Iran-Hormuz: sei richieste bloccano la riapertura del petrolio

L’Iran ha messo nero su bianco le condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz: sei richieste che spaziano dalla fine della guerra al risarcimento danni. L’intesa con l’Oman per un nuovo corridoio di navigazione, definita “molto vicina” dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, non basterà a sbloccare il passaggio strategico da cui transitava un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas prima del conflitto. Per Teheran, la riapertura è subordinata a un cambiamento radicale della politica americana, e il messaggio è stato ribadito dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale e dalle Guardie della Rivoluzione.

Le sei condizioni che inchiodano Hormuz

L’8 agosto il segretario del massimo organo di sicurezza iraniano, Mohammad Baqer Zolghadr, ha elencato le richieste senza le quali lo Stretto resterà chiuso:

  • fine delle minacce e delle azioni militari statunitensi contro l’Iran;
  • cessazione permanente della guerra cominciata con gli attacchi di Stati Uniti e Israele il 28 febbraio 2026;
  • ritiro delle forze navali e aeree americane dalle aree circostanti l’Iran;
  • risarcimento dei danni di guerra;
  • revoca delle sanzioni e dello “strangolamento” economico;
  • sblocco degli asset iraniani congelati all’estero.

L’elenco è più di una lista di buone intenzioni: equivale a un reset della pressione militare ed economica che Washington esercita da cinque mesi. Il negoziato con l’Oman per un canale di transito temporaneo – che secondo fonti arabe avrebbe durata iniziale di 60 giorni senza pedaggi, con le navi in entrata instradate vicino alla costa iraniana e quelle in uscita sotto supervisione di Muscat – serve a Teheran come leva tecnica, non come sostituto di una resa politica. Lo ha chiarito il portavoce delle Guardie della Rivoluzione, Hossein Mohebbi: “Non appena gli Stati Uniti accetteranno le condizioni dell’Iran, lo Stretto di Hormuz sarà certamente riaperto”.

Traffico navale in caduta libera: −34% in una settimana, solo 6 petroliere

I numeri del transito fotografano un collasso che l’annuncio di un accordo imminente non ha fermato. Da lunedì a giovedì di questa settimana sono transitate attraverso Hormuz 33 navi, contro le 50 dello stesso periodo della settimana precedente – un calo del 34%. Ancora più severa la paralisi per il greggio: solo 6 petroliere hanno lasciato lo Stretto in uscita in questi primi giorni di agosto.

Petroliera in navigazione nello Stretto di Hormuz tra coste rocciose, passaggio strategico per il commercio mondiale del petrolio
Una petroliera attraversa lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita gran parte del commercio mondiale di petrolio.

Se si confronta il dato attuale con la media prebellica di 130-140 transiti giornalieri, il volume è precipitato del 93,9% (appena 8,3 navi al giorno nella rilevazione più recente contro circa 135). Mercoledì, secondo i dati di monitoraggio, soltanto 2 navi hanno attraversato Hormuz, e a Bab el‑Mandeb ne è passata una sola, contro le 20 del giorno prima. L’effetto combinato dei due strozzature – il Golfo e il Mar Rosso – sta mantenendo il mercato petrolifero in uno stato di allerta che le rassicurazioni diplomatiche non riescono a scalfire.

Washington ottimista, Teheran gela le aspettative

Mentre il vicepresidente americano JD Vance dichiarava che gli Stati Uniti prevedono un ritorno dei flussi di petrolio e gas ai livelli prebellici e che l’Iran ha assicurato di non voler imporre pedaggi, la Repubblica islamica ha spento sul nascere ogni illusione. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha negato recisamente l’esistenza di negoziati diretti con Washington: “Non ci sono stati negoziati”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, considerato un moderato, ha ribadito che “nel Paese ci sono coesione, forza e unità e, per quanto ne so, l’Iran è considerato vittorioso e potente in questa guerra”.

Sul fronte americano, Donald Trump ha confermato colloqui e ha espresso la volontà di chiudere: “Vorrei fare un accordo, perché non voglio uccidere la gente”, per poi aggiungere la consueta linea rossa: “non può avere un’arma nucleare”. Vance, più cauto, ha ammesso che la partita è “complessa” e che si può assistere a “un passo avanti e due indietro”. Il disallineamento tra il cauto ottimismo della Casa Bianca e la rigidità delle condizioni iraniane indica che i due negoziati – quello tecnico con l’Oman e quello politico-strategico – viaggiano su binari separati, e solo il secondo può restituire fluidità al mercato energetico.

Perché il greggio resta sotto tensione

La divergenza tra le due narrazioni si traduce in un premio di rischio che i prezzi del greggio continuano a scontare. I sei punti iraniani non sono marginali: includendo la richiesta di risarcimento danni e il ritiro completo delle forze statunitensi, configurano una pace onerosa per Washington, politicamente difficile da accettare senza un mandato internazionale o una capitolazione. Intanto, la proposta di affidare all’Iran il controllo delle navi in entrata nel Golfo, emersa nei colloqui con l’Oman e già respinta dagli Stati Uniti secondo quanto riferito da Reuters, aggiunge un ulteriore ostacolo: anche se il corridoio temporaneo entrasse in funzione, le restrizioni assicurative e le sanzioni secondarie potrebbero scoraggiare gli armatori, mantenendo i flussi al di sotto della norma.

Il crollo del traffico a Hormuz e Bab el‑Mandeb ha già compresso l’offerta effettiva di greggio sui mercati spot; finché le sei richieste resteranno inevase, ogni rimbalzo delle quotazioni – con il Brent sopra 83 dollari e il WTI vicino a 78 – troverà alimento non nella speculazione, ma nell’assenza fisica di barili in partenza dal Golfo. Per i trader, il vero termometro non sarà l’annuncio di un accordo con l’Oman, ma il momento in cui le petroliere torneranno a solcare lo Stretto in numero misurabile in decine, non in unità.

