Il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 90-95% rispetto ai livelli precedenti all'apertura del conflitto, il 28 febbraio 2026, con un deficit di 13 milioni di barili al giorno che lascia i mercati energetici globali senza una prospettiva chiara di normalizzazione. La vera questione, adesso, non è se lo Stretto riaprirà — l'Iran lo dà per scontato — ma a quali condizioni. Su questo punto, le posizioni di Teheran e Washington sono apertamente incompatibili.
L'Iran propone un nuovo regime tariffario con l'Oman come co-gestore
Kazem Jalali, ambasciatore dell'Iran in Russia, ha dichiarato al quotidiano russo Izvestia che lo Stretto tornerà operativo "con nuove condizioni da determinare dalle autorità iraniane e omanite". Ha poi esplicitato la logica economica: "Comprendiamo che Iran e Oman forniscono certi servizi relativi a questo Stretto. E verranno addebitate tariffe per quei servizi."
Il coinvolgimento dell'Oman non è casuale: il Sultanato si affaccia sull'altra sponda del Golfo di Oman e ha storicamente svolto il ruolo di mediatore nelle crisi del Golfo Persico. La sua presenza nel disegno iraniano del nuovo regime tariffario serve a dare copertura internazionale alla proposta, rendendola meno unilaterale di quanto sia nei contenuti effettivi. Secondo quanto trapelato dai negoziati indiretti Iran-USA, Teheran starebbe chiedendo che qualsiasi accordo finale includa un esplicito riconoscimento del diritto iraniano a imporre pedaggi di transito. Non è una misura fiscale accessoria: è una condizione politica strutturale.
Gli USA rifiutano i pedaggi e valutano la forza navale
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito l'idea dei pedaggi un "non-starter" dopo aver incontrato l'ambasciatore omanita a Washington, avendo ricevuto da quest'ultimo la rassicurazione che "non ci sono piani per i pedaggi sullo Stretto". Le dichiarazioni di Jalali smentiscono apertamente quella posizione, aprendo un contrasto visibile tra le comunicazioni pubbliche di Muscat e le aspettative di Teheran.
Nel frattempo, il Segretario alla Difesa USA ha affermato che la Marina americana avrebbe la capacità tecnica di forzare l'apertura dello Stretto con la forza. L'opzione rimane però sullo sfondo: un'azione militare unilaterale in acque così contese rischierebbe di innescare un'escalation diretta con l'Iran in una fase in cui il conflitto è già in ebollizione su più fronti.
Il mercato naviga alla cieca: dark mode diventata la norma
Con il traffico quasi azzerato, le poche navi che si muovono ancora nelle acque di Hormuz lo fanno in condizioni di trasparenza minima. La navigazione in "dark mode" — con i transponder di localizzazione spenti — si è estesa ben oltre le petroliere storicamente legate all'Iran. Come avevamo documentato, questa pratica aveva raggiunto il 65,2% dei transiti registrati a maggio 2026, ed è oggi la norma per la maggior parte del traffico commerciale residuo.
Il risultato è un mercato energetico che fatica a misurare quanto petrolio e gas stiano effettivamente raggiungendo i compratori finali. I dati di flusso tradizionali sono diventati poco affidabili, e le stime sul deficit — come i 13 milioni di barili al giorno — rappresentano ordini di grandezza più che misurazioni puntuali. Il Brent Crude si attesta a 94,32 dollari al barile, il WTI a 91,39 dollari: quotazioni che incorporano un'incertezza strutturale difficile da prezzare con strumenti convenzionali.
La domanda di lungo periodo: il rischio che i mercati non prezzano ancora
C'è un effetto che rischia di passare in secondo piano rispetto alla cronaca quotidiana dei prezzi: il CEO di Rosneft ha messo in guardia che la crisi di Hormuz minaccia la domanda di petrolio nel lungo periodo. La logica è solida: compratori costretti per mesi a pagare prezzi elevati, razionare i consumi o diversificare verso fonti alternative possono maturare abitudini produttive e infrastrutturali difficili da invertire.
Un segnale in questa direzione arriva dai dati già pubblicati: come avevamo riportato, le importazioni cinesi di greggio erano crollate da 11,39 a 6,36 milioni di barili al giorno tra febbraio e maggio 2026, un calo del 44%. Una quota di quella contrazione riflette la difficoltà di approvvigionamento fisico; un'altra potrebbe segnalare un aggiustamento strutturale della domanda che il mercato non ha ancora incorporato nelle quotazioni.
Analisi: un miliardo di barili mancanti e una trattativa tutta tattica
Con un deficit di 13 milioni di barili al giorno e un blocco effettivo iniziato all'inizio di marzo 2026, il mercato ha accumulato in circa 100 giorni una mancanza cumulativa che supera 1,3 miliardi di barili. Nessun meccanismo di sostituzione a breve termine — né riserve strategiche, né aumenti OPEC+, né rerouting via rotte alternative — è dimensionato per coprire questo ordine di grandezza.
La proposta iraniana sui pedaggi va letta probabilmente come posizione tattica negoziale più che come piano operativo concreto: un modo per ottenere il riconoscimento esplicito della sovranità sullo Stretto all'interno di un accordo più ampio. L'Oman sarà verosimilmente il terreno su cui si tenterà di costruire una formula che salvi le apparenze di entrambe le parti. Le distanze attuali sono però reali, e ogni settimana aggiuntiva di blocco pesa su chi consuma, su chi raffina e su chi ha già tagliato la produzione.
Finché quella formula non prende forma, i 13 milioni di barili al giorno rimarranno fuori mercato.