Offensiva ucraina nel cuore del petrolio russo: tre raffinerie colpite, benzina al 65% della domanda
L’Ucraina ha messo a segno nella notte tra il 9 e il 10 luglio 2026 una delle operazioni più devastanti contro l’infrastruttura energetica russa dall’inizio del conflitto. Droni e forze speciali di Kiev hanno colpito simultaneamente tre raffinerie, stazioni di pompaggio degli oleodotti e almeno nove petroliere nel Mar d’Azov. Il risultato immediato è una crisi logistica che, secondo fonti del settore, ha già costretto la Russia a coprire solo il 65% della domanda interna di benzina, con code alle stazioni di servizio e razionamenti in diverse regioni. La campagna ucraina di logoramento energetico, estesa ormai fino agli Urali e alla Siberia, mostra una capacità di penetrazione senza precedenti.
Gli impianti colpiti: Saratov, TANECO e TAIF-NK nel mirino
La raffineria di Saratov, una delle più grandi e antiche della Russia, è stata raggiunta da droni ucraini e ha subito danni che il governatore locale Roman Busargin ha attribuito a «siti industriali civili». Una persona è morta e diverse sono rimaste ferite. L’impianto, già bersagliato in passato, ha sospeso le operazioni.
Contemporaneamente, le forze ucraine hanno colpito gli stabilimenti TANECO e TAIF-NK a Nizhnekamsk, nella Repubblica del Tatarstan, a circa 1.400 chilometri dal territorio controllato da Kiev. TANECO, che nel 2024 ha processato 17 milioni di tonnellate di greggio, è dotata di unità di idrocracking, cracking catalitico e cokizzazione ritardata, il che la rende uno degli impianti tecnologicamente più avanzati del Paese. TAIF-NK, nello stesso anno, ha lavorato 6,6 milioni di tonnellate, equivalenti a 132.000 barili al giorno.
Un altro attacco ha raggiunto una stazione di pompaggio di prodotti petroliferi nel Bashkortostan, a 1.450 chilometri dal fronte. L’infrastruttura, parte del sistema Transneft-Ural, ha una capacità annua di 2 milioni di tonnellate.
La caccia alle petroliere e la strategia marittima
Nel Mar d’Azov, Kiev ha rivendicato di aver colpito nove petroliere nella sola notte del 9 luglio. Il comandante Robert «Magyar» Brovdi, delle forze dei sistemi senza pilota ucraini, ha parlato di una campagna giunta a «scala industriale». In 72 ore, il totale delle navi colpite sale a 21, di cui 19 petroliere, una nave mercantile e un traghetto, tutte operative vicino alla Crimea occupata e utilizzate per rifornire le truppe russe nel sud dell’Ucraina.
Attenzione ai numeri: l’agenzia RSI riporta 14 navigli colpiti nella notte del 9 luglio, mentre La Discussione e MarketScreener parlano di nove petroliere. La differenza è probabilmente dovuta al fatto che RSI conteggia tutte le unità navali attaccate nelle 24 ore precedenti, non solo le petroliere. Il governatore di Rostov, Yury Slyusar, ha ridimensionato l’accaduto affermando che le due autocisterne colpite nella sua regione erano vuote e che l’attacco ha causato solo due feriti, ma le immagini diffuse dai droni mostrano colonne di fumo e fiamme estese.
La crisi del carburante: razionamenti e divieti
La pressione simultanea su raffinerie e rotte logistiche ha generato una carenza generalizzata di carburante in Russia. In diverse regioni i distributori limitano i rifornimenti a 20 litri per automobile, e si sono formate code di ore. Mercoledì 9 luglio il governo russo ha annunciato un divieto temporaneo di esportazione di diesel fino al 31 luglio, per proteggere le scorte interne.
Margarita Simonyan, caporedattrice della rete RT finanziata dal Cremlino, ha riconosciuto la crisi in diretta televisiva: «Non c’è benzina», ha detto, aggiungendo: «Lo abbiamo sopportato. E lo sopporteremo adesso». Simonyan ha esortato i russi a non reagire contro la leadership del Paese, evocando il razionamento alimentare seguito al crollo dell’Unione Sovietica e paragonando il momento attuale a una prova di resilienza nazionale.
Le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, hanno definito gli attacchi alle petroliere «un’altra manifestazione dell’attività terroristica» ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky, da parte sua, ha rivendicato la legittimità dell’offensiva: «L’Ucraina sta giustamente rispondendo agli attacchi della Russia contro il nostro Paese e al prolungamento della guerra», e ha aggiunto: «I russi devono capire che è il loro Stato a condurre questa guerra».
La risposta russa e il contesto diplomatico
Nelle stesse ore, la Russia ha lanciato 94 droni d’attacco a lungo raggio e due missili balistici sull’Ucraina. Le difese aeree di Kiev sono riuscite a intercettare o neutralizzare 72 droni, ma 19 velivoli e i due missili hanno causato danni in 13 località. Attacchi missilistici hanno colpito la capitale, provocando almeno tre morti e 13 feriti, tra cui un bambino. A Odessa, un bombardamento russo ha ucciso quattro persone e ne ha ferite altre sei.
La NATO, riunita ad Ankara per il vertice dei leader, ha visto Zelensky incontrare il presidente statunitense Donald Trump. I due hanno discusso la possibilità di concedere all’Ucraina licenze per produrre intercettori Patriot e un accordo separato sui droni. Trump ha elogiato Zelensky: «Aveva l’attrezzatura migliore perché aveva la nostra attrezzatura. Ma qualcuno deve usare quell’attrezzatura. E ci sono molte persone coraggiose che usano quell’attrezzatura». L’incontro ha offerto a Kiev una vetrina per dimostrare la capacità della propria industria bellica di colpire in profondità il territorio russo.
Un salto di scala nella guerra dei droni
L’attacco coordinato a raffinerie distanti fino a 1.450 chilometri dal fronte, unito alla caccia alle petroliere nel Mar d’Azov, segna un cambiamento qualitativo nella campagna ucraina. La penetrazione di 2.700 chilometri fino a Omsk di lunedì scorso (dove l’impianto colpito processava 460.000 barili al giorno) aveva già dimostrato la portata dei nuovi vettori. Ma la simultaneità degli attacchi del 9-10 luglio — tre raffinerie, stazioni di pompaggio, naviglio mercantile — indica una capacità di coordinamento e intelligence che trasforma il logoramento energetico in una strategia operativa compiuta.
Il conto per Mosca è duplice: la produzione di benzina è scesa al 65% del fabbisogno, secondo quanto riportato da Reuters, e il blocco temporaneo delle esportazioni di diesel segnala che la crisi è percepita come strutturale, non episodica. Per la popolazione russa, le code ai distributori e le limitazioni d’acquisto sono il segno più tangibile di una guerra che il Cremlino ha a lungo descritto come lontana. Il vero banco di prova sarà la capacità della Russia di ripristinare la logistica petrolifera senza esporre nuove infrastrutture a una flotta di droni che sembra aver allargato il raggio d’azione più in fretta di quanto le difese aeree russe riescano a coprire.