Fonti

Hormuz, Iran verso divieto per navi Usa e Israele: petrolio su di 3 dollari

La bozza di legge iraniana che vieta il transito nello Stretto di Hormuz alle imbarcazioni statunitensi e israeliane ha fatto schizzare i prezzi del greggio di oltre 3 dollari al barile. I future sul Brent hanno superato la soglia degli 80 dollari, mentre quelli sul WTI si attestano a 77,81 dollari. Il mercato non sta prezzando un accordo di pace, ma un corridoio di navigazione condizionato e gestito, lontano dalla normalità prebellica.

Il progetto iraniano: multa del 20% e pedaggi fino al 7%

Una commissione parlamentare iraniana sta esaminando un disegno di legge preliminare per vietare l’accesso allo Stretto di Hormuz alle navi ritenute «ostili», incluse quelle statunitensi, israeliane e di altri Paesi. Lo riporta l’agenzia Fars. I trasgressori rischierebbero una multa fino al 20% del valore del carico. Parallelamente, Teheran insiste per un pedaggio sul transito compreso tra il 5% e il 7% del prezzo delle merci, mentre l’Oman, che coopera al piano, propone una quota intorno al 3%. Washington vorrebbe invece l’azzeramento totale di ogni tassa.

«I prezzi del petrolio stanno reagendo alla bozza pubblicata dall’Iran sulle condizioni del transito a Hormuz», spiega Lin Ye, vice president commodities market – oil di Rystad Energy. «Il mercato non sta prezzando un cattivo accordo, sta prezzando la conferma che qualsiasi intesa sarà un corridoio gestito e condizionato, non un ritorno al flusso libero».

Quattro fonti industriali consultate da Reuters ritengono l’accordo difficilmente attuabile, a causa delle sanzioni americane e delle clausole assicurative restrittive che renderebbero complicato effettuare qualsiasi pagamento.

Petroliera in navigazione nello Stretto di Hormuz, prezzi del greggio in rialzo sulle tensioni per il transito
Una petroliera solca le acque dello Stretto di Hormuz mentre il timore di blocchi al transito spinge in alto i prezzi del greggio.

Quanto costa davvero il pedaggio iraniano?

Applicando la richiesta iraniana al prezzo odierno del Brent (83,34 dollari al barile), il costo del pedaggio si traduce in un onere concreto:

  • Con il 5%: circa 4,17 dollari per barile
  • Con il 7%: circa 5,83 dollari per barile

Una cifra che andrebbe a sommarsi ai costi di trasporto e assicurazione, alzando ulteriormente il prezzo finale del greggio per gli acquirenti. «I segnali di questa settimana hanno innescato un ottovolante nel sentiment di mercato», commenta Vandana Hari, fondatrice di Vanda Insights, aggiungendo che gli operatori sono «al buio su cosa debba accadere perché l’accordo venga chiuso».

Hormuz ancora al palo, la riapertura piena si allontana

Come emerso nei giorni scorsi, il traffico nello Stretto è già crollato a una manciata di navi al giorno, ben lontano dai 130-140 transiti giornalieri registrati prima dell’inizio della guerra a fine febbraio. Prima del conflitto, circa un quinto del petrolio e del GNL mondiale passava da Hormuz. La prospettiva di un divieto selettivo e di pedaggi obbligatori rende ancora più remota l’ipotesi di una riapertura senza condizioni, mantenendo sotto pressione le forniture globali.

Per armatori e trader, lo scenario si traduce in costi più elevati e incertezza prolungata: il Brent, che giovedì ha recuperato quota 80 dollari dopo esservi sceso per la prima volta dal 13 luglio, difficilmente tornerà stabilmente sotto quella soglia finché la cornice geopolitica resterà questa.

Fonti

Crollo dei transiti a Hormuz e Bab el-Mandeb dopo la rivendicazione Houthi

La rivendicazione di un attacco missilistico contro una petroliera saudita ha svuotato in poche ore due degli stretti più strategici del commercio petrolifero globale. Non è un'interruzione qualunque: i numeri di oggi mostrano un collasso della fiducia degli armatori che nessuna speranza diplomatica è ancora riuscita a compensare.

Mercoledì 5 agosto, solo 2 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, in calo drastico rispetto alle 8 di martedì. Altrettanto eloquente il dato di Bab el-Mandeb: un'unica nave commerciale — una dry bulk carrier battente bandiera Bahamas — ha completato il transito mercoledì, contro le 20 di martedì.

L'attacco alla petroliera NCC WAFA e la nuova geografia del rischio

Gli Houthi yemeniti hanno dichiarato di aver colpito con "diversi missili balistici" la petroliera saudita NCC WAFA a nord del Mar Rosso, al largo di Yanbu. La nave, una products tanker battente bandiera saudita, aveva spento il transponder il 19 luglio mentre navigava verso sud in direzione di Bab el-Mandeb.

Dopo l'annuncio del blocco navale Houthi del 22 luglio, la WAFA ha probabilmente invertito la rotta dirigendosi a nord attraverso le acque costiere saudite. Ed è lì, a centinaia di chilometri dalla zona di blocco dichiarata, che i missili l'hanno comunque raggiunta. Il messaggio per gli armatori è inequivocabile: la minaccia non si limita ai colli di bottiglia, si estende alle rotte di avvicinamento.

Petroliera solitaria su un mare aperto e luminoso, transiti in crollo nello Stretto di Hormuz
Una sola petroliera solca il mare: i transiti a Hormuz e Bab el-Mandeb sono crollati dopo la rivendicazione Houthi.

Il fattore Oman-Iran: una tregua possibile o un'illusione ottica?

