L’India mette sul mercato quote di otto grandi aziende pubbliche per raccogliere miliardi di dollari e tappare la falla provocata dallo shock energetico legato allo Stretto di Hormuz. La stima è che alcune dismissioni possano fruttare fino a 1 miliardo di dollari ciascuna, con la Life Insurance Corporation of India (LIC) tra i nomi in cima alla lista. La mossa arriva dopo mesi in cui Nuova Delhi ha dovuto pagare il greggio a oltre 100 dollari al barile per garantirsi forniture alternative a quelle bloccate nel Golfo Persico.
Perché il governo indiano corre a vendere
L’India dipende per quasi il 90% del proprio consumo petrolifero dalle importazioni. Quando le tensioni militari tra Stati Uniti e Iran hanno paralizzato il traffico nello Stretto di Hormuz a fine febbraio 2026, il costo della bolletta energetica è esploso, mettendo sotto pressione rupia, crescita economica e deficit pubblico. Tra marzo e maggio il Paese ha dovuto acquistare petrolio a prezzi superiori a 100 dollari al barile pur di non restare a secco. Ora, con il Brent sceso intorno a 70 dollari al barile e i flussi di tanker in ripresa, il governo accelera sulle privatizzazioni parziali per rafforzare le finanze pubbliche e recuperare margine di manovra.
Quali società finiscono sul mercato
Il piano riguarda otto società statali, tra cui colossi assicurativi e bancari. L’operazione su LIC potrebbe da sola valere 1 miliardo di dollari. Le fonti consultate da Bloomberg, che per prime hanno riportato l’indiscrezione, non dettagliano l’intera lista, ma il disegno è chiaro: usare i gioielli di Stato per attrarre investitori globali in un momento in cui i fondamentali macroeconomici indiani mostrano segnali di miglioramento.
La scommessa sui 70 dollari al barile
Nagesh Kumar, membro esterno del comitato di politica monetaria della Reserve Bank of India, ha dichiarato a Bloomberg che «prezzi del petrolio intorno a 70 dollari al barile e una ripresa del traffico di tanker nello Stretto di Hormuz ridurrebbero la pressione al rialzo sull'inflazione indiana e migliorerebbero le prospettive dell'economia». Se il greggio si stabilizzasse su questi livelli, l’India potrebbe tornare a crescere del 7% o più nell’anno fiscale 2026/2027, secondo le stime della banca centrale.
Tre fattori alimentano questa scommessa:
Il costo del paniere indiano di greggio è sceso dai picchi della scorsa primavera
I fondi globali stanno rientrando sulle borse indiane, che sovraperformano il resto dell’Asia
La riapertura di Hormuz, per quanto fragile, ha già liberato parte dell’offerta intrappolata
Un calcolo semplice mostra la posta in gioco: un differenziale di circa 30 dollari al barile tra lo scenario di emergenza (100$) e quello attuale (70$) su un fabbisogno importato vicino al 90% del consumo nazionale si traduce in decine di miliardi di dollari risparmiati su base annua. Le dismissioni servono a colmare il gap accumulato nei mesi critici, non a finanziare nuova spesa corrente.
La partita resta aperta. Se la tregua allo Stretto di Hormuz reggerà e i prezzi energetici continueranno a scendere, Nuova Delhi potrà piazzare le sue quote a valutazioni più alte. Altrimenti, la corsa alla liquidità rischia di trasformarsi in una svendita.
Dopo la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, lo Stretto di Hormuz è tornato ad aprirsi, facendo precipitare le quotazioni del petrolio. Nelle ultime sedute il Brent è scivolato sotto i 78 dollari al barile e il WTI ha toccato i 74 dollari, con un calo settimanale superiore all’11%. Il sollievo ha contagiato anche il gas europeo: all’hub TTF i prezzi sono scesi del 9% a circa 42 euro per megawattora. La fine della crisi energetica, però, non sarà immediata: tra scorte da ricostituire, navi bloccate e trattative ancora in bilico, il mercato del petrolio resta un equilibrio instabile.
Il crollo delle stime: Morgan Stanley vede il Brent a 75 dollari
Il rapido ritorno dei flussi petroliferi ha spinto le principali banche d’affari a rivedere al ribasso le previsioni. Morgan Stanley ha tagliato il proprio target sul Brent a 75 dollari al barile per il prossimo anno. Wood Mackenzie prevede una media di 78 dollari nel 2027, con un possibile calo fino a 70 dollari nel quarto trimestre di quell’anno. Per il 2026, la stessa società di analisi aveva stimato un prezzo medio di 92 dollari, gonfiato proprio dalla chiusura dello Stretto e dalla conseguente rimozione di circa 11 milioni di barili al giorno di offerta dal mercato.
Secondo Alan Gelder, Senior Vice President of Macro Oils di Wood Mackenzie, «se la chiusura fosse continuata, il Brent sarebbe salito sopra i 150 dollari al barile». E anche dopo l’accordo, «far tornare i barili è una sfida diversa dal raggiungere un’intesa. L’intera catena del valore, dal pozzo fino ai porti del Consiglio di Cooperazione del Golfo, impiegherà quasi un anno per recuperare completamente».
