Il Brent lunedì 12 ottobre è salito di circa il 2%, fino a 106,79 dollari al barile, nel corso della giornata, il livello più alto delle ultime due settimane. Nella prima mattina europea il contratto era ancora in calo dello 0,2% a 104 dollari e il WTI arretrava dello 0,7% a circa 91 dollari: la rimonta è arrivata nel corso della giornata, fino ai 93,54 dollari del benchmark statunitense. A spingerla sono i nuovi attacchi in Arabia Saudita e le petroliere colpite vicino allo Stretto di Hormuz. La seduta racconta però una frattura: il greggio sale sul rischio geopolitico, il diesel scende perché Mosca ha revocato in parte il divieto alle esportazioni di diesel.
Attacchi a Riyadh e Hormuz: il premio di rischio torna sul greggio
Gli Houthi filo-iraniani hanno rivendicato il lancio di missili balistici e da crociera contro l'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh sabato 10 ottobre: 13 morti e più di 300 feriti. Domenica un secondo attacco sullo stesso scalo ha ucciso una persona e ne ha ferite 11. Nessuno dei due ha centrato infrastrutture energetiche, ma il fine settimana ha aggiunto un tassello diverso: due petroliere sono state colpite, una in prossimità di Sohar in Oman e una mentre attraversava Hormuz.
Il contesto rende l'episodio più pesante di quanto sembri. A settembre le esportazioni del Golfo avevano recuperato l'81% dei livelli pre-guerra, con greggio e condensato al 91% e prodotti raffinati ancora al 60%: trentuno punti percentuali di distanza tra la materia prima che riparte e la raffinazione che resta indietro.
Gli strategist commodity di ING, Warren Patterson e Ewa Manthey, hanno scritto in una nota che gli eventi "show that risks to supply from the region remain, despite oil flows from the Persian Gulf being at their highest levels since the start of the US-Iran war".
Il diesel russo raffredda i prodotti raffinati
Venerdì Donald Trump ha annunciato che la Russia fornirà immediatamente più di 300.000 tonnellate metriche di diesel, circa 2,25 milioni di barili, ai mercati statunitensi e internazionali, con altri volumi in arrivo. Mosca ha anche revocato in parte il divieto alle esportazioni di diesel, liberando altre 500.000 tonnellate, circa 3,7 milioni di barili. Sommando i due annunci si arriva a 800.000 tonnellate, pari a circa 5,95 milioni di barili: poco più di un giorno e mezzo di consumi statunitensi di diesel, calcolando sui 3,7 milioni di barili che l'analista di PVM Tamas Varga indica come equivalenti a una giornata di domanda USA di diesel.
I future ICE sul gasolio hanno reagito subito, con un calo del 4,3% a 1.419,5 dollari per tonnellata. Tamas Varga, analista di mercato di PVM, non si sbilancia sull'efficacia della mossa: "The immediate impact of the deal is questionable, as Russia's refining capacity has been severely reduced". Lo stesso Varga rileva che le 500.000 tonnellate liberate valgono circa il 13% della domanda globale di diesel.
Domenica Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Le versioni su cosa stia accadendo divergono: OilPrice.com riferisce che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato lunedì Mosca di violare l'intesa, mentre Offshore Engineer scrive che Zelensky stava ancora aspettando i dettagli e che il Cremlino non ha commentato.
Goldman Sachs: oltre 20 dollari di premio geopolitico
Goldman Sachs ha alzato la previsione sul Brent di dicembre a 90 dollari dagli 85 precedenti, stimando che i rischi geopolitici aggiungano al prezzo "just over $20 a barrel". Il conto aiuta a leggere la seduta: con il Brent a 106,79 dollari, un premio da 20 dollari pesa circa il 19% della quotazione; senza di esso il barile varrebbe poco più di 86 dollari.
La banca stima anche un WTI medio a 81 dollari a dicembre 2026 e a 73 dollari nel 2027, livelli molto lontani dalle quotazioni di lunedì.
I fondamentali non offrono appoggio. L'OPEC ha detto lunedì di attendersi una crescita della domanda mondiale di appena 400.000 barili al giorno nel 2026, contro gli 1,4 milioni stimati a inizio anno: un taglio di un milione di barili al giorno, pari al 71% della stima iniziale. L'Agenzia Internazionale dell'Energia vede addirittura un calo dei consumi globali di 2,5 milioni di barili al giorno nel 2026, seguito da un rimbalzo di 2,6 milioni nel 2027. OPEC prevede una crescita della domanda di 400.000 b/g nel 2026, l'IEA un calo di 2,5 mln b/g: divergono anche sulla direzione.
Chi paga il conto tra raffinatori e rotte alternative
Per chi raffina, il costo di acquisto del greggio sale con il Brent. Per gli operatori midstream e le compagnie di navi cisterna l'effetto è invertito: l'insicurezza delle rotte tradizionali aumenta la domanda di percorsi alternativi, capacità di stoccaggio e infrastrutture di export affidabili.
Sul fronte delle scorte, l'IEA ha invitato i Paesi membri a valutare se siano necessari rilasci aggiuntivi di diesel e a chi non ha ancora consegnato i volumi promessi di accelerare, dando priorità proprio al gasolio. Nel Golfo del Messico, intanto, Shell, Chevron e BP stanno riposizionando il personale e ripristinando la produzione dopo il passaggio dell'uragano Isaias.
Il 3 novembre, con le elezioni di midterm, la pressione politica sui prezzi dei carburanti negli Stati Uniti cresce in vista del voto: è il motivo per cui Washington spinge sul diesel russo.
Una lettura possibile è che il mercato stia pagando un'assicurazione contro l'interruzione delle rotte, non un rialzo della domanda. È plausibile che, finché Hormuz resta insicuro, il greggio resti caro anche con il diesel che torna a scorrere: la distanza tra i due prezzi potrebbe dire quanto il mercato crede davvero alla tregua.