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GNL: la Cina riprende ad acquistare, Russia in crescita dell’11,5%

La Cina ha importato 4,9 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto a maggio 2026, invertendo un trend negativo durato mesi e segnando un lieve incremento rispetto a maggio 2025. Il rimbalzo arriva in anticipo sul picco estivo della domanda elettrica — quando il caldo spinge il consumo di aria condizionata verso l'alto — e si inserisce in un quadro globale dove flussi, alleanze e infrastrutture si ridisegnano rapidamente.

Aprile al minimo dal 2018: la caduta che ha preceduto il rimbalzo

Le importazioni cinesi di aprile 2026 erano state le più basse dal 2018: soltanto 3,5 milioni di tonnellate, il 30% in meno rispetto allo stesso mese del 2025, e meno della metà del totale di dicembre 2025. La causa principale è il conflitto in Medio Oriente, che ha eliminato circa un quarto della capacità produttiva globale di GNL, spingendo i prezzi verso l'alto e frenando la domanda degli importatori.

Il fenomeno non ha riguardato solo Pechino. Le importazioni asiatiche totali di marzo 2026 erano scese del 4,3% su base annua, a 21,12 milioni di tonnellate — il dato più basso in sette anni, secondo il Gas Exporting Countries Forum. Poiché circa l'80% del GNL prodotto nel Golfo Persico è destinato all'Asia, il blocco medio-orientale ha colpito la regione in modo sproporzionato rispetto al resto del mondo.

La Cina ha retto meglio degli altri importatori asiatici grazie alla disponibilità di gas via pipeline — più economico del GNL — e alla flessibilità di un sistema elettrico ancora fortemente dipendente dal carbone, nonostante la leadership mondiale nel solare e nell'eolico. Per molti Paesi della regione, meno strutturati, le alternative erano assai più limitate.

Il campo Absheron avanza: accordo tra SOCAR, TotalEnergies e BOTAS

Mentre la domanda asiatica recupera, in Azerbaijan si consolida un nuovo pilastro dell'approvvigionamento regionale. A margine della Baku Energy Week, SOCAR, TotalEnergies, ADNOC attraverso la sua divisione XRG e la turca BOTAS hanno firmato un accordo di compravendita di gas naturale legato alla produzione del campo Absheron, uno dei più grandi giacimenti gas-condensato del Paese.

I firmatari includono Rovshan Najaf (presidente di SOCAR), Abdulvahit Fidan (presidente di BOTAS), Martina Opizzi (senior vice president Europa E&P di TotalEnergies) e Mohammed Al Aryani (presidente International Gas di XRG). La decisione finale di investimento per la seconda fase del progetto è attesa entro il 2026, con l'avvio della produzione previsto per il 2029 e un potenziale superiore a 4 miliardi di metri cubi annui. Circa la metà dell'output andrà al mercato turco.

Dinamiche mercati gas naturale e GNL: domanda asiatica rimbalza
Nave tanker in porto: hub logistico per il GNL diretto ai mercati energetici asiatici. Foto di abdo alshreef su Pexels

Il progetto rafforza l'export azero e contribuisce a rendere la Turchia meno esposta a un'unica fonte di approvvigionamento.

Russia e Turchia: la posta in gioco oltre il 2026

Le esportazioni russe di GNL sono cresciute dell'11,5% tra gennaio e maggio 2026, confermando la capacità di Mosca di mantenere quote di mercato malgrado le sanzioni occidentali. I mercati asiatici hanno assorbito i volumi che l'Europa ha progressivamente rifiutato. Sul fronte gas via gasdotto, la Turchia è in trattativa con la Russia per estendere le forniture oltre il 2026, prolungando un rapporto energetico che Ankara gestisce con pragmatismo strategico.

Ankara si trova al centro di due dinamiche convergenti: il mantenimento dei flussi russi a condizioni negoziate e il nuovo accesso al gas azero via Absheron. Una posizione che rafforza il suo ruolo di snodo ridistributivo tra l'est produttore e il mercato europeo.

I future americani sul gas naturale hanno ceduto nelle prime sedute di giugno 2026, pesati da flussi più bassi verso i terminali di esportazione GNL lungo la costa del Golfo del Messico. Un segnale di breve periodo, non di tendenza strutturale.

Perché questa notizia riguarda anche noi

Il rimbalzo delle importazioni cinesi riduce la pressione al ribasso sui prezzi globali del GNL. Per i compratori europei — che competono con l'Asia sui carichi spot — questo si traduce in margini di acquisto più stretti nei mesi di picco. La progressiva affermazione di accordi bilaterali (Russia-Turchia, Azerbaijan-Turchia via Absheron) restringe ulteriormente il pool di gas disponibile sui mercati liberi.

Il capo del Gas Exporting Countries Forum ha messo in guardia: se il conflitto in Medio Oriente dovesse durare altri sei mesi, i cambiamenti oggi congiunturali rischiano di diventare strutturali. Non anomalie temporanee, ma nuova architettura del mercato.

Se la domanda asiatica accelera come previsto nella stagione estiva, i margini per i compratori spot europei si restringeranno — proprio mentre la geopolitica dell'approvvigionamento si consolida su accordi bilaterali che lasciano sempre meno spazio ai mercati liberi.

Petrolio Brent a 110 dollari: la crisi a Hormuz ridisegna i mercati

Il Brent ha sfiorato 110 dollari al barile il 12 maggio 2026, segnando un rialzo giornaliero di circa il 3%, dopo che il presidente americano Donald Trump ha definito l'accordo di cessate il fuoco con l'Iran in "terapia intensiva". Lo Stretto di Hormuz è de facto chiuso al transito commerciale da oltre due mesi, e le riparazioni alle infrastrutture energetiche danneggiate in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti — colpite da attacchi con droni — non saranno completate prima del 2027 secondo le stesse autorità del Golfo. Non è una fiammata speculativa: il mercato sta ridisegnando la propria struttura dei prezzi.

