Russia raziona benzina a Mosca: produzione -25% dopo i droni ucraini

La Russia raziona il carburante nella propria capitale. Dopo mesi di attacchi sistematici alle infrastrutture petrolifere, la produzione di benzina è crollata del 25% a giugno 2026, e i distributori di Mosca hanno introdotto limiti agli acquisti per i clienti. Una potenza che ha costruito la propria influenza globale sull'export di idrocarburi si trova ora a importare benzina dall'Asia.

La raffineria di Gazprom Neft: il colpo al cuore dell'approvvigionamento di Mosca

L'attacco ucraino alla raffineria di Gazprom Neft a Mosca ha eliminato fino al 40% dell'approvvigionamento di carburante della capitale. Sommando i danni all'impianto Taneco di Tatneft, i raid hanno rimosso complessivamente circa 600.000 barili al giorno di capacità di raffinazione. Il nodo non è la produzione di greggio: la Russia continua a estrarne milioni di barili ogni giorno. Il problema è a valle — raffinare quel greggio in benzina e diesel dopo che le infrastrutture di lavorazione sono state colpite ripetutamente.

Attacchi ucraini alle raffinerie russe: gasoline in calo del 25%, razionamento a Mosca
Pompa di benzina al tramonto in Austria. Foto di Michael Pointner su Pexels

Prezzi in rialzo da cinque settimane, acquisti contingentati ai distributori

Nei punti vendita di Rosneft, Lukoil, Tatneft e altri grandi operatori sono scattati i limiti agli acquisti per i clienti. I prezzi del carburante salgono da cinque settimane di fila, a un ritmo circa doppio rispetto all'inflazione generale. Il Cremlino ha risposto abbassando gli standard qualitativi dei carburanti, reindirizzando le forniture verso i consumatori prioritari e vietando le esportazioni di benzina fino alla fine di luglio 2026 per trattenere prodotto in patria. Nel frattempo, la Russia importa benzina attraverso i porti occidentali dall'Asia: una svolta strutturale per un paese che per decenni ha rifornito di idrocarburi mezzo mondo.

La vulnerabilità che i pozzi non possono correggere

Il caso russo mette in luce una frattura strutturale: la capacità estrattiva e quella di raffinazione sono vulnerabili in modo radicalmente diverso. Sottrarre 600.000 barili al giorno di lavorazione — la somma delle due raffinerie colpite — produce effetti immediati sul mercato interno, indipendentemente da quante estrazioni continuino. La riunione di crisi presieduta dal vice premier Alexander Novak per discutere la situazione del mercato domestico segnala che il governo federale non considera questo un problema congiunturale.

La campagna ucraina di colpire la raffinazione invece dell'estrazione ha trovato il punto di rottura di un sistema energetico che sembrava impenetrabile: non i pozzi, ma la catena tra greggio e pompa di benzina.

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Petrolio iraniano oltre il blocco USA: 4,8 milioni di barili già in mare

L'Iran ha già scelto il tempo: tre tanker della National Iranian Tanker Company (NITC) hanno attraversato il blocco navale americano prima ancora della cerimonia di firma prevista venerdì a Ginevra. Tehran punta a tradurre l'accordo in volumi commerciali prima che i 60 giorni di negoziati nucleari possano ridurre i margini di manovra.

I supertanker Diona e Hero2 aprono la rotta

I VLCC Diona e Hero2 della NITC hanno superato il perimetro del blocco USA trasportando complessivamente 3,8 milioni di barili di greggio iraniano, secondo dati AIS confermati da immagini satellitari elaborate da TankerTrackers.com. Si tratta, precisa il servizio di tracciamento, delle prime esportazioni di petrolio greggio iraniano da due mesi.

Un terzo tanker tracciato da Kpler ha lasciato la linea del blocco mercoledì 17 giugno con 1 milione di barili. La petroliera Stream della NITC si avvicina al blocco proveniente dalla zona economica esclusiva del Pakistan, dove aveva stazionato per sette settimane. Il VLCC Dan — rimasto silente nell'area dell'arcipelago di Riau dal 23 maggio — è ora in rotta verso l'Iran per il carico.

Accordo USA-Iran e riapertura dello Stretto di Hormuz
Petroliera naviga nel Mediterraneo al largo di Vado Ligure. Foto di DeLuca G su Pexels

"L'Iran non sta perdendo tempo nel rimettere in circolo le proprie petroliere", ha dichiarato Michelle Wiese Bockmann, senior maritime intelligence analyst di Windward.

