L’India mette sul mercato quote di otto grandi aziende pubbliche per raccogliere miliardi di dollari e tappare la falla provocata dallo shock energetico legato allo Stretto di Hormuz. La stima è che alcune dismissioni possano fruttare fino a 1 miliardo di dollari ciascuna, con la Life Insurance Corporation of India (LIC) tra i nomi in cima alla lista. La mossa arriva dopo mesi in cui Nuova Delhi ha dovuto pagare il greggio a oltre 100 dollari al barile per garantirsi forniture alternative a quelle bloccate nel Golfo Persico.
Perché il governo indiano corre a vendere
L’India dipende per quasi il 90% del proprio consumo petrolifero dalle importazioni. Quando le tensioni militari tra Stati Uniti e Iran hanno paralizzato il traffico nello Stretto di Hormuz a fine febbraio 2026, il costo della bolletta energetica è esploso, mettendo sotto pressione rupia, crescita economica e deficit pubblico. Tra marzo e maggio il Paese ha dovuto acquistare petrolio a prezzi superiori a 100 dollari al barile pur di non restare a secco. Ora, con il Brent sceso intorno a 70 dollari al barile e i flussi di tanker in ripresa, il governo accelera sulle privatizzazioni parziali per rafforzare le finanze pubbliche e recuperare margine di manovra.
Quali società finiscono sul mercato
Il piano riguarda otto società statali, tra cui colossi assicurativi e bancari. L’operazione su LIC potrebbe da sola valere 1 miliardo di dollari. Le fonti consultate da Bloomberg, che per prime hanno riportato l’indiscrezione, non dettagliano l’intera lista, ma il disegno è chiaro: usare i gioielli di Stato per attrarre investitori globali in un momento in cui i fondamentali macroeconomici indiani mostrano segnali di miglioramento.
La scommessa sui 70 dollari al barile
Nagesh Kumar, membro esterno del comitato di politica monetaria della Reserve Bank of India, ha dichiarato a Bloomberg che «prezzi del petrolio intorno a 70 dollari al barile e una ripresa del traffico di tanker nello Stretto di Hormuz ridurrebbero la pressione al rialzo sull'inflazione indiana e migliorerebbero le prospettive dell'economia». Se il greggio si stabilizzasse su questi livelli, l’India potrebbe tornare a crescere del 7% o più nell’anno fiscale 2026/2027, secondo le stime della banca centrale.
Tre fattori alimentano questa scommessa:
- Il costo del paniere indiano di greggio è sceso dai picchi della scorsa primavera
- I fondi globali stanno rientrando sulle borse indiane, che sovraperformano il resto dell’Asia
- La riapertura di Hormuz, per quanto fragile, ha già liberato parte dell’offerta intrappolata
Un calcolo semplice mostra la posta in gioco: un differenziale di circa 30 dollari al barile tra lo scenario di emergenza (100$) e quello attuale (70$) su un fabbisogno importato vicino al 90% del consumo nazionale si traduce in decine di miliardi di dollari risparmiati su base annua. Le dismissioni servono a colmare il gap accumulato nei mesi critici, non a finanziare nuova spesa corrente.
La partita resta aperta. Se la tregua allo Stretto di Hormuz reggerà e i prezzi energetici continueranno a scendere, Nuova Delhi potrà piazzare le sue quote a valutazioni più alte. Altrimenti, la corsa alla liquidità rischia di trasformarsi in una svendita.