Lo Stretto di Hormuz blocca i flussi petroliferi globali

La chiusura dello Stretto di Hormuz da oltre due mesi sta erodendo le scorte OCSE di greggio e prodotti raffinati a un ritmo che le forniture alternative non riescono a compensare. Il 12 maggio l'amministrazione Trump ha annunciato nuove sanzioni contro aziende cinesi ed emiratine che facilitano le esportazioni di petrolio iraniano verso la Cina, affiancate da un'offerta di 15 milioni di dollari per informazioni sul commercio petrolifero dei Pasdaran. Teheran ha risposto avvertendo che le riparazioni alle proprie infrastrutture energetiche — con danni particolarmente gravi al campo di gas di South Pars — potrebbero richiedere fino a due anni e "investimenti seri".

Sul fronte commerciale, l'Iraq ha tagliato i propri prezzi ufficiali di vendita (OSP) per i carichi di giugno verso l'Asia di 13 dollari al barile rispetto a maggio, un ribasso nettamente più aggressivo del taglio di 4 dollari operato da Saudi Aramco. È la fotografia di una concorrenza crescente tra i produttori periferici che cercano di mantenere quota di mercato in un contesto di rotte commerciali alterate e domanda asiatica in flessione.

EIR mantiene il target a 95 $/bbl per il 2026 e 100 per il 2027

Enverus Intelligence Research (EIR) ha ribadito il 12 maggio le previsioni formulate per la prima volta l'11 marzo 2026: Brent medio a 95 dollari al barile per il resto dell'anno e a 100 dollari al barile per tutto il 2027. L'istituto di ricerca specializzato in energia registra che le stime dei concorrenti e i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quel target, dopo settimane in cui il consenso era rimasto significativamente più cauto.

"Da marzo la nostra posizione è che i prezzi del petrolio rimarranno più alti più a lungo, e non ci siamo discostati da essa mentre gli eventi si sono sviluppati", ha dichiarato Al Salazar, direttore della ricerca di EIR. Il modello base dell'istituto presuppone una chiusura dello Stretto della durata di tre mesi: ogni mese aggiuntivo aggiungerebbe circa 10-15 dollari al barile alle previsioni. Con quella scadenza trimestrale in arrivo e nessuna risoluzione diplomatica in vista, il rischio è chiaramente orientato al rialzo.

Prezzi del petrolio in rialzo: Brent vicino a 110 dollari
Petroliera in navigazione al largo di Vado Ligure, simbolo delle rotte energetiche globali sotto pressione dei mercati. Foto di DeLuca G su Pexels

A sostenere il premio geopolitico ci sono anche fattori strutturali: la capacità di riserva OPEC limitata e una risposta produttiva statunitense più contenuta del previsto, che riducono la possibilità di compensare rapidamente eventuali cali dell'offerta con produzioni alternative.

La Cina taglia le importazioni, Exxon avverte sui mercati futuri

Le importazioni cinesi di greggio ad aprile 2026 sono scese a una media di 9,25 milioni di barili al giorno, il livello più basso da luglio 2022 e un calo di 2,4 milioni di b/d rispetto a marzo. I raffinatori indipendenti dello Shandong operano a tassi di utilizzo del 50% a maggio: stretti tra il costo elevato del greggio e il divieto di Pechino sulle esportazioni di prodotti raffinati, la redditività è crollata. I dati di Kayrros mostrano che le scorte cinesi rimangono stabili a 1,34 miliardi di barili nel corso di maggio — i raffinatori non stanno attingendo alle riserve, stanno semplicemente producendo meno.

ExxonMobil ha avvertito che l'impatto pieno delle interruzioni sui mercati globali non si è ancora manifestato, e prevede bilanci più stretti e prezzi elevati anche dopo la riapertura dei flussi di navigazione. Chevron ha scelto la continuità strategica: mantiene la disciplina di capitale e ottimizza i flussi di greggio verso i mercati a margine più elevato, senza modificare le proprie proiezioni di spesa.

Perché la struttura dei prezzi cambia anche oltre i mercati finanziari

Un Brent strutturalmente sopra i 95-100 dollari non è un problema circoscritto ai trading desk. L'India ha già chiesto ai propri cittadini di risparmiare carburante; la Cina vede l'indice dei prezzi al consumo accelerare per effetto dell'energia; diversi paesi asiatici stanno incrementando il ricorso al carbone come soluzione emergenziale. I costi si scaricano su trasporto, petrolchimica e produzione elettrica da fonti fossili. La finestra entro cui uno shock d'offerta rimane "assorbibile" si sta restringendo.

Se la chiusura dello Stretto si prolungasse oltre il quarto mese, il modello EIR implicherebbe un target Brent compreso tra 105 e 115 dollari — una fascia che i futures stanno già sfiorando. Il vertice Xi-Trump atteso a breve è la variabile più rilevante nel breve periodo: un accordo sulle sanzioni alle compagnie cinesi potrebbe allentare la tensione, ma un irrigidimento ulteriore spingerebbe Pechino verso soluzioni di approvvigionamento ancora più opache. La vera scommessa non è se i prezzi scenderanno, ma quanto in alto saliranno prima che qualcosa si rompa sul lato della domanda.

Hormuz: un miliardo di barili persi e Brent stabile sopra 100 dollari

Un miliardo di barili eliminati dall'offerta globale in appena due mesi e mezzo. Il conto della crisi dello Stretto di Hormuz è già pesantissimo, e un'eventuale riapertura immediata non basterebbe a normalizzare i mercati per diversi mesi. JPMorgan prevede che il Brent resti stabilmente oltre i 100 dollari per gran parte del 2026, mentre i segnali di stress si moltiplicano: dalle raffinerie indipendenti cinesi che tagliano la produzione alle scorte asiatiche che si consumano a ritmo accelerato.

