative residue. Il Memorandum d'Intesa del 18 giugno ha aperto una finestra negoziale di 60 giorni per normalizzare il flusso, in attesa che sminamenti navali e coperture assicurative si completino. Proprio la settimana del 20 giugno il Brent era ancora in area 80-83 dollari: nei cinque giorni successivi la discesa è accelerata, portando il benchmark europeo a 73 dollari il 25 giugno.

La caduta dal picco bellico è netta: da oltre 126 dollari durante il blocco dello Stretto ai 73 dollari attuali, il Brent ha perso oltre il 42% — calcolo derivabile direttamente dai due valori citati, come (126-73)/126. Il ribasso cancella l'intera accumulazione speculativa legata al conflitto con l'Iran.

Oro sotto $4.000 e banche centrali in riposizionamento

Il raffreddamento energetico si propaga ai mercati finanziari in modo rapido. Il 25 giugno l'oro è sceso sotto i 4.000 dollari per la prima volta da novembre 2025, con un minimo di giornata a 3.976,30 dollari: anche il bene rifugio per eccellenza interpreta la fine del regime di emergenza geopolitica.

Riapertura dello Stretto di Hormuz e crollo del Brent sotto $75
Immagine generata con intelligenza artificiale.

Sul fronte tassi, le aspettative cambiano forma. Il mercato dei derivati ora prezza al 27% la probabilità di un rialzo della Federal Reserve nella riunione di luglio — in calo rispetto al 38,5% di circa dieci giorni prima. I tassi Fed restano fermi a 3,50-3,75%, confermati da Kevin Warsh, che guida la Federal Reserve. In Europa, l'Euribor a tre mesi è scivolato dal 2,417% del 17 giugno al 2,303% del 24 giugno: il mercato non considera più automatico un secondo inasprimento consecutivo della BCE dall'attuale 2,25%.

Gli analisti di UBS Wealth Management sostengono che "i mercati stanno sovrastimando la probabile entità dell'inasprimento monetario della BCE" e che il calo dei prezzi dell'energia "dovrebbe allentare la pressione sulla banca centrale". Prevedono "un ultimo rialzo dei tassi a settembre", con un aumento a luglio già considerato "improbabile". A temperare le aspettative resta, però, l'inflazione PCE di maggio 2026 al 4,1% annualizzato — con il dato core al 3,4%, entrambi ampiamente sopra il target Fed del 2%.

Le banche d'investimento divergono sul Brent 2026-2027

Le stime istituzionali per il greggio sono distanti quanto le incertezze geopolitiche che le alimentano:

IstituzioneBrent 2026Brent 2027
Goldman Sachs$85/barile (media annua)
JPMorgan$80/barile$64/barile
Capital Economics$75/barile (fine anno)$60/barile (fine anno)

Lo spread di 10 dollari tra la stima più alta e quella più bassa per il 2026 segnala quanto il mercato consideri ancora reversibile lo scenario distensivo. Sul 2027, la forchetta tra JPMorgan ($64) e Capital Economics ($60) disegna un contesto di offerta strutturalmente eccedente — compatibile con le dinamiche di contango già rilevate sul Brent. Il gas europeo, già in area 40-42 €/MWh, si muove nella stessa direzione.

La vera incognita non è il prezzo di oggi, ma la tenuta dei 60 giorni negoziali: se la diplomazia regge abbastanza a lungo da permettere la piena normalizzazione dei flussi attraverso lo Stretto, le proiezioni più conservative sul 2027 potrebbero smettere di essere il caso estremo e diventare il nuovo scenario base.

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Duma russa: norme fiscali d’emergenza contro la crisi carburanti

La Duma ha approvato il 24 giugno 2026 emendamenti al Codice fiscale per frenare la carenza di benzina e diesel che a giugno 2026 ha creato code ai distributori e aumenti di prezzo in diverse regioni russe. Più che una riforma strutturale, è una risposta tattica: gli attacchi ucraini con droni hanno colpito le raffinerie così duramente da rendere insufficiente la produzione domestica, e Mosca sta cercando di compensare su tutti i fronti disponibili — qualità del carburante, tempistiche di ammodernamento, importazioni.