Quanto petrolio sta per tornare sul mercato (e quanto velocemente)
La riapertura dovrebbe liberare rapidamente circa 60 milioni di barili di greggio intrappolati su navi nel Golfo. Wood Mackenzie stima che il 70% della produzione chiusa durante il conflitto tornerà disponibile entro tre mesi, e il 90% entro sei mesi. L’ultimo 1 milione di barili al giorno, però, richiederà molto più tempo, perché coinvolge impianti danneggiati o logistiche più complesse.
Le petroliere tornano a navigare lo Stretto di Hormuz dopo l'intesa tra Stati Uniti e Iran, facendo calare il prezzo del Brent.
Il percorso resta disseminato di ostacoli. Il memorandum prevede che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo definitivo entro il 18 agosto, ma le tensioni sono tutt’altro che risolte. L’amministrazione americana vorrebbe riaprire lo Stretto nel giro di 14-30 giorni; la stampa di Stato iraniana ha invece annunciato che il transito sarà limitato a 7 ore al giorno nei soli giorni feriali, un segnale che Teheran intende mantenere una leva negoziale.
I fattori che hanno evitato un disastro peggiore
Il blocco di Hormuz non ha provocato uno shock paragonabile a quello del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina spinse il Brent a 139 dollari. Quattro elementi hanno fatto da ammortizzatore: la Cina ha ridotto la domanda, attingendo alle sue immense riserve strategiche stimate tra 1,2 e 1,4 miliardi di barili; gli Stati Uniti hanno aumentato produzione ed export, toccando un record storico di 5,8 milioni di barili al giorno di esportazioni nette ad aprile; i paesi IEA hanno attinto alle scorte strategiche rilasciando complessivamente 400 milioni di barili (di cui 172 milioni dagli USA); e il Pentagono ha scortato 200 navi cariche di 100 milioni di barili solo a maggio, equivalente a circa il 16% dei volumi normali.
Ora, con la riapertura, lo scenario si rovescia. Gli Stati Uniti si trovano però con riserve strategiche scese a 340,3 milioni di barili, il livello più basso dal 1983, e la necessità di ricostituire le scorte in tutto l’Occidente agirà da freno a un crollo verticale delle quotazioni.
L’ostacolo invisibile: carene incrostate e logistica fragile
Anche a Hormuz riaperto, la normalizzazione non sarà istantanea per un motivo spesso trascurato: il biofouling. Le centinaia di navi rimaste ferme per settimane in acque calde hanno accumulato strati di alghe, balani e altri organismi sugli scafi. Pochi millimetri di incrostazioni bastano ad aumentare la resistenza idrodinamica e i consumi di carburante, rallentando i tempi di consegna e generando nuovi colli di bottiglia. Le compagnie dovranno ispezionare e pulire le carene prima di riprendere la piena operatività, un passaggio che aggiunge costi e ritardi proprio mentre il traffico cerca di recuperare il tempo perduto.
Un equilibrio fragile: il mercato resta esposto alla geopolitica
Se si prende come riferimento il picco di 126 dollari toccato durante la fase più acuta del conflitto, il nuovo target di 75 dollari fissato da Morgan Stanley equivale a un calo di oltre il 40%. Una correzione violenta, alimentata dalla prospettiva di un’improvvisa abbondanza di greggio. Eppure, il mercato rimane appeso alla tenuta di un’intesa diplomatica fragile, con Israele che contesta le restrizioni in Libano e l’Iran che rivendica il controllo dello Stretto. Ogni incidente potrebbe riaccendere il premio al rischio e far impennare di nuovo i prezzi. Come ha sintetizzato Gelder, «far tornare i barili è una sfida diversa dal raggiungere un accordo»: la strada verso i 70 dollari sarà accidentata, e l’industria energetica globale dovrà convivere ancora a lungo con un equilibrio instabile.
La domanda mondiale di gas naturale liquefatto toccherà quasi 700 milioni di tonnellate annue entro il 2050, con un balzo del 65% rispetto ai 422 milioni del 2025. A spingere la corsa è l’Asia, che cerca alternative al carbone e vede esplodere il fabbisogno energetico dei data center. Ma nel 2026 il commercio globale resta paralizzato dalla crisi dello Stretto di Hormuz, che ha congelato un quinto dell’offerta mensile e reso incerti i volumi dell’anno in corso.
La strozzatura di Hormuz congela la crescita 2026
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha bloccato circa un quinto dell’offerta globale mensile di GNL, chiudendo di fatto la via d’acqua più critica per il trasporto del gas dal Golfo Persico. Shell, il maggiore trader mondiale di GNL, stima che il commercio globale nel 2026 resterà piatto rispetto ai 422 milioni di tonnellate del 2025, sempre che i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz tornino alla normalità entro l’estate.
L’ottimismo è frenato dagli eventi recenti. Il cessate il fuoco è rimasto fragile, con intermittenti interruzioni nei flussi attraverso lo stretto. Shell stessa mette in guardia: se la riapertura dello stretto subirà nuovi scossoni, l’offerta potrebbe contrarsi ulteriormente.
Nel primo semestre 2026 le importazioni asiatiche di GNL sono scese a 127,70 milioni di tonnellate, in calo di quasi il 4% rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo i dati Kpler. La domanda dei paesi dell’Asia meridionale sensibili ai prezzi è stata la più colpita.
“The conflict created a system-wide shock with disruption cascading across all segments of the economy, but the LNG industry has proved resilient and able to adapt to changing market conditions” – Cederic Cremers, presidente della divisione Integrated Gas di Shell.
