Escalation nel Golfo, Iraq in ginocchio: produzione greggio -70%

Con lo Stretto di Hormuz de facto chiuso da mesi e l'Iran che il 3 giugno 2026 ha colpito l'aeroporto del Kuwait, la crisi energetica nel Golfo Persico ha raggiunto una nuova soglia critica. L'Iraq — secondo produttore OPEC e il paese più esposto alla chiusura dello stretto tra tutti i produttori della regione — ha visto crollare la produzione dei campi meridionali del 70%: da 4,3 a 1,3 milioni di barili al giorno. Baghdad ha approvato un piano d'emergenza per triplicare le esportazioni attraverso la rotta nord verso la Turchia, riconoscendo che non esiste alternativa a breve termine.

Lo stretto bloccato spinge il Brent a 97 dollari

Lo Stretto di Hormuz è il passaggio obbligato per una quota fondamentale delle esportazioni petrolifere mediorientali. La sua chiusura, protratta ormai per mesi, ha già spinto il Brent oltre i 97 dollari al barile il 2 giugno 2026, mentre il WTI si attesta intorno ai 95 dollari. Le giacenze globali sono in rotta verso i minimi storici prima del picco estivo, con i buffer di emergenza che si stanno esaurendo proprio mentre la domanda stagionale accelera.

La spirale militare ha aggravato il quadro nelle settimane più recenti. Dopo che l'Iran ha sospeso i colloqui con gli Stati Uniti e minacciato la chiusura totale dello stretto, il petrolio ha registrato un balzo di oltre il 7%. Gli Stati Uniti hanno risposto con attacchi a petroliere e abbattendo droni iraniani. Il colpo del 3 giugno all'aeroporto del Kuwait estende ora l'instabilità oltre l'Iraq, coinvolgendo le monarchie del Golfo che fino ad allora avevano subito la crisi a distanza.

L'Iraq: più esposto di tutti, senza vie d'uscita

L'Iraq è il paese che subisce il danno maggiore dalla chiusura di Hormuz, per una ragione strutturale: a differenza di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, Baghdad non dispone di oleodotti capaci di aggirare lo stretto per i terminal meridionali di Basra. Con i siti di stoccaggio nel Golfo e le petroliere ormai saturi, la produzione ha dovuto fermarsi.

I dati sono severi: la produzione media attuale è di 1,3 milioni di barili al giorno, contro i 4,3 milioni bpd del periodo pre-conflitto — un calo del 70% concentrato nei campi del sud. Il danno si trasmette direttamente alle finanze dello stato, dato che le vendite di petrolio coprono il 90% delle entrate del bilancio statale iracheno. L'Iraq ha storicamente costruito tutta la propria economia sul petrolio senza diversificare, e quella dipendenza ora non lascia alcun margine.

Escalation geopolitica nel Golfo Persico minaccia trasporto petrolifero
Raffineria con pipeline: infrastruttura petrolifera al centro delle vulnerabilità geopolitiche globali. Foto di Jakub Pabis su Pexels

La crisi colpisce ben oltre i confini iracheni. Come avevamo già riportato, l'India importa il 45% del proprio greggio via Hormuz e sta già registrando un crollo della crescita della domanda petrolifera ai livelli più bassi dalla pandemia. Il Giappone, con le importazioni di greggio crollate del 66% ad aprile 2026, ha impegnato 19,4 miliardi di dollari per fronteggiare la propria emergenza energetica.

La corsa al Ceyhan: Baghdad punta su Kirkuk

La risposta dell'Iraq punta sulla riapertura e il potenziamento della rotta settentrionale: la pipeline che collega i campi di Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. Il governo ha già approvato il piano.

L'obiettivo iniziale era portare i flussi a 500.000 barili al giorno. Il target è stato alzato a 770.000 bpd entro due mesi e mezzo. Per arrivarci, l'Iraq deve quasi triplicare i volumi via pipeline, riportando in piena funzione un corridoio rimasto sottoutilizzato per anni. Il porto di Ceyhan garantisce accesso diretto ai mercati europei e asiatici via Mediterraneo — uno sbocco che Baghdad non aveva mai sfruttato in modo sistematico, preferendo affidarsi ai terminal del Golfo.

Analisi: 2 milioni di barili contro 4,3, e la soglia dei 180 dollari

La matematica del piano è trasparente. Sommando la produzione attuale (1,3 milioni bpd) al target Ceyhan (770.000 bpd), l'Iraq raggiungerebbe circa 2 milioni di barili al giorno esportabili — poco meno della metà dei livelli pre-guerra, con un deficit residuo di oltre 2,2 milioni bpd che il mercato non può assorbire senza effetti sui prezzi.

Il CEO di Goldman Sachs ha avvertito che uno shock petrolifero di questa portata potrebbe modificare in modo duraturo i comportamenti dei consumatori. La società di analisi Rystad ha stimato che una nuova escalation USA-Iran potrebbe spingere il greggio fino a 180 dollari al barile entro agosto 2026 — una soglia con conseguenze dirette su inflazione e crescita nelle economie importatrici.

Il piano Ceyhan è la mossa più urgente che Baghdad possa fare oggi. Portare quella pipeline a pieno regime in due mesi e mezzo, in un contesto bellico attivo, è però una corsa contro il tempo che richiede una precisione esecutiva raramente raggiungibile in tempi di guerra.

Leave a Reply

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.