Il 100% delle importazioni petrolifere giapponesi di luglio 2026 transiterà senza toccare lo Stretto di Hormuz. È il ribaltamento totale di un sistema che, prima dello scoppio del conflitto, faceva dipendere Tokyo dal Medio Oriente per il 95% del proprio approvvigionamento. Mentre il Giappone percorre la via istituzionale, le spedizioni clandestine attraverso il blocco sono aumentate del 50%: lo Stretto non è morto, si è solo frammentato.
Il pivoting giapponese: da due terzi dell'import a zero
La portata del cambiamento emerge da un calcolo sui dati disponibili. Prima della guerra, il 95% del petrolio giapponese veniva dal Medio Oriente; il 70% di quel greggio arrivava via tanker attraverso Hormuz. Moltiplicando le due percentuali, circa il 66% dell'intero fabbisogno petrolifero del Giappone dipendeva da quel singolo passaggio — una concentrazione di rischio che si è azzerata nel giro di quattro mesi.
Il traffico nello Stretto è crollato del 90% rispetto ai volumi pre-marzo 2026. Ad aprile 2026, le importazioni giapponesi di greggio dal Medio Oriente hanno toccato il minimo storico dal 1979. Nonostante questo, per luglio Tokyo ha assicurato gli stessi volumi complessivi di un anno fa, puntando su Stati Uniti, Azerbaigian, Sud Sudan e il greggio russo di Sakhalin — mai sanzionato proprio per la dipendenza strutturale del Paese — più rari carichi dall'America Latina.
L'IEA come rete di sicurezza
A coprire il vuoto durante la transizione ci hanno pensato le riserve strategiche. A fine marzo il Giappone ha avviato il proprio piano di rilascio nell'ambito dell'operazione coordinata dall'IEA: 400 milioni di barili complessivi su scala globale, con una quota giapponese di 80 milioni di barili — la più grande mobilitazione di stock della storia del Paese. Dei complessivi 80 milioni, 54 milioni sono greggio e 26 milioni prodotti petroliferi. La liquidità di queste scorte ha permesso alle raffinerie di mantenere alta la produttività anche in assenza di forniture mediorientali regolari.
Sneakout in rialzo e il paradosso OPEC
Mentre il Giappone aggira il blocco per vie ufficiali, altri operatori scelgono la strada dei "sneakout": tanker con transponder disattivati che forzano il passaggio. Come riportato da Bloomberg, a maggio 2026 il 65,2% dei transiti nello Stretto avveniva in modalità dark — una quota che ora cresce ulteriormente con l'aumento del 50% delle spedizioni clandestine.
Sullo sfondo si delinea il paradosso dell'OPEC: una riapertura rapida di Hormuz riverserebbe sul mercato i volumi finora bloccati, rischiando di inondare una quotazione già sotto pressione. Il cartello gestisce una contraddizione difficile — la chiusura del passaggio che avrebbe dovuto proteggere i suoi produttori si rivela anche l'unico fattore che ne sostiene il potere di pricing.
Una riapertura disordinata potrebbe rivelarsi più destabilizzante del blocco stesso.