Perché l'Iran brucia i tempi

Come avevamo riportato, il memorandum quadro firmato il 15 giugno 2026 apre 60 giorni di negoziati su nucleare, sanzioni e sicurezza regionale. Stando a persone informate sui dettagli citate dal Wall Street Journal, l'accordo che sarà formalizzato venerdì consente a Tehran di riprendere le vendite di petrolio e carburante immediatamente alla firma — non al termine dei negoziati.

Sommando i carichi documentati — 3,8 milioni di barili sui due VLCC della NITC più il milione tracciato da Kpler — i volumi già confermati in transito si attestano a 4,8 milioni di barili nelle prime ore successive all'annuncio dell'intesa. La petroliera Stream era ferma in Pakistan da sette settimane; il Dan era silente dal 23 maggio vicino all'arcipelago di Riau: la velocità di dispiegamento non è improvvisazione, ma esecuzione di una posizione pianificata in attesa del segnale politico.

Ogni barile esportato prima che i 60 giorni di negoziati producano nuove condizioni è un ricavo che non dipende dall'esito dei tavoli. Per i mercati energetici, la firma di venerdì a Ginevra non segna l'inizio del flusso iraniano — lo ratifica.

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Hormuz: due petroliere invertono rotta e puntano a Fujairah

Ancora prima che lo Stretto di Hormuz sia formalmente riaperto, il mercato tanker ha già deciso. Due navi cisterna che navigavano verso l'Africa hanno cambiato destinazione il 17 giugno 2026, dirette a Fujairah, il porto degli Emirati Arabi Uniti posizionato all'imbocco dello Stretto. È una mossa che traduce in spostamenti fisici di flotta ciò che il memorandum quadro USA-Iran del 15 giugno aveva segnalato sul piano diplomatico: la finestra si sta riaprendo, e chi vuole caricare greggio dal Golfo non aspetta il via libera ufficiale.

Un Suezmax diretto in Gabon e un VLCC verso il Sudafrica: entrambi virano

Le due navi sono di classi diverse. La prima è un Suezmax, originariamente diretto in Gabon: ora segnala Fujairah come destinazione. La seconda è un Very Large Crude Carrier (VLCC), inizialmente in rotta verso il Sudafrica, anch'essa virata verso lo stesso porto emiratino. I movimenti emergono da dati di tracciamento navale riportati da Bloomberg.

Fujairah si trova appena fuori dallo Stretto di Hormuz: posizionarsi lì adesso significa essere pronti a caricare greggio non appena il corridoio sarà dichiarato percorribile in sicurezza.

La prudenza del più grande operatore mondiale di petroliere

Non tutti gli operatori del settore condividono questo ottimismo preventivo. Jotaro Tamura, amministratore delegato di Mitsui OSK Lines, ha dichiarato al Financial Times che un ritorno sicuro richiederà "almeno qualche settimana, se non un mese". Tamura è netto sulle condizioni: "Non basta un semplice accordo tra i paesi coinvolti: deve essere concreto e tradursi nelle condizioni reali lungo lo Stretto di Hormuz, affinché le compagnie di navigazione possano sentirsi al sicuro nel passarci."

Petroliere cambiano rotta verso il Medio Oriente per la riapertura di Hormuz
Una petroliera al largo della Liguria. Foto di DeLuca G su Pexels

Posizione diversa da Lars Barstad, amministratore delegato di Frontline: "Sono molto ottimista: nel momento in cui la situazione cambierà e USA e Iran avranno raggiunto un'intesa — quantomeno per non attaccare le navi — i transiti riprenderanno rapidamente."

Il 18% della capacità normale: quanto pesa il gap da colmare

Come avevamo riportato, al momento della firma del memorandum quadro del 15 giugno 2026 lo Stretto operava a 25 transiti giornalieri contro i 140 pre-conflitto — meno del 18% della capacità normale. Il posizionamento preventivo delle due petroliere a Fujairah è coerente con questa dinamica: gli operatori con maggiore appetito al rischio si collocano vicino al Golfo per accorciare i tempi di reazione; chi ha flotte più esposte preferisce aspettare garanzie concrete.

