Droni ucraini colpiscono la più grande raffineria russa a 2.500 km dal confine

Un attacco coordinato di droni ucraini ha raggiunto e danneggiato la più grande raffineria della Russia, situata a circa 2.500 chilometri dal confine, insieme a terminali petroliferi strategici nel Mar Baltico. L'operazione, una delle più profonde in territorio russo dall'inizio del conflitto, arriva in un momento in cui 55 delle 83 regioni russe affrontano già carenze severe di carburante, con il 30% della capacità di raffinazione nazionale fuori uso per via dei raid precedenti.

Un attacco senza precedenti per profondità geografica

Nella notte tra il 5 e il 6 luglio 2026, droni ucraini hanno colpito la grande raffineria nel cuore della Russia, a 2.500 chilometri dal confine, in quello che rappresenta uno degli affondi più distanti mai realizzati da Kiev. Secondo quanto riportato da Euronews, l'impianto colpito è il più grande del paese, un'infrastruttura critica per la produzione di carburante destinata sia al mercato interno sia all'export.

Contemporaneamente, un secondo fronte d'attacco ha interessato la regione di San Pietroburgo e l'oblast di Leningrado. Il governatore Alexander Beglov ha parlato di un raid su "vasta scala" contro il terminal petrolifero cittadino, mentre Alexander Drozdenko, governatore della regione di Leningrado, ha riferito che un drone ha centrato l'area del porto di Vysotsk, scalo che gestisce petrolio, cereali, carbone e gas naturale liquefatto. 72 droni sono stati abbattuti sopra la regione, ha aggiunto Drozdenko, con danni minori in diversi insediamenti.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un post su Telegram, ha dichiarato: "Le forze di difesa dell'Ucraina hanno colpito le infrastrutture petrolifere portuali che generano ricavi per la guerra della Russia, colpendo anche Kronstadt, un importante obiettivo militare a oltre 850 km dal confine di Stato ucraino". Non è arrivata alcuna conferma russa riguardo a danni alla base navale di Kronstadt.

Le conseguenze sul sistema energetico russo

L'attacco si inserisce in una strategia di erosione sistematica della capacità di raffinazione russa che già nei mesi precedenti aveva messo fuori uso circa il 30% degli impianti. La raffineria Kapotnya di Mosca, danneggiata strutturalmente, non tornerà a produrre carburante prima del 2027. Le esportazioni russe di jet fuel sono crollate da 30.000 a 13.000 barili giornalieri nel 2026.

Droni ucraini colpiscono infrastrutture petrolifere russe
Caccia militari fotografati dall'alto con personale a terra in una giornata soleggiata. Foto di Emre Koşak su Pexels

A Gatchina, nella regione di Leningrado, un testimone di Reuters ha visto lunghe code alle stazioni di servizio, con alcuni punti vendita completamente privi di carburante. Un residente in attesa, identificatosi come Gennadiy, ha dichiarato: "Stare in coda dopo il lavoro non è esattamente divertente. E poi, tra un paio di giorni, dovrò rimettermi in fila, perché avrò finito di nuovo la benzina".

Il presidente Vladimir Putin ha firmato sabato 4 luglio emendamenti al codice fiscale con incentivi per la produzione di carburante ad alto numero di ottani tramite miscelazione, un tentativo di tamponare l'emergenza con misure emergenziali. Intanto, il Kirghizistan — che importa oltre il 90% della benzina dalla Russia — ha chiesto ufficialmente aiuto a Kazakhstan, Bielorussia, Azerbaigian, Uzbekistan e Turkmenistan, segnale che la crisi sta tracimando oltre i confini russi.

L'impatto cumulativo sugli approvvigionamenti

L'operazione del 6 luglio non è un episodio isolato. Solo una settimana prima, il 1° luglio 2026, droni ucraini avevano danneggiato la raffineria di Ufa nel Bashkortostan, a oltre 800 miglia dal fronte. La sequenza di attacchi sta comprimendo ulteriormente una rete logistica già fragile.

Un dato aiuta a dimensionare la pressione: con il 30% della capacità di raffinazione fuori uso e 55 regioni in carenza, la Russia sta già operando ben al di sotto della soglia di autosufficienza. Il nuovo raid sulla più grande raffineria del paese colpisce il cuore della produzione, non un impianto periferico. Se anche solo una frazione della capacità di questo stabilimento venisse compromessa per settimane, l'effetto sulle già tese catene di approvvigionamento sarebbe immediato.

I segnali dai mercati riflettono l'incertezza: UBS ha ridotto le stime sul Brent per il terzo trimestre 2026 di 25 dollari, portandole a 80 dollari al barile, mentre il Brent è sceso a 70,91 dollari e il WTI a 67,99 dollari, minimi da quattro mesi. Il paradosso è solo apparente: i timori di rallentamento economico globale pesano più delle interruzioni di fornitura, ma la volatilità resta elevata.

La profondità geografica non è più una garanzia di invulnerabilità per le infrastrutture critiche russe. E questo cambia i calcoli strategici su entrambi i fronti.

Fonti

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