Le misure: miscele, rinvii e sussidi all'import

Il pacchetto di emendamenti agisce su tre direttrici. Prima: un'autorizzazione a usare carburante di qualità inferiore nelle miscele con benzina da distillazione diretta, allargando la platea di materie prime utilizzabili dagli impianti colpiti. Seconda: il rinvio di alcuni interventi di ammodernamento delle raffinerie, mantenendo al contempo parte delle agevolazioni fiscali già esistenti. Terza: sussidi sulle importazioni di carburante, agganciati ai costi e ai prezzi di consegna dall'India.

Alexei Sazanov, vice ministro delle Finanze, ha difeso la legge davanti ai parlamentari: «Questa è una legge molto importante. Mira a stabilizzare la situazione sul mercato interno e ad aumentare l'offerta di carburante per autotrazione, sia attraverso la produzione nazionale sia tramite le importazioni». «In definitiva, saturare il mercato di carburante per autotrazione porterà alla stabilità dei prezzi», ha aggiunto.

Il parlamento russo approva modifiche fiscali per fronteggiare la crisi carburanti
Stazione di benzina deserta illuminata da luci arancioni durante la notte. Foto di lucas hegaard su Pexels

Produzione giù del 25%: i numeri dell'emergenza

I dati spiegano l'urgenza. La settimana del 24 giugno, la produzione russa di benzina si è attestata a circa 90.000 tonnellate metriche al giorno, il 25% in meno rispetto alla media giornaliera di giugno 2025. Le esportazioni via mare di prodotti petroliferi nella prima metà di giugno sono calate del 15% rispetto alla prima metà di maggio, effetto diretto delle manutenzioni non pianificate imposte dagli attacchi con droni.

Parallelamente il governo sta valutando un divieto di esportazione del diesel — benzina e carburante per jet sono già bloccati — e ha sondato la possibilità di importare carburante via mare. L'aggancio dei sussidi import ai prezzi dall'India si inserisce in una tendenza già segnalata: Mosca si è rivolta ai mercati asiatici per compensare i deficit produttivi interni.

L'incognita che la legge non può risolvere

Un calo del 25% della produzione rispetto a giugno 2025 non si recupera con agevolazioni fiscali. La riforma rende economicamente sostenibile operare in condizioni di emergenza — miscele di qualità ridotta, import più costoso, lavori rinviati — ma la variabile decisiva resta la velocità con cui le raffinerie danneggiate torneranno operative. Su questo, nessuna norma fiscale ha leva.

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India punta su greggio russo e carbone dopo la crisi Iran

Secondo analisti del settore energetico, con l'escalation del conflitto nella regione nell'ultimo quadrimestre del 2026, l'India avrebbe avviato una diversificazione decisa verso il greggio russo e il carbone per ridurre l'esposizione alle disruption mediorientali. Non si tratterebbe di una risposta di emergenza ma di una ricalibrazione strutturale: le stime circolate nelle ultime settimane suggeriscono che una piena ripresa delle forniture pre-conflitto resterebbe incerta, con percentuali di recupero inferiori ai livelli precedenti.

Hormuz non offre certezze oltre i sessanta giorni

Secondo fonti diplomatiche non confermate, un memorandum recente garantirebbe il transito libero nello Stretto di Hormuz per sessanta giorni, ma la clausola sarebbe vincolata al mantenimento della tregua in Libano e ai waivers commerciali statunitensi sulle esportazioni iraniane. Prima di un'eventuale riapertura, decine di petroliere con volumi ingenti di greggio risulterebbero ferme in rada; osservatori del settore segnalano che nelle ultime ore flussi di petrolio iraniano avrebbero attraversato lo Stretto — i più consistenti dall'inizio delle ostilità. La continuità di questi flussi dipende però da equilibri diplomatici che New Delhi non controlla.

