Il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz è collassato a livelli mai registrati dall'inizio del conflitto: solo 57 attraversamenti in tre giorni tra il 10 e il 12 luglio 2026, con una media giornaliera di appena 19 navi contro le 38 del periodo precedente. Il dato peggiore è arrivato domenica 12 luglio, quando in 12 ore sono state contate soltanto 9 navi in transito. Lo Stretto che in tempo di pace smaltiva circa 130 passaggi al giorno è diventato un collo di bottiglia strangolato dalla guerra, con effetti immediati sul prezzo del petrolio: il Brent ha chiuso la seduta del 13 luglio a 83,54 dollari al barile, un balzo del 10,76% in un solo giorno.
Il paradosso è che gli Stati Uniti, entrati nel conflitto come "garanti della sicurezza" nella via d'acqua più strategica del pianeta, si trovano oggi a gestire una situazione in cui il transito è di fatto sotto il controllo iraniano. Tutti i 57 attraversamenti registrati tra il 10 e il 12 luglio sono avvenuti nel canale iraniano: il canale meridionale omanita, quello che avrebbe dovuto garantire un passaggio sicuro al di fuori delle acque territoriali di Teheran, è bloccato con efficacia.
Il blocco navale di Trump e la risposta dell'Iran
Il presidente americano Donald Trump ha notificato al Congresso un'azione militare rinnovata contro l'Iran, annunciando un blocco navale e una tariffa del 20% sul valore del carico per ogni nave in transito. Una misura presentata come strumento di pressione economica che ha immediatamente scatenato reazioni a catena tra operatori marittimi e mercati.
Poche ore dopo, il tycoon ha corretto la rotta con un messaggio su Truth Social in cui sosteneva che «il petrolio scorre come mai prima d'ora, grazie alla straordinaria potenza delle Forze Armate degli Stati Uniti» e che lo Stretto sarebbe rimasto aperto a tutto il traffico tranne a quello iraniano. La tariffa del 20% veniva sostituita da accordi commerciali con gli Stati del Golfo.
I numeri raccontano una realtà opposta. Il Brent è schizzato a 85 dollari al barile dopo l'annuncio del blocco, con un rialzo del 2,8%, mentre il WTI veniva scambiato a circa 80 dollari. Sul fronte militare, il Comando Centrale USA ha lanciato una terza ondata di attacchi contro obiettivi iraniani sulle isole di Kish, Qeshm e Bumusi, oltre che nella città portuale di Bandar Abbas.
La risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) è stata immediata e su larga scala: basi americane colpite in Giordania, Bahrein e Kuwait. Alla base aerea di King Faisal sono arrivati quattro missili balistici con impatto diretto; a Sheikh Isa, in Bahrein, sono stati distrutti hangar di manutenzione e un centro di comando droni; in Kuwait due piattaforme HIMARS sono state incendiate insieme a depositi di munizioni.
Rob Geist Pinfold, ricercatore del King's College di Londra, ha descritto la minaccia americana di imporre pedaggi come «davvero indicativa di come gli Stati Uniti siano entrati in questo conflitto senza una strategia coerente o chiara». E ha aggiunto: «vediamo gli Stati Uniti brancolare nel buio e arrivare a dichiarazioni francamente strane e illogiche da parte del presidente Trump».
Le petroliere sacrificate e il fronte diplomatico
Due superpetroliere emiratine — la Mombasa e la Bahia — sono state colpite da missili da crociera nella parte meridionale dello Stretto, in acque territoriali omanite. Un membro dell'equipaggio della Mombasa, un cittadino indiano, è rimasto ucciso; altri otto sono rimasti feriti, quattro in modo grave.
Le Guardie Rivoluzionarie hanno confermato gli attacchi sostenendo che gli equipaggi erano stati indotti dagli americani a spegnere i transponder e a ignorare gli ordini della marina iraniana, con la garanzia di un passaggio sicuro che si è rivelata impossibile da mantenere. Almeno cinque navi sono state rese inutilizzabili dagli attacchi dell'IRGC in questa fase del conflitto.
Sul versante diplomatico, il ministro degli Esteri dell'Oman Badr bin Hamad Al Busaidi ha parlato senza giri di parole: «Questa guerra non ha raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente assegnati», aggiungendo che «le minacce più gravi per la regione non provengono da Teheran, bensì da Tel Aviv».
A rendere ancora più instabile il quadro, Trump ha evocato un possibile attacco al sito di Monte Kirk, sospettato di ospitare un impianto nucleare iraniano mai ispezionato dall'AIEA: «È un potenziale obiettivo per un attacco potente, di grande portata e significativo proprio all'ingresso. E penso che forse lo vedrete».
Il nodo del canale meridionale e l'analisi del traffico
Il dettaglio più rivelatore del tracollo logistico è la geografia del transito residuo. I rapporti dell'UKMTO confermano che le forze statunitensi hanno tentato senza successo di scortare tre gruppi di petroliere attraverso il canale meridionale. Il fatto che praticamente tutti gli attraversamenti siano avvenuti nel canale iraniano segnala che Teheran è riuscita a imporre un controllo de facto sulla via d'acqua, esattamente la dinamica che Washington voleva impedire.
Il confronto tra i numeri pre-conflitto e quelli attuali dà la misura del collasso: da 130 passaggi giornalieri prima del febbraio 2026 a soli 19 nei giorni tra il 10 e il 12 luglio. In termini percentuali, il traffico è sceso dell'85% rispetto ai livelli pre-bellici, considerando che i 57 attraversamenti in tre giorni equivalgono a circa un settimo del volume normale.
La zona di supporto del Brent tra 71 e 73 dollari, toccata all'inizio di luglio, ha retto e ha costruito una base da cui è partito il rimbalzo. L'RSI giornaliero è uscito al rialzo portandosi intorno a 55, sopra la linea neutra di 50. La prossima barriera tecnica è tra 90 e 92 dollari: una chiusura sopra quella fascia ristabilirebbe la visione rialzista di inizio anno e confermerebbe il fallimento del precedente breakdown.
L'impatto sui mercati azionari è già visibile: le azioni giapponesi hanno perso 82.000 miliardi di yen in tre settimane e il Nikkei 225 ha ceduto un ulteriore 2% il 13 luglio. Il petrolio resta l'unico asset a beneficiare della rivalutazione del rischio geopolitico, mentre le azioni sudcoreane prolungano il calo trainato dai titoli tecnologici.
Finché l'Iran manterrà conteso il canale meridionale e le compagnie di navigazione continueranno a evitare la zona per paura di escalation, lo Stretto di Hormuz rischia di restare strutturalmente inagibile per i volumi che servono all'economia globale — indipendentemente da quanto Trump proclami di star vincendo.