Da 2,5 milioni di barili al giorno a 1,7 milioni: in un solo mese, le esportazioni di greggio russo dai porti occidentali si contraggono di 800.000 bpd — una riduzione del 32% che non è frutto di una scelta strategica, ma di tre emergenze convergenti: la produzione nazionale in calo, le raffinerie che reclamano più greggio per tamponare carenze di carburante, e i droni ucraini che colpiscono le stesse infrastrutture di esportazione. In questo scenario compresso, il greggio russo torna a essere venduto con sconti sul mercato indiano per la prima volta in oltre due mesi: segnale che Mosca sta perdendo potere contrattuale proprio sui clienti su cui più conta.
Il calo della produzione che Mosca non riesce più a nascondere
La pressione all'origine di tutto è produttiva. Ad aprile 2026, la produzione russa di greggio è calata di 300.000-400.000 bpd rispetto ai livelli medi dei primi mesi dell'anno — uno dei cali mensili più marcati dall'inizio della pandemia. Come avevamo già riportato, il vice primo ministro Alexander Novak ha riconosciuto pubblicamente che la produzione nazionale è in calo dall'inizio del 2026: una delle prime ammissioni ufficiali di Mosca sull'impatto delle operazioni ucraine sul settore petrolifero russo.
Con meno barili estratti e una domanda interna in crescita, la Russia si trova a dover scegliere dove destinare ciò che produce. La risposta di giugno è chiara: alle raffinerie nazionali.
Novorossiysk sotto attacco: un hub strategico nel mirino
I tre terminali occidentali che concentrano il calo — Primorsk, Ust-Luga e Novorossiysk — sono l'arteria principale attraverso cui il greggio russo raggiunge mercati europei e asiatici. Novorossiysk, in particolare, è sotto pressione diretta: le forze ucraine hanno colpito la base di trasbordo petrolifero di Grushovaya, nei pressi del porto, uno dei più grandi hub di esportazione del sud della Russia, oltre a strutture nel Volgograd e depositi di carburante in Crimea occupata.
Le autorità russe hanno confermato che "è scoppiato un incendio nel terminal di Novorossiysk", senza rivelare l'entità dei danni. Nelle settimane precedenti, gli attacchi ripetuti avevano già causato chiusure temporanee in alcune raffinerie; Mosca aveva allora compensato aumentando le esportazioni di greggio. Quella valvola ora è chiusa: non c'è abbastanza greggio da esportare in più.
Benzina e jet fuel: i divieti che ridisegnano i flussi interni
Per contenere le carenze di carburante in diverse regioni, la Russia punta ad aumentare la lavorazione nelle raffinerie di 250.000-400.000 bpd a giugno 2026. Le misure emergenziali già adottate precedentemente ridisegnano i flussi di prodotto raffinato: le esportazioni di benzina sono state sospese ad aprile, quelle di carburante per aerei sono ora vietate fino alla fine di novembre.
Il greggio che finiva sui mercati internazionali deve ora alimentare le raffinerie domestiche. Non ci sono, secondo le fonti di settore, contratti spot per forniture di greggio della Siberia occidentale al mercato interno per giugno: i produttori segnalano carenze di materie prime e danno priorità agli impegni di esportazione già in essere. Una tensione interna che spiega perché il taglio sia così brusco in così poco tempo.
Gli sconti in India: la leva commerciale si indebolisce
Il greggio russo torna a essere offerto con uno sconto sul mercato indiano per la prima volta in oltre due mesi. L'India è uno degli sbocchi più importanti per il petrolio russo dopo la progressiva uscita degli acquirenti europei, e la dinamica dei prezzi nei confronti di Nuova Delhi è un termometro affidabile del potere commerciale di Mosca.
Tornare agli sconti dopo un periodo senza — o con premi ridotti — significa che la Russia deve ora competere per fidelizzare i propri clienti, proprio mentre ha meno barili da offrire. Il paradosso è strutturale: meno esportazioni significano in teoria un mercato più stretto e prezzi più alti; ma se l'acquirente ha alternative, il venditore con problemi interni tende a cedere sul prezzo pur di non perdere la quota.
L'aritmetica di un sistema sotto pressione
Incrociando i numeri disponibili emerge un quadro preciso. Il calo produttivo di aprile (300.000-400.000 bpd) corrisponde quasi esattamente all'aumento di capacità di raffinazione pianificato per giugno (250.000-400.000 bpd): ogni barile in meno estratto viene assorbito interamente dalle raffinerie nazionali, senza residuo disponibile per l'export. Il taglio da 2,5 a 1,7 milioni di bpd non è quindi una scelta politica, ma il risultato aritmetico di questi due movimenti sovrapposti.
Per il mercato globale, 800.000 bpd in meno dalla Russia si sommano a un contesto già segnato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal crollo delle forniture iraniane. La pressione sull'offerta globale non si allenta; si sposta di fonte. Per gli acquirenti indiani, lo sconto di giugno può rappresentare un'opportunità contingente, ma il volume disponibile è comunque inferiore a quello dei mesi precedenti. La Russia sta cedendo sulla margine, non sul dato strutturale.