Mentre gli stretti si svuotavano, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei dichiarava che l'accordo con l'Oman per la gestione congiunta dello Stretto di Hormuz è "in the final stages". Una formula che i mercati stanno interpretando con cautela: la bozza d'intesa, come avevamo riportato, attenderebbe ancora il via libera della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei.

Il contrasto tra i due piani — escalation militare Houthi e diplomazia Iran-Oman — spiega perché il Brent non sia crollato mercoledì 5 agosto, nonostante il tracollo dei transiti. Il mercato sta scontando due scenari opposti senza ancora sceglierne uno.

L'impatto sui numeri: un calcolo che preoccupa le raffinerie asiatiche

I dati di oggi evidenziano un tracollo: a Hormuz il transito è passato da 8 navi martedì a sole 2 mercoledì 5 agosto; a Bab el-Mandeb, il passaggio da 20 a 1 nave commerciale in 24 ore equivale a una contrazione del 95%.

Per le raffinerie indiane, che già stanno dirottando acquisti verso greggi dell'Africa occidentale per aggirare il collo di bottiglia di Hormuz, il combinato disposto dei due stretti in stallo accelera una riconfigurazione forzata delle supply chain. Il rischio non è solo il prezzo del greggio: è la disponibilità fisica dei carichi nei tempi necessari alla raffinazione.

Il paradosso è che proprio mentre Iran e Oman negoziano un accordo per normalizzare Hormuz, l'offensiva Houthi nel Mar Rosso sta dimostrando che la sicurezza di uno stretto non basta: la crisi è sistemica e coinvolge entrambi i gateway del commercio marittimo mediorientale.

Fonti

Accordo su Hormuz: l’Iran controllerà il traffico in entrata, greggio in ribasso

Il prezzo del greggio accelera la discesa mentre prende forma la bozza di accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz. La bozza di intesa attende ora la decisione della Guida Suprema Ali Khamenei, ma i pedaggi restano un nodo aperto. Il testo affida a Teheran il controllo delle navi mercantili in entrata nel Golfo Persico, scompaginando gli equilibri di una via d’acqua da cui passa circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e GNL.

La bozza dell’intesa: ingresso a pagamento sotto sorveglianza iraniana

La proposta negoziata da mediatori iraniani e omaniti, riferita in esclusiva dall’Associated Press, divide in due il traffico attraverso lo Stretto. Le petroliere e le metaniere dirette ai porti del Golfo navigherebbero in acque sotto il controllo dell’Iran; le esportazioni in uscita seguirebbero invece rotte amministrate dall’Oman. Lo schema rovescia la dinamica prebellica e introduce un meccanismo di pedaggio rimasto fino all’ultimo il principale nodo diplomatico: Teheran chiede il 5-7% del valore del carico per ogni transito in entrata, mentre l’Oman ha proposto una tariffa del 3%. L’amministrazione Trump ha respinto qualsiasi ipotesi che costringa le navi a pagare l’Iran per attraversare quello che prima del conflitto era un passaggio internazionale aperto.

Mercati in rosso: Brent sotto 80 dollari, WTI a picco del 10% in cinque sedute

I future sul Brent con scadenza a ottobre hanno ceduto lo 0,5% nella seduta di mercoledì 5 agosto, attestandosi a 79,00 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) con consegna a settembre ha perso lo 0,7% fermandosi a 75,27 dollari. Si tratta della terza giornata consecutiva di ribassi, dopo il tonfo del 5% registrato martedì da entrambi i benchmark. Il WTI ha accumulato una perdita del 10,5% in appena cinque sessioni, scivolando sotto il supporto tecnico di 80 dollari e aprendo la strada a un possibile test dei primi supporti a 73,50-72,80 dollari, secondo gli analisti di FX Empire. Goldman Sachs stima che il Brent resterà nel corridoio 80-90 dollari fino a quando non arriverà un accordo formale fra Stati Uniti e Iran oppure una nuova escalation su larga scala.

Al movimento hanno contribuito anche i dati sulle scorte americane diffusi dall’American Petroleum Institute: nella settimana conclusa il 31 luglio gli inventari di greggio sono aumentati di 2,69 milioni di barili, contro attese che indicavano una riduzione di circa 2 milioni. Il presidente Donald Trump, che nelle stesse ore ha definito i negoziati in corso “un’ultima possibilità” per l’Iran, ha discusso gli sforzi per abbassare la tensione con l’Emiro del Qatar, il cui governo ha confermato l’esistenza di una bozza di mediazione.

Petroliere e metaniere in transito nello Stretto di Hormuz, rotte del commercio del greggio in piena luce solare
Il controllo del traffico nello Stretto di Hormuz accelera la discesa del prezzo del greggio.

Traffico paralizzato e missili Houthi: i rischi dietro l’ottimismo

Martedì soltanto otto navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, secondo i dati Kpler. Prima dell’inizio della guerra, il 28 febbraio 2026, i transiti quotidiani oscillavano fra 130 e 140. Il collasso della libertà di navigazione non è ancora rientrato, e gli attacchi alle unità commerciali continuano a tenere i mercati in allerta. Gli Houthi hanno rivendicato il lancio di missili balistici contro la petroliera saudita Wafa al largo di Yanbu, sul Mar Rosso, mentre una nave cargo indiana è affondata dopo essere stata colpita da un’imbarcazione carica di esplosivo al largo dello Yemen. Un’altra unità mercantile è stata attaccata nei pressi dello Stretto nella stessa giornata.

Il paradosso è che il greggio sta già scontando un accordo che non esiste ancora: il Brent, dopo aver toccato i 91 dollari a fine luglio, è rientrato attorno a quota 80 dollari mentre gli operatori prezzano una de-escalation, ma gli attacchi paralleli degli alleati regionali di Teheran restano fuori da ogni bozza.