Aramco: riaprire Hormuz non significa normalizzare il mercato

Anche se i tanker potessero tornare a transitare liberamente per lo Stretto domani mattina, i mercati petroliferi non tornerebbero alla normalità prima di diversi mesi. Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, ha dichiarato a Reuters che "riaprire le rotte non equivale a normalizzare un mercato privato di circa un miliardo di barili di petrolio". Le conseguenze logistiche — navi bloccate, carichi congelati, scorte nazionali ormai in parte esaurite — si protraggono ben oltre la riapertura fisica del passaggio.

Il danno cumulato è enorme. Secondo Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies, le scorte globali di idrocarburi scendono a un ritmo compreso tra 10 e 13 milioni di barili al giorno per compensare il deficit. Wael Sawan, CEO di Shell, ha usato una metafora diretta parlando agli analisti nella call sui risultati del primo trimestre 2026: "We have dug ourselves a hole of close to 1 billion barrels of crude shortage at the moment, either because of locked in barrels or unproduced barrels, and of course, that hole is deepening every single day. The journey back will be a long one." Anche con Hormuz riaperto resterebbe un ritardo di uno-due mesi prima che i flussi tornassero alla normalità, secondo Darren Woods, CEO di ExxonMobil, intervenuto nella call Q1 2026.

Nel frattempo, Aramco ha portato il suo gasdotto Est-Ovest alla capacità massima di 7 milioni di barili al giorno, dirottando le esportazioni verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Una risposta operativa rilevante, ma non sufficiente a compensare il volume totale delle perdite accumulate da fine febbraio 2026.

Le raffinerie teapot cinesi cedono sotto i margini compressi

L'Asia è il continente più esposto alla crisi: dipende per il 65% dall'import medio-orientale e rischia tagli alle lavorazioni di greggio fino a 6 milioni di barili al giorno nel solo mese di aprile 2026. La Cina è relativamente più protetta rispetto ai vicini — ha accumulato scorte stimate intorno a un miliardo di barili negli ultimi due anni — ma anche Pechino mostra i segni della pressione.

Effetti della crisi di Hormuz sui mercati petroliferi e sulla raffinazione
Nave cargo nello Stretto del Bosforo, snodo cruciale per i trasporti marittimi in un'epoca di tensioni sulle rotte energetiche globali. Foto di K su Pexels

Le raffinerie indipendenti cinesi, note come teapot, hanno ridotto i tassi operativi medi nella provincia dello Shandong al 50%, dal 55% registrato ad aprile 2026. Le perdite stimate variano tra 74 e 88 dollari per tonnellata di greggio lavorato. Le autorità cinesi avevano ordinato ai raffinatori privati di mantenere alta la produzione di benzina e diesel anche in perdita, pena la riduzione delle quote di importazione nei trimestri successivi. La pressione sui conti è però diventata insostenibile: "Senza tagliare la produzione, le perdite non sono sopportabili", ha dichiarato una fonte del settore a Reuters. I dati doganali di aprile 2026 confermano il quadro, con le importazioni di greggio in calo netto rispetto ai mesi precedenti.

Il riassestamento dei flussi commerciali e il ritorno del carbone

La crisi sta accelerando una redistribuzione dei volumi commerciali con effetti che si protrarranno oltre il conflitto. Gli esportatori di greggio dal Golfo del Messico hanno aumentato le spedizioni in misura tale da spingere verso l'alto le stime sulla capacità effettiva dei terminal portuali americani — infrastrutture che fino a pochi mesi fa sembravano sottoutilizzate. Il Brasile si è affermato come fornitore di emergenza per diversi mercati asiatici, ridisegnando rotte logistiche che richiedono settimane di navigazione aggiuntive rispetto al transito per Hormuz.

Sul fronte dei sostituti energetici, la domanda globale di carbone è balzata in modo significativo: centrali elettriche e industrie stanno compensando parte del deficit di idrocarburi con combustibili solidi, invertendo una tendenza pluriennale verso la decarbonizzazione. Un effetto collaterale che rischia di avere ricadute tangibili sugli impegni climatici internazionali assunti prima del conflitto.

Perché questo shock è diverso dai precedenti

Un mercato petrolifero tenuto in equilibrio da scorte strategiche e rotte alternative al limite della capacità è un mercato fragile. Il Brent a quota 105 dollari del 12 maggio 2026 non rispecchia ancora l'impatto pieno della disruption: l'offerta sostitutiva ha finora tamponato il deficit, ma le riserve hanno un limite fisico. Per le economie asiatiche importatrici nette — India, Corea del Sud, Giappone — ogni settimana di chiusura dello Stretto si traduce in pressione sulle riserve valutarie e in inflazione importata difficilmente assorbibile nel breve termine.

Il dato strutturale che emerge è che il mercato petrolifero globale aveva trattato la sicurezza del transito per Hormuz come un'invariante. Non lo è più. Anche quando il traffico riprenderà, ricostruire la fiducia degli operatori in quella rotta richiederà un tempo comparabile a quello necessario per ripristinare le scorte fisiche — probabilmente più lungo della guerra stessa.

Crisi Hormuz: buffer in scadenza, Brent può toccare 150 dollari

Lo Stretto di Hormuz è chiuso dal 28 febbraio 2026, e i mercati globali stanno bruciando le ultime riserve di sicurezza. Se la crisi si prolunga fino a luglio, i principali buffer che finora hanno tenuto il Brent sotto i record storici si esauriranno, aprendo la strada a quotazioni oltre i 150 dollari al barile. Una crisi che — attraverso energia, inflazione e rotte commerciali — si ripercuote su ogni segmento dell'economia mondiale.

Lo stretto chiuso da febbraio: quanto greggio è già scomparso

La chiusura di Hormuz ha sottratto ai mercati oltre il 13% dell'offerta mondiale di greggio e circa un quinto dei flussi globali di GNL. Circa un miliardo di barili di forniture mediorientali sono già stati persi. Il Brent ha toccato un picco di 118 dollari al barile a fine marzo — un rialzo superiore al 60% rispetto ai livelli pre-conflitto — prima di scendere intorno ai 100 dollari.