Asia e data center: i motori strutturali della domanda
A dispetto della crisi immediata, la prospettiva di lungo periodo resta solidamente orientata alla crescita. Shell prevede che Asia meridionale e sud-orientale rappresenteranno circa il 40% delle importazioni globali di GNL entro il 2050. Per soddisfare il fabbisogno complessivo di gas, queste regioni avranno bisogno di circa 300 milioni di tonnellate annue di GNL.
La domanda di GNL crescerà del 65% entro il 2050, ma la crisi dello Stretto di Hormuz congela un quinto dell'offerta globale nel 2026.
La spinta arriva da due direzioni convergenti:
Sostituzione del carbone: i paesi emergenti asiatici cercano alternative a minori emissioni per la generazione elettrica e l’industria.
Data center: nei mercati maturi come il Giappone, l’espansione dell’intelligenza artificiale sta creando una nuova e consistente domanda di energia elettrica.
Entro il 2030 sono attesi circa 180 milioni di tonnellate annue di nuova offerta, grazie all’avvio di impianti di liquefazione in Nord America e al miglioramento delle performance di quelli esistenti. Questo afflusso migliorerà disponibilità e accessibilità del gas, aprendo nuovi mercati.
Prezzi spot in calo ma nuovi investimenti restano cruciali
I prezzi spot asiatici del GNL hanno toccato un picco superiore a 20 dollari per milione di BTU durante la fase più acuta della crisi, per poi scendere fino a 15,35 $/mmBtu, ai minimi da quasi quattro mesi. Il calo riflette la speranza di un cessate il fuoco e una maggiore resilienza del mercato: i valori restano ben al di sotto di quelli registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
La calma dei prezzi, tuttavia, non deve illudere. Shell avverte che per sostenere la crescita attesa serviranno massicci investimenti aggiuntivi: circa 200 milioni di tonnellate annue di nuova capacità di liquefazione entro gli anni 2030-2040, oltre ai progetti già in costruzione.
“While more investment in both supply and demand infrastructure is needed, the long-term outlook remains strong and LNG will continue to be a stabilising force in the global energy system” – Cederic Cremers.
Cosa significa per l’Europa e per chi paga la bolletta
Il GNL continuerà a giocare un ruolo chiave nella sicurezza energetica europea, sostituendo il declino della produzione domestica di gas e bilanciando l’intermittenza delle rinnovabili. Ma il paradosso del 2026 è tutto qui: una traiettoria di lungo periodo tracciata dalla decarbonizzazione asiatica e dalla digitalizzazione, con un presente segnato dalla fragilità di un unico stretto.
Considerando l’aumento del 65% in 25 anni, il tasso di crescita composto annuo si attesta intorno al 2%: un ritmo costante che richiede però un’accelerazione degli investimenti proprio mentre la geopolitica rende più rischioso il finanziamento di nuovi terminal. La rapidità con cui il mercato tornerà a crescere dipenderà dalla durata della tregua a Hormuz e dalla capacità del settore di convertire le previsioni in progetti reali.
I prezzi del carburante stanno superando i 100 rubli al litro in diverse regioni della Russia, mentre le interruzioni alle raffinerie colpite da attacchi di droni si propagano ben oltre i confini russi. La crisi ha già raggiunto Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, dove governi e consumatori affrontano rincari improvvisi e una corsa ad approvvigionamenti alternativi da Kazakhstan, Azerbaigian, Cina e Iran. Non è solo un problema di approvvigionamento: è una frattura nella rete logistica che per decenni ha legato Mosca alle repubbliche ex-sovietiche.
Il Kirghizistan tampona con le riserve, ma i rincari arrivano lo stesso
Il Kirghizistan dispone di scorte sufficienti per circa sei settimane, come ha confermato Kanat Eshatov, capo dell’Association of Oil Traders. Le forniture restano stabili, ma il prezzo della benzina ha già toccato 45 soms al litro e il governo ha scelto una strategia di aumenti graduali: «C’è l’opportunità di non alzare i prezzi bruscamente, ma di aumentarli gradualmente, di 1 som ogni due settimane», ha dichiarato il primo vice primo ministro Daniyar Amangeldiev.
Per una famiglia che usa l’auto ogni giorno nella congestionata Bishkek, il colpo è diretto. Un tassista ha raccontato che lo stesso tragitto è passato da 1.200 a 1.700 soms, erodendo margini già risicati. La formula degli aumenti dilazionati protegge dalla scarsità immediata, ma non dall’erosione del potere d’acquisto.
Il Tagikistan è il più esposto: dipende dalla Russia per l’84% dell’import
Con 11 milioni di abitanti, il Tagikistan è il paese più vulnerabile della regione. Nel 2025, l’84% dei prodotti petroliferi importati proveniva dalla Russia. A Khujand, seconda città del paese con 191.000 persone, il diesel è schizzato da 9,60 a 13,50 somoni al litro in poche settimane — un aumento di oltre il 40%.
L'ondata di rincari del carburante dalla Russia si propaga in Asia Centrale, dove file interminabili ai distributori e mercato nero segnano l'emergenza.
A complicare il quadro, il governo tagiko ha introdotto una tassa ambientale di 30 euro per tonnellata su benzina e diesel importati. L’effetto combinato di dazi e interruzioni russe sta spingendo i prezzi in un territorio che per molti consumatori è già insostenibile. Le autorità locali attribuiscono i rincari a «fattori esterni», senza mai nominare esplicitamente Mosca.