La divergenza tra Tamura (settimane di attesa) e Barstad (ripresa immediata) non è una questione di stile comunicativo: riflette strutture di costo e profili di rischio genuinamente diversi tra i due operatori. Per i raffinatori asiatici che pianificano l'approvvigionamento di luglio, la differenza tra uno scenario di due settimane e uno di un mese è operativamente rilevante.

Il primo convoglio commerciale che attraversa Hormuz senza incidenti sarà il segnale concreto che entrambe le posizioni stavano attendendo.

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QatarEnergy: 9 tanker verso il Golfo, 50% dell’LNG entro luglio

Il Qatar non aspetta che Hormuz riapra formalmente: QatarEnergy ha già avviato il riposizionamento della propria flotta e comunicato ai clienti di poter recuperare il 50% della capacità produttiva di GNL entro un mese dalla ripresa dei transiti sicuri nello Stretto. Dal 28 febbraio 2026, giorno in cui è iniziata la guerra con l'Iran, il secondo maggiore esportatore mondiale di GNL non muove un tanker nel Golfo Persico — quasi quattro mesi di export congelato che pesano direttamente sui ricavi statali qatarioti.

La flotta si riposiziona: quattro mesi di stop si chiudono

Sono almeno nove le unità complessivamente mobilitate in pochi giorni. Almeno quattro tanker qatarioti hanno ripreso la rotta verso Ras Laffan — il complesso GNL del Qatar nel Golfo Persico — e un quinto è in navigazione verso la regione. Altre quattro navi cisterna stazionano nel Golfo dell'Oman, pronte a transitare lo Stretto di Hormuz verso le strutture di esportazione non appena il corridoio sarà sicuro. La somma 4+1+4 è la misura più concreta dell'accelerazione che Doha ha deciso di imprimere.

Il posizionamento anticipato riduce al minimo l'intervallo tra riapertura e primo carico: senza navi già in posizione nel Golfo, ogni giorno dopo il via libera è fatturato perduto.

Qatar riavvia la produzione LNG dopo la riapertura di Hormuz
Grande nave cisterna illuminata di notte in porto, utilizzata per il trasporto marittimo nel settore energetico. Foto di abdo alshreef su Pexels

Il piano in due fasi: 50% in un mese, 80% in due

QatarEnergy ha comunicato ai clienti un cronoprogramma articolato in due stadi. Entro il primo mese dalla ripresa della navigazione sicura: recupero del 50% della capacità produttiva. Entro il secondo mese: recupero dell'80%. La base di partenza è compressa: la società aveva ridotto la produzione già ai primi di marzo 2026, prima che i missili iraniani colpissero un impianto di liquefazione a metà dello stesso mese.

Il restante 20% non è recuperabile nel breve periodo. I danni strutturali richiederanno anni di riparazioni — scenario che QatarEnergy aveva già segnalato sin da marzo. Il memorandum USA-Iran ha avviato formalmente la fase di riapertura, ma la tenuta dell'accordo nelle prossime settimane rimane la variabile su cui dipende l'intera tabella di marcia.

Per il mercato globale del GNL, l'implicazione concreta è una sola: Qatar tornerà come fornitore di riferimento, ma con una capacità strutturalmente ridotta del 20% rispetto ai volumi pre-conflitto — e questa riduzione si misurerà in anni, non in settimane.

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Russia abbassa gli standard sui carburanti per evitare le carenze

Mosca ha deciso di ridurre i criteri di qualità dei carburanti pur di scongiurare carenze nella distribuzione interna. La notizia, riferita il 15 giugno 2026 dal quotidiano russo Kommersant e ripresa da Reuters, documenta le difficoltà logistiche che stanno colpendo il settore petrolifero russo.

Una misura d'emergenza per tenere i rifornimenti

Abbassare gli standard di qualità permette di allargare il bacino di prodotto disponibile, includendo carburanti che altrimenti non sarebbero conformi alla normativa vigente. La Russia ha scelto questa strada per tamponare un deficit di approvvigionamento che, senza interventi, rischierebbe di tradursi in carenze visibili sul mercato interno.

La misura non risolve le cause di fondo. Il settore petrolifero russo si trova sotto pressione per effetto combinato di sanzioni internazionali e danni alle infrastrutture causati da attacchi — una dinamica ampiamente documentata da agenzie di stampa e osservatori del settore energetico — e ridurre i criteri di qualità rappresenta una risposta tattica, non una soluzione strutturale.