La volatilità è la cifra dominante di questi mesi: movimenti giornalieri superiori al 5%, storicamente rari, si sono verificati in 16 delle 50 sedute dall'inizio del conflitto. Le scorte petrolifere globali nel frattempo si stanno avvicinando ai minimi degli ultimi otto anni, secondo Goldman Sachs, con una velocità di riduzione che espone il mercato a ulteriori shock prima ancora che lo stretto possa riaprirsi.

La corsa contro il tempo: i buffer di Cina e USA si stanno esaurendo

Sino a oggi, una riduzione delle importazioni di greggio da parte della Cina e le esportazioni in forte crescita degli Stati Uniti hanno parzialmente tamponato il crollo dell'offerta mediorientale. Ma la finestra si sta chiudendo rapidamente.

Gli analisti di Morgan Stanley avvertono, in una nota riportata da Bloomberg, che se lo stretto restasse bloccato fino alla fine di giugno questi cuscinetti sarebbero esauriti: "The path matters: a reopening in June with US and Chinese buffers still partly intact is the base case; a closure that runs into late June or even July is the regime in which Brent flat price has to do work it has so far been able to avoid."

In quello scenario estremo, il Dated Brent potrebbe salire fino a 150 dollari al barile. Le previsioni base della banca rimangono tuttavia invariate: 110 dollari in media nel secondo trimestre 2026, 100 dollari nel terzo e 90 dollari nell'ultimo.

La reputazione di Hormuz: un danno strutturale che va oltre l'emergenza

La guerra in Iran minaccia di compromettere in modo duraturo la fiducia nello stretto come arteria energetica affidabile. Anche dopo una eventuale riapertura, la sola consapevolezza che possa essere bloccato di nuovo spingerà importatori, raffinatori e armatori a diversificare strutturalmente le forniture, privilegiando rotte alternative o bacini produttivi geograficamente meno esposti al Golfo Persico.

Crisi Hormuz: IEA, Morgan Stanley e OPEC delineano lo scenario di mercato
Una petroliera solca le acque al crepuscolo, simbolo delle rotte energetiche globali al centro delle tensioni nello Stretto di Hormuz. Foto di Chengxin Zhao su Pexels

Non si tratta di un allarme congiunturale. È una revisione delle mappe del rischio su cui si fonda il commercio energetico globale — e quella revisione, una volta avviata, non si arresta con la firma di un cessate il fuoco.

OPEC ai minimi e major oil in attesa: il mercato si riorganizza sulla volatilità

Ad aprile 2026 la produzione OPEC ha toccato i propri minimi stagionali a causa delle interruzioni alle esportazioni dei paesi del Golfo coinvolti o limitrofi al conflitto. Eppure le grandi compagnie petrolifere — BP, Chevron, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies, tutte con risultati del primo trimestre 2026 sopra le attese — non stanno accelerando gli investimenti. Nessuna ha alzato i piani di spesa per il 2026 o per gli anni successivi.

"You will see capital and cost discipline no matter what", ha dichiarato il CEO di Chevron Mike Wirth agli analisti il 1° maggio 2026. La posizione riflette una trasformazione strutturale: dopo circa 200 miliardi di dollari di svalutazioni nell'ultimo decennio, il settore ha abbandonato la logica dell'espansione a favore della disciplina di capitale e dei ritorni agli azionisti. Le cinque maggiori compagnie occidentali reggono i dividendi anche sotto i 60 dollari al barile, il che rimuove ogni urgenza di inseguire i picchi di prezzo.

I futures a lungo termine confermano questa lettura: il contratto Brent con scadenza gennaio 2030 quota intorno ai 73 dollari al barile, appena sopra i 67 dollari del 27 febbraio. Se la perdita di forniture fosse davvero strutturale e permanente, i mercati non starebbero prezzando così in basso il petrolio tra quattro anni.

Perché questa crisi riguarda anche chi non opera nell'energia

L'impatto si propaga ben oltre i mercati delle materie prime. India e Cina importano la stragrande maggioranza del loro greggio dal Golfo: in India il governo ha già invitato i cittadini a risparmiare carburante, in Cina l'inflazione ha accelerato trascinata dai costi energetici. In Europa le compagnie aeree faticano a reperire jet fuel e i governi discutono misure di emergenza.

La volatilità non è un effetto collaterale temporaneo: è diventata la variabile dominante del mercato. Le major lo hanno già incorporato nelle loro strategie, posizionandosi per sopravvivere alle oscillazioni piuttosto che per capitalizzare i picchi. Chi ancora si aspetta un semplice rimbalzo e un ritorno alla normalità sta probabilmente leggendo la situazione con mappe disegnate prima del 28 febbraio.

Anche se Hormuz riaprisse nei prossimi giorni, la ricostruzione delle infrastrutture energetiche del Golfo richiederebbe mesi, e la capacità di riserva globale si è assottigliata in modo significativo. Il mercato ha perso il suo ammortizzatore principale — e non lo recupererà in fretta.

Petrolio oltre i 100 dollari: Trump respinge la risposta iraniana e i mercati si infiammano

Il prezzo del greggio è tornato a salire bruscamente nella seduta di lunedì, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato "totalmente inaccettabile" la risposta dell'Iran a una proposta di pace americana. Il rialzo, prossimo al 4% per il Brent e superiore al 4% per il WTI nelle prime contrattazioni asiatiche, ha riportato il Brent crude sopra quota 105 dollari al barile e il WTI vicino ai 100 dollari, segnando un'inversione netta rispetto alle perdite della settimana precedente.