Analisi: il pedaggio del 7% e il crollo del 94% del traffico

La paralisi di Hormuz ha compresso i transiti a poco più del 6% dei volumi prebellici. Anche se l’accordo venisse firmato domani, il pagamento di un balzello fra il 5 e il 7% del valore di ogni carico in entrata aggiungerebbe un costo fisso che i raffinatori asiatici, già costretti a deviare su greggio nigeriano e angolano, dovrebbero assorbire o trasferire sui consumatori. La trasformazione dello Stretto da passaggio libero a varco a pagamento rischia di diventare un dazio permanente sulla supply chain energetica globale, indipendentemente dalla riapertura formale delle rotte.

La vera incognita per i mercati non è soltanto il via libera della Guida Suprema iraniana, ma la capacità di fermare il fronte parallelo di attacchi Houthi che ha reso Hormuz un collo di bottiglia anche quando le diplomazie sembrano vicine a un compromesso.

Fonti

Stretto di Hormuz: traffico di navi cisterna crollato a 5 unità, nonostante le voci di pace

Ieri, 4 agosto 2026, solo cinque navi cisterna hanno attraversato lo Stretto di Hormuz — tre in entrata e due in uscita — mentre il traffico marittimo commerciale nello Stretto di Hormuz resta fortemente ridotto rispetto ai livelli pre-guerra. Il dato, diffuso da Reuters sulla base delle rilevazioni di Kpler, conferma che la strozzatura del corridoio energetico più importante al mondo persiste, nonostante nelle ultime ore si siano intensificate le indiscrezioni su possibili negoziati di pace tra le parti.

I numeri del collasso: meno del 4% dei passaggi pre-guerra

Prima degli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran del 28 febbraio, lo stretto vedeva transitare in media tra 130 e 140 navi al giorno, incluse petroliere e altre imbarcazioni. Il passaggio di appena 5 unità ieri fotografa una paralisi quasi totale. Considerando un valore medio di 135 passaggi giornalieri, il traffico attuale si riduce a circa il 3,7% dei livelli pre-conflitto.

Una delle poche navi che si sono avventurate nello stretto è stata la metaniera emiratina Mubaraz LNG, diretta in India con un carico GNL. Si tratta del terzo transito per questa unità da quando è iniziata la guerra, dopo precedenti consegne a Cina e India. L’episodio, pur positivo, resta un’eccezione in uno scenario di rischio estremo.

Stretto di Hormuz quasi deserto, due navi cisterna lontane attraversano il corridoio energetico sotto il cielo azzurro
Nonostante le voci di pace, lo Stretto di Hormuz resta quasi vuoto: solo cinque navi cisterna in transito in una giornata.

Metaniere sotto attacco e la partita del Qatar

La tensione è aggravata dagli attacchi alle navi: nell’ultimo mese, tre metaniere sono state colpite nelle acque dello stretto, due delle quali qatariote e una greca. Bloomberg ha segnalato che un carico GNL del Qatar è comunque riuscito ad attraversare Hormuz questa settimana, ma l’episodio non scalfisce il clima di insicurezza.

Parallelamente, QatarEnergy ha acquistato 33 carichi GNL — un segnale che il colosso del gas sta cercando di rilanciare le esportazioni nonostante la force majeure ancora in vigore sull’hub di Ras Laffan. Già a giugno la società aveva comunicato di poter ripristinare entro un mese il 50% della produzione dell’impianto.

Bab el-Mandeb: traffico più vivace ma ancora molto contenuto

Se Hormuz langue, l’altro snodo strategico, lo Stretto di Bab el-Mandeb, mostra un’attività leggermente superiore. Ieri sono transitate in entrata o in uscita 14 navi che trasportano materie prime energetiche, inclusa una metaniera LNG, un dato superiore a quello dello stretto iraniano.

Il perdurare del blocco di fatto di Hormuz, nonostante le voci di colloqui, lascia il traffico attraverso lo stretto ancora ridotto ai minimi termini. Finché non si materializzerà un cessate il fuoco, ogni singola spedizione rimarrà un evento eccezionale.

Fonti

Aramco: utile adjusted +33% nel Q2, la guerra Usa-Iran spinge il greggio

Saudi Aramco ha chiuso il secondo trimestre 2026 con un utile adjusted in crescita del 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A gonfiare i conti del colosso saudita è stata l’impennata dei prezzi del petrolio, alimentata direttamente dal conflitto militare in corso tra Stati Uniti e Iran e dalle strozzature nei passaggi strategici del Golfo.

Il greggio oltre i 90 dollari e il collo di bottiglia a Hormuz

Come abbiamo documentato nelle ultime settimane, il greggio ha toccato quota 91 dollari al barile dopo i nuovi attacchi statunitensi sull’Iran di fine luglio. I timori di interruzioni delle forniture hanno ridotto drasticamente i transiti nello Stretto di Hormuz: il 30 luglio soltanto 12 navi commerciali hanno attraversato il passaggio, ben al di sotto dei flussi normali. Domanda stabile e offerta sotto pressione hanno creato le condizioni ideali per i conti trimestrali di Aramco.

Superpetroliera accanto a una raffineria in piena luce, prezzo del greggio in rialzo
Una superpetroliera attraversa un passaggio strategico mentre il greggio oltre i 90 dollari gonfia l'utile di Aramco.

Goldman Sachs: Brent a 80-90 dollari fino a intesa o escalation

Goldman Sachs stima che il Brent si manterrà in una fascia compresa tra 80 e 90 dollari al barile almeno fino a quando non si concretizzerà un accordo tra Washington e Teheran oppure un’escalation militare di proporzioni tali da ridefinire l’intero quadro. La previsione, riportata da Oil & Gas 360, indica che i produttori mediorientali potrebbero continuare a beneficiare di prezzi elevati ancora per diversi trimestri, a meno di uno scossone diplomatico o bellico.

