Droni su Ryazan: Kiev riprende i raid sulle raffinerie

L'Ucraina ha ripreso gli attacchi alle raffinerie russe dopo una pausa di tre giorni, e nella notte tra 14 e 15 ottobre i droni a lungo raggio hanno colpito l'impianto di Ryazan, dove il governatore regionale Pavel Malkov ha confermato un incendio. La mossa di Volodymyr Zelensky smonta l'ipotesi di tenere separata la guerra energetica dal resto del conflitto: Washington premeva per una tregua sugli impianti per calmierare i prezzi dei carburanti, mentre Bruxelles, per voce di Kaja Kallas, sostiene che tagliare i ricavi del petrolio russo sia la leva decisiva per fermare la guerra.

La pausa di tre giorni e la ripresa dei raid

Zelensky ha dichiarato al Financial Times, in un'intervista a Londra, di aver ordinato una pausa di tre giorni negli attacchi alle raffinerie per venire incontro alle richieste americane, formulate da Donald Trump. Mosca, ha aggiunto, ha continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine e a uccidere civili. "The block [on attacking refineries] is out. We're done", ha detto il presidente ucraino al quotidiano britannico, criticando anche la propensione degli Stati Uniti a chiudere accordi commerciali con la Russia, energia inclusa.

Il Cremlino respinge la ricostruzione. Il portavoce Dmitry Peskov ha affermato che "non c'è stato alcuna moratoria da parte di Kiev sugli attacchi alle infrastrutture energetiche della Federazione Russa". È una divergenza di versioni sullo stesso fatto, non un dettaglio: la tenuta di qualsiasi tregua energetica dipende da chi viene indicato come primo violatore.

Sul terreno la guerra non si è fermata. Nella regione ucraina di Kirovohrad un'offensiva russa con droni ha provocato almeno tre morti e sei feriti; a Novooleksandrivka si contano due morti e cinque feriti. Zelensky ha definito l'attacco condotto mercoledì contro infrastrutture energetiche e critiche tra Kiev, la regione di Kiev e Kharkiv "entirely deliberate and demonstrative in its scale", rilevando che la Russia non aveva mai mostrato "such ostentatious disrespect" verso gli Stati Uniti. Kiev porta avanti in parallelo la campagna contro le infrastrutture digitali russe: dopo tre attacchi contro data center di Yandex, i droni hanno raggiunto il centro Sberbank di Balakovo, indicato come il più grande del paese.

Il Cremlino: "sfida diretta e palese" a Trump

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha definito gli attacchi ucraini agli impianti petroliferi una "sfida diretta e palese al presidente Trump". Peskov ha rilanciato: gli sforzi di Washington per una soluzione si scontrano con la riluttanza di Kiev, e in particolare di Zelensky, a trovare una via pacifica.

L'Europa si muove in direzione opposta a Washington. L'Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha rivendicato un approccio diverso: "Riteniamo che si debba esercitare pressione sull'aggressore affinché ponga fine al conflitto, non sulla vittima affinché si arrenda". E ha motivato la linea con un dato economico: "La maggior parte dei finanziamenti russi alla guerra proviene dai proventi del petrolio". Lunedì l'Ue ha adottato 1.600 nuovi inserimenti nelle liste di sanzioni e lavora al 22° pacchetto.

Ucraina riprende gli attacchi alle raffinerie russe
Impianto industriale di notte, con ciminiere che emettono fumo. Foto di Loïc Manegarium su Pexels

Zelensky è a Bruxelles per il Consiglio europeo: in agenda incontri con il segretario generale della Nato Mark Rutte, il presidente francese Emmanuel Macron e i premier di Polonia, Danimarca e Belgio, oltre a un'udienza con re Filippo del Belgio; domani vedrà i presidenti di Consiglio e Commissione Ue e i premier di Ungheria, Finlandia e Svezia. A Londra ha incassato dal Regno Unito la promessa di 45 milioni di sterline in missili terra-aria e l'accelerazione delle consegne di missili leggeri multiruolo. Il premier finlandese Petteri Orpo chiede invece di avviare lo stop ai visti per i cittadini russi: in un momento di minacce ibride, ha detto, è difficile capire perché l'anno scorso siano stati rilasciati mezzo milione di visti turistici.

Gasolio agli Usa, benzina importata: le due facce della campagna

Sul fronte dei carburanti la Russia gioca su due tavoli. Il vicepremier Aleksandr Novak ha detto che le compagnie petrolifere russe sono pronte a esportare gasolio: "Le nostre compagnie sono pronte a spedire immediatamente, in qualsiasi momento". Le prime forniture di gasolio russo agli Stati Uniti potrebbero partire tra almeno due o tre settimane, tempi legati alla stipula del contratto.

Contemporaneamente, Mosca continuerà a importare benzina almeno fino alla fine del 2026 per rifornire il mercato interno e ricostituire le scorte ridotte dagli attacchi ucraini alle raffinerie. La quota di benzina importata sul mercato russo resta stabile al 10%. Questo dato misura meglio di qualsiasi dichiarazione l'effetto della campagna ucraina: l'export di greggio e prodotti raffinati continua, ma sul mercato interno Mosca deve comprare carburante dall'estero.

Perché i raid non fanno salire il greggio

Giovedì, nelle contrattazioni asiatiche, il prezzo del greggio è sceso di circa l'1%, nonostante la ripresa degli attacchi alle raffinerie. Il driver è un altro: le indiscrezioni su una possibile revoca delle sanzioni alle petroliere della "flotta ombra" impiegate per trasportare petrolio e carburanti da Venezuela, Russia e Iran, mossa che aumenterebbe le navi disponibili e abbasserebbe i costi di trasporto. Dopo l'intesa sul gasolio, la Casa Bianca valuta di autorizzare alcune petroliere a trasportare carichi non sanzionati.

Due calcoli aiutano a leggere i tempi. Le almeno due o tre settimane indicate da Novak per le prime consegne significano carichi non prima di almeno due settimane o circa tre settimane, a seconda della stipula del contratto. E la decisione di importare benzina fino alla fine del 2026 copre, contando dal 15 ottobre, circa due mesi e mezzo di dipendenza dall'estero.

Per chi opera sui prodotti raffinati il segnale è duplice: la capacità di raffinazione russa resta il bersaglio dichiarato di Kiev, ma il prezzo del greggio si muove oggi sulle navi, non sugli impianti. Il vero test dei prossimi mesi non sarà l'incendio di Ryazan, ma se Mosca chiuderà l'anno ancora importante benzina al 10% del proprio fabbisogno mentre esporta gasolio.

Fonti

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