Dopo la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, lo Stretto di Hormuz è tornato ad aprirsi, facendo precipitare le quotazioni del petrolio. Nelle ultime sedute il Brent è scivolato sotto i 78 dollari al barile e il WTI ha toccato i 74 dollari, con un calo settimanale superiore all’11%. Il sollievo ha contagiato anche il gas europeo: all’hub TTF i prezzi sono scesi del 9% a circa 42 euro per megawattora. La fine della crisi energetica, però, non sarà immediata: tra scorte da ricostituire, navi bloccate e trattative ancora in bilico, il mercato del petrolio resta un equilibrio instabile.
Il crollo delle stime: Morgan Stanley vede il Brent a 75 dollari
Il rapido ritorno dei flussi petroliferi ha spinto le principali banche d’affari a rivedere al ribasso le previsioni. Morgan Stanley ha tagliato il proprio target sul Brent a 75 dollari al barile per il prossimo anno. Wood Mackenzie prevede una media di 78 dollari nel 2027, con un possibile calo fino a 70 dollari nel quarto trimestre di quell’anno. Per il 2026, la stessa società di analisi aveva stimato un prezzo medio di 92 dollari, gonfiato proprio dalla chiusura dello Stretto e dalla conseguente rimozione di circa 11 milioni di barili al giorno di offerta dal mercato.
Secondo Alan Gelder, Senior Vice President of Macro Oils di Wood Mackenzie, «se la chiusura fosse continuata, il Brent sarebbe salito sopra i 150 dollari al barile». E anche dopo l’accordo, «far tornare i barili è una sfida diversa dal raggiungere un’intesa. L’intera catena del valore, dal pozzo fino ai porti del Consiglio di Cooperazione del Golfo, impiegherà quasi un anno per recuperare completamente».
Quanto petrolio sta per tornare sul mercato (e quanto velocemente)
La riapertura dovrebbe liberare rapidamente circa 60 milioni di barili di greggio intrappolati su navi nel Golfo. Wood Mackenzie stima che il 70% della produzione chiusa durante il conflitto tornerà disponibile entro tre mesi, e il 90% entro sei mesi. L’ultimo 1 milione di barili al giorno, però, richiederà molto più tempo, perché coinvolge impianti danneggiati o logistiche più complesse.
Il percorso resta disseminato di ostacoli. Il memorandum prevede che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo definitivo entro il 18 agosto, ma le tensioni sono tutt’altro che risolte. L’amministrazione americana vorrebbe riaprire lo Stretto nel giro di 14-30 giorni; la stampa di Stato iraniana ha invece annunciato che il transito sarà limitato a 7 ore al giorno nei soli giorni feriali, un segnale che Teheran intende mantenere una leva negoziale.
I fattori che hanno evitato un disastro peggiore
Il blocco di Hormuz non ha provocato uno shock paragonabile a quello del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina spinse il Brent a 139 dollari. Quattro elementi hanno fatto da ammortizzatore: la Cina ha ridotto la domanda, attingendo alle sue immense riserve strategiche stimate tra 1,2 e 1,4 miliardi di barili; gli Stati Uniti hanno aumentato produzione ed export, toccando un record storico di 5,8 milioni di barili al giorno di esportazioni nette ad aprile; i paesi IEA hanno attinto alle scorte strategiche rilasciando complessivamente 400 milioni di barili (di cui 172 milioni dagli USA); e il Pentagono ha scortato 200 navi cariche di 100 milioni di barili solo a maggio, equivalente a circa il 16% dei volumi normali.
Ora, con la riapertura, lo scenario si rovescia. Gli Stati Uniti si trovano però con riserve strategiche scese a 340,3 milioni di barili, il livello più basso dal 1983, e la necessità di ricostituire le scorte in tutto l’Occidente agirà da freno a un crollo verticale delle quotazioni.
L’ostacolo invisibile: carene incrostate e logistica fragile
Anche a Hormuz riaperto, la normalizzazione non sarà istantanea per un motivo spesso trascurato: il biofouling. Le centinaia di navi rimaste ferme per settimane in acque calde hanno accumulato strati di alghe, balani e altri organismi sugli scafi. Pochi millimetri di incrostazioni bastano ad aumentare la resistenza idrodinamica e i consumi di carburante, rallentando i tempi di consegna e generando nuovi colli di bottiglia. Le compagnie dovranno ispezionare e pulire le carene prima di riprendere la piena operatività, un passaggio che aggiunge costi e ritardi proprio mentre il traffico cerca di recuperare il tempo perduto.
Un equilibrio fragile: il mercato resta esposto alla geopolitica
Se si prende come riferimento il picco di 126 dollari toccato durante la fase più acuta del conflitto, il nuovo target di 75 dollari fissato da Morgan Stanley equivale a un calo di oltre il 40%. Una correzione violenta, alimentata dalla prospettiva di un’improvvisa abbondanza di greggio. Eppure, il mercato rimane appeso alla tenuta di un’intesa diplomatica fragile, con Israele che contesta le restrizioni in Libano e l’Iran che rivendica il controllo dello Stretto. Ogni incidente potrebbe riaccendere il premio al rischio e far impennare di nuovo i prezzi. Come ha sintetizzato Gelder, «far tornare i barili è una sfida diversa dal raggiungere un accordo»: la strada verso i 70 dollari sarà accidentata, e l’industria energetica globale dovrà convivere ancora a lungo con un equilibrio instabile.