India diversifica verso crude russo e carbone dopo fallout guerra Iran
Navi cargo ancorate presso serbatoi di stoccaggio petrolifero sulla costa. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Affidarsi al Golfo in questo scenario equivale, nell'analisi di diversi esperti, a esporsi a un rischio operativo strutturale. Il pivot verso Mosca risponde a questa logica.

Russia: fornitore di greggio, non più di prodotti raffinati

I danni agli impianti russi di raffinazione — attribuiti da analisti a operazioni militari ucraine — avrebbero ridotto significativamente la capacità produttiva: la Russia importerebbe oggi benzina dall'Asia, una svolta strutturale per un paese storicamente esportatore netto di idrocarburi. L'India può acquistare greggio russo a monte della raffinazione; Mosca però non garantirebbe più le stesse forniture raffinate rispetto al periodo pre-conflitto.

Quello che emerge, secondo questa lettura, è un'equazione inedita: New Delhi si rivolgerebbe a Mosca per l'upstream, mentre Mosca cerca nell'Asia il downstream che ha perso.

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Russia: crisi benzina e diesel, governo studia il ban all’export

Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno innescato una crisi energetica che attraversa tutta la Russia, dalla Siberia ai mercati centrali. Il governo sta valutando un ban completo alle esportazioni di diesel — una misura straordinaria che rivela quanto profondamente i raid abbiano intaccato la logistica dell'intera filiera.

La disruption si estende dalla Siberia al cuore del paese

La carenza di carburante non è localizzata: coinvolge diverse regioni del paese, incluse alcune aree siberiane, le più lontane dalle zone di conflitto. Benzina e diesel scarseggiano nei punti vendita mentre i prezzi salgono. La crisi mostra che il problema non riguarda solo la capacità produttiva delle singole raffinerie colpite, ma l'intera rete di distribuzione.

Gli attacchi hanno già ridotto la capacità di raffinazione di impianti legati a Gazprom Neft e Taneco — una riduzione che si sta ora traducendo in carenza strutturale sul mercato interno.

Crisi carburante Russia dopo attacchi raffinerie ucraine
Raffineria di petrolio con oleodotti a Trzebinia, Polonia. Foto di Jakub Pabis su Pexels

Il ban all'export di diesel come misura d'emergenza

Il vicepremier Alexander Novak ha dichiarato martedì, in una riunione di governo presieduta da Putin, che il governo sta valutando un blocco totale delle esportazioni di diesel per frenare l'emorragia di prodotto verso i mercati esteri e stabilizzare le scorte nazionali. Novak ha riconosciuto che la situazione del mercato carburanti russo era «non semplice», pur insistendo che restava sotto controllo. Si tratta di un'inversione significativa per un paese che storicamente esporta grandi quantità di prodotti petroliferi raffinati: lo stesso Novak, appena il 4 giugno a margine del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, aveva escluso la necessità immediata di un ban generalizzato, pur lasciando aperta la possibilità in caso di ulteriore deterioramento delle condizioni di mercato.

Secondo il quotidiano russo Vedomosti, le autorità stanno valutando anche importazioni di carburante e sussidi sui prodotti importati per calmierare i prezzi interni.

Un ban all'export protegge le scorte interne ma taglia le entrate valutarie in un momento in cui l'economia è già sotto pressione. Gli attacchi alle raffinerie hanno trasformato l'autosufficienza energetica russa — storicamente un punto di forza — in una vulnerabilità concreta, con effetti che si misurano adesso ai distributori.

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Hormuz si sblocca: Brent a 76,81 dollari, il mercato conta i transiti

Ogni petroliera che attraversa lo Stretto di Hormuz spinge i prezzi del greggio verso il basso. Martedì 23 giugno il Brent è sceso dell'1,4% a 76,81 dollari al barile — prosecuzione di un crollo già superiore al 3% nella seduta precedente — dopo che i dati di tracciamento navale hanno confermato il passaggio di due tanker con quasi 2 milioni di barili nella giornata di lunedì. Il mercato tratta ogni transito come un segnale in tempo reale sia dei flussi fisici sia dello stato delle trattative diplomatiche.