Il nodo Kazakhstan e la vulnerabilità condivisa
Il Kazakhstan non ha ancora subito carenze gravi, ma resta esposto perché buona parte della sua infrastruttura di raffinazione e trasporto del gas dipende dalla Russia. Non è un paradosso: è l’eredità di un sistema integrato che nessuna diversificazione ha ancora scardinato.
Analisi: un’integrazione che si paga cara
Il dato tagiko — 84% di dipendenza da una sola fonte — è il numero che più di ogni altro racconta la fragilità di queste economie. Se si considera che la popolazione del Tagikistan è circa un terzo di quella uzbeka ma che la sua esposizione è molto più concentrata, si capisce perché Dushanbe stia pagando la crisi più di chiunque altro nella regione. La tassa ambientale da 30 euro a tonnellata, introdotta proprio mentre le forniture russe si interrompono, agisce da moltiplicatore: non è un costo laterale, è un secondo colpo sullo stesso fronte.
Per le repubbliche centro-asiatiche, la diversificazione degli approvvigionamenti non è più una scelta strategica a medio termine, ma una necessità immediata. Le rotte alternative verso Iran e Azerbaigian diventano vitali, ma servono infrastrutture e accordi che non si costruiscono in sei settimane.
Il paradosso è che Mosca, mentre fatica a rifornire il proprio mercato interno — con code alle stazioni di servizio, mercato nero in espansione e ipotesi di produzione di carburante di qualità inferiore per tamponare l’emergenza — sta trascinando con sé paesi che per decenni hanno costruito la propria sicurezza energetica proprio sull’asse con la Russia.
Quattro giorni dopo il memorandum USA-Iran del 15 giugno, il traffico sullo Stretto di Hormuz resta anemico e il saldo energetico globale non torna in pareggio. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Goldman Sachs avvertirebbe che i flussi petroliferi potrebbero recuperare al massimo il 70% dei livelli pre-conflitto — una soglia che, se confermata, riscriverebbe piani di fornitura, noli e stoccaggi su scala mondiale.
I sovrapprezzi marittimi entrano nei contratti annuali
L'impatto sui mercati di trasporto è già strutturale. Maersk ha introdotto dal 25 marzo 2026 un Emergency Bunker Surcharge per recuperare i costi straordinari del carburante. Il CEO Vincent Clerc ha definito lo shock energetico «senza precedenti per dimensione, velocità e distorsioni create», quantificando il danno in circa 500 milioni di dollari al mese per il gruppo. Hapag-Lloyd ha introdotto un analogo Emergency Fuel Surcharge con costi aggiuntivi tra 50 e 60 milioni di euro alla settimana (tra 58 e 70 milioni di dollari): «naturalmente cerchiamo di trasferirlo a valle, come quando si va al distributore e si paga un prezzo più alto della benzina», ha dichiarato il CEO Rolf Habben Jansen.
Nave cisterna petrolifera ripresa dall'alto durante la navigazione in oceano. Foto di DeLuca G su Pexels
Questi sovrapprezzi confluiranno nei contratti annuali il 1° luglio 2026 tramite il meccanismo BAF (Bunker Adjustment Factor). Per anticiparli, i caricatori hanno già accelerato i carichi: il porto di Los Angeles ha registrato 449.370 TEU importati a maggio — secondo livello mensile più alto mai rilevato, +26% rispetto a maggio 2025. Le aziende operano con orizzonti di pianificazione sempre più brevi, sfruttando ogni finestra disponibile prima dei rincari.
Abu Dhabi adatta la logistica, armatori in attesa
Sul fronte produttivo, Abu Dhabi ha ordinato ai compratori di caricare le petroliere dall'interno dello Stretto, adeguando la propria logistica alle condizioni operative correnti. Arabia Saudita ed Emirati preparano percorsi alternativi per aggirare il collo di bottiglia — una riorganizzazione che ridisegna la mappa logistica del greggio del Golfo. Gli armatori, intanto, preferiscono la cautela a qualsiasi corsa immediata.
Analisi: il 30% mancante non è un'anomalia transitoria
Sommando i costi aggiuntivi dichiarati da Maersk ($500M/mese) e Hapag-Lloyd (fino a $280M/mese, calcolando $70M/settimana × 4 settimane), l'impatto complessivo per il settore container supera già 780 milioni di dollari mensili — prima ancora che si quantifichi il greggio non ripristinato. Se la proiezione attribuita a Goldman Sachs al 70% trovasse conferma, quel 30% mancante non sarebbe una parentesi. I sovrapprezzi sono già incorporati nei contratti; il ridisegno logistico è in corso. Chi importa greggio dal Golfo non sta aspettando un ritorno alla normalità: sta pianificando per una normalità diversa.
Il memorandum d'intesa firmato il 17 giugno tra Washington e Teheran era stato presentato come il passo che avrebbe normalizzato il traffico nello Stretto di Hormuz. Non è andata così: tra il 25 e il 28 giugno, una nuova sequenza di attacchi incrociati — un drone iraniano sulla portacontainer Ever Lovely, la risposta militare americana, poi l'assalto al petroliere M/T Kiku mentre trasportava oltre 2 milioni di barili di greggio — ha ridimostrato che il cessate il fuoco è operativo solo finché entrambe le parti decidono di rispettarlo. Il traffico di tanker, che aveva raggiunto il picco il 24 giugno, è già calato in modo significativo.
