La richiesta di risarcimento avanzata da Donald Trump all’Iran sposta il negoziato sulla riapertura dello Stretto di Hormuz su un terreno di riparazioni incrociate. Il passaggio marittimo, da cui prima della guerra scorreva circa un quinto del petrolio globale e del gas naturale liquefatto, resta effettivamente bloccato: una leva diretta su prezzi del petrolio e inflazione.
Il fronte dei risarcimenti incrociati
La nuova richiesta statunitense non riguarda più soltanto le condizioni tecniche di transito, ma un conto economico e politico da 50 anni di danni. L’amministrazione Trump la presenta come risposta alle richieste iraniane di riparazioni di guerra e di fine delle sanzioni.
Lunedì 10 agosto, Donald Trump ha dichiarato ai giornalisti: “Hanno chiesto risarcimenti, si potrebbe dire. Oppure hanno chiesto soldi per il danno che abbiamo fatto. Ho detto che è una buona idea. Bene, chiederemo soldi per i danni che hanno fatto in un periodo di 50 anni.”
In un post su Truth Social ha poi aggiunto che l’Iran dovrebbe rispondere anche dei danni e delle morti causate alle popolazioni di Libano, Siria, Yemen e Gaza. Trump ha collegato il conto persino ai 17 marinai statunitensi uccisi nell’ottobre 2000 nell’attacco alla nave USS Cole nello Yemen, attribuito ad al-Qaeda e non all’Iran.
Charles Kupchan, ex assistente speciale di Barack Obama, ha descritto le osservazioni di Trump come “scherzi” e ha affermato: “Sfortunatamente, qui stiamo solo assistendo a qualche scambio di battute, dove né gli iraniani né l’amministrazione Trump fanno sul serio.”
Tre conteggi diversi sulle vittime iraniane
I numeri sulle vittime in Iran divergono in modo marcato e rivelano quanto il confronto sia anche simbolico. Trump parla di 52.000 persone uccise negli ultimi quattro mesi. Teheran indica 3.117 morti nelle proteste antigovernative di gennaio. HRANA, agenzia statunitense per i diritti umani, riporta circa 7.000 morti complessivi, di cui 6.500 manifestanti.
La distanza tra questi conteggi non è un dettaglio statistico: è la base numerica su cui poggia la richiesta di risarcimento americana, e per questo rende il negoziato più fragile.
Traffico in calo e due narrazioni opposte
I dati di MarineTraffic mostrano un blocco sempre più duro: 15 incroci venerdì, 11 sabato, 6 domenica. Rispetto a venerdì, domenica segna un calo del 60% nel fine settimana, passando da 15 a 6 transiti. Inoltre, 17 navi hanno utilizzato la rotta designata dall’Iran e 10 una rotta classificata come indeterminata.
Il comando centrale degli Stati Uniti ha reindirizzato 55 navi commerciali da quando il blocco è stato ripristinato a luglio e ne ha disabilitate almeno due. Secondo Windward, società di intelligence marittima, il blocco ha prodotto un “arresto completo” delle esportazioni di petrolio iraniano dall’isola di Kharg.
I colloqui tra Iran e Oman proseguono. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha detto lunedì che le discussioni “procedono senza intoppi e in modo costruttivo”, con un accordo sulla mappa delle rotte ma questioni tecniche irrisolte.
Le narrazioni restano opposte: Trump ha definito il blocco un “muro d’acciaio” e ha detto che “l’unica che ha il controllo dello Stretto di Hormuz in questo momento è la Marina degli Stati Uniti”. Teheran considera invece il blocco navale dei porti iraniani un atto di aggressione e attribuisce agli Stati Uniti l’insicurezza del passaggio.
I colloqui Iran-Oman restano il solo binario tecnico che produce risultati, ma la richiesta di risarcimento americana introduce un piano negoziale che l’Oman non può arbitrare. Finché il conto politico resta aperto, il transito commerciale e la stabilità dei prezzi petroliferi continueranno a dipendere da una distensione che oggi non ha tempi certi.