Phillips 66, Reliance Industries e altri grandi raffinatori hanno iniziato a comprare greggio venezuelano direttamente da PDVSA, scavalcando le trading house che fino a ieri dominavano il mercato. La mossa sta riducendo i margini di colossi come Vitol e Trafigura e ridisegna i flussi del greggio pesante in piena interruzione delle forniture mediorientali.
PDVSA sta ripristinando il modello pre-2019 basato su contratti diretti con raffinatori e partner di joint venture, un meccanismo che le consente di incassare prezzi più alti eliminando i premi dei rivenditori. In parallelo, la produzione venezuelana continua a salire: le esportazioni hanno superato quota 1,2 milioni di barili al giorno (bpd), in netto aumento rispetto alla media di 847.000 bpd del 2025, con l’obiettivo di arrivare a 1,37 milioni bpd entro fine 2026.
Il monopolio dei trader si sgretola
Vitol e Trafigura avevano ottenuto dal Tesoro americano licenze speciali fino a giugno 2027, creando un monopolio di fatto. Nei primi sei mesi del 2026 hanno movimentato insieme oltre 100 milioni di barili di greggio venezuelano, appoggiandosi alla loro flotta e a stoccaggi galleggianti in Asia per dirottare rapidamente i volumi verso India, Corea del Sud e Malesia dopo che la guerra in Iran ha spezzato le catene di approvvigionamento mediorientali.
La loro presa però si sta allentando. Phillips 66 ha ricominciato ad acquistare carichi spot da PDVSA a maggio 2026 e a luglio le sono stati assegnati tre cargo di Merey 16, il greggio pesante di punta del Venezuela. Reliance Industries, gigante indiano della raffinazione, ha fatto lo stesso a maggio, affiancando i barili comprati direttamente a quelli già ritirati da Vitol, Trafigura e Chevron. Valero Energy e la thailandese Tipco Asphalt sono attese a breve; Tipco ha dichiarato di non aver ancora finalizzato acquisti.
Chevron, Eni, Repsol: i partner allungano il passo
Anche i partner storici di PDVSA stanno aumentando la propria fetta. Chevron ha esportato in media 293.000 bpd nel secondo trimestre 2026, quasi 70.000 bpd in più rispetto ai 223.000 del trimestre precedente, diretti in gran parte alle raffinerie della Costa del Golfo statunitense. L’azienda ha nel frattempo portato al 49% la sua quota nella joint venture Petroindependencia, puntando a espandere ulteriormente la produzione nell’Orinoco Oil Belt.
La spagnola Repsol a luglio ha cominciato a caricare direttamente Merey 16 al terminal di Jose dopo mesi di acquisti dai trader, mentre l’italiana Eni si è vista assegnare un carico destinato all’Europa. In entrambi i casi, il greggio serve ad ammortizzare crediti pregressi verso Caracas. Le loro produzioni dalle joint venture locali sono destinate a crescere, sfidando i volumi oggi riservati alle trading house.
Meno spazio per gli intermediari: che cosa significa per il mercato
Nei primi sei mesi del 2026, con un’esportazione media di circa 1,2 milioni bpd, il Venezuela ha immesso sul mercato oltre 200 milioni di barili. I 100 milioni movimentati da Vitol e Trafigura equivalgono perciò a poco meno della metà del flusso totale. Man mano che i raffinatori e i partner di PDVSA assorbono più volumi con contratti diretti, quella quota è destinata a scendere.
Per i raffinatori, l’aggancio diretto a PDVSA offre un vantaggio concreto in una fase di gravissima tensione sugli stretti mediorientali: assicurarsi greggio pesante senza passare dall’intermediazione riduce il rischio di rincari speculativi e consente margini di raffinazione più prevedibili. Le trading house rispondono con le loro armi: Trafigura ha già un piccolo team operativo a Caracas e Vitol si prepara ad assumere una dozzina di persone nel paese.
Il vero banco di prova resta la capacità di PDVSA di onorare le forniture con infrastrutture invecchiate e servizi oilfield limitati. Ogni intoppo logistico potrebbe riaprire spazi ai trader che, anche senza monopolio, conservano flotte e flessibilità per intervenire dove i produttori non arrivano.