Il traffico di tanker rallenta dopo ogni ondata di attacchi
Lo Stretto di Hormuz è formalmente riaperto, ma opera in condizioni ancora lontane dalla normalità. La marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniana gestisce un sistema di quote giornaliere sui transiti; centinaia di navi restano bloccate nel Golfo; i premi assicurativi per il rischio bellico si mantengono molte volte sopra i livelli pre-guerra.
L'attacco di giovedì alla Ever Lovely ha spinto diversi armatori a sospendere i transiti in attesa di aggiornamenti sulla sicurezza del passaggio. Il CENTCOM americano ha poi chiarito la sequenza degli eventi: dopo i primi strike statunitensi in risposta all'attacco alla Ever Lovely, l'Iran ha scelto di violare il cessate il fuoco lanciando un drone kamikaze contro la M/T Kiku alle 4:30 ET di sabato mattina, mentre la nave transitava lo Stretto. Domenica sera le due parti hanno concordato una nuova pausa in attesa di colloqui previsti per questa settimana.
I produttori del Golfo caricano a passo forzato
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar continuano a spingere greggio e GNL fuori dai terminal del Golfo Persico nonostante la volatilità. Al porto saudita di Ras Tanura, quattro supertanker VLCC hanno caricato greggio dall'entrata in vigore del memorandum; uno ha già completato il transito di Hormuz ed è in rotta verso il Giappone. Le operazioni a Ras Tanura sono proseguite anche il giorno successivo a un incidente con elicottero — causa ancora ignota — che ha causato la morte di 14 persone nei pressi del porto domenica mattina.
Anche l'Iran ha riavviato i caricamenti dal terminale di Kharg Island: Washington ha sospeso le sanzioni sulle vendite di petrolio iraniano, anche in dollari, fino al 21 agosto, e Teheran corre a sfruttare la finestra di 60 giorni. Emirates e Qatar inviano metaniere attraverso Hormuz in modalità oscura — senza trasmettere la posizione AIS — per ridurre l'esposizione agli attacchi; alcuni carichi hanno già completato il transito.
I flussi complessivi dal Golfo si sono riportati attorno al 75% dei livelli pre-guerra, abbastanza da portare il Brent intorno a 72 dollari al barile — in calo di oltre il 20% rispetto ai picchi a tre cifre registrati durante i mesi di chiusura — e il WTI vicino a 70 dollari.
Nave cargo nel Bosporo a Istanbul, uno dei principali corridoi marittimi mondiali. Foto di K su Pexels
Il Pakistan cerca GNL d'emergenza dopo il weekend di Hormuz
Il caso del Pakistan rende visibile quanto sia fragile questa normalizzazione parziale. Pakistan LNG, il gestore statale delle importazioni, ha emesso una «richiesta urgente» per un cargo GNL con consegna tra il 30 giugno e il 4 luglio, con le offerte da presentare entro il 29 giugno: tempi da gestione di crisi, non da approvvigionamento ordinario.
Il paese aveva già pagato il prezzo più alto della crisi di Hormuz tra marzo e aprile, quando nessuna metaniera riusciva a uscire dal Golfo Persico. Senza le forniture a lungo termine del Qatar — bloccate dalla guerra — il Pakistan ha affrontato interruzioni di corrente e razionamento del carburante. Il primo sollievo è giunto con il cargo della Seapeak Magellan, metaniera a bandiera danese partita dal terminal americano di Sabine Pass il 31 marzo e arrivata al Port Qasim il 30 aprile: il cargo non proveniva dal Medio Oriente, e la sua ricezione ha segnato la fine di quasi due mesi di emergenza energetica.
Il fine settimana di attacchi ha rimesso il paese in modalità emergenza, perché la rotta via Hormuz rimane un rischio concreto e gli importatori non hanno certezza su quando i loro carichi potranno transitare il collo di bottiglia.
Il mercato ha scontato la tregua; la supply chain no
C'è una divergenza che i dati mettono in luce con chiarezza: i mercati finanziari hanno già incorporato gran parte della de-escalation (Brent -20% dai picchi), ma la supply chain fisica racconta una storia diversa. Pakistan LNG emette bandi d'emergenza. Gli armatori sospendono i transiti dopo ogni nuovo attacco. Le metaniere navigano in modalità oscura. Il sistema di quote dei Guardiani della Rivoluzione è ancora operativo.
Alcuni danni sono ormai strutturali. ExxonMobil ha dichiarato che due dei suoi treni GNL in Qatar hanno subito danni durante i combattimenti del primo trimestre 2026, con una perdita di capacità pari a circa il 3% della produzione upstream dell'anno precedente e tempi di recupero stimati in fino a cinque anni. Che la tregua regga o no, queste conseguenze non scompariranno con la firma di un nuovo documento.
La divergenza tra prezzo e operatività reale crea un rischio asimmetrico: se gli attacchi si intensificassero prima dei colloqui di questa settimana, i mercati si troverebbero a dover riprezzare al rialzo da una posizione di partenza già piuttosto compiacente.
