Il fatto che l'OPEC+ si appresti, secondo fonti Reuters, ad alzare il target produttivo per luglio 2026, con lo Stretto di Hormuz ancora teatro di attacchi navali quotidiani, non è un paradosso: è la conferma che Iraq, UAE e Arabia Saudita hanno sviluppato rotte alternative abbastanza robuste da rendere la crisi gestibile per i produttori non-iraniani. Una scelta che i mercati stanno già prezzando: il Brent ha superato i $97 al barile, con entrambi i benchmark principali vicini ai massimi settimanali.
L'escalation militare del 2 giugno 2026
Il quadro geopolitico si è deteriorato ulteriormente nelle ultime ore. Forze statunitensi hanno abbattuto 3 droni da attacco iraniani diretti verso navigatori civili in transito nello Stretto, mentre l'Iran ha lanciato 2 missili verso il Kuwait — caduti prima di raggiungere il bersaglio — e 3 verso il Bahrain, intercettati da difese aeree USA e bahreinite.
Il caso più eclatante è quello della petroliera M/T Lexie, battente bandiera del Botswana: dopo aver ignorato ordini di fermarsi per oltre 24 ore consecutive, un aereo militare americano l'ha immobilizzata con un missile Hellfire nella sala macchine mentre era diretta al terminal petrolifero iraniano di Kharg Island. È la sesta nave commerciale disabilitata dalle forze USA da 13 aprile 2026. Altre 122 imbarcazioni sono state reindirizzate dal blocco: complessivamente 128 navi coinvolte, un dato che descrive un'operazione di deterrenza estesa ma non una chiusura totale.
Il Brent quotava $97.05 per barile (+1.09%) e il WTI $94.88 (+1.19%), entrambi vicini ai massimi settimanali. Le scorte di greggio negli USA hanno registrato il settimo calo consecutivo, con un ribasso di 6,8 milioni di barili nella settimana conclusasi il 29 maggio. I mercati attendono la conferma dall'Energy Information Administration — attesa per il 3 giugno — che, se confermasse il trend, intensificherebbe ulteriormente la pressione rialzista sui futures.
Iraq e UAE aprono rotte alternative a Hormuz
Bloomberg riporta che l'Iraq sta aumentando le esportazioni petrolifere via Ceyhan mentre lo Stretto rimane bloccato. Gli Emirati Arabi Uniti stanno valutando di estendere il proprio bypass pipeline per includere anche i carburanti derivati, oltre al greggio. Iraq, UAE e Arabia Saudita sono tutti orientati verso un significativo aumento dell'output nel 2027: luglio ne anticipa la traiettoria.
Per i produttori non-iraniani del cartello, la logica è diretta: con l'Iran tagliato fuori dalle rotte commerciali principali, alzare il target di luglio significa rimpiazzare quei barili a prezzi storicamente elevati tramite rotte già operative. Il blocco, paradossalmente, rafforza la posizione competitiva di chi dispone di un bypass.
Sul fronte diplomatico, i media iraniani hanno riferito che Teheran non comunica con Washington da diversi giorni. Il presidente Trump ha smentito, sostenendo che i colloqui siano ancora attivi e definendo le dichiarazioni iraniane "false ed erronee". Finché non si firma un accordo, analisti e mercati vedono entrambi i benchmark in traiettoria ascendente.
La pressione sulle scorte si avvicina ai livelli critici
L'IEA ha avvertito che le giacenze petrolifere globali si stanno avvicinando a minimi storici prima del picco della domanda estiva. HSBC ha segnalato un "super-squeeze" imminente nel mercato, con rischi crescenti che si accumulano sotto la superficie. Rystad Energy ha stimato che una ri-escalation USA-Iran potrebbe portare il prezzo del barile a $180 entro agosto 2026.
24 petroliere hanno attraversato lo Stretto il 2 giugno, per lo più dirette verso i mercati asiatici. Per l'India, la situazione è particolarmente gravosa: il 45% delle importazioni di greggio, il 55% delle spedizioni di GNL e il 90% del GLP transitano da Hormuz. Non a caso Nuova Delhi ha attivato l'accordo commerciale con Oman — entrato in vigore il 1° giugno 2026 — per garantirsi rotte energetiche alternative via Golfo dell'Oman.
Un segnale logistico, non diplomatico
L'aspetto più rilevante della mossa OPEC+ non è il volume dell'aumento, ma il messaggio strategico che trasmette. Il cartello, alzando il target di luglio, comunica che le sue infrastrutture di bypass sono già abbastanza affidabili da sostenere un incremento di offerta anche con Hormuz sotto pressione militare — una scommessa sulla tenuta operativa, non sulla pace.
La crisi sta esponendo anche la vulnerabilità dei mercati elettrici: nei sistemi con prezzi marginali, i generatori a gas e petrolio fissano spesso il prezzo per l'intera rete anche quando producono solo una quota minoritaria dell'energia, scaricando l'intero shock geopolitico sulle bollette dei consumatori finali.
Il CEO di Goldman Sachs ha avvertito che uno shock petrolifero prolungato rischia di alterare in modo duraturo il comportamento dei consumatori — un effetto che i principali produttori OPEC+ hanno tutto l'interesse a contenere. Con Brent e WTI entrambi sopra $95, un'offerta aggiuntiva in luglio fungerebbe da stabilizzatore: più entrate per i produttori, meno pressione inflazionistica per i paesi importatori.
Il vero test non è luglio, ma agosto: se le rotte di bypass di Iraq e UAE reggono all'aumento dei volumi senza incidenti, l'OPEC+ avrà dimostrato di saper operare in condizioni di conflitto marittimo aperto.