Prezzi petrolio -4%: accordo USA-Iran spinge WTI ai minimi da tre mesi

Il mercato petrolifero ha sgonfiato in poche ore il premio geopolitico accumulato in settimane di tensioni: venerdì 12 giugno, il WTI ha perso il 4,47% a 83,88 dollari al barile e il Brent il 4,34% a 86,36 dollari, portandosi ai livelli più bassi degli ultimi tre mesi. Il catalizzatore è stata la decisione di Trump di cancellare i raid militari pianificati contro l'Iran e l'apertura a un possibile accordo di pace, ancora in corso di finalizzazione. La diplomazia percepita come credibile ha prevalso sui fondamentali: le scorte tirate avrebbero sostenuto i prezzi, ma la narrativa geopolitica ha avuto la meglio.

Trump cancella i raid: i trader smontano le posizioni di rischio

La settimana si era aperta con il WTI in area di massimo settimanale: il contratto di luglio aveva toccato 95,47 dollari (picco attraverso l'11 giugno), sceso poi a un minimo di 85,13 dollari e assestato a 85,93 dollari a fine settimana — calo di 4,32 dollari (-4,79%) rispetto alla chiusura della settimana precedente. Dal picco alla settlement la discesa è stata di circa 9,5 dollari, quasi il 10% del valore: è la quota di premio geopolitico che il mercato aveva incorporato nel momento di massima paura di escalation.

L'inversione è arrivata con la cancellazione delle operazioni militari pianificate. I trader avevano costruito posizioni sui rischi di conflitto allargato — minacce a infrastrutture energetiche e al traffico di petroliere — e le hanno smontate non appena i segnali diplomatici si sono fatti credibili. Trump ha dichiarato di aver raggiunto «un ottimo accordo sulla guerra con l'Iran, in attesa della finalizzazione dei documenti».

Il memorandum in 14 punti: Hormuz aperto in 30 giorni, ma con condizioni pesanti

I media statali iraniani hanno diffuso la bozza di un memorandum d'intesa in 14 punti tra USA e Iran: il documento prevedrebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni in cambio della revoca del blocco navale americano. La bozza contiene però una condizione sospensiva: i negoziati di pace definitivi non inizieranno finché gli USA non sospendano le sanzioni petrolifere sull'Iran, non tolgano il blocco navale fuori dallo Stretto e non rilascino metà dei fondi iraniani congelati.

Prezzi petrolio crollano per ottimismo sulla pace Iran-USA
Barili di petrolio arrugginiti accatastati all'aperto, marcati con etichette e numeri. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha commentato: «Testualmente, il testo è stato quasi finalizzato nelle sue parti principali. Il problema è che le posizioni contraddittorie degli Stati Uniti hanno sempre causato turbolenza e disruption in questo processo», aggiungendo che i funzionari americani «hanno ripetutamente cambiato posizione, avanzato nuove richieste irrealistiche e persino condotto attacchi militari durante i negoziati».

Il rischio Hormuz resta aperto, le scorte non bastano a invertire la rotta

Lo Stretto di Hormuz rimane una variabile critica. L'Iran ha avvertito le imbarcazioni di non utilizzare il passaggio, ma il traffico commerciale ha continuato a scorrere, contenendo i timori di un'interruzione immediata delle esportazioni. Come avevamo riportato, l'Iran aveva dichiarato lo Stretto chiuso dopo l'escalation militare della settimana precedente, con il Brent che aveva raggiunto massimi da mesi l'11 giugno: il ribaltamento di scenario in meno di 24 ore mostra con quale velocità la narrativa diplomatica riesca a ridistribuire miliardi di dollari di posizioni.

Le scorte non hanno compensato: nonostante un calo delle riserve USA di 7,2 milioni di barili per la settimana conclusa il 5 giugno — dato superiore alle attese, a segnalare condizioni di offerta ancora tese in vista del picco estivo della domanda — la pressione ribassista legata alla diplomazia ha prevalso nettamente.

Il punto critico, guardando avanti, è che il memorandum è ancora in bozza e le distanze su sanzioni, blocco navale e fondi congelati sono reali. Un accordo che regge significherebbe la riapertura dello Stretto e un allentamento significativo della pressione sull'offerta globale. Un negoziato che si inceppa riaprirebbe invece la corsa verso nuovi massimi — e il mercato, oggi, ha scelto di credere alla prima possibilità.

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