La rottura dei negoziati

La scintilla è scoccata domenica sera con un post sui social media in cui Trump ha bollato la controproposta iraniana come inaccettabile, senza rivelarne i dettagli. Nelle ore precedenti, il presidente aveva già accusato Teheran di ricorrere a tattiche dilatorie, segnalando un'insofferenza crescente verso il processo negoziale. L'Iran, dal canto suo, aveva presentato domenica mattina una proposta che prevedeva — secondo quanto trapelato — la cessazione immediata delle ostilità, la gestione iraniana dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco americano alle esportazioni di petrolio iraniano. Un'ipotesi subito respinta dagli alleati regionali degli Stati Uniti, che considerano qualsiasi forma di controllo iraniano sullo Stretto del tutto inaccettabile.

Il rifiuto di Trump ha vanificato le speranze alimentate la settimana scorsa da voci su un possibile accordo imminente: proprio quelle aspettative avevano contribuito a un calo del 6% dei prezzi del greggio nell'arco di sette giorni.

Lo Stretto di Hormuz e i numeri dell'emergenza

Al centro della crisi c'è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo strategico attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Da circa dieci settimane il conflitto ha di fatto paralizzato o fortemente ridotto i flussi attraverso questo corridoio vitale. I dati di tracciamento delle navi mostrano che almeno tre petroliere cariche di greggio hanno lasciato lo Stretto la settimana scorsa con i transponder spenti, per evitare di essere individuate e attaccate — un segnale eloquente del livello di rischio percepito dagli operatori del settore.

L'impatto sull'offerta globale è già misurabile: il CEO di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha dichiarato domenica che il mondo ha perso circa 1 miliardo di barili di petrolio nel corso degli ultimi due mesi e che i mercati energetici avranno bisogno di tempo per stabilizzarsi anche quando i flussi riprenderanno. A confermare la stretta, i dati ufficiali cinesi pubblicati nel fine settimana hanno rivelato che le importazioni di greggio della Cina — il maggiore acquirente mondiale — sono scese ad aprile ai livelli più bassi degli ultimi quattro anni.

Petrolio in rialzo del 4% dopo il rifiuto di Trump all'offerta di pace iraniana
Foto di Strange Happenings su Pexels

I mercati in attesa di Pechino

Con i negoziati diretti tra Washington e Teheran in stallo, l'attenzione si sposta ora sul viaggio di Trump a Pechino, previsto per mercoledì. I funzionari americani hanno confermato che il dossier iraniano sarà tra i temi del confronto con il presidente cinese Xi Jinping, e i mercati nutrono la speranza che la Cina possa esercitare la propria influenza su Teheran per sbloccare la situazione.

«L'attenzione del mercato si concentra ora sulla visita del presidente Trump in Cina questa settimana», ha osservato Tony Sycamore, analista di IG Markets, sottolineando le attese per una possibile mediazione di Pechino finalizzata a ottenere un cessate il fuoco e a riaprire lo Stretto di Hormuz. Tale prospettiva ha contribuito a frenare parzialmente i rialzi, limitando per ora i guadagni rispetto allo scenario peggiore.

Prospettive di mercato: il premio geopolitico è destinato a restare

Gli analisti sono concordi nel ritenere che le tensioni geopolitiche continueranno a dominare le dinamiche del mercato petrolifero nel breve e medio termine. Il premio di rischio incorporato nei prezzi non è destinato a evaporare rapidamente: anche in caso di ripresa dei flussi attraverso Hormuz, le scorte globali depleted, la minore coordinazione tra i produttori e la minaccia persistente di nuove interruzioni manterranno i prezzi su livelli elevati.

Le previsioni di ANZ Research indicano che il Brent si manterrà sopra i 90 dollari al barile per tutto il 2026, per poi scendere in una forchetta tra gli 80 e gli 85 dollari nel 2027, man mano che la domanda si riprende e le scorte vengono gradualmente ricostituite. Uno scenario che presuppone però una de-escalation almeno parziale del conflitto.

Futures americani sotto pressione

L'onda d'urto non si è limitata al mercato del greggio. I futures sui principali indici azionari americani hanno ceduto terreno nelle contrattazioni pre-mercato di lunedì, riflettendo il venir meno delle speranze di un accordo rapido tra Washington e Teheran. Il legame tra crisi energetica e sentiment finanziario globale resta stretto: l'escalation nei prezzi del petrolio si traduce in pressioni inflazionistiche, costi di produzione più elevati e margini compressi per gran parte del settore industriale e dei trasporti.

Il mercato, come sintetizzato da Priyanka Sachdeva, analista di Phillip Nova, «continua a comportarsi come una macchina guidata dai titoli geopolitici, con prezzi che oscillano bruscamente a ogni commento, rifiuto o avvertimento proveniente da Washington e Teheran». Una volatilità che, almeno per ora, non sembra destinata a rientrare.

Stretto di Hormuz: navi al buio, riserve strategiche in calo, mercato in corsa contro il tempo

Il blocco dello Stretto di Hormuz sta logorando le ultime riserve di sicurezza del mercato petrolifero globale. Tre superpetroliere cariche di greggio iracheno ed emiratino hanno attraversato lo stretto la scorsa settimana disattivando i propri transponder, navigando nell'oscurità per sfuggire ai controlli iraniani. Una manovra disperata che racconta meglio di qualsiasi dato quanto la situazione si sia deteriorata.

Navi fantasma nel Golfo Persico

I dati di Kpler e LSEG citati da Reuters confermano i dettagli di queste traversate clandestine. Una delle petroliere trasporta greggio Basrah Medium con destinazione Vietnam, dopo due tentativi falliti in precedenza. Un'altra, carica di greggio Upper Zakum dell'emiratina ADNOC, ha già scaricato il suo carico a Fujairah, il porto degli Emirati Arabi Uniti appena fuori dallo stretto, già colpito da un attacco iraniano all'inizio di questo mese. La terza nave, con altro greggio iracheno a bordo, è ancora in transito verso una destinazione non comunicata.

Non si tratta di episodi isolati. Una petroliera battente bandiera maltese, l'Odessa, ha raggiunto il porto sudcoreano di Daesan con un milione di barili di greggio: è il primo carico giunto in Corea del Sud attraverso Hormuz dall'inizio del conflitto. Alcune navi sono riuscite a passare grazie a pagamenti alle autorità iraniane. Altre invece sono state sequestrate.