Il Brent è tornato a circa 73 dollari al barile, lo stesso livello di prima che la guerra nel Golfo Persico esplodesse il 28 febbraio 2026. Dopo l'accordo di tregua firmato il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran, decine di petroliere stanno lasciando lo Stretto di Hormuz cariche di greggio. Ma i mercati stanno prezzando uno scenario che la realtà fisica della logistica petrolifera ancora non conferma: la maggior parte del greggio in uscita appartiene a navi rimaste intrappolate per oltre 100 giorni di conflitto, non a nuova produzione. Il traffico in entrata — quello che serve a caricare gli stoccaggi a terra e far ripartire i giacimenti — resta fermo a un quarto dei volumi in uscita.
L'esodo a senso unico che sta illudendo i mercati
Chris Wright, Segretario all'Energia statunitense, ha dichiarato che i flussi in uscita hanno brevemente superato i 20 milioni di barili al giorno, sopra i livelli pre-bellici. Prima del conflitto il corridoio vedeva circa 125 attraversamenti giornalieri di tanker e trasportava un quinto del petrolio e gas mondiale.
La direzione del traffico racconta però una storia diversa. Nella scorsa settimana, per ogni quattro petroliere in uscita dallo Stretto ne è entrata solo una, secondo i dati LSEG. Il CEO di Phillips 66 stima tra 90 e 100 milioni di barili destinati a lasciare la regione. «Poi la domanda è: chi avrà il coraggio di rimandare le navi dentro? Riusciranno a ottenere un'assicurazione?».
I premi assicurativi per i mercantili che attraversano la regione restano eccezionalmente elevati. Il 26 giugno, a tregua in vigore, forze iraniane hanno fatto fuoco su un cargo taiwanese in transito nello Stretto, innescando una breve rappresaglia statunitense. L'episodio non ha interrotto il traffico, ma ha segnalato che la neonata Persian Gulf Strait Authority intende far sentire la presenza di Teheran sul corridoio.
Il team commodity di ING mette in guardia: «Il mercato si sta concentrando sulla ripresa dei flussi in uscita da Hormuz. Ma l'aumento riflette in gran parte navi precedentemente bloccate che lasciano il Golfo Persico. I flussi in entrata restano molto più modesti».
Contango, mini-glut e l'ombra del surplus 2027
La combinazione di tanker in uscita e domanda debole ha fatto scattare un segnale tecnico che non si vedeva dal 28 febbraio: il contango sul Brent. I futures con consegna ad agosto quotano sotto il contratto di settembre — il prezzo spot è inferiore a quello futuro. È il sintomo di un eccesso di offerta immediata, quello che gli analisti chiamano già mini-glut.
Il meccanismo è lineare. Le raffinerie asiatiche ed europee hanno già coperto il fabbisogno di luglio e agosto: i barili in arrivo dal Golfo rischiano di restare in mare come stoccaggio galleggiante per settimane. Il greggio angolano viene offerto a uno sconto di 10 dollari sul Brent datato — non accadeva da un decennio — e raffinerie cinesi stanno rivendendo cargo già acquistati.
Decine di petroliere attraversano lo Stretto di Hormuz dopo l'accordo di tregua, ma il greggio in uscita è in gran parte quello rimasto bloccato durante oltre cento giorni di conflitto.
Daan Struyven, co-responsabile delle materie prime globali di Goldman Sachs, descrive così il momento: «Oggi si ottiene uno sconto per comprare un barile rispetto a domani, per via della debolezza della domanda asiatica sui greggi mediorientali. La riapertura sta andando bene e rapidamente».
Sul fronte della produzione, Rystad Energy stima che l'attività ferma nel Golfo sia scesa a 9,6 milioni di barili al giorno a metà giugno, dagli 11,7 milioni di tre settimane prima, con un ritorno ai livelli pre-guerra atteso per dicembre. L'Iran, se la sospensione delle sanzioni regge, potrebbe raggiungere 3,3 milioni di barili al giorno entro fine anno — sopra i livelli pre-conflitto.
L'Agenzia Internazionale dell'Energia prevede un calo dell'offerta globale di 3,9 milioni di barili al giorno nel 2026, seguito da un rimbalzo di circa 8 milioni nel 2027 fino a 110,3 milioni. La domanda recupererà molto più lentamente: lo sbilancio potrebbe creare un surplus di circa 5 milioni di barili al giorno l'anno prossimo. Ma Bart Melek, responsabile globale della strategia commodity di TD Securities, frena: «Il mercato potrebbe essere un po' troppo entusiasta sulla rapidità con cui l'offerta, e in particolare le scorte, si stabilizzeranno». La riserva strategica di petrolio statunitense è al livello più basso degli ultimi quattro decenni e riempire gli inventari globali richiederà volumi enormi.
Tra i dati e le proiezioni, un calcolo dà la misura della frizione tra mercati finanziari e logistica reale. Con un rapporto di 4 a 1 tra navi in uscita e in entrata, se i 90-100 milioni di barili in uscita stimati dal CEO di Phillips 66 si concretizzassero nelle prossime settimane, la capacità di carico in entrata si fermerebbe a circa 22-25 milioni di barili. Significa che oltre tre quarti del movimento è svuotamento di scorte accumulate durante il blocco, non nuova capacità produttiva immessa sul mercato.
