Dopo il ripristino del blocco navale statunitense, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è imploso a 7 navi in un solo giorno. Ma il dato più rivelatore è un altro: le compagnie di navigazione stanno rifiutando in massa la rotta scortata dagli USA, chiedendo invece permessi di transito direttamente a Teheran. Il fallimento del corridoio omanita ridisegna gli equilibri di potere nel Golfo Persico: non è Washington a dettare le regole, ma l'Iran.
Il blocco di Trump e la tassa del 20%: un annuncio senza controllo operativo
Il presidente Donald Trump ha ripristinato il blocco navale contro i porti iraniani il 13 luglio 2026, dichiarando su Truth: «Da questo momento in poi gli Stati Uniti saranno custodi dello Stretto di Hormuz e in questa veste e per ragioni di equità saranno rimborsati con un'aliquota del 20% su tutte le merci trasportate».
L'ordine esecutivo, entrato in vigore dopo le 24 ore di preavviso legale richieste, ha prodotto l'effetto opposto a quello annunciato. Secondo i dati della piattaforma Kpler, il primo giorno di blocco ha registrato appena 7 transiti, contro i 13 del giorno precedente. Il 14 luglio, prima dell'entrata in vigore, Kpler aveva monitorato 21 attraversamenti, tutti concentrati sulla rotta approvata dall'Iran.
Nessuna nave ha utilizzato il corridoio omanita scortato dalle forze americane.
Perché gli armatori rifiutano la protezione USA
«La costante capacità dell'Iran di colpire le navi lungo la rotta omanita dimostra che la soluzione proposta dall'amministrazione Trump per garantire il transito difficilmente potrà funzionare», ha spiegato Torbjorn Solvedt, analista capo per l'Asia occidentale presso Verisk Maplecroft.
Il bilancio degli attacchi al largo dell'Oman è salito a 56 incidenti con 17 marinai morti, tutti verificatisi su imbarcazioni che tentavano di aggirare i canali di navigazione designati da Teheran. Una fonte del settore marittimo, interpellata da Reuters, è stata ancora più esplicita: «Gli Stati Uniti non sembrano avere alcun controllo sulla situazione». La sua azienda ha sospeso completamente i transiti nello Stretto.
L'Iran come autorità di transito: i numeri della PGSA
Nelle tre settimane tra la firma del memorandum d'intesa USA-Iran e la ripresa delle ostilità, oltre 200 navi non iraniane hanno formalmente richiesto a Teheran permessi di transito e coperture assicurative.
L'Autorità dello Stretto del Golfo Persico (PGSA) ha accolto il 79% delle richieste. Le petroliere rappresentavano la quota maggiore (41%), con Cina e India come principali destinazioni. Sono numeri che descrivono un sistema parallelo di governance marittima, completamente esterno al controllo statunitense.
Il calcolo è semplice: se 7 navi hanno attraversato lo Stretto sotto blocco USA, mentre 21 lo facevano il giorno prima, il collasso è del 67% in 24 ore. Un crollo che non lascia spazio a interpretazioni: il tentativo di Washington di imporre una tassa del 20% sui transiti si scontra con l'impossibilità materiale di garantire la sicurezza del corridoio alternativo.
Cosa significa per la sicurezza energetica globale
Il crollo dei transiti nello Stretto di Hormuz non è un episodio isolato. Si innesta su una crisi energetica già in corso, con un calo consistente dell'offerta mediorientale di petrolio rispetto ai livelli pre-conflitto e un forte rialzo del prezzo del Brent nella giornata del 14 luglio.
Il nodo strategico è chiaro: finché l'Iran manterrà la capacità di colpire le navi lungo la rotta omanita, nessuna tassa unilaterale potrà funzionare. Il controllo dello Stretto si è spostato da chi lo rivendica a parole a chi può effettivamente interdirlo.