Il conflitto armato scoppiato nel febbraio 2026 tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall'altro — già ribattezzato "Guerra del Ramadan" — sta ridisegnando gli equilibri energetici e finanziari globali con una velocità che pochi avevano previsto. Tra le conseguenze più immediate vi sono il crollo delle importazioni energetiche cinesi e la messa in discussione di un ciclo di investimenti da miliardi di dollari che i Paesi del Golfo avevano avviato in Asia Centrale.
Lo Stretto di Hormuz: la strozzatura del mondo
Il nodo di tutto è geografico. L'Iran, nel quadro della sua risposta alle operazioni militari americane e israeliane iniziate con i bombardamenti del 28 febbraio 2026, ha imposto un blocco di fatto allo Stretto di Hormuz, il canale marino attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto (GNL) scambiato a livello mondiale. Una percentuale che tradotta in termini concreti significa decine di milioni di barili al giorno sottratti ai mercati internazionali.
Per la Cina, seconda economia mondiale e principale importatore globale di energia, l'impatto è stato immediato e brutale. Le forniture provenienti dal Medio Oriente — una componente strutturale dell'approvvigionamento di Pechino — si sono ridotte drasticamente, con oltre quaranta navi dirette in India rimaste intrappolate nelle acque vicine allo Stretto. Rotte alternative esistono, ma sono più lunghe, più costose e comunque insufficienti a compensare il volume perduto nel breve termine.
Il Golfo paga il prezzo della guerra
Il paradosso del conflitto è che a soffrirne sono anche Paesi formalmente estranei alle ostilità. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e gli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si trovano in una posizione scomoda: non sono belligeranti, ma la guerra ha colpito la loro infrastruttura energetica, i porti, l'aviazione civile, il turismo e la logistica.
Goldman Sachs stima impatti sul PIL che potrebbero raggiungere il 14% per Qatar e Kuwait, il 5% per gli Emirati e il 3% per l'Arabia Saudita qualora le interruzioni si prolunghino. Il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite ha calcolato che il conflitto potrebbe costare alle economie della regione tra il 3,7 e il 6,0% del PIL collettivo, ovvero tra 120 e 194 miliardi di dollari — una cifra superiore alla crescita cumulativa regionale registrata nell'intero 2025.
Di fronte a questi numeri, almeno tre governi del GCC hanno avviato revisioni straordinarie della gestione dei rispettivi fondi sovrani, che nel loro insieme gestiscono circa 5.000 miliardi di dollari. Sul tavolo ci sono potenziali inversioni di rotta su impegni presi, dismissioni di asset e rinegoziazione di accordi di sponsorizzazione. L'Arabia Saudita ha già interrotto la partnership con il Metropolitan Opera di New York e con il circuito LIV Golf. Ma le conseguenze più pesanti non riguarderanno i progetti di immagine, bensì gli investimenti in infrastrutture, energia e trasporti in Asia e Africa.
Sedici miliardi a rischio in Asia Centrale
Prima che la guerra scoppiasse, i petrostati del Golfo avevano costruito una presenza significativa in Asia Centrale. Entro la fine del 2025, Kazakhstan, Uzbekistan e Tajikistan avevano attratto impegni di investimento del Golfo per un totale di oltre 16,2 miliardi di dollari, distribuiti tra energia, infrastrutture, logistica e settore bancario.
L'interesse era strategico su più livelli: diversificazione economica rispetto alla rendita petrolifera, accesso a risorse critiche come uranio e terre rare, e posizionamento geopolitico in un'area contesa tra Russia e Cina, il che peraltro si allineava agli obiettivi di Washington. Le strategie di sviluppo del tipo "Vision 2030" saudita trovavano in quell'arco geografico uno sbocco naturale per i capitali in eccesso.
Oggi quella traiettoria è in bilico. Nessuna cancellazione è stata ufficialmente annunciata, ma le pressioni sono evidenti: i fondi sovrani devono prioritizzare la ripresa interna, rafforzare la difesa nazionale e riparare i danni alle infrastrutture. Gli investimenti in Asia Centrale, per quanto promettenti, rappresentano una categoria non-core rispetto agli impegni più vicini o strategicamente prioritari, come quelli negli Stati Uniti e in Europa. È probabile che vengano rinviati, ridimensionati o semplicemente abbandonati nell'attesa che la situazione si stabilizzi.
La Cina pronta a colmare il vuoto
Se i petrostati del Golfo si ritirano — anche solo parzialmente — dall'Asia Centrale, c'è un attore pronto a occupare lo spazio lasciato libero: la Cina. Pechino già esercita un'influenza economica dominante nella regione e dispone degli strumenti finanziari e diplomatici per accelerare ulteriormente la penetrazione. Le istituzioni finanziarie cinesi, non sottoposte alle stesse pressioni geopolitiche dei fondi del Golfo, potrebbero presentarsi ai governi centroasiatici come investitori alternativi in un momento di debolezza negoziale.
Il risultato paradossale della crisi sarebbe dunque un rafforzamento proprio di quel peso cinese che i capitali del Golfo avrebbero dovuto, almeno in parte, controbilanciare. Per le repubbliche centroasiatiche — già incastrate tra la dipendenza storica dalla Russia e l'espansione economica di Pechino — l'uscita di scena dei fondi sovrani arabi significherebbe un ulteriore restringimento delle opzioni di diversificazione.
Un nuovo ordine energetico ancora da scrivere
La guerra in Iran ha innescato una reazione a catena che va ben al di là del teatro bellico. Il blocco di Hormuz ha trasformato un conflitto regionale in uno shock sistemico per l'economia mondiale: le rotte dell'energia sono interrotte, i mercati finanziari sono in tensione, e le strategie di investimento costruite negli ultimi anni vengono rimesse in discussione in tempo reale. Quello che sembrava un processo irreversibile di diversificazione — dalla finanza del Golfo verso le frontiere emergenti dell'Asia Centrale — si scopre molto più fragile di quanto apparisse. E la Cina, nel mezzo di tutto questo, potrebbe essere l'unico vincitore non intenzionale di una guerra che l'ha colpita duramente sul fronte energetico.