Sul fronte opposto, più di 40 navi dirette in India restano bloccate nel Golfo Persico, quasi la metà delle quali trasporta prodotti energetici. L'India, fortemente dipendente dalle importazioni di energia mediorientale, è tra i Paesi più esposti alle conseguenze del blocco.

Il cuscinetto di sicurezza si assottiglia

La vera emergenza, però, non riguarda solo il traffico marittimo: è la scomparsa progressiva di qualsiasi margine di manovra nei mercati dell'energia. Le scorte globali di petrolio si stanno esaurendo a un ritmo senza precedenti. I governi e le compagnie stanno attingendo a riserve strategiche e commerciali per compensare la perdita di approvvigionamento mediorientale, ma questa risposta d'emergenza ha un limite strutturale: non può durare.

Il CEO di TotalEnergies, Patrick Pouyanne, ha stimato che il mondo stia consumando scorte petrolifere a un ritmo compreso tra 10 e 13 milioni di barili al giorno, per un totale di circa 500 milioni di barili già prelevati dagli stoccaggi dall'inizio del conflitto. Rystad Energy è ancora più pessimista: la perdita complessiva di forniture sfiorerebbe i 600 milioni di barili da marzo, e anche in caso di riapertura dello stretto entro fine mese, il danno cumulativo raggiungerebbe tra 1,2 e 2 miliardi di barili, pari al 16-27% delle forniture pre-guerra.

Stretto di Hormuz: navi al buio, riserve strategiche in calo, mercato in corsa contro il tempo
Foto di DeLuca G su Pexels

Il problema è che questo drenaggio si somma a riserve già ai minimi storici. Nel 2021 il mondo disponeva di scorte per oltre 90 giorni di domanda. Già nel 2022 quella soglia era scesa sotto gli 80 giorni, e da allora il trend è rimasto ribassista. Nello scenario peggiore — blocco dello stretto oltre la fine di giugno — le scorte globali potrebbero precipitare verso i 70 giorni di domanda.

Il mercato brucia tempo, non solo greggio

La crisi è arrivata nel momento peggiore possibile. La stagione estiva è tradizionalmente il picco della domanda: autostrade intasate, campi agricoli in piena attività, aeroporti al massimo. In condizioni normali, le raffinerie sfrutterebbero questo periodo per accumulare scorte. Quest'anno stanno invece erodendo quelle esistenti.

Gli effetti sull'economia reale si stanno materializzando con rapidità. Le importazioni asiatiche di petrolio in aprile sono scese del 30% su base annua, toccando il livello più basso in un decennio. I prezzi elevati stanno già distruggendo domanda, soprattutto in Asia. Ma la pressione si estende ben oltre il settore energetico: le catene di approvvigionamento che passano per Hormuz sono oggi un collo di bottiglia per l'intera economia globale.

Gli analisti sono chiari: anche se il conflitto si risolvesse in tempi brevi, la ricostruzione delle scorte richiederebbe molti mesi. Il mercato ha perso il suo ammortizzatore naturale. Come ha osservato un analista di Kpler, "il supporto delle scorte rimane limitato e non può compensare in modo sostenibile interruzioni prolungate."

Una crisi sistemica, non solo energetica

Lo Stretto di Hormuz non è mai stato solo un corridoio petrolifero. Attraverso quei 54 chilometri di mare passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. La sua chiusura non è uno shock settoriale: è un terremoto sistemico che rimodella i flussi commerciali globali, forza i Paesi importatori a decisioni drastiche — come l'India, che sta valutando razionamenti — e spinge i prezzi del greggio oltre i 100 dollari al barile, con il Brent che ha sfiorato quota 104.

La corsa contro il tempo evocata dagli analisti è reale: ogni settimana di blocco è un ulteriore prelievo da un conto in banca che si avvicina allo zero. E quando le riserve finiscono, non c'è più cuscinetto tra lo shock e l'economia reale.

GNL del Qatar attraversa lo Stretto di Hormuz: il primo transito dall’inizio del conflitto

Lo Stretto di Hormuz torna ad aprirsi — almeno parzialmente — al traffico energetico del Golfo. Una petroliera qatariota per gas naturale liquefatto (GNL) ha completato il primo passaggio attraverso il corridoio strategico dall'inizio del conflitto tra Iran e le forze statunitensi e israeliane, segnando un momento potenzialmente decisivo per i mercati energetici globali.

Un corridoio che vale un quinto del GNL mondiale

Lo Stretto di Hormuz è il punto di strozzatura più sensibile dell'intero sistema energetico mondiale. Attraverso i suoi appena 39 chilometri (21 miglia nautiche) nel punto più stretto transitano circa un quinto (20%) di tutto il GNL commercializzato a livello internazionale, oltre a una quota significativa del petrolio greggio prodotto dalla penisola arabica. Quando la tensione militare nella regione ha fatto temere una chiusura del corridoio, i mercati hanno risposto con immediata volatilità, e diversi operatori energetici hanno temporaneamente deviato le rotte delle loro navi cisterna verso percorsi alternativi, più lunghi e costosi.

Il passaggio della petroliera qatariota — documentato dai dati AIS (Automatic Identification System), il sistema di tracciamento delle navi mercantili — rappresenta quindi un segnale concreto: la rotta non è completamente bloccata, e almeno alcuni carichi possono riprendere a muoversi verso i mercati asiatici ed europei che dipendono dal GNL del Golfo.

Trump spinge per la riapertura

Sullo sfondo della mossa qatariota c'è anche una pressione politica esplicita. L'amministrazione Trump ha spinto attivamente per la riapertura del corridoio di Hormuz, consapevole che una chiusura prolungata avrebbe conseguenze pesanti non solo per i produttori del Golfo, ma anche per l'economia globale e in particolare per i paesi importatori alleati degli Stati Uniti.

