Petrolio oltre i 100 dollari: Trump respinge la risposta iraniana e i mercati si infiammano

Il prezzo del greggio è tornato a salire bruscamente nella seduta di lunedì, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato "totalmente inaccettabile" la risposta dell'Iran a una proposta di pace americana. Il rialzo, prossimo al 4% per il Brent e superiore al 4% per il WTI nelle prime contrattazioni asiatiche, ha riportato il Brent crude sopra quota 105 dollari al barile e il WTI vicino ai 100 dollari, segnando un'inversione netta rispetto alle perdite della settimana precedente.

La rottura dei negoziati

La scintilla è scoccata domenica sera con un post sui social media in cui Trump ha bollato la controproposta iraniana come inaccettabile, senza rivelarne i dettagli. Nelle ore precedenti, il presidente aveva già accusato Teheran di ricorrere a tattiche dilatorie, segnalando un'insofferenza crescente verso il processo negoziale. L'Iran, dal canto suo, aveva presentato domenica mattina una proposta che prevedeva — secondo quanto trapelato — la cessazione immediata delle ostilità, la gestione iraniana dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco americano alle esportazioni di petrolio iraniano. Un'ipotesi subito respinta dagli alleati regionali degli Stati Uniti, che considerano qualsiasi forma di controllo iraniano sullo Stretto del tutto inaccettabile.

Il rifiuto di Trump ha vanificato le speranze alimentate la settimana scorsa da voci su un possibile accordo imminente: proprio quelle aspettative avevano contribuito a un calo del 6% dei prezzi del greggio nell'arco di sette giorni.

Lo Stretto di Hormuz e i numeri dell'emergenza

Al centro della crisi c'è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo strategico attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Da circa dieci settimane il conflitto ha di fatto paralizzato o fortemente ridotto i flussi attraverso questo corridoio vitale. I dati di tracciamento delle navi mostrano che almeno tre petroliere cariche di greggio hanno lasciato lo Stretto la settimana scorsa con i transponder spenti, per evitare di essere individuate e attaccate — un segnale eloquente del livello di rischio percepito dagli operatori del settore.

L'impatto sull'offerta globale è già misurabile: il CEO di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha dichiarato domenica che il mondo ha perso circa 1 miliardo di barili di petrolio nel corso degli ultimi due mesi e che i mercati energetici avranno bisogno di tempo per stabilizzarsi anche quando i flussi riprenderanno. A confermare la stretta, i dati ufficiali cinesi pubblicati nel fine settimana hanno rivelato che le importazioni di greggio della Cina — il maggiore acquirente mondiale — sono scese ad aprile ai livelli più bassi degli ultimi quattro anni.

Petrolio in rialzo del 4% dopo il rifiuto di Trump all'offerta di pace iraniana
Foto di Strange Happenings su Pexels

I mercati in attesa di Pechino

Con i negoziati diretti tra Washington e Teheran in stallo, l'attenzione si sposta ora sul viaggio di Trump a Pechino, previsto per mercoledì. I funzionari americani hanno confermato che il dossier iraniano sarà tra i temi del confronto con il presidente cinese Xi Jinping, e i mercati nutrono la speranza che la Cina possa esercitare la propria influenza su Teheran per sbloccare la situazione.

«L'attenzione del mercato si concentra ora sulla visita del presidente Trump in Cina questa settimana», ha osservato Tony Sycamore, analista di IG Markets, sottolineando le attese per una possibile mediazione di Pechino finalizzata a ottenere un cessate il fuoco e a riaprire lo Stretto di Hormuz. Tale prospettiva ha contribuito a frenare parzialmente i rialzi, limitando per ora i guadagni rispetto allo scenario peggiore.

Prospettive di mercato: il premio geopolitico è destinato a restare

Gli analisti sono concordi nel ritenere che le tensioni geopolitiche continueranno a dominare le dinamiche del mercato petrolifero nel breve e medio termine. Il premio di rischio incorporato nei prezzi non è destinato a evaporare rapidamente: anche in caso di ripresa dei flussi attraverso Hormuz, le scorte globali depleted, la minore coordinazione tra i produttori e la minaccia persistente di nuove interruzioni manterranno i prezzi su livelli elevati.

Le previsioni di ANZ Research indicano che il Brent si manterrà sopra i 90 dollari al barile per tutto il 2026, per poi scendere in una forchetta tra gli 80 e gli 85 dollari nel 2027, man mano che la domanda si riprende e le scorte vengono gradualmente ricostituite. Uno scenario che presuppone però una de-escalation almeno parziale del conflitto.

Futures americani sotto pressione

L'onda d'urto non si è limitata al mercato del greggio. I futures sui principali indici azionari americani hanno ceduto terreno nelle contrattazioni pre-mercato di lunedì, riflettendo il venir meno delle speranze di un accordo rapido tra Washington e Teheran. Il legame tra crisi energetica e sentiment finanziario globale resta stretto: l'escalation nei prezzi del petrolio si traduce in pressioni inflazionistiche, costi di produzione più elevati e margini compressi per gran parte del settore industriale e dei trasporti.

Il mercato, come sintetizzato da Priyanka Sachdeva, analista di Phillip Nova, «continua a comportarsi come una macchina guidata dai titoli geopolitici, con prezzi che oscillano bruscamente a ogni commento, rifiuto o avvertimento proveniente da Washington e Teheran». Una volatilità che, almeno per ora, non sembra destinata a rientrare.

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