Russia allenta gli standard di qualità dei carburanti per evitare carenze
Veduta di una grande raffineria petrolifera con complessi sistemi di tubazioni. Foto di Jakub Pabis su Pexels

Difficoltà logistiche che si sommano a un contesto internazionale difficile

La scelta di allentare i criteri di qualità rivela la profondità delle difficoltà logistiche del settore petrolifero russo. Privilegiare la continuità della distribuzione accettando compromessi qualitativi è un segnale di quanto lo spazio di manovra si sia ristretto.

Il contesto internazionale non aiuta. Le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz hanno esercitato pressione sulla catena di approvvigionamento mondiale, contribuendo a comprimere i flussi globali di greggio. Le difficoltà interne russe si inseriscono in un quadro in cui l'offerta è sotto pressione su più fronti simultaneamente.

Se la misura serve a garantire la distribuzione nel breve periodo, è anche la conferma che le pressioni esterne stanno producendo effetti concreti sulla capacità produttiva e logistica del paese.

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Stretto di Hormuz: l’accordo USA-Iran fa crollare il petrolio del 4%

I mercati petroliferi hanno prezzato la pace prima ancora della firma: l'annuncio del presidente Donald Trump di un'intesa con l'Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz — chiuso da oltre 100 giorni — ha fatto cedere il Brent del 3,95% a 83,88 dollari al barile nelle prime contrattazioni asiatiche di lunedì 15 giugno 2026, con il WTI che ha perso il 4,62% a 80,96 dollari. Il crollo mostra che i prezzi del petrolio incorporavano un forte premio di incertezza geopolitica, non solo una perdita reale di flussi fisici.

I termini del memorandum: sanzioni sospese e 24 miliardi sbloccati

L'intesa, rilanciata domenica sera da Trump sui social con le parole "il petrolio fluirà", prevede una cerimonia di firma formale in Svizzera venerdì 20 giugno. Il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha confermato che il testo del memorandum è stato finalizzato. Pakistan e Qatar, i due mediatori principali, hanno anch'essi certificato l'accordo.

I dettagli, diffusi dall'agenzia semi-ufficiale iraniana Mehr News Agency citando una fonte vicina al team negoziale, includono:

Accordo USA-Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz: crollo dei prezzi petroliferi
Navi cargo nel Bosforo, centro cruciale dei traffici marittimi globali. Foto di Fatih Özkan su Pexels
  • La sospensione delle sanzioni sul petrolio iraniano
  • Il rilascio di 24 miliardi di dollari di fondi congelati, con 12 miliardi disponibili prima dell'avvio delle trattative nucleari formali
  • La fine della guerra in Libano
  • L'impegno dell'Iran a non sviluppare armi nucleari
  • Una tregua di 60 giorni durante la quale l'Iran potrà riprendere le esportazioni di greggio

Il raid israeliano che ha quasi affossato tutto

L'intesa è stata quasi bloccata nelle ultime ore da un attacco aereo israeliano nel sud di Beirut. Trump ha risposto immediatamente, dichiarando che l'attacco "non avrebbe dovuto accadere" e chiedendo che "tutte le parti abbassino le armi". I negoziati hanno retto, ma i mercati restano esposti fino a quando lo Stretto non sarà bonificato dalle mine, il documento sarà firmato e i flussi commerciali riattivati. Una nave LNG si sta già avvicinando a Hormuz in anticipo sulla riapertura.

Il petrolio giù del 15% dal picco: come leggere la correzione

Dai massimi di metà maggio, il WTI ha accumulato una correzione significativa; rispetto alla chiusura dell'11 giugno (95,47 dollari, giorno dell'annuncio della chiusura dello Stretto), la discesa al livello attuale di 80,96 dollari rappresenta un ritracciamento di 14,51 dollari (-15,2%) in quattro sedute. La velocità della discesa conferma che gran parte del rincaro da aprile non rifletteva la perdita fisica di barili, ma la difficoltà dei trader nel quantificare il rischio di un conflitto senza precedenti recenti.

Se la firma del 20 giugno regge e la bonifica dello Stretto procede senza interruzioni, il mercato dovrà anche scontare il rientro del greggio iraniano durante la tregua di 60 giorni: un'offerta aggiuntiva che potrebbe spingere ulteriormente i prezzi verso il basso nel breve termine.