Il Qatar è uno dei principali esportatori mondiali di GNL e intrattiene con Washington una relazione strategica che va ben oltre l'energia: ospita la base militare statunitense di Al Udeid, la più grande dell'intera regione mediorientale. Questa interdipendenza rende la riapertura del transito un interesse condiviso tanto da Doha quanto da Washington, e spiega perché la petroliera abbia rischiato il passaggio in un momento ancora carico di incertezze.

Qatar LNG: primo transito attraverso lo Stretto di Hormuz dall'inizio della guerra
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Il Pakistan come mediatore

Parallelamente, si apre un canale diplomatico inatteso. Il Pakistan sta conducendo trattative con Teheran per garantire ulteriori transiti sicuri attraverso lo stretto, posizionandosi come intermediario tra l'Iran e i paesi produttori del Golfo. Islamabad, che mantiene relazioni con entrambe le parti e che ha un interesse diretto nella stabilità energetica regionale — essendo essa stessa dipendente dalle importazioni di combustibili — si candida a svolgere un ruolo di facilitatore in un contesto in cui i canali diplomatici diretti tra Iran e Occidente rimangono estremamente tesi.

Se le trattative avranno successo, il Pakistan potrebbe contribuire a trasformare questo primo transito isolato in una riapertura strutturale, almeno per il traffico civile di GNL e petrolio.

Un'apertura parziale, non una normalizzazione

È importante non sopravvalutare la portata dell'evento. Il passaggio della petroliera qatariota è un segnale positivo, ma non equivale a una dichiarazione di sicurezza del corridoio. La situazione militare nella regione rimane fluida, e il rischio di incidenti — volontari o accidentali — non è affatto scomparso. In precedenza il Qatar aveva già tentato l'attraversamento, il che suggerisce che ci siano state prove e verifiche prima che il transito andasse a buon fine.

I mercati energetici osserveranno con attenzione nei prossimi giorni e settimane se questo primo passaggio sarà seguito da altri, e se il flusso di GNL qatariota riprenderà a pieno regime verso i principali acquirenti asiatici — in primis Giappone, Corea del Sud e Cina — e verso quelli europei che dall'inizio della guerra in Ucraina dipendono sempre di più dal GNL del Golfo come alternativa al gas russo.

Geopolitica e mercati: un equilibrio fragile

L'episodio illumina quanto la geopolitica del Medio Oriente sia diventata inscindibile dalla sicurezza energetica globale. Lo Stretto di Hormuz non è solo una via d'acqua: è un moltiplicatore di rischio sistemico, capace di trasformare un conflitto regionale in una crisi energetica mondiale nel giro di pochi giorni.

La ripresa del transito, per quanto parziale e ancora incerta, offre un momento di respiro. Ma la vera partita — quella diplomatica — è ancora aperta. E il ruolo che Pakistan, Qatar e Stati Uniti sapranno giocare nelle prossime settimane determinerà se Hormuz tornerà a scorrere liberamente o se rimarrà una variabile instabile nel cuore del mercato energetico globale.

Guerra in Iran: le importazioni energetiche cinesi crollano e il boom degli investimenti del Golfo in Asia Centrale è a rischio

Il conflitto armato scoppiato nel febbraio 2026 tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall'altro — già ribattezzato "Guerra del Ramadan" — sta ridisegnando gli equilibri energetici e finanziari globali con una velocità che pochi avevano previsto. Tra le conseguenze più immediate vi sono il crollo delle importazioni energetiche cinesi e la messa in discussione di un ciclo di investimenti da miliardi di dollari che i Paesi del Golfo avevano avviato in Asia Centrale.

Lo Stretto di Hormuz: la strozzatura del mondo

Il nodo di tutto è geografico. L'Iran, nel quadro della sua risposta alle operazioni militari americane e israeliane iniziate con i bombardamenti del 28 febbraio 2026, ha imposto un blocco di fatto allo Stretto di Hormuz, il canale marino attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto (GNL) scambiato a livello mondiale. Una percentuale che tradotta in termini concreti significa decine di milioni di barili al giorno sottratti ai mercati internazionali.

Per la Cina, seconda economia mondiale e principale importatore globale di energia, l'impatto è stato immediato e brutale. Le forniture provenienti dal Medio Oriente — una componente strutturale dell'approvvigionamento di Pechino — si sono ridotte drasticamente, con oltre quaranta navi dirette in India rimaste intrappolate nelle acque vicine allo Stretto. Rotte alternative esistono, ma sono più lunghe, più costose e comunque insufficienti a compensare il volume perduto nel breve termine.

Il Golfo paga il prezzo della guerra

Il paradosso del conflitto è che a soffrirne sono anche Paesi formalmente estranei alle ostilità. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e gli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si trovano in una posizione scomoda: non sono belligeranti, ma la guerra ha colpito la loro infrastruttura energetica, i porti, l'aviazione civile, il turismo e la logistica.

Goldman Sachs stima impatti sul PIL che potrebbero raggiungere il 14% per Qatar e Kuwait, il 5% per gli Emirati e il 3% per l'Arabia Saudita qualora le interruzioni si prolunghino. Il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite ha calcolato che il conflitto potrebbe costare alle economie della regione tra il 3,7 e il 6,0% del PIL collettivo, ovvero tra 120 e 194 miliardi di dollari — una cifra superiore alla crescita cumulativa regionale registrata nell'intero 2025.

Di fronte a questi numeri, almeno tre governi del GCC hanno avviato revisioni straordinarie della gestione dei rispettivi fondi sovrani, che nel loro insieme gestiscono circa 5.000 miliardi di dollari. Sul tavolo ci sono potenziali inversioni di rotta su impegni presi, dismissioni di asset e rinegoziazione di accordi di sponsorizzazione. L'Arabia Saudita ha già interrotto la partnership con il Metropolitan Opera di New York e con il circuito LIV Golf. Ma le conseguenze più pesanti non riguarderanno i progetti di immagine, bensì gli investimenti in infrastrutture, energia e trasporti in Asia e Africa.

