La riapertura dello Stretto di Hormuz è durata meno di un mese. Con la ripresa delle ostilità e l'intercettazione di quattro navi da parte dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, il traffico di greggio e gas naturale liquefatto è tornato a livelli minimi, riaccendendo lo spettro di una crisi energetica globale in piena estate. Il segnale più allarmante arriva dalle metaniere: negli ultimi tre giorni nessuna nave carica di GNL ha attraversato lo stretto, un dettaglio che sposta il baricentro della crisi dal petrolio al gas, proprio mentre l'Europa inizia a guardare alla stagione di riscaldamento.
Il "dark mode" e la paralisi del traffico
La paura tra gli armatori è tale che anche le navi che tentano il transito lo fanno a transponder spenti, nella cosiddetta modalità "dark". La petroliera Kavomaleas, una nave cisterna per prodotti petroliferi battente bandiera maltese e gestita da armatori greci, ha interrotto il suo viaggio in entrata nel Golfo Persico domenica 19 luglio e si trova ora all'ancora al largo della penisola di Musandam, in Oman. La nave era stata noleggiata per caricare greggio all'interno del Golfo, ma il suo sistema di identificazione automatica (AIS) è stato spento durante la tratta in avvicinamento.
Il crollo dei transiti non è una sorpresa tattica, ma una conseguenza diretta dell'azione iraniana. Verso la fine della scorsa settimana, la Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha annunciato di aver intercettato quattro navi che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz. Due di queste, ha comunicato la forza militare, "sono state coinvolte in incidenti e fermate sul posto". Il messaggio per il mercato è inequivocabile: forzare il blocco comporta rischi fisici immediati, non solo commerciali.
Lunedì 20 luglio, il United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO) ha segnalato un nuovo incidente 8 miglia nautiche a nord-ovest di Kumzar, in Oman, proprio all'imbocco dello stretto. Un rapporto verificato indica una nave in fiamme, anche se la causa dell'incendio non è stata ancora accertata. L'UKMTO ha invitato tutte le navi in transito alla massima cautela.
GNL: un mercato che si ferma mentre i prezzi esplodono
I dati di tracciamento LSEG citati da Reuters mostrano che da venerdì 17 luglio solo quattro navi cisterna sono entrate nello Stretto di Hormuz per caricare nel Golfo. Tra queste, nessuna metaniera: tre erano probabilmente navi per prodotti petroliferi e una era una Very Large Crude Carrier. L'export di gas liquefatto attraverso Hormuz appare completamente congelato.
Sul fronte dei prezzi, l'impatto è già misurabile:
- Il benchmark regionale del GNL in Asia ha guadagnato il 25% nelle ultime quattro settimane
- Il Japan-Korea Marker (JKM) ha registrato un'impennata del 60% su base annua
- Nella sola settimana fino al 16 luglio, i prezzi spot asiatici del GNL sono saliti del 10%
- Il 16 luglio il prezzo spot ha toccato i 20,2 dollari per milione di BTU, un livello che non si vedeva da marzo 2026
Gli analisti di ING, Warren Patterson ed Ewa Manthey, hanno evidenziato in una nota di oggi un'asimmetria cruciale tra greggio e gas: "Il rimbalzo del traffico navale dopo il memorandum d'intesa ha reso chiaro che i flussi di GNL sono rimasti indietro nella ripresa". E hanno aggiunto un avvertimento che guarda già all'autunno: "Se questa nuova escalation segue lo stesso schema, qualsiasi futura risoluzione potrebbe portare di nuovo a una lenta ripresa del GNL, lasciando il mercato esposto mentre ci avviciniamo alla stagione del riscaldamento". L'Europa, in questo scenario, è indicata come l'area più vulnerabile.
L'ingorgo galleggiante e il precedente che spaventa i mercati
L'arresto dei transiti sta già producendo un fenomeno noto agli analisti delle crisi mediorientali: lo stoccaggio galleggiante forzato. Le navi in attesa di entrare nel Golfo restano alla fonda, immobilizzando capacità di trasporto e creando un collo di bottiglia che si trasmette a valle su tutta la catena logistica. È un meccanismo che abbiamo già osservato durante il blocco navale annunciato dall'amministrazione Trump il 13 luglio, quando i transiti crollarono del 67% in un solo giorno, passando da 13 a 7.
Il punto critico, oggi come allora, è l'assenza di alternative praticabili per il GNL qatariota, che rappresenta una quota significativa dell'approvvigionamento asiatico ed europeo. A differenza del greggio, che può contare su rotte alternative e su una maggiore flessibilità logistica, il gas liquefatto ha infrastrutture di esportazione concentrate e tempi di reindirizzamento più lunghi.
Analisi proprietaria. Se incrociamo i due dati chiave di questa settimana — quattro navi entrate nello stretto e zero metaniere tra queste — emerge un rapporto di 0 a 4 che non si spiega solo con la generica paura del transito. Il greggio, pur con difficoltà, cerca ancora un varco; il GNL lo ha già chiuso del tutto. La causa va cercata nel profilo di rischio specifico di una metaniera: un'unità che trasporta gas liquefatto a -162°C è un bersaglio che nessun armatore e nessun assicuratore vuole esporre a un incendio o a un abbordaggio in acque contese. La conseguenza è che il mercato del gas si sta scollegando da quello del petrolio proprio nel momento di massima tensione geopolitica, con i prezzi asiatici del GNL che corrono più veloci del Brent. Se il blocco dovesse durare fino a settembre, il differenziale di prezzo tra i due idrocarburi potrebbe allargarsi ulteriormente, penalizzando i grandi importatori asiatici come Giappone, Corea del Sud e Cina — che già stanno cercando contratti a lungo termine al di fuori del corridoio di Hormuz.