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Droni ucraini sulle raffinerie: la Russia raziona il carburante

Il razionamento del carburante si diffonde nelle regioni russe mentre la campagna di droni ucraini continua a colpire raffinerie e linee di distribuzione. Le autorità regionali corrono a smentire le carenze, ma la situazione sul campo racconta qualcosa di diverso dalla versione ufficiale. La contraddizione tra le dichiarazioni dei funzionari e la realtà quotidiana rende visibile una pressione energetica che Mosca stenta ad ammettere.

Smentite istituzionali, carenze sul campo

La pressione degli attacchi ucraini sulle infrastrutture energetiche russe produce effetti concreti sull'approvvigionamento interno. Le autorità regionali si sono affrettate a negare pubblicamente l'esistenza di carenze, ma il razionamento si è comunque diffuso in diverse regioni del paese.

La Russia affronta il razionamento di carburanti sotto la pressione degli attacchi ucraini
Elicottero da combattimento in volo contro un cielo grigio. Foto di Boris Hamer su Pexels

Il divario tra narrazione ufficiale e realtà è l'aspetto più rivelatore della situazione. Le smentite arrivano sistematicamente proprio mentre le difficoltà di approvvigionamento diventano sempre più visibili. Questo schema — negazione istituzionale accompagnata da misure pratiche di razionamento — indica che le autorità cercano di contenere l'allarme pubblico senza riconoscere apertamente il problema.

La logica degli attacchi alle raffinerie

Gli attacchi ucraini puntano a raffinerie e linee di distribuzione, anelli critici della catena energetica che collegano la produzione al consumo finale. Degradare questi nodi significa tradurre la pressione militare in difficoltà quotidiane, con effetti sia sulle forze armate sia sulla popolazione civile.

Colpire le infrastrutture di distribuzione risponde a una logica di lungo periodo: ridurre la capacità energetica interna aumenta la pressione sul governo russo su più fronti contemporaneamente. La diffusione del razionamento nelle regioni — e la necessità delle autorità di smentirlo pubblicamente — è la prova che questa pressione ha effetti tangibili. Quando le voci di carenze circolano con sufficiente forza da richiedere una risposta ufficiale, le smentite stesse diventano una conferma indiretta di quanto stia accadendo.

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Hormuz, Wright: militari USA muovono 7 milioni di barili al giorno

Il mercato petrolifero stava prezzando una crisi peggiore di quella reale. Il segretario all'Energia americano Chris Wright ha rivelato venerdì 12 giugno che l'esercito statunitense sta movimentando circa 7 milioni di barili al giorno fuori dal Golfo Persico attraverso un'operazione condotta fino a quel momento in silenzio. Il Brent ha ceduto il 3,7% in giornata, scivolando intorno agli 87 dollari al barile: non un segnale di panico, ma la rivalutazione di un rischio che il mercato aveva sovrastimato.

L'operazione segreta che il mercato non aveva calcolato

Wright ha parlato a un evento Bloomberg Energy a Houston: «Abbiamo uno sforzo militare di cui non abbiamo parlato molto, iniziato più di recente per far uscire i carichi», ha dichiarato. L'operazione non era mai stata comunicata pubblicamente prima di questo intervento.

La portata della sorpresa l'ha quantificata Rebecca Babin, senior energy trader di CIBC Private Wealth, presente allo stesso evento: le quotazioni nell'intorno degli 80-90 dollari al barile indicavano che gli investitori stimavano flussi di appena 3-4 milioni di barili al giorno attraverso lo Stretto. I 7 milioni dichiarati da Wright sono quasi il doppio di quella stima implicita — e il mercato ha rivisto al ribasso il rischio, non verso l'alto.

Ripresa del passaggio nello Stretto di Hormuz e restauro della supply petrolifera del Golfo
Operaio con carrello manuale sposta fusti blu in un magazzino. Foto di Martin Zapata su Pexels

Flussi a un terzo del normale: il calcolo dai dati di Wright

Prima della crisi, lo Stretto di Hormuz movimentava tra 20 e 21 milioni di barili al giorno, il principale snodo petrolifero mondiale. Rapportando i 7 milioni facilitati dall'operazione USA ai circa 20,5 milioni di media, i flussi attuali si collocano attorno al 34% della capacità ordinaria — circa un terzo del normale. Wright ha aggiunto che quei 7 milioni rappresentano circa la metà del petrolio ancora intrappolato dopo il blocco del traffico tanker: metà della disruption è stata gestita dall'operazione militare, l'altra metà rimane ferma.

