UE, 21° pacchetto sanzioni Russia: banche, petrolio e deroghe
Il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca è stato approvato ieri, 23 luglio 2026, dopo settimane di trattative estenuanti. Il risultato è un compromesso che allarga il raggio delle misure restrittive a 32 nuove banche, a decine di navi della flotta ombra e al settore cripto, ma che sconta deroghe pesanti chieste da singoli Stati membri. Il caso più emblematico riguarda la compagnia greca Dynagas, a cui Bruxelles ha concesso di continuare a trasportare GNL russo verso i Paesi extra-UE, smussando quello che avrebbe potuto essere il pugno più duro contro il gas di Mosca.
Le misure chiave: banche, flotta ombra e criptovalute nel mirino
Il nuovo pacchetto introduce un’estensione del divieto di transazioni con l’UE per 32 banche russe o legate alla Russia, il numero più alto da diversi trimestri. Per la prima volta, il blocco viene esteso anche alle società che operano nel settore delle criptovalute, con l’obiettivo di chiudere i canali finanziari alternativi utilizzati per aggirare i divieti bancari.
Sul fronte marittimo, una nuova lista nera aggiunge tra le 30 e le 40 navi della cosiddetta flotta ombra russa, portando il totale delle unità sanzionate a oltre 660 (prima del 23 luglio la cifra ufficiale era 632). L’elenco comprende anche navi cisterna impiegate per il rifornimento in mare.
Sono state inoltre sanzionate decine di persone vicine al Cremlino e parte del complesso militare-industriale, compresi attori coinvolti nella produzione di droni a lungo raggio. Una misura pensata per ostacolare l’afflusso di tecnologia e componenti alla macchina bellica russa.
Il blocco dei visti per i veterani russi, su cui insistevano i Paesi baltici, è stato ridimensionato durante il negoziato: il divieto riguarderà soltanto i visti di breve durata e i combattenti direttamente coinvolti nelle operazioni militari, dopo che Stati come Francia, Grecia e Italia avevano sollevato obiezioni per le possibili ricadute sul turismo.
Il price cap sul petrolio bloccato a 44 dollari
Una delle novità più attese era il destino del tetto al prezzo del petrolio russo, che senza un intervento sarebbe scattato automaticamente verso l’alto già nella notte del 23 luglio. I Ventisette hanno deciso di congelarlo per 12 mesi al valore attuale di 44,1 dollari al barile (alcune fonti riportano 44 dollari esatti).
La scelta è figlia diretta dell’esplosione dei prezzi petroliferi globali, innescata dalla guerra nel Golfo e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Adeguare il cap al rialzo avrebbe significato dare ossigeno alle entrate di Mosca proprio mentre i mercati sono in tensione; mantenerlo a un livello molto inferiore ai prezzi correnti costringe invece i compratori asiatici e gli intermediari a operare al di fuori del sistema assicurativo e di trasporto occidentale, aumentando i costi e riducendo i margini del Cremlino.
Le deroghe: Dynagas e il GNL, la battaglia sul merluzzo
Il capitolo più controverso del negoziato ha riguardato il trasporto di GNL russo. La Grecia ha bloccato l’unanimità necessaria fino a ottenere un’esenzione di un anno – rinnovabile – per le compagnie con contratti pre-bellici. Ne beneficia in particolare la Dynagas dell’armatore George Prokopiou, che potrà continuare a movimentare gas liquefatto verso destinazioni extra-UE. Atene ha argomentato che un divieto generalizzato avrebbe favorito concorrenti non europei, come le flotte cinesi, senza danneggiare davvero le casse di Mosca.
Non sono passate invece altre misure paventate dalla Commissione. Il divieto graduale di importazione di pesce russo, in particolare merluzzo e il baccalà portoghese, è stato affossato dall’opposizione di Germania e Portogallo, che temevano ripercussioni sulle rispettive industrie di lavorazione. Il nome del patriarca ortodosso Kirill, candidato per la seconda volta a una sanzione individuale, è stato depennato in seguito alle resistenze della Bulgaria e alle perplessità italiane.
Unità europea al capolinea?
L’approvazione del pacchetto è avvenuta senza il veto dell’Ungheria – il nuovo governo post Orbán ha facilitato il percorso – ma il processo ha mostrato crepe profonde. «Con ogni nuovo round di sanzioni, mettiamo sotto pressione l’economia russa e la sua capacità di prolungare la guerra illegale», ha dichiarato l’Alta Rappresentante Kaja Kallas. Ma il depotenziamento del testo originale, denunciato da più fonti diplomatiche, segnala che la capacità collettiva di colpire Mosca si infrange sempre più spesso contro gli interessi nazionali.
Sul piano quantitativo, l’estensione alle navi della flotta ombra è significativa ma contenuta: se si prendono le 632 unità già sanzionate e vi si aggiungono le 30-40 di questo round, l’aumento è tra il 4,7% e il 6,3%. Un incremento chirurgico, più che un salto di scala, che lascia ancora fuori una porzione ampia del commercio parallelo di greggio e derivati. Il congelamento del price cap, nel frattempo, allarga il divario con i prezzi di mercato – un disincentivo reale per chi usa servizi occidentali, ma anche un incentivo a spostare i volumi su rotte e assicurazioni non regolate.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha accolto «con favore» l’intesa, definendola «sanzioni che continuano a indebolire la macchina da guerra russa» e che «impediscono che essa tragga beneficio dagli shock di mercato». L’efficacia vera del ventunesimo pacchetto, però, dipenderà dalla capacità di impedire che le deroghe concesse oggi diventino la regola di domani.