Fertilizzanti e bollette: l'impatto sull'economia italiana
La tregua ha già prodotto effetti misurabili sui mercati agricoli. Alla Borsa Merci di Torino, l'urea agricola al 46% è scesa a 630-640 euro alla tonnellata il 25 giugno, in calo di 185 euro rispetto ai valori di maggio. Resta comunque 50 euro sopra i livelli pre-conflitto di fine febbraio (+8,54%). A Roma il differenziale è ancora più ampio: +28,63%. Almeno 20 navi cariche di concimi avevano già attraversato Hormuz prima dell'accordo, quando Teheran concesse un corridoio umanitario selettivo.
Per le famiglie italiane, la prospettiva è un risparmio stimato fino a 212 euro annui sulle bollette di luce e gas. Il beneficio non sarà immediato: gli operatori energetici europei coprono i propri acquisti con mesi di anticipo, e la trasmissione dei prezzi internazionali alle bollette richiede da 6 a 9 mesi. Per i contratti a prezzo fisso il calo arriverà solo al rinnovo; per i clienti in tutela la revisione trimestrale diluisce il vantaggio nel tempo.
Il conflitto aveva spinto il Brent fino a un picco speculativo di 126 dollari al barile e fatto lievitare la spesa energetica delle famiglie italiane tra 500 e 1.000 euro annui. Con la riapertura di Hormuz, il PIL italiano passa da una contrazione dello 0,4% nello scenario di crisi a un -0,2% in quello di distensione, con l'export manifatturiero che recupera il trend del 3,3%. Restano fattori di fragilità: i danni agli impianti del Golfo, le operazioni di sminamento dello Stretto — a cui l'Italia partecipa con le cacciamine Crotone e Rimini — e la scadenza della tregua fissata al 16 agosto 2026.
I mercati stanno prezzando una normalizzazione che i numeri fisici ancora non confermano. L'ammonimento di Tony Sycamore, analista di IG, chiude il cerchio: «Con il premio al rischio geopolitico che torna a insinuarsi nei prezzi, i mercati guarderanno con attenzione per capire se il traffico di petroliere riprende davvero o se questi ultimi ostacoli costringeranno i produttori a frenare gli aumenti di produzione pianificati». In ballo non c'è solo il prezzo alla pompa: c'è la differenza tra una tregua tattica di 60 giorni e un riequilibrio strutturale che richiederà mesi, forse anni.
Una petroliera è stata colpita in una nuova area di tensione in Medio Oriente, e i futures sul greggio hanno aperto in rialzo dopo gli attacchi tra Iran e Stati Uniti. L'escalation arriva in un momento in cui sembrava aprirsi una finestra negoziale per lo Stretto di Hormuz — e rimette in discussione quella fragile tregua.
La ripresa dei transiti di Hormuz di nuovo a rischio
Come avevamo riportato, dopo la riapertura dello stretto numerose petroliere avevano ripreso il transito nel Golfo Persico, con volumi di greggio iraniano in aumento rispetto all'inizio del conflitto. L'attacco colpisce esattamente quella ripresa: i mercati scontano ora il rischio concreto di nuove interruzioni alle forniture attraverso Hormuz.
Una petroliera solca il Golfo Persico mentre il rialzo dei futures petroliferi segue l'escalation tra Iran e Stati Uniti.
Dal minimo recente, il greggio inverte la rotta
Il Brent aveva chiuso a 73 dollari al barile il 25 giugno, segnando un calo significativo rispetto ai massimi raggiunti durante il blocco dello stretto. Con i futures di nuovo in rialzo, il mercato torna a incorporare il premio di rischio geopolitico che si era progressivamente eroso con la distensione di giugno.
Se la spirale di attacchi dovesse proseguire, qualsiasi accordo di transito rischia di essere svuotato di efficacia prima della sua naturale scadenza. Per un mercato già reduce da mesi di volatilità, ogni escalation pesa doppio.
Il mercato del petrolio sta cancellando l'intera scommessa di guerra. Con l'aumento del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz e l'avanzare dei colloqui di pace tra Washington e Teheran, il Brent è tornato in area 73 dollari al barile il 25 giugno 2026 — azzerando ogni premio di rischio geopolitico accumulato durante il blocco navale. Il WTI ha brevemente toccato quota inferiore ai 70 dollari, un livello che sarebbe sembrato impossibile nelle settimane in cui il greggio superava i 126 dollari.
La rotta dell'Oman e il crollo verticale dei prezzi
La riapertura procede, ma non ancora senza attriti. Le navi cisterna hanno iniziato a transitare attraverso la rotta alternativa via Oman, anche se alcune hanno invertito la rotta di fronte a difficoltà operative residue. Il Memorandum d'Intesa del 18 giugno ha aperto una finestra negoziale di 60 giorni per normalizzare il flusso, in attesa che sminamenti navali e coperture assicurative si completino. Proprio la settimana del 20 giugno il Brent era ancora in area 80-83 dollari: nei cinque giorni successivi la discesa è accelerata, portando il benchmark europeo a 73 dollari il 25 giugno.
La caduta dal picco bellico è netta: da oltre 126 dollari durante il blocco dello Stretto ai 73 dollari attuali, il Brent ha perso oltre il 42% — calcolo derivabile direttamente dai due valori citati, come (126-73)/126. Il ribasso cancella l'intera accumulazione speculativa legata al conflitto con l'Iran.
Oro sotto $4.000 e banche centrali in riposizionamento
Il raffreddamento energetico si propaga ai mercati finanziari in modo rapido. Il 25 giugno l'oro è sceso sotto i 4.000 dollari per la prima volta da novembre 2025, con un minimo di giornata a 3.976,30 dollari: anche il bene rifugio per eccellenza interpreta la fine del regime di emergenza geopolitica.