Wright ha precisato che nessun greggio iraniano transita attualmente dallo Stretto. Il ripristino completo dei flussi è atteso solo in caso di accordo diplomatico con Teheran; se le trattative non reggono, Washington proseguirà il lavoro per facilitare i movimenti petroliferi nella regione.

Senza accordo diplomatico, la metà bloccata resterà ferma

Come avevamo riportato, Trump aveva sospeso i raid militari pianificati contro l'Iran aprendo a negoziati ancora in corso. La rivelazione di Wright aggiunge un tassello: la macchina militare sta tenendo aperto un canale che i mercati non vedevano, e questo spiega perché il Brent non ha raggiunto i 150 dollari al barile che il mercato temeva in uno scenario di blocco totale dello Stretto.

Secondo Wright, i 7 milioni di barili al giorno ora in movimento grazie ai militari USA corrispondono a circa metà del volume complessivamente disrupted; gli altri ~7 milioni restano fermi in attesa di un accordo con Teheran. Queste operazioni non possono scalare indefinitamente — il vero sblocco richiede un'intesa diplomatica.

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Prezzi petrolio -4%: accordo USA-Iran spinge WTI ai minimi da tre mesi

Il mercato petrolifero ha sgonfiato in poche ore il premio geopolitico accumulato in settimane di tensioni: venerdì 12 giugno, il WTI ha perso il 4,47% a 83,88 dollari al barile e il Brent il 4,34% a 86,36 dollari, portandosi ai livelli più bassi degli ultimi tre mesi. Il catalizzatore è stata la decisione di Trump di cancellare i raid militari pianificati contro l'Iran e l'apertura a un possibile accordo di pace, ancora in corso di finalizzazione. La diplomazia percepita come credibile ha prevalso sui fondamentali: le scorte tirate avrebbero sostenuto i prezzi, ma la narrativa geopolitica ha avuto la meglio.

Trump cancella i raid: i trader smontano le posizioni di rischio

La settimana si era aperta con il WTI in area di massimo settimanale: il contratto di luglio aveva toccato 95,47 dollari (picco attraverso l'11 giugno), sceso poi a un minimo di 85,13 dollari e assestato a 85,93 dollari a fine settimana — calo di 4,32 dollari (-4,79%) rispetto alla chiusura della settimana precedente. Dal picco alla settlement la discesa è stata di circa 9,5 dollari, quasi il 10% del valore: è la quota di premio geopolitico che il mercato aveva incorporato nel momento di massima paura di escalation.

L'inversione è arrivata con la cancellazione delle operazioni militari pianificate. I trader avevano costruito posizioni sui rischi di conflitto allargato — minacce a infrastrutture energetiche e al traffico di petroliere — e le hanno smontate non appena i segnali diplomatici si sono fatti credibili. Trump ha dichiarato di aver raggiunto «un ottimo accordo sulla guerra con l'Iran, in attesa della finalizzazione dei documenti».

Il memorandum in 14 punti: Hormuz aperto in 30 giorni, ma con condizioni pesanti

I media statali iraniani hanno diffuso la bozza di un memorandum d'intesa in 14 punti tra USA e Iran: il documento prevedrebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni in cambio della revoca del blocco navale americano. La bozza contiene però una condizione sospensiva: i negoziati di pace definitivi non inizieranno finché gli USA non sospendano le sanzioni petrolifere sull'Iran, non tolgano il blocco navale fuori dallo Stretto e non rilascino metà dei fondi iraniani congelati.

Prezzi petrolio crollano per ottimismo sulla pace Iran-USA
Barili di petrolio arrugginiti accatastati all'aperto, marcati con etichette e numeri. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha commentato: «Testualmente, il testo è stato quasi finalizzato nelle sue parti principali. Il problema è che le posizioni contraddittorie degli Stati Uniti hanno sempre causato turbolenza e disruption in questo processo», aggiungendo che i funzionari americani «hanno ripetutamente cambiato posizione, avanzato nuove richieste irrealistiche e persino condotto attacchi militari durante i negoziati».

Il rischio Hormuz resta aperto, le scorte non bastano a invertire la rotta

Lo Stretto di Hormuz rimane una variabile critica. L'Iran ha avvertito le imbarcazioni di non utilizzare il passaggio, ma il traffico commerciale ha continuato a scorrere, contenendo i timori di un'interruzione immediata delle esportazioni. Come avevamo riportato, l'Iran aveva dichiarato lo Stretto chiuso dopo l'escalation militare della settimana precedente, con il Brent che aveva raggiunto massimi da mesi l'11 giugno: il ribaltamento di scenario in meno di 24 ore mostra con quale velocità la narrativa diplomatica riesca a ridistribuire miliardi di dollari di posizioni.