Il balzo di Aramco non è un caso isolato. Nello stesso trimestre, ExxonMobil ha più che raddoppiato l’utile netto a 14,5 miliardi di dollari, e insieme a Chevron ha totalizzato 26,5 miliardi di profitti complessivi. L’impennata delle quotazioni sta ridisegnando la geografia degli utili del settore, con i produttori del Golfo che consolidano la propria posizione di fornitori marginali in un mercato segnato da rischi geopolitici crescenti.

Per Aramco e per l’Arabia Saudita, il livello attuale dei prezzi è una leva finanziaria formidabile, ma lo scenario è fragile: un cessate-il-fuoco o, all’opposto, un blocco totale di Hormuz potrebbero far oscillare le quotazioni ben oltre la fascia indicata da Goldman Sachs.

Fonti

Tregua USA-Iran affonda il petrolio: Brent e WTI perdono oltre il 5% in poche ore

Il greggio ha invertito bruscamente la rotta lunedì 27 luglio 2026, con un crollo superiore al 5% nelle contrattazioni asiatiche. La ragione è una sola: Washington e Teheran hanno sospeso gli attacchi reciproci dopo due settimane di escalation che avevano spinto il Brent sopra i 100 dollari al barile. I mercati stanno scaricando il premio di rischio geopolitico accumulato in settimane di bombardamenti, ma la tregua è fragile e gli analisti mettono in guardia: il nodo degli stretti mediorientali resta irrisolto.

I numeri del crollo: WTI sotto 85 dollari, Brent vicino a 90

Alle prime ore del mattino il WTI viaggiava a 84,47 dollari al barile, in calo del 5,39%. Il Brent scendeva a 91,80 dollari, con una perdita del 5,15%. La correzione ha colpito anche i derivati del gas naturale e i prodotti raffinati, con il gas naturale in flessione del 4,67% e la benzina del 3,71%.

Il movimento è un classico profit-taking dopo settimane di acquisti forsennati. Gli operatori incassano i guadagni accumulati durante l'escalation, ma la velocità del sell-off suggerisce che molti investitori non credono a una stabilizzazione duratura. La struttura dei prezzi riflette un sollievo immediato, non una soluzione strutturale.

Cosa ha innescato la tregua

L'ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha dichiarato domenica che la pausa serve a "dare spazio alla diplomazia", precisando però che asset militari aggiuntivi restano in movimento verso la regione. Una formulazione che non lascia margini al lassismo: se i colloqui falliscono, i raid riprendono.

Sul fronte iraniano, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha definito i colloqui con la delegazione omanita di venerdì e sabato "costruttivi". Un funzionario iraniano, in anonimato, ha sintetizzato la posizione di Teheran con la formula "attacco per attacco": l'Iran sospende le operazioni finché lo fanno gli Stati Uniti.

Due fattori esterni hanno favorito la pausa. Il primo è militare: la campagna di bombardamenti americana ha in gran parte esaurito la sua lista di obiettivi iniziale, consumando quantità significative di munizioni e intercettori. Il secondo è politico: le elezioni di midterm sono a 100 giorni dal voto e il prezzo medio nazionale della benzina negli Stati Uniti è già sopra i 4 dollari al gallone.

Raffineria con serbatoi di stoccaggio e torri di distillazione sotto cielo azzurro, greggio in forte ribasso
Il prezzo del greggio crolla oltre il 5% mentre i mercati scaricano il premio di rischio geopolitico accumulato in settimane di escalation.

Il nodo Hormuz: la tregua non basta a far ripartire le petroliere

Qui sta il punto che separa l'ottimismo di breve termine dalla realtà logistica. Gli stretti del Medio Oriente non sono tornati operativi per magia. Come avevamo riportato nelle scorse settimane, i transiti nello Stretto di Hormuz sono crollati da 130 navi al giorno a poche unità dopo l'inizio della guerra il 28 febbraio 2026.

Anche il Bab el-Mandeb resta un collo di bottiglia critico: gestisce il 12-15% del commercio marittimo globale, oltre 1.000 miliardi di dollari l'anno, e gli attacchi Houthi del 25 luglio contro le infrastrutture Aramco a Jizan e Yanbu hanno dimostrato che la minaccia non si limita all'asse Iran-Stati Uniti.

Le petroliere non ricominciano a navigare perché c'è una pausa nei bombardamenti. Servono settimane, forse mesi, perché i tassi di nolo scendano e i comandanti considerino di nuovo attraversabili quelle acque. Fino a quando un accordo di lungo termine non sarà raggiunto, le navi cisterna affronteranno gli stessi rischi operativi che hanno fatto esplodere i costi di trasporto nelle ultime due settimane.

L'effetto elasticità: perché i prezzi reagiscono più alla tregua che alla guerra

C'è un pattern che merita attenzione. Nelle ultime due settimane il Brent aveva superato quota 100 dollari, poi era salito oltre 101 dopo l'attacco Houthi alle petroliere Encelia e Layla del 23 luglio. Ora, con la sola notizia della tregua, ha perso oltre 6 dollari in poche ore.

Il rapporto tra notizie geopolitiche e prezzo del barile è diventato asimmetrico: il mercato prezza la disruption con un ritardo crescente (ci sono voluti giorni di attacchi prima di sfondare quota 100), ma sconta la de-escalation in pochi minuti. È il segnale che la domanda globale di petrolio, fiaccata da mesi di prezzi elevati, sta comprimendo i consumi più rapidamente di quanto i modelli prevedessero. La tregua è stata la scintilla, ma la benzina sul fuoco era già poca.

Il vero test per i trader arriverà nei prossimi giorni, quando ogni titolo da Washington o Teheran potrà innescare oscillazioni violente. Il premio di rischio è stato ridimensionato, ma non azzerato. La pace dei prezzi durerà esattamente quanto la tregua diplomatica.

