A maggio 2026 le importazioni cinesi di petrolio greggio sono scese a 7,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso da ottobre 2017 — un taglio del 33% rispetto alla media di 11,6 milioni dell'intero 2025. La causa diretta è l'impennata dei prezzi seguita alla disruption del traffico petroliero nel Golfo Persico. La Cina però non sta comprando meno perché consuma meno: sta vivendo di scorte accumulate in precedenza, e questa distinzione è quella che cambierà le carte in tavola quando i magazzini si svuoteranno.
I numeri di maggio: il dato più basso da otto anni a questa parte
Il totale mensile si è fermato a 33 milioni di barili, il valore più contenuto da otto anni a questa parte. Rispetto al ritmo dell'anno scorso, il taglio quotidiano vale 3,8 milioni di barili — pari al 32,8% in meno. Le raffinerie hanno abbassato i tassi di lavorazione e ridotto le esportazioni di prodotti raffinati, con Pechino determinata a garantire l'offerta interna di diesel e benzina anche a costo di tagliare le lavorazioni verso l'estero.
La spiegazione strutturale è che le raffinerie dispongono di un cuscinetto di scorte stimato in oltre un miliardo di barili, accumulato prima dell'escalation del conflitto. Questo magazzino consente alla Cina di restare fuori dal mercato internazionale anche con prezzi elevati, senza che la domanda interna ne risenta nell'immediato.
La Cina come ammortizzatore globale — e i suoi limiti
Gli analisti di Société Générale hanno definito la riduzione degli acquisti cinesi "uno dei maggiori fattori di compensazione allo shock, secondo solo al riorientamento dei flussi sauditi e superiore ai rilasci coordinati dalle riserve strategiche di USA, Europa e Giappone". In pratica, l'assenza della Cina dal mercato come grande acquirente esercita un effetto calmierante sui prezzi internazionali del greggio.
Il nodo è che questo meccanismo ha una durata limitata. Warren Patterson ed Ewa Manthey, analisti delle materie prime di ING, hanno scritto che "il cuscinetto si sta assottigliando giorno dopo giorno" e che la stagione estiva porterà un aumento della domanda di "oltre 3 milioni di barili al giorno nel terzo trimestre rispetto al secondo". Il ritmo di consumo delle riserve "si intensificherà nel periodo luglio-settembre".
Quando le scorte cinesi scenderanno sotto la soglia operativa critica, Pechino tornerà sul mercato come acquirente su larga scala. Se il conflitto sarà ancora in corso in quel momento, l'effetto combinato — domanda cinese in rimbalzo più carenza strutturale preesistente — potrebbe produrre una seconda ondata di rialzi.
L'India: il costo immediato che la Cina differisce nel tempo
Mentre la Cina ammortizza la crisi con le scorte, l'India la subisce in tempo reale. Il Paese importa oltre l'85% del petrolio che consuma, e i prezzi attuali superano di circa 30 dollari al barile i livelli precedenti al conflitto. Le principali banche d'investimento, le agenzie di rating e la banca centrale indiana hanno già abbassato le previsioni di crescita economica.
Il gestore patrimoniale 360 ONE Capital ha calcolato che, se il greggio si attestasse mediamente a 90 dollari al barile per tutto l'anno fiscale 2027, l'inflazione indiana raggiungerebbe il 4,8%. Uno scenario con il prezzo superiore di ulteriori 10 dollari al barile rispetto a quella base spingerebbe l'inflazione al 5,6%, ridurrebbe la crescita del PIL di altri 40 punti base portandola al 5,9%, allarghererebbe il deficit delle partite correnti al 2,5% del PIL e porterebbe il deficit fiscale al 4,8% del PIL.
A giugno 2026, il governo indiano ha già adottato misure di emergenza per difendere la rupia, scivolata ai minimi storici rispetto al dollaro.
Analisi: un orologio che scandisce il tempo rimasto
Il dato di maggio descrive una geometria di crisi differita, non risolta. Calcolando la differenza tra il tasso attuale (7,8 milioni di barili/giorno) e la media 2025 (11,6 milioni), il contributo cinese alla riduzione della pressione sul mercato internazionale vale circa 3,8 milioni di barili al giorno — su base mensile, l'equivalente di oltre 114 milioni di barili non acquistati rispetto al ritmo atteso. Un ammortizzatore imponente, ma per definizione temporaneo.
La questione centrale non è se la Cina tornerà a comprare — lo farà necessariamente — ma quando. Le scorte si consumano ogni giorno che passa; la stagione estiva amplifica la domanda globale; Pechino non può restare fuori dal mercato all'infinito. Il dato di maggio segnala meno un allentamento della crisi e più uno spostamento temporale: la Cina ha comprato tempo importando meno, ma il debito si pagherà quando le riserve non basteranno più a coprire il fabbisogno interno.