Le scorte non hanno compensato: nonostante un calo delle riserve USA di 7,2 milioni di barili per la settimana conclusa il 5 giugno — dato superiore alle attese, a segnalare condizioni di offerta ancora tese in vista del picco estivo della domanda — la pressione ribassista legata alla diplomazia ha prevalso nettamente.

Il punto critico, guardando avanti, è che il memorandum è ancora in bozza e le distanze su sanzioni, blocco navale e fondi congelati sono reali. Un accordo che regge significherebbe la riapertura dello Stretto e un allentamento significativo della pressione sull'offerta globale. Un negoziato che si inceppa riaprirebbe invece la corsa verso nuovi massimi — e il mercato, oggi, ha scelto di credere alla prima possibilità.

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Crisi Hormuz: Giappone azzera i transiti, sneakout +50%

Il 100% delle importazioni petrolifere giapponesi di luglio 2026 transiterà senza toccare lo Stretto di Hormuz. È il ribaltamento totale di un sistema che, prima dello scoppio del conflitto, faceva dipendere Tokyo dal Medio Oriente per il 95% del proprio approvvigionamento. Mentre il Giappone percorre la via istituzionale, le spedizioni clandestine attraverso il blocco sono aumentate del 50%: lo Stretto non è morto, si è solo frammentato.

Il pivoting giapponese: da due terzi dell'import a zero

La portata del cambiamento emerge da un calcolo sui dati disponibili. Prima della guerra, il 95% del petrolio giapponese veniva dal Medio Oriente; il 70% di quel greggio arrivava via tanker attraverso Hormuz. Moltiplicando le due percentuali, circa il 66% dell'intero fabbisogno petrolifero del Giappone dipendeva da quel singolo passaggio — una concentrazione di rischio che si è azzerata nel giro di quattro mesi.

Il traffico nello Stretto è crollato del 90% rispetto ai volumi pre-marzo 2026. Ad aprile 2026, le importazioni giapponesi di greggio dal Medio Oriente hanno toccato il minimo storico dal 1979. Nonostante questo, per luglio Tokyo ha assicurato gli stessi volumi complessivi di un anno fa, puntando su Stati Uniti, Azerbaigian, Sud Sudan e il greggio russo di Sakhalin — mai sanzionato proprio per la dipendenza strutturale del Paese — più rari carichi dall'America Latina.

Crisi dello Stretto di Hormuz - Transito petrolifero bloccato tra tensioni Iran-USA
Nave cisterna durante il trasporto marittimo di greggio. Foto di DeLuca G su Pexels

L'IEA come rete di sicurezza

A coprire il vuoto durante la transizione ci hanno pensato le riserve strategiche. A fine marzo il Giappone ha avviato il proprio piano di rilascio nell'ambito dell'operazione coordinata dall'IEA: 400 milioni di barili complessivi su scala globale, con una quota giapponese di 80 milioni di barili — la più grande mobilitazione di stock della storia del Paese. Dei complessivi 80 milioni, 54 milioni sono greggio e 26 milioni prodotti petroliferi. La liquidità di queste scorte ha permesso alle raffinerie di mantenere alta la produttività anche in assenza di forniture mediorientali regolari.

Sneakout in rialzo e il paradosso OPEC

Mentre il Giappone aggira il blocco per vie ufficiali, altri operatori scelgono la strada dei "sneakout": tanker con transponder disattivati che forzano il passaggio. Come riportato da Bloomberg, a maggio 2026 il 65,2% dei transiti nello Stretto avveniva in modalità dark — una quota che ora cresce ulteriormente con l'aumento del 50% delle spedizioni clandestine.

Sullo sfondo si delinea il paradosso dell'OPEC: una riapertura rapida di Hormuz riverserebbe sul mercato i volumi finora bloccati, rischiando di inondare una quotazione già sotto pressione. Il cartello gestisce una contraddizione difficile — la chiusura del passaggio che avrebbe dovuto proteggere i suoi produttori si rivela anche l'unico fattore che ne sostiene il potere di pricing.

Una riapertura disordinata potrebbe rivelarsi più destabilizzante del blocco stesso.

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