Il traffico riprende dopo le turbolenze di domenica

I flussi attraverso lo Stretto avevano rallentato domenica per i timori legati al transito sicuro dei natanti. Lunedì la situazione si è invertita. Neil Crosby, responsabile della ricerca di Sparta Commodities, ha segnalato che «i transiti negli ultimi giorni sono aumentati nettamente» e che il mercato li legge come proxy «sia per il petrolio fisico sia, forse, per quello cartaceo, e per i progressi diplomatici». Gli analisti di ING hanno sintetizzato l'effetto: «l'aumento graduale dei flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz continua a pesare sul mercato».

Il contesto di fondo rimane teso. Tehran aveva dichiarato chiuso il passaggio strategico, e il presidente statunitense Donald Trump aveva minacciato di riavviare il conflitto se l'Iran avesse ostacolato il traffico marittimo. La ripresa dei transiti ha ridimensionato quei rischi ma non li ha azzerati.

Stretto di Hormuz: flussi petroliferi in rialzo durante la crisi Iran-USA
Petroliera vista dall'alto in navigazione nel Mediterraneo. Foto di DeLuca G su Pexels

Il waiver da 60 giorni non basta a fugare i dubbi

Lunedì Washington ha concesso a Teheran un waiver alle sanzioni di 60 giorni a seguito dei colloqui di pace iniziali — la principale ragione del calo superiore al 3% registrato nella seduta. Lo scetticismo strutturale, però, rimane diffuso. Tim Waterer, analista capo di KCM Trade, ritiene che «la profonda sfiducia tra Washington e Teheran suggerisce che qualsiasi ritorno ai prezzi pre-guerra sarà probabilmente ritardato piuttosto che immediato».

Sul fronte delle scorte, i dati governativi statunitensi mostrano che la Strategic Petroleum Reserve è scesa a 331,2 milioni di barili, il livello più basso dal giugno 1983, effetto diretto dell'assottigliamento delle forniture durante la crisi.

Cosa segnalano i prezzi all'analista

Il WTI martedì ha ceduto l'1,2% a 72,99 dollari al barile. Calcolando a ritroso dal dato comunicato martedì, il Brent a 76,81 dollari è sceso di 1,09 dollari rispetto alla chiusura di lunedì attorno a 77,90 dollari — a sua volta già in ribasso di oltre il 3% dalla vigilia. Due sedute consecutive di cali confermano che il mercato sta aggiornando i prezzi transito per transito. Come avevamo riportato, il 22 giugno aveva già segnato il massimo giornaliero di petrolio iraniano uscito da Hormuz dall'inizio del conflitto: che i prezzi cedano anche in quello scenario indica che per il mercato la domanda non è più «se i flussi riprenderanno» ma «quanto a lungo reggeranno». Il waiver da 60 giorni è il perimetro entro cui questa risposta dovrà formarsi, con le riserve strategiche statunitensi già ai minimi dal 1983 come sfondo.

Fonti

Iran: 6 milioni di barili escono da Hormuz, record da inizio guerra

Tre superpetroliere con 6 milioni di barili di greggio hanno attraversato lo Stretto di Hormuz nella mattinata di lunedì 22 giugno 2026: il quantitativo giornaliero più alto di petrolio iraniano uscito in aperto dal porto di Kharg Island dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio. L'Iran non attende che la situazione diplomatica si stabilizzi — sta liberando i barili bloccati dal cordone navale americano degli ultimi due mesi alla velocità più alta mai registrata dall'apertura delle ostilità.

Le tre navi puntano su Singapore

Le superpetroliere navigavano con AIS attivo, dichiarando come destinazione le acque al largo di Singapore: area nota per i trasbordi da nave a nave che precedono la consegna finale alle raffinerie indipendenti cinesi, i cosiddetti teapot. Navigare con identificativo visibile, anziché "dark", è un cambio di registro rispetto alle abitudini degli ultimi mesi: segnala che l'Iran considera il corridoio di Hormuz praticabile alla luce del sole.

