Il Brent è tornato a circa 73 dollari al barile, lo stesso livello di prima che la guerra nel Golfo Persico esplodesse il 28 febbraio 2026. Dopo l'accordo di tregua firmato il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran, decine di petroliere stanno lasciando lo Stretto di Hormuz cariche di greggio. Ma i mercati stanno prezzando uno scenario che la realtà fisica della logistica petrolifera ancora non conferma: la maggior parte del greggio in uscita appartiene a navi rimaste intrappolate per oltre 100 giorni di conflitto, non a nuova produzione. Il traffico in entrata — quello che serve a caricare gli stoccaggi a terra e far ripartire i giacimenti — resta fermo a un quarto dei volumi in uscita.
L'esodo a senso unico che sta illudendo i mercati
Chris Wright, Segretario all'Energia statunitense, ha dichiarato che i flussi in uscita hanno brevemente superato i 20 milioni di barili al giorno, sopra i livelli pre-bellici. Prima del conflitto il corridoio vedeva circa 125 attraversamenti giornalieri di tanker e trasportava un quinto del petrolio e gas mondiale.
La direzione del traffico racconta però una storia diversa. Nella scorsa settimana, per ogni quattro petroliere in uscita dallo Stretto ne è entrata solo una, secondo i dati LSEG. Il CEO di Phillips 66 stima tra 90 e 100 milioni di barili destinati a lasciare la regione. «Poi la domanda è: chi avrà il coraggio di rimandare le navi dentro? Riusciranno a ottenere un'assicurazione?».
I premi assicurativi per i mercantili che attraversano la regione restano eccezionalmente elevati. Il 26 giugno, a tregua in vigore, forze iraniane hanno fatto fuoco su un cargo taiwanese in transito nello Stretto, innescando una breve rappresaglia statunitense. L'episodio non ha interrotto il traffico, ma ha segnalato che la neonata Persian Gulf Strait Authority intende far sentire la presenza di Teheran sul corridoio.
Il team commodity di ING mette in guardia: «Il mercato si sta concentrando sulla ripresa dei flussi in uscita da Hormuz. Ma l'aumento riflette in gran parte navi precedentemente bloccate che lasciano il Golfo Persico. I flussi in entrata restano molto più modesti».
Contango, mini-glut e l'ombra del surplus 2027
La combinazione di tanker in uscita e domanda debole ha fatto scattare un segnale tecnico che non si vedeva dal 28 febbraio: il contango sul Brent. I futures con consegna ad agosto quotano sotto il contratto di settembre — il prezzo spot è inferiore a quello futuro. È il sintomo di un eccesso di offerta immediata, quello che gli analisti chiamano già mini-glut.
Il meccanismo è lineare. Le raffinerie asiatiche ed europee hanno già coperto il fabbisogno di luglio e agosto: i barili in arrivo dal Golfo rischiano di restare in mare come stoccaggio galleggiante per settimane. Il greggio angolano viene offerto a uno sconto di 10 dollari sul Brent datato — non accadeva da un decennio — e raffinerie cinesi stanno rivendendo cargo già acquistati.
Daan Struyven, co-responsabile delle materie prime globali di Goldman Sachs, descrive così il momento: «Oggi si ottiene uno sconto per comprare un barile rispetto a domani, per via della debolezza della domanda asiatica sui greggi mediorientali. La riapertura sta andando bene e rapidamente».
Sul fronte della produzione, Rystad Energy stima che l'attività ferma nel Golfo sia scesa a 9,6 milioni di barili al giorno a metà giugno, dagli 11,7 milioni di tre settimane prima, con un ritorno ai livelli pre-guerra atteso per dicembre. L'Iran, se la sospensione delle sanzioni regge, potrebbe raggiungere 3,3 milioni di barili al giorno entro fine anno — sopra i livelli pre-conflitto.
L'Agenzia Internazionale dell'Energia prevede un calo dell'offerta globale di 3,9 milioni di barili al giorno nel 2026, seguito da un rimbalzo di circa 8 milioni nel 2027 fino a 110,3 milioni. La domanda recupererà molto più lentamente: lo sbilancio potrebbe creare un surplus di circa 5 milioni di barili al giorno l'anno prossimo. Ma Bart Melek, responsabile globale della strategia commodity di TD Securities, frena: «Il mercato potrebbe essere un po' troppo entusiasta sulla rapidità con cui l'offerta, e in particolare le scorte, si stabilizzeranno». La riserva strategica di petrolio statunitense è al livello più basso degli ultimi quattro decenni e riempire gli inventari globali richiederà volumi enormi.
Tra i dati e le proiezioni, un calcolo dà la misura della frizione tra mercati finanziari e logistica reale. Con un rapporto di 4 a 1 tra navi in uscita e in entrata, se i 90-100 milioni di barili in uscita stimati dal CEO di Phillips 66 si concretizzassero nelle prossime settimane, la capacità di carico in entrata si fermerebbe a circa 22-25 milioni di barili. Significa che oltre tre quarti del movimento è svuotamento di scorte accumulate durante il blocco, non nuova capacità produttiva immessa sul mercato.
Fertilizzanti e bollette: l'impatto sull'economia italiana
La tregua ha già prodotto effetti misurabili sui mercati agricoli. Alla Borsa Merci di Torino, l'urea agricola al 46% è scesa a 630-640 euro alla tonnellata il 25 giugno, in calo di 185 euro rispetto ai valori di maggio. Resta comunque 50 euro sopra i livelli pre-conflitto di fine febbraio (+8,54%). A Roma il differenziale è ancora più ampio: +28,63%. Almeno 20 navi cariche di concimi avevano già attraversato Hormuz prima dell'accordo, quando Teheran concesse un corridoio umanitario selettivo.
Per le famiglie italiane, la prospettiva è un risparmio stimato fino a 212 euro annui sulle bollette di luce e gas. Il beneficio non sarà immediato: gli operatori energetici europei coprono i propri acquisti con mesi di anticipo, e la trasmissione dei prezzi internazionali alle bollette richiede da 6 a 9 mesi. Per i contratti a prezzo fisso il calo arriverà solo al rinnovo; per i clienti in tutela la revisione trimestrale diluisce il vantaggio nel tempo.
Il conflitto aveva spinto il Brent fino a un picco speculativo di 126 dollari al barile e fatto lievitare la spesa energetica delle famiglie italiane tra 500 e 1.000 euro annui. Con la riapertura di Hormuz, il PIL italiano passa da una contrazione dello 0,4% nello scenario di crisi a un -0,2% in quello di distensione, con l'export manifatturiero che recupera il trend del 3,3%. Restano fattori di fragilità: i danni agli impianti del Golfo, le operazioni di sminamento dello Stretto — a cui l'Italia partecipa con le cacciamine Crotone e Rimini — e la scadenza della tregua fissata al 16 agosto 2026.
I mercati stanno prezzando una normalizzazione che i numeri fisici ancora non confermano. L'ammonimento di Tony Sycamore, analista di IG, chiude il cerchio: «Con il premio al rischio geopolitico che torna a insinuarsi nei prezzi, i mercati guarderanno con attenzione per capire se il traffico di petroliere riprende davvero o se questi ultimi ostacoli costringeranno i produttori a frenare gli aumenti di produzione pianificati». In ballo non c'è solo il prezzo alla pompa: c'è la differenza tra una tregua tattica di 60 giorni e un riequilibrio strutturale che richiederà mesi, forse anni.