Dopo aver messo fuori uso oltre 116 navi della flotta fantasma russa nel Mar d’Azov, l’Ucraina ha esteso la sua offensiva navale al Mar Nero, colpendo con droni 20 imbarcazioni nella notte del 15 luglio. L’operazione, confermata dal comandante delle forze senza pilota Robert Brovdi, segna un salto di scala nella campagna di Kiev per strangolare le esportazioni di greggio di Mosca proprio mentre la Russia è già alle prese con una crisi interna dei carburanti. Il messaggio è esplicito: dopo il Mar d’Azov, neppure le rotte meridionali del petrolio russo sono al sicuro.
La notte del 15 luglio: 17 petroliere, 2 gasiere e un rimorchiatore
L’attacco ha preso di mira 17 petroliere, 2 gasiere e un rimorchiatore che operavano nel Mar Nero, via cruciale per il greggio e i prodotti raffinati in partenza dai porti russi meridionali. Brovdi ha annunciato i numeri su Telegram nelle prime ore del mattino, precisando che un rapporto ufficiale con prove video sarebbe stato diffuso in giornata.
I 20 bersagli della notte portano a oltre 136 le unità colpite da quando, all’inizio di luglio, le forze ucraine hanno cominciato a prendere di mira sistematicamente le navi sospettate di trasportare petrolio, grano sottratto all’Ucraina o rifornimenti diretti alle truppe russe. La sola notte del 14 luglio, secondo fonti militari ucraine, erano state centrate 15 imbarcazioni, mentre il 13 luglio il bilancio era di altre 15 navi distrutte, tra cui 7 petroliere, 5 cargo, un traghetto e 2 rimorchiatori.
«Il primo round è finito. Ora il Mar Nero»
La frase di Brovdi è tanto sintetica quanto carica di conseguenze: «The first round of the naval battle is over» («Il primo round della battaglia navale è finito»), ha scritto riferendosi alle settimane di attacchi nel Mar d’Azov, e poi ha aggiunto: «Now, the Black Sea» («Ora, il Mar Nero»). L’ufficiale ucraino ha così tracciato una linea netta fra la fase iniziale, che ha preso di mira i collegamenti marittimi con la Crimea e i porti del Don, e quella attuale, che punta a colpire direttamente le arterie di esportazione del greggio russo verso i mercati globali.
La strategia ucraina è duplice: da un lato si colpiscono le raffinerie in profondità nel territorio russo – durante la stessa notte un drone ha incendiato l’impianto di Afipsky nella regione di Krasnodar e un altro ha raggiunto un’area industriale a Salavat, nel Bashkortostan – dall’altro si attaccano le navi che movimentano il petrolio. L’obiettivo è prosciugare i ricavi con cui Mosca finanzia la guerra.
La risposta russa: rotte alternative e stato d’emergenza in Crimea
La pressione ucraina sta già costringendo Mosca a rivedere la propria logistica. Il Ministero dell’Agricoltura russo ha dichiarato che si stanno predisponendo «rotte marittime alternative» e che le merci potrebbero essere dirottate «verso altri modi di trasporto», pur assicurando che la situazione nel Mar d’Azov non intaccherà le forniture interne o la capacità di esportazione. La dichiarazione, rilasciata il 14 luglio, è il riconoscimento ufficiale che la via del Mar d’Azov è diventata troppo rischiosa per le spedizioni commerciali.
Nel frattempo, in Crimea è stato dichiarato lo stato d’emergenza a causa delle gravi carenze di carburante provocate dagli attacchi alle infrastrutture energetiche e ai convogli di rifornimento. Le forze di Mosca hanno risposto intensificando i raid sulle infrastrutture portuali ucraine: un attacco russo nei pressi di Odessa ha colpito una nave civile, con un bilancio di vittime ancora oggetto di divergenza tra fonti.
Un’escalation che cambia l’equazione energetica
I numeri raccolti dalle diverse fonti danno la misura dell’accelerazione. Tra il 6 e il 13 luglio risultavano già colpite 105 navi, ma il totale ha raggiunto 116 unità in nove giorni e continua a salire. Parallelamente, gli attacchi alle raffinerie hanno ridotto la capacità di raffinazione russa: Mosca riesce a coprire solo il 65% del fabbisogno interno di benzina e ha dovuto vietare temporaneamente l’esportazione di diesel.
L’estensione degli attacchi al Mar Nero introduce un fattore di rischio nuovo per i mercati petroliferi globali. Se finora le interruzioni avevano riguardato soprattutto il traffico nello Stretto di Hormuz – crollato da 130 a 19 passaggi giornalieri – ora anche la rotta russa del sud Europa e dell’Asia minore è sotto pressione. Con lo sfondo di un Brent che viaggia sopra gli 85 dollari al barile e una crisi mediorientale che ha già sottratto circa 6 milioni di barili al giorno all’offerta globale, la campagna ucraina aggiunge un ulteriore elemento di tensione a un mercato già fragile.
Il passaggio dal Mar d’Azov al Mar Nero non è un dettaglio geografico: è la scelta deliberata di colpire il cuore delle esportazioni petrolifere russe, e arriva nel momento in cui Mosca ha meno margini per assorbire altre perdite logistiche.