Il blocco dello Stretto di Hormuz sta logorando le ultime riserve di sicurezza del mercato petrolifero globale. Tre superpetroliere cariche di greggio iracheno ed emiratino hanno attraversato lo stretto la scorsa settimana disattivando i propri transponder, navigando nell'oscurità per sfuggire ai controlli iraniani. Una manovra disperata che racconta meglio di qualsiasi dato quanto la situazione si sia deteriorata.
Navi fantasma nel Golfo Persico
I dati di Kpler e LSEG citati da Reuters confermano i dettagli di queste traversate clandestine. Una delle petroliere trasporta greggio Basrah Medium con destinazione Vietnam, dopo due tentativi falliti in precedenza. Un'altra, carica di greggio Upper Zakum dell'emiratina ADNOC, ha già scaricato il suo carico a Fujairah, il porto degli Emirati Arabi Uniti appena fuori dallo stretto, già colpito da un attacco iraniano all'inizio di questo mese. La terza nave, con altro greggio iracheno a bordo, è ancora in transito verso una destinazione non comunicata.
Non si tratta di episodi isolati. Una petroliera battente bandiera maltese, l'Odessa, ha raggiunto il porto sudcoreano di Daesan con un milione di barili di greggio: è il primo carico giunto in Corea del Sud attraverso Hormuz dall'inizio del conflitto. Alcune navi sono riuscite a passare grazie a pagamenti alle autorità iraniane. Altre invece sono state sequestrate.
Sul fronte opposto, più di 40 navi dirette in India restano bloccate nel Golfo Persico, quasi la metà delle quali trasporta prodotti energetici. L'India, fortemente dipendente dalle importazioni di energia mediorientale, è tra i Paesi più esposti alle conseguenze del blocco.
Il cuscinetto di sicurezza si assottiglia
La vera emergenza, però, non riguarda solo il traffico marittimo: è la scomparsa progressiva di qualsiasi margine di manovra nei mercati dell'energia. Le scorte globali di petrolio si stanno esaurendo a un ritmo senza precedenti. I governi e le compagnie stanno attingendo a riserve strategiche e commerciali per compensare la perdita di approvvigionamento mediorientale, ma questa risposta d'emergenza ha un limite strutturale: non può durare.
Il CEO di TotalEnergies, Patrick Pouyanne, ha stimato che il mondo stia consumando scorte petrolifere a un ritmo compreso tra 10 e 13 milioni di barili al giorno, per un totale di circa 500 milioni di barili già prelevati dagli stoccaggi dall'inizio del conflitto. Rystad Energy è ancora più pessimista: la perdita complessiva di forniture sfiorerebbe i 600 milioni di barili da marzo, e anche in caso di riapertura dello stretto entro fine mese, il danno cumulativo raggiungerebbe tra 1,2 e 2 miliardi di barili, pari al 16-27% delle forniture pre-guerra.
Il problema è che questo drenaggio si somma a riserve già ai minimi storici. Nel 2021 il mondo disponeva di scorte per oltre 90 giorni di domanda. Già nel 2022 quella soglia era scesa sotto gli 80 giorni, e da allora il trend è rimasto ribassista. Nello scenario peggiore — blocco dello stretto oltre la fine di giugno — le scorte globali potrebbero precipitare verso i 70 giorni di domanda.
Il mercato brucia tempo, non solo greggio
La crisi è arrivata nel momento peggiore possibile. La stagione estiva è tradizionalmente il picco della domanda: autostrade intasate, campi agricoli in piena attività, aeroporti al massimo. In condizioni normali, le raffinerie sfrutterebbero questo periodo per accumulare scorte. Quest'anno stanno invece erodendo quelle esistenti.
Gli effetti sull'economia reale si stanno materializzando con rapidità. Le importazioni asiatiche di petrolio in aprile sono scese del 30% su base annua, toccando il livello più basso in un decennio. I prezzi elevati stanno già distruggendo domanda, soprattutto in Asia. Ma la pressione si estende ben oltre il settore energetico: le catene di approvvigionamento che passano per Hormuz sono oggi un collo di bottiglia per l'intera economia globale.
Gli analisti sono chiari: anche se il conflitto si risolvesse in tempi brevi, la ricostruzione delle scorte richiederebbe molti mesi. Il mercato ha perso il suo ammortizzatore naturale. Come ha osservato un analista di Kpler, "il supporto delle scorte rimane limitato e non può compensare in modo sostenibile interruzioni prolungate."
Una crisi sistemica, non solo energetica
Lo Stretto di Hormuz non è mai stato solo un corridoio petrolifero. Attraverso quei 54 chilometri di mare passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. La sua chiusura non è uno shock settoriale: è un terremoto sistemico che rimodella i flussi commerciali globali, forza i Paesi importatori a decisioni drastiche — come l'India, che sta valutando razionamenti — e spinge i prezzi del greggio oltre i 100 dollari al barile, con il Brent che ha sfiorato quota 104.
La corsa contro il tempo evocata dagli analisti è reale: ogni settimana di blocco è un ulteriore prelievo da un conto in banca che si avvicina allo zero. E quando le riserve finiscono, non c'è più cuscinetto tra lo shock e l'economia reale.