Guerra Iran: importazioni energetiche cinesi crollano, investimenti del Golfo in Asia Centrale a rischio
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Sedici miliardi a rischio in Asia Centrale

Prima che la guerra scoppiasse, i petrostati del Golfo avevano costruito una presenza significativa in Asia Centrale. Entro la fine del 2025, Kazakhstan, Uzbekistan e Tajikistan avevano attratto impegni di investimento del Golfo per un totale di oltre 16,2 miliardi di dollari, distribuiti tra energia, infrastrutture, logistica e settore bancario.

L'interesse era strategico su più livelli: diversificazione economica rispetto alla rendita petrolifera, accesso a risorse critiche come uranio e terre rare, e posizionamento geopolitico in un'area contesa tra Russia e Cina, il che peraltro si allineava agli obiettivi di Washington. Le strategie di sviluppo del tipo "Vision 2030" saudita trovavano in quell'arco geografico uno sbocco naturale per i capitali in eccesso.

Oggi quella traiettoria è in bilico. Nessuna cancellazione è stata ufficialmente annunciata, ma le pressioni sono evidenti: i fondi sovrani devono prioritizzare la ripresa interna, rafforzare la difesa nazionale e riparare i danni alle infrastrutture. Gli investimenti in Asia Centrale, per quanto promettenti, rappresentano una categoria non-core rispetto agli impegni più vicini o strategicamente prioritari, come quelli negli Stati Uniti e in Europa. È probabile che vengano rinviati, ridimensionati o semplicemente abbandonati nell'attesa che la situazione si stabilizzi.

La Cina pronta a colmare il vuoto

Se i petrostati del Golfo si ritirano — anche solo parzialmente — dall'Asia Centrale, c'è un attore pronto a occupare lo spazio lasciato libero: la Cina. Pechino già esercita un'influenza economica dominante nella regione e dispone degli strumenti finanziari e diplomatici per accelerare ulteriormente la penetrazione. Le istituzioni finanziarie cinesi, non sottoposte alle stesse pressioni geopolitiche dei fondi del Golfo, potrebbero presentarsi ai governi centroasiatici come investitori alternativi in un momento di debolezza negoziale.

Il risultato paradossale della crisi sarebbe dunque un rafforzamento proprio di quel peso cinese che i capitali del Golfo avrebbero dovuto, almeno in parte, controbilanciare. Per le repubbliche centroasiatiche — già incastrate tra la dipendenza storica dalla Russia e l'espansione economica di Pechino — l'uscita di scena dei fondi sovrani arabi significherebbe un ulteriore restringimento delle opzioni di diversificazione.

Un nuovo ordine energetico ancora da scrivere

La guerra in Iran ha innescato una reazione a catena che va ben al di là del teatro bellico. Il blocco di Hormuz ha trasformato un conflitto regionale in uno shock sistemico per l'economia mondiale: le rotte dell'energia sono interrotte, i mercati finanziari sono in tensione, e le strategie di investimento costruite negli ultimi anni vengono rimesse in discussione in tempo reale. Quello che sembrava un processo irreversibile di diversificazione — dalla finanza del Golfo verso le frontiere emergenti dell'Asia Centrale — si scopre molto più fragile di quanto apparisse. E la Cina, nel mezzo di tutto questo, potrebbe essere l'unico vincitore non intenzionale di una guerra che l'ha colpita duramente sul fronte energetico.

Come abbandonare la dipendenza da Petrolio grazie a Eolico e Fotovoltaico

I media non cessano di segnalare la crescente intensità delle emissioni di CO2 in atmosfera e la sua responsabilità diretta per la creazione dell’effetto serra, che sta cambiando le condizioni ambientali e minacciando in un futuro non troppo lontano la stessa civiltà attuale. Tuttavia, appare molto evidente che, nonostante tutto questo allarmismo, l’attività di estrazione dei combustibili fossili quali carbone, petrolio e gas non sembra conoscere crisi.

D’altra parte, una fetta di produzione di energia su scala globale dipende dalla tecnologia nucleare che, nel suo stato attuale, non offre sufficienti garanzie di sicurezza a causa della generazione di rifiuti che comportano un alto grado di pericolo e soprattutto un forte potenziale di degrado ambientale per le generazioni future. Tuttavia, ci sono numerosi dibattiti tra coloro che vogliono frenare il deterioramento ambientale proponendo delle alternative alla dipendenza dal petroli, che consentano la parziale sostituzione delle energie fossili attraverso l’uso di energie naturali e non inquinanti, e tra chi invece sostiene che l’uso di queste tecnologie non sia efficiente quanto quelle provenienti da combustibili fossili. Di fronte a questa situazione, e alla ricerca di fonti energetiche alternative a quelle utilizzate principalmente e, soprattutto sicure, vengono proposte nuove tecniche che, in alcuni casi, derivano da ipotesi che sono state in vigore per molti anni.

L’inflazione a dicembre frena a causa del calo del prezzo del Petrolio, i prezzi bassi del petrolio favoriranno la crescita nel 2019

Nel corso del mese di dicembre l’Istat ha riportato i dati in merito al freno della crescita dei beni al consumo, riportando un 1,1% su base annua al confronto dell’ 1,6% registrato nel mese di novembre. Tale freno è stato provocato da una serie di fattori, in particolar modo quelli che riguardano la diminuzione del costo del petrolio e dei beni energetici non regolamentati.

Si confermano così le previsioni diffuse qualche settimana fa circa la potenziale crescita della domanda che tali cali provocheranno nel 2019, la quale è registrata a fronte dei 1,3 milioni di barili giornalieri è stimata circa attorno ai 1,4 milioni. Una crescita quasi certamente preannunciata se i dati pronosticati si manterranno stabili, portando ad un aumento del consumo non irrilevante in grado di scuotere maggiormente le condizioni del mercato globale.