Fonti

Attacchi Houthi agli impianti Aramco sul Mar Rosso: tregua USA-Iran, ma la guerra si sposta a Jizan e Yanbu

L'attacco missilistico e con droni rivendicato dagli Houthi contro le infrastrutture di Saudi Aramco a Jizan e Yanbu nella giornata di sabato 25 luglio 2026 segna un punto di svolta pericoloso: mentre Stati Uniti e Iran interrompono temporaneamente le ostilità dirette dopo tredici notti di raid americani, il conflitto regionale si allarga a un secondo corridoio energetico vitale. Il Mar Rosso, già teatro degli attacchi alle petroliere Encelia e Layla del 23 luglio, diventa ora il fronte su cui si misura la capacità saudita di proteggere il proprio greggio quando Hormuz è di fatto bloccato dalle forze iraniane.

Cosa è stato colpito: raffineria di Jizan e terminale di Yanbu

Il portavoce militare del movimento Ansar Allah, Yahya Saree, ha rivendicato l'operazione come risposta ai bombardamenti condotti dalla coalizione a guida saudita contro il porto yemenita di Hodeidah e l'isola di Kamaran. L'attacco ha preso di mira due snodi chiave dell'export petrolifero saudita sul Mar Rosso.

A Jizan, città costiera vicina al confine con lo Yemen, la raffineria Aramco ha una capacità di 400.000 barili al giorno. Filmati verificati da Reuters mostrano una densa colonna di fumo levarsi dall'area. Due fonti commerciali con sede in Asia hanno riferito di essere state informate di possibili danni ai depositi di carburante e petrolio.

A Yanbu, principale porto petrolifero saudita sul Mar Rosso da cui transitano milioni di barili al giorno, due missili balistici diretti contro gli impianti sono stati intercettati. A fermarli non sono stati i sistemi Patriot sauditi, ma una batteria Patriot di fabbricazione statunitense operata da militari greci in base a un accordo con Riad — un dettaglio che rivela quanto la difesa aerea del Regno dipenda ormai da assetti multinazionali.

Aramco non ha ancora diffuso una valutazione ufficiale sui danni né sull'impatto sulle esportazioni.

Tredici notti di raid, poi il silenzio: perché Washington ha fermato gli attacchi all'Iran

Mentre gli Houthi colpivano le infrastrutture saudite, per la prima volta in due settimane gli Stati Uniti non hanno condotto attacchi aerei contro l'Iran. La serie di raid — 13 notti consecutive — era iniziata come ritorsione per le interferenze iraniane contro la navigazione nello Stretto di Hormuz dopo il fallimento dell'accordo provvisorio per il cessate il fuoco.

Secondo Axios, che cita due fonti anonime vicine alla questione, il presidente Donald Trump ha ordinato venerdì 24 luglio di non condurre nuovi attacchi. Un alto funzionario statunitense ha dichiarato a Reuters che Trump «è sempre stato chiaro sul fatto che la sua preferenza sia la diplomazia, ma ha mostrato all'Iran cosa succederà se non si presenterà al tavolo delle trattative in modo serio».

Il portavoce del Ministero della Salute iraniano, Hossein Kermanpour, ha commentato su X con ironia: «Sembra che il nostro caro Iran abbia trascorso una notte tranquilla ieri».

Raffineria saudita sulla costa del Mar Rosso con torri di raffinazione, serbatoi di stoccaggio e petroliera al terminale offshore
Il complesso petrolifero di Yanbu sul Mar Rosso, nuova linea del fronte dopo gli attacchi Houthi alle infrastrutture di Saudi Aramco.

Un conflitto che cambia geografia: da Hormuz al Mar Rosso

La combinazione degli eventi del 25-26 luglio disegna uno scenario in cui il baricentro del rischio energetico si sposta. Da febbraio 2026 i transiti nello Stretto di Hormuz sono crollati da 130 navi al giorno a poche unità. Yanbu era diventata la via alternativa per il greggio saudita diretto ai mercati globali. Ora anche quella rotta è nel mirino.

Il leader Houthi Abdul Malik al-Houthi ha dichiarato nei giorni scorsi che tutti gli impianti petroliferi sauditi sono potenziali obiettivi. La minaccia non è più teorica: l'attacco a Jizan e Yanbu la trasforma in un dato operativo.

Il greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio 2026, spinto dall'accumularsi delle interruzioni sulle due principali arterie energetiche del Medio Oriente. La scorsa settimana — nonostante una correzione venerdì — il Brent ha guadagnato il 9,7% e il WTI l'8%.

L'altra escalation: la coalizione saudita bombarda Hodeidah, gli Houthi mobilitano

L'attacco Houthi non è un fulmine a ciel sereno. L'alleanza militare a guida saudita aveva bombardato le posizioni Houthi nel porto di Hodeidah, sul Mar Rosso. L'aviazione del governo yemenita riconosciuto internazionalmente — sostenuto da Riad — ha colpito siti di lancio e depositi di armi nelle province di Marib e al-Jawf.

Funzionari yemeniti riferiscono che entrambe le parti della guerra civile stanno mobilitando forze lungo il fronte. La tregua in vigore dal 2022, che aveva sospeso un conflitto costato centinaia di migliaia di vittime tra combattimenti e carestia, si è definitivamente sgretolata nelle ultime settimane: gli Houthi si sono di fatto uniti alla guerra regionale dei loro alleati iraniani.

Il paradosso della tregua: perché fermarsi a Hormuz mentre il Mar Rosso brucia

La pausa nei raid americani sull'Iran e l'assenza di attacchi iraniani contro i vicini del Golfo nella giornata del 25 luglio segnalano che un canale negoziale tra Washington e Teheran esiste ancora. Trump ha dichiarato che le due parti stanno negoziando per porre fine al conflitto, pur sottolineando che l'Iran non sarebbe ancora pronto per un accordo.

