Iran-Hormuz: sei richieste bloccano la riapertura del petrolio
L’Iran ha messo nero su bianco le condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz: sei richieste che spaziano dalla fine della guerra al risarcimento danni. L’intesa con l’Oman per un nuovo corridoio di navigazione, definita “molto vicina” dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, non basterà a sbloccare il passaggio strategico da cui transitava un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas prima del conflitto. Per Teheran, la riapertura è subordinata a un cambiamento radicale della politica americana, e il messaggio è stato ribadito dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale e dalle Guardie della Rivoluzione.
Le sei condizioni che inchiodano Hormuz
L’8 agosto il segretario del massimo organo di sicurezza iraniano, Mohammad Baqer Zolghadr, ha elencato le richieste senza le quali lo Stretto resterà chiuso:
- fine delle minacce e delle azioni militari statunitensi contro l’Iran;
- cessazione permanente della guerra cominciata con gli attacchi di Stati Uniti e Israele il 28 febbraio 2026;
- ritiro delle forze navali e aeree americane dalle aree circostanti l’Iran;
- risarcimento dei danni di guerra;
- revoca delle sanzioni e dello “strangolamento” economico;
- sblocco degli asset iraniani congelati all’estero.
L’elenco è più di una lista di buone intenzioni: equivale a un reset della pressione militare ed economica che Washington esercita da cinque mesi. Il negoziato con l’Oman per un canale di transito temporaneo – che secondo fonti arabe avrebbe durata iniziale di 60 giorni senza pedaggi, con le navi in entrata instradate vicino alla costa iraniana e quelle in uscita sotto supervisione di Muscat – serve a Teheran come leva tecnica, non come sostituto di una resa politica. Lo ha chiarito il portavoce delle Guardie della Rivoluzione, Hossein Mohebbi: “Non appena gli Stati Uniti accetteranno le condizioni dell’Iran, lo Stretto di Hormuz sarà certamente riaperto”.
Traffico navale in caduta libera: −34% in una settimana, solo 6 petroliere
I numeri del transito fotografano un collasso che l’annuncio di un accordo imminente non ha fermato. Da lunedì a giovedì di questa settimana sono transitate attraverso Hormuz 33 navi, contro le 50 dello stesso periodo della settimana precedente – un calo del 34%. Ancora più severa la paralisi per il greggio: solo 6 petroliere hanno lasciato lo Stretto in uscita in questi primi giorni di agosto.
Se si confronta il dato attuale con la media prebellica di 130-140 transiti giornalieri, il volume è precipitato del 93,9% (appena 8,3 navi al giorno nella rilevazione più recente contro circa 135). Mercoledì, secondo i dati di monitoraggio, soltanto 2 navi hanno attraversato Hormuz, e a Bab el‑Mandeb ne è passata una sola, contro le 20 del giorno prima. L’effetto combinato dei due strozzature – il Golfo e il Mar Rosso – sta mantenendo il mercato petrolifero in uno stato di allerta che le rassicurazioni diplomatiche non riescono a scalfire.
Washington ottimista, Teheran gela le aspettative
Mentre il vicepresidente americano JD Vance dichiarava che gli Stati Uniti prevedono un ritorno dei flussi di petrolio e gas ai livelli prebellici e che l’Iran ha assicurato di non voler imporre pedaggi, la Repubblica islamica ha spento sul nascere ogni illusione. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha negato recisamente l’esistenza di negoziati diretti con Washington: “Non ci sono stati negoziati”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, considerato un moderato, ha ribadito che “nel Paese ci sono coesione, forza e unità e, per quanto ne so, l’Iran è considerato vittorioso e potente in questa guerra”.
Sul fronte americano, Donald Trump ha confermato colloqui e ha espresso la volontà di chiudere: “Vorrei fare un accordo, perché non voglio uccidere la gente”, per poi aggiungere la consueta linea rossa: “non può avere un’arma nucleare”. Vance, più cauto, ha ammesso che la partita è “complessa” e che si può assistere a “un passo avanti e due indietro”. Il disallineamento tra il cauto ottimismo della Casa Bianca e la rigidità delle condizioni iraniane indica che i due negoziati – quello tecnico con l’Oman e quello politico-strategico – viaggiano su binari separati, e solo il secondo può restituire fluidità al mercato energetico.
Perché il greggio resta sotto tensione
La divergenza tra le due narrazioni si traduce in un premio di rischio che i prezzi del greggio continuano a scontare. I sei punti iraniani non sono marginali: includendo la richiesta di risarcimento danni e il ritiro completo delle forze statunitensi, configurano una pace onerosa per Washington, politicamente difficile da accettare senza un mandato internazionale o una capitolazione. Intanto, la proposta di affidare all’Iran il controllo delle navi in entrata nel Golfo, emersa nei colloqui con l’Oman e già respinta dagli Stati Uniti secondo quanto riferito da Reuters, aggiunge un ulteriore ostacolo: anche se il corridoio temporaneo entrasse in funzione, le restrizioni assicurative e le sanzioni secondarie potrebbero scoraggiare gli armatori, mantenendo i flussi al di sotto della norma.
Il crollo del traffico a Hormuz e Bab el‑Mandeb ha già compresso l’offerta effettiva di greggio sui mercati spot; finché le sei richieste resteranno inevase, ogni rimbalzo delle quotazioni – con il Brent sopra 83 dollari e il WTI vicino a 78 – troverà alimento non nella speculazione, ma nell’assenza fisica di barili in partenza dal Golfo. Per i trader, il vero termometro non sarà l’annuncio di un accordo con l’Oman, ma il momento in cui le petroliere torneranno a solcare lo Stretto in numero misurabile in decine, non in unità.