La pressione commerciale accumulata spiega la velocità. Come avevamo riportato, il 18 giugno 2026 un memorandum aveva garantito il transito libero per sessanta giorni; il 19 giugno una prima nave era stata tra le prime ad attraversare lo stretto dopo l'accordo. Il flusso del 22 giugno rappresenta la prima vera accelerazione in volume.

Riapertura Hormuz: petrolio iraniano e traffico riprendono
Una petroliera al largo delle coste italiane. Foto di DeLuca G su Pexels

Armatori occidentali ancora cauti

Il recupero non procede in modo uniforme. Gli armatori e le assicurazioni occidentali mantengono una posizione attendista: i segnali sulla reale sicurezza della rotta sono ancora considerati contraddittori. La risposta è stata più rapida tra gli operatori asiatici, già attivi nel mercato del greggio iraniano, rispetto alle flotte europee e americane.

Nel frattempo, Kuwait ha offerto caricamenti di greggio del Golfo ai produttori che cercano uno sbocco via Hormuz, e petroliere indiane sono ricomparse nella zona dello stretto, confermando un ritorno graduale al traffico ordinario.

Tre superpetroliere e una domanda aperta

I 6 milioni di barili spostati lunedì sono la prova concreta che l'Iran ha ancora la capacità logistica per riprendere i volumi pre-blocco. Se questo ritmo si mantiene, il deficit di esportazioni accumulato nelle settimane di blocco navale potrebbe essere assorbito in tempi brevi.

Il vincolo rimane il quadro diplomatico: i negoziati tra Stati Uniti e Iran su un accordo di pace duraturo sono in corso, ma il memorandum del 18 giugno copre solo sessanta giorni. Se l'intesa regge, tre superpetroliere in una mattina potrebbero rivelarsi l'inizio di un cambiamento strutturale nei flussi del Golfo Persico.

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Hormuz: la riapertura dipende da Libano e waivers USA

Il memorandum del 18 giugno 2026 che ha garantito il transito libero attraverso lo Stretto di Hormuz per sessanta giorni regge su due condizioni esterne: la tenuta della tregua in Libano e il mantenimento dei waivers commerciali USA sulle esportazioni iraniane. Entrambe sfuggono alla diretta influenza delle parti firmatarie, e qualunque deterioramento su questi fronti può tradursi immediatamente in nuovi blocchi al passaggio delle petroliere.

Waivers USA e tregua in Libano: le due condizioni

L'apertura di Hormuz non è il risultato di un accordo tecnico-marittimo autonomo: dipende da equilibri politici regionali e da una scelta discrezionale di Washington. I waivers commerciali consentono alle esportazioni iraniane di raggiungere i mercati internazionali; la tregua in Libano è la condizione politico-militare implicita. Entrambe sono reversibili nel breve periodo.

Goldman Sachs stima un recupero massimo al 70% dei livelli pre-conflitto — il 30% rimanente rappresenta un deficit che gli operatori già scontano come strutturale, segno che il mercato non tratta l'accordo dei sessanta giorni come una soluzione permanente.

Condizioni geopolitiche e waivers per la riapertura dello Stretto di Hormuz
Navi da carico ancorate sull'oceano, viste dall'alto. Foto di Jeffry Surianto su Pexels

Premi assicurativi marittimi sotto pressione

I premi assicurativi marittimi restano elevati nonostante il transito sia tecnicamente ripreso il 19 giugno 2026 con l'attracco della petroliera GNL Disha a Dahej. L'instabilità strutturale si riflette nei costi di copertura: il mercato sconta la possibilità di nuove interruzioni prima della scadenza dei sessanta giorni.

Prima dello sblocco, oltre quaranta petroliere con 80 milioni di barili attendevano in rada: un'esposizione che ha mostrato quanto sia vulnerabile l'approvvigionamento globale a un singolo collo di bottiglia geopolitico.

L'accordo scade intorno al 17 agosto 2026 — sessanta giorni dal memorandum — e con due condizioni esterne che possono cambiare indipendentemente dalla volontà delle parti, ogni negoziato tra Washington e Teheran o ogni escalation in Libano diventa un evento a impatto diretto sui mercati energetici.

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