Immagine generata con intelligenza artificiale.
Sul fronte tassi, le aspettative cambiano forma. Il mercato dei derivati ora prezza al 27% la probabilità di un rialzo della Federal Reserve nella riunione di luglio — in calo rispetto al 38,5% di circa dieci giorni prima. I tassi Fed restano fermi a 3,50-3,75%, confermati da Kevin Warsh, che guida la Federal Reserve. In Europa, l'Euribor a tre mesi è scivolato dal 2,417% del 17 giugno al 2,303% del 24 giugno: il mercato non considera più automatico un secondo inasprimento consecutivo della BCE dall'attuale 2,25%.
Gli analisti di UBS Wealth Management sostengono che "i mercati stanno sovrastimando la probabile entità dell'inasprimento monetario della BCE" e che il calo dei prezzi dell'energia "dovrebbe allentare la pressione sulla banca centrale". Prevedono "un ultimo rialzo dei tassi a settembre", con un aumento a luglio già considerato "improbabile". A temperare le aspettative resta, però, l'inflazione PCE di maggio 2026 al 4,1% annualizzato — con il dato core al 3,4%, entrambi ampiamente sopra il target Fed del 2%.
Le banche d'investimento divergono sul Brent 2026-2027
Le stime istituzionali per il greggio sono distanti quanto le incertezze geopolitiche che le alimentano:
Istituzione
Brent 2026
Brent 2027
Goldman Sachs
$85/barile (media annua)
—
JPMorgan
$80/barile
$64/barile
Capital Economics
$75/barile (fine anno)
$60/barile (fine anno)
Lo spread di 10 dollari tra la stima più alta e quella più bassa per il 2026 segnala quanto il mercato consideri ancora reversibile lo scenario distensivo. Sul 2027, la forchetta tra JPMorgan ($64) e Capital Economics ($60) disegna un contesto di offerta strutturalmente eccedente — compatibile con le dinamiche di contango già rilevate sul Brent. Il gas europeo, già in area 40-42 €/MWh, si muove nella stessa direzione.
La vera incognita non è il prezzo di oggi, ma la tenuta dei 60 giorni negoziali: se la diplomazia regge abbastanza a lungo da permettere la piena normalizzazione dei flussi attraverso lo Stretto, le proiezioni più conservative sul 2027 potrebbero smettere di essere il caso estremo e diventare il nuovo scenario base.
La Duma ha approvato il 24 giugno 2026 emendamenti al Codice fiscale per frenare la carenza di benzina e diesel che a giugno 2026 ha creato code ai distributori e aumenti di prezzo in diverse regioni russe. Più che una riforma strutturale, è una risposta tattica: gli attacchi ucraini con droni hanno colpito le raffinerie così duramente da rendere insufficiente la produzione domestica, e Mosca sta cercando di compensare su tutti i fronti disponibili — qualità del carburante, tempistiche di ammodernamento, importazioni.
Le misure: miscele, rinvii e sussidi all'import
Il pacchetto di emendamenti agisce su tre direttrici. Prima: un'autorizzazione a usare carburante di qualità inferiore nelle miscele con benzina da distillazione diretta, allargando la platea di materie prime utilizzabili dagli impianti colpiti. Seconda: il rinvio di alcuni interventi di ammodernamento delle raffinerie, mantenendo al contempo parte delle agevolazioni fiscali già esistenti. Terza: sussidi sulle importazioni di carburante, agganciati ai costi e ai prezzi di consegna dall'India.
Alexei Sazanov, vice ministro delle Finanze, ha difeso la legge davanti ai parlamentari: «Questa è una legge molto importante. Mira a stabilizzare la situazione sul mercato interno e ad aumentare l'offerta di carburante per autotrazione, sia attraverso la produzione nazionale sia tramite le importazioni». «In definitiva, saturare il mercato di carburante per autotrazione porterà alla stabilità dei prezzi», ha aggiunto.
Stazione di benzina deserta illuminata da luci arancioni durante la notte. Foto di lucas hegaard su Pexels
Produzione giù del 25%: i numeri dell'emergenza
I dati spiegano l'urgenza. La settimana del 24 giugno, la produzione russa di benzina si è attestata a circa 90.000 tonnellate metriche al giorno, il 25% in meno rispetto alla media giornaliera di giugno 2025. Le esportazioni via mare di prodotti petroliferi nella prima metà di giugno sono calate del 15% rispetto alla prima metà di maggio, effetto diretto delle manutenzioni non pianificate imposte dagli attacchi con droni.
Parallelamente il governo sta valutando un divieto di esportazione del diesel — benzina e carburante per jet sono già bloccati — e ha sondato la possibilità di importare carburante via mare. L'aggancio dei sussidi import ai prezzi dall'India si inserisce in una tendenza già segnalata: Mosca si è rivolta ai mercati asiatici per compensare i deficit produttivi interni.
L'incognita che la legge non può risolvere
Un calo del 25% della produzione rispetto a giugno 2025 non si recupera con agevolazioni fiscali. La riforma rende economicamente sostenibile operare in condizioni di emergenza — miscele di qualità ridotta, import più costoso, lavori rinviati — ma la variabile decisiva resta la velocità con cui le raffinerie danneggiate torneranno operative. Su questo, nessuna norma fiscale ha leva.