Crisi carburante russa: l’Asia Centrale in affanno tra code, tasse e mercato nero

I prezzi del carburante stanno superando i 100 rubli al litro in diverse regioni della Russia, mentre le interruzioni alle raffinerie colpite da attacchi di droni si propagano ben oltre i confini russi. La crisi ha già raggiunto Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, dove governi e consumatori affrontano rincari improvvisi e una corsa ad approvvigionamenti alternativi da Kazakhstan, Azerbaigian, Cina e Iran. Non è solo un problema di approvvigionamento: è una frattura nella rete logistica che per decenni ha legato Mosca alle repubbliche ex-sovietiche.

Il Kirghizistan tampona con le riserve, ma i rincari arrivano lo stesso

Il Kirghizistan dispone di scorte sufficienti per circa sei settimane, come ha confermato Kanat Eshatov, capo dell’Association of Oil Traders. Le forniture restano stabili, ma il prezzo della benzina ha già toccato 45 soms al litro e il governo ha scelto una strategia di aumenti graduali: «C’è l’opportunità di non alzare i prezzi bruscamente, ma di aumentarli gradualmente, di 1 som ogni due settimane», ha dichiarato il primo vice primo ministro Daniyar Amangeldiev.

Per una famiglia che usa l’auto ogni giorno nella congestionata Bishkek, il colpo è diretto. Un tassista ha raccontato che lo stesso tragitto è passato da 1.200 a 1.700 soms, erodendo margini già risicati. La formula degli aumenti dilazionati protegge dalla scarsità immediata, ma non dall’erosione del potere d’acquisto.

Il Tagikistan è il più esposto: dipende dalla Russia per l’84% dell’import

Con 11 milioni di abitanti, il Tagikistan è il paese più vulnerabile della regione. Nel 2025, l’84% dei prodotti petroliferi importati proveniva dalla Russia. A Khujand, seconda città del paese con 191.000 persone, il diesel è schizzato da 9,60 a 13,50 somoni al litro in poche settimane — un aumento di oltre il 40%.

Distributore di carburante nella steppa dell'Asia Centrale con pompe vuote e coda di auto, crisi del carburante russa
L'ondata di rincari del carburante dalla Russia si propaga in Asia Centrale, dove file interminabili ai distributori e mercato nero segnano l'emergenza.

A complicare il quadro, il governo tagiko ha introdotto una tassa ambientale di 30 euro per tonnellata su benzina e diesel importati. L’effetto combinato di dazi e interruzioni russe sta spingendo i prezzi in un territorio che per molti consumatori è già insostenibile. Le autorità locali attribuiscono i rincari a «fattori esterni», senza mai nominare esplicitamente Mosca.

Il nodo Kazakhstan e la vulnerabilità condivisa

Il Kazakhstan non ha ancora subito carenze gravi, ma resta esposto perché buona parte della sua infrastruttura di raffinazione e trasporto del gas dipende dalla Russia. Non è un paradosso: è l’eredità di un sistema integrato che nessuna diversificazione ha ancora scardinato.

Analisi: un’integrazione che si paga cara

Il dato tagiko — 84% di dipendenza da una sola fonte — è il numero che più di ogni altro racconta la fragilità di queste economie. Se si considera che la popolazione del Tagikistan è circa un terzo di quella uzbeka ma che la sua esposizione è molto più concentrata, si capisce perché Dushanbe stia pagando la crisi più di chiunque altro nella regione. La tassa ambientale da 30 euro a tonnellata, introdotta proprio mentre le forniture russe si interrompono, agisce da moltiplicatore: non è un costo laterale, è un secondo colpo sullo stesso fronte.

Per le repubbliche centro-asiatiche, la diversificazione degli approvvigionamenti non è più una scelta strategica a medio termine, ma una necessità immediata. Le rotte alternative verso Iran e Azerbaigian diventano vitali, ma servono infrastrutture e accordi che non si costruiscono in sei settimane.

Il paradosso è che Mosca, mentre fatica a rifornire il proprio mercato interno — con code alle stazioni di servizio, mercato nero in espansione e ipotesi di produzione di carburante di qualità inferiore per tamponare l’emergenza — sta trascinando con sé paesi che per decenni hanno costruito la propria sicurezza energetica proprio sull’asse con la Russia.

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