Ma l'attacco Houthi del 25 luglio mostra i limiti di una tregua che non coinvolge gli alleati regionali dell'Iran. Teheran può permettersi una pausa tattica mentre i suoi proxy yemeniti tengono sotto pressione l'Arabia Saudita su un secondo fronte. È una divisione del lavoro militare che complica qualsiasi negoziato: anche se Stati Uniti e Iran raggiungessero un'intesa su Hormuz, il Mar Rosso resterebbe una ferita aperta.

JPMorgan ha stimato che tre mesi di disruption dell'offerta petrolifera porterebbero il Brent a circa 114 dollari al barile. Con due stretti in crisi simultanea, quella proiezione inizia a sembrare conservativa.

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Houthi attaccano due petroliere saudite, il Brent supera i 100 dollari

Il 23 luglio il movimento yemenita Houthi ha rivendicato l’attacco a due petroliere saudite nel Mar Rosso — la Encelia e la Layla — con droni e missili. In poche ore il Brent ha sfondato quota 100 dollari al barile, toccando prima i 101 dollari e poi, il 23 luglio, 101,93 dollari, mentre gli Stati Uniti minacciavano una “pesante punizione militare” contro l’Iran. L’escalation apre un secondo fronte marittimo in una guerra che da cinque mesi strangola le rotte energetiche globali e sta già facendo sentire i suoi effetti sui prezzi alla pompa e sulle Borse.

L’assalto nel Mar Rosso e il blocco navale

Le operazioni marittime del Regno Unito hanno localizzato una delle petroliere colpite circa 70 miglia nautiche a sud-ovest di Al Shuqaiq. A bordo della Encelia è scoppiato un incendio a prua, ma l’equipaggio è stato tratto in salvo. Gli Houthi, che già il 21 luglio avevano dichiarato un blocco navale contro le imbarcazioni legate all’Arabia Saudita, hanno sostenuto che le due navi violavano quel divieto.

Si tratta del primo attacco confermato a navi fuori dall’area di Hormuz da quando la guerra si è intensificata. Il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb gestiscono dal 12 al 15% del commercio marittimo globale, per un valore superiore a 1.000 miliardi di dollari l’anno. Se gli attacchi dovessero proseguire, tra 4 e 4,5 milioni di barili al giorno di greggio saudita sarebbero a rischio immediato.

Petrolio alle stelle: mercati in fibrillazione

La reazione dei mercati è stata violenta. Giovedì 23 luglio il Brent ha guadagnato il 7% in una sola seduta, mentre il West Texas Intermediate è salito del 6% toccando i 90 dollari al barile, soglia che non raggiungeva dall’11 giugno. Su base mensile il rialzo supera il 30%, portando il greggio a un 40% sopra i livelli prebellici (fine febbraio) e addirittura a +60% da inizio anno.

L’onda d’urto si è propagata rapidamente:

Petroliera in navigazione su mare calmo, prezzi del petrolio in forte rialzo
Il Mar Rosso resta un crocevia critico per il trasporto di greggio, con effetti immediati sul prezzo del Brent.
  • Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina normale è balzato a 4,091 dollari al gallone (mercoledì era 4,060), il diesel ha toccato 5,21 dollari.
  • Il Dow Jones ha perso circa 600 punti e il rendimento del Treasury decennale ha superato il 4,70%, segnalando aspettative d’inflazione in rialzo.
  • La presidente della BCE Christine Lagarde ha indicato gli attacchi Houthi come un fattore che peggiora le prospettive economiche europee.

Helima Croft, stratega di RBC Capital Markets, ha avvertito che il conflitto è entrato in una fase più pericolosa e che il Brent potrebbe ritestare il massimo del 2022 a 128 dollari, o addirittura avvicinarsi al picco del 2008 sopra i 146 dollari, se gli scontri dovessero allargarsi agli impianti di desalinizzazione del Golfo.

Trump: «Punizione militare pesante». La guerra al quinto mese

Su Truth Social, il presidente Donald Trump ha scritto che gli Stati Uniti ritengono l’Iran responsabile degli attacchi, definendo gli Houthi «surrogato e/o proxy dell’Iran», e ha promesso: «verrà inflitta una pesante punizione militare all’Iran e, ovviamente, agli stessi Houthi». In precedenza aveva già dichiarato di star «valutando un attacco massiccio» e di essere «vicino a prendere una decisione».

Il Comando Centrale USA ha intanto condotto per la tredicesima notte consecutiva attacchi contro depositi di droni, missili e difese aeree iraniane. L’Iran, tramite l’agenzia Tasnim, ha reagito minacciando ritorsioni su infrastrutture e impianti energetici legati agli Stati Uniti nella regione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha messo in guardia: «Una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro».

Il conflitto, scattato il 28 febbraio con l’Operazione Epic Fury che uccise la Guida Suprema Ali Khamenei, ha ridotto i transiti nello Stretto di Hormuz da 130 navi al giorno a poche unità. Con Bab el-Mandeb ora nel mirino, i due principali choke point petroliferi mondiali sono compromessi. Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha sintetizzato così la situazione: «la situazione in Medio Oriente è fuori controllo».

In Italia, come avevamo riportato, la benzina viaggia già sopra i 2 euro al litro. L’apertura del fronte del Mar Rosso, mentre Hormuz resta quasi chiuso, rischia di aggravare ulteriormente la bolletta energetica di famiglie e imprese, proprio mentre l’Europa fatica a contenere l’inflazione. Se Teheran dovesse colpire anche le infrastrutture idriche del Golfo, i prezzi del greggio potrebbero raggiungere livelli capaci di innescare una recessione globale.

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UE, 21° pacchetto sanzioni Russia: banche, petrolio e deroghe

Il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca è stato approvato ieri, 23 luglio 2026, dopo settimane di trattative estenuanti. Il risultato è un compromesso che allarga il raggio delle misure restrittive a 32 nuove banche, a decine di navi della flotta ombra e al settore cripto, ma che sconta deroghe pesanti chieste da singoli Stati membri. Il caso più emblematico riguarda la compagnia greca Dynagas, a cui Bruxelles ha concesso di continuare a trasportare GNL russo verso i Paesi extra-UE, smussando quello che avrebbe potuto essere il pugno più duro contro il gas di Mosca.

Le misure chiave: banche, flotta ombra e criptovalute nel mirino

Il nuovo pacchetto introduce un’estensione del divieto di transazioni con l’UE per 32 banche russe o legate alla Russia, il numero più alto da diversi trimestri. Per la prima volta, il blocco viene esteso anche alle società che operano nel settore delle criptovalute, con l’obiettivo di chiudere i canali finanziari alternativi utilizzati per aggirare i divieti bancari.

Sul fronte marittimo, una nuova lista nera aggiunge tra le 30 e le 40 navi della cosiddetta flotta ombra russa, portando il totale delle unità sanzionate a oltre 660 (prima del 23 luglio la cifra ufficiale era 632). L’elenco comprende anche navi cisterna impiegate per il rifornimento in mare.

Sono state inoltre sanzionate decine di persone vicine al Cremlino e parte del complesso militare-industriale, compresi attori coinvolti nella produzione di droni a lungo raggio. Una misura pensata per ostacolare l’afflusso di tecnologia e componenti alla macchina bellica russa.

Il blocco dei visti per i veterani russi, su cui insistevano i Paesi baltici, è stato ridimensionato durante il negoziato: il divieto riguarderà soltanto i visti di breve durata e i combattenti direttamente coinvolti nelle operazioni militari, dopo che Stati come Francia, Grecia e Italia avevano sollevato obiezioni per le possibili ricadute sul turismo.

Il price cap sul petrolio bloccato a 44 dollari

Una delle novità più attese era il destino del tetto al prezzo del petrolio russo, che senza un intervento sarebbe scattato automaticamente verso l’alto già nella notte del 23 luglio. I Ventisette hanno deciso di congelarlo per 12 mesi al valore attuale di 44,1 dollari al barile (alcune fonti riportano 44 dollari esatti).

Petroliera ancorata al largo di un porto europeo, flotta ombra russa nel mirino delle sanzioni UE sul petrolio
Il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee colpisce la flotta ombra russa e 32 nuove banche, tra deroghe sul GNL concesse a Paesi membri.

La scelta è figlia diretta dell’esplosione dei prezzi petroliferi globali, innescata dalla guerra nel Golfo e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Adeguare il cap al rialzo avrebbe significato dare ossigeno alle entrate di Mosca proprio mentre i mercati sono in tensione; mantenerlo a un livello molto inferiore ai prezzi correnti costringe invece i compratori asiatici e gli intermediari a operare al di fuori del sistema assicurativo e di trasporto occidentale, aumentando i costi e riducendo i margini del Cremlino.

Le deroghe: Dynagas e il GNL, la battaglia sul merluzzo

Il capitolo più controverso del negoziato ha riguardato il trasporto di GNL russo. La Grecia ha bloccato l’unanimità necessaria fino a ottenere un’esenzione di un anno – rinnovabile – per le compagnie con contratti pre-bellici. Ne beneficia in particolare la Dynagas dell’armatore George Prokopiou, che potrà continuare a movimentare gas liquefatto verso destinazioni extra-UE. Atene ha argomentato che un divieto generalizzato avrebbe favorito concorrenti non europei, come le flotte cinesi, senza danneggiare davvero le casse di Mosca.

Non sono passate invece altre misure paventate dalla Commissione. Il divieto graduale di importazione di pesce russo, in particolare merluzzo e il baccalà portoghese, è stato affossato dall’opposizione di Germania e Portogallo, che temevano ripercussioni sulle rispettive industrie di lavorazione. Il nome del patriarca ortodosso Kirill, candidato per la seconda volta a una sanzione individuale, è stato depennato in seguito alle resistenze della Bulgaria e alle perplessità italiane.

Unità europea al capolinea?

L’approvazione del pacchetto è avvenuta senza il veto dell’Ungheria – il nuovo governo post Orbán ha facilitato il percorso – ma il processo ha mostrato crepe profonde. «Con ogni nuovo round di sanzioni, mettiamo sotto pressione l’economia russa e la sua capacità di prolungare la guerra illegale», ha dichiarato l’Alta Rappresentante Kaja Kallas. Ma il depotenziamento del testo originale, denunciato da più fonti diplomatiche, segnala che la capacità collettiva di colpire Mosca si infrange sempre più spesso contro gli interessi nazionali.

Sul piano quantitativo, l’estensione alle navi della flotta ombra è significativa ma contenuta: se si prendono le 632 unità già sanzionate e vi si aggiungono le 30-40 di questo round, l’aumento è tra il 4,7% e il 6,3%. Un incremento chirurgico, più che un salto di scala, che lascia ancora fuori una porzione ampia del commercio parallelo di greggio e derivati. Il congelamento del price cap, nel frattempo, allarga il divario con i prezzi di mercato – un disincentivo reale per chi usa servizi occidentali, ma anche un incentivo a spostare i volumi su rotte e assicurazioni non regolate.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha accolto «con favore» l’intesa, definendola «sanzioni che continuano a indebolire la macchina da guerra russa» e che «impediscono che essa tragga beneficio dagli shock di mercato». L’efficacia vera del ventunesimo pacchetto, però, dipenderà dalla capacità di impedire che le deroghe concesse oggi diventino la regola di domani.

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