Russia taglia le esportazioni di greggio del 32% a giugno 2026

Da 2,5 milioni di barili al giorno a 1,7 milioni: in un solo mese, le esportazioni di greggio russo dai porti occidentali si contraggono di 800.000 bpd — una riduzione del 32% che non è frutto di una scelta strategica, ma di tre emergenze convergenti: la produzione nazionale in calo, le raffinerie che reclamano più greggio per tamponare carenze di carburante, e i droni ucraini che colpiscono le stesse infrastrutture di esportazione. In questo scenario compresso, il greggio russo torna a essere venduto con sconti sul mercato indiano per la prima volta in oltre due mesi: segnale che Mosca sta perdendo potere contrattuale proprio sui clienti su cui più conta.

Il calo della produzione che Mosca non riesce più a nascondere

La pressione all'origine di tutto è produttiva. Ad aprile 2026, la produzione russa di greggio è calata di 300.000-400.000 bpd rispetto ai livelli medi dei primi mesi dell'anno — uno dei cali mensili più marcati dall'inizio della pandemia. Come avevamo già riportato, il vice primo ministro Alexander Novak ha riconosciuto pubblicamente che la produzione nazionale è in calo dall'inizio del 2026: una delle prime ammissioni ufficiali di Mosca sull'impatto delle operazioni ucraine sul settore petrolifero russo.

Con meno barili estratti e una domanda interna in crescita, la Russia si trova a dover scegliere dove destinare ciò che produce. La risposta di giugno è chiara: alle raffinerie nazionali.

Novorossiysk sotto attacco: un hub strategico nel mirino

I tre terminali occidentali che concentrano il calo — Primorsk, Ust-Luga e Novorossiysk — sono l'arteria principale attraverso cui il greggio russo raggiunge mercati europei e asiatici. Novorossiysk, in particolare, è sotto pressione diretta: le forze ucraine hanno colpito la base di trasbordo petrolifero di Grushovaya, nei pressi del porto, uno dei più grandi hub di esportazione del sud della Russia, oltre a strutture nel Volgograd e depositi di carburante in Crimea occupata.

Le autorità russe hanno confermato che "è scoppiato un incendio nel terminal di Novorossiysk", senza rivelare l'entità dei danni. Nelle settimane precedenti, gli attacchi ripetuti avevano già causato chiusure temporanee in alcune raffinerie; Mosca aveva allora compensato aumentando le esportazioni di greggio. Quella valvola ora è chiusa: non c'è abbastanza greggio da esportare in più.

Petrolio russo: sconti nei mercati emergenti e calo delle esportazioni
Giacenze petrolifere russe: il calo dell'export verso i mercati emergenti. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Benzina e jet fuel: i divieti che ridisegnano i flussi interni

Per contenere le carenze di carburante in diverse regioni, la Russia punta ad aumentare la lavorazione nelle raffinerie di 250.000-400.000 bpd a giugno 2026. Le misure emergenziali già adottate precedentemente ridisegnano i flussi di prodotto raffinato: le esportazioni di benzina sono state sospese ad aprile, quelle di carburante per aerei sono ora vietate fino alla fine di novembre.

Il greggio che finiva sui mercati internazionali deve ora alimentare le raffinerie domestiche. Non ci sono, secondo le fonti di settore, contratti spot per forniture di greggio della Siberia occidentale al mercato interno per giugno: i produttori segnalano carenze di materie prime e danno priorità agli impegni di esportazione già in essere. Una tensione interna che spiega perché il taglio sia così brusco in così poco tempo.

Gli sconti in India: la leva commerciale si indebolisce

Il greggio russo torna a essere offerto con uno sconto sul mercato indiano per la prima volta in oltre due mesi. L'India è uno degli sbocchi più importanti per il petrolio russo dopo la progressiva uscita degli acquirenti europei, e la dinamica dei prezzi nei confronti di Nuova Delhi è un termometro affidabile del potere commerciale di Mosca.

Tornare agli sconti dopo un periodo senza — o con premi ridotti — significa che la Russia deve ora competere per fidelizzare i propri clienti, proprio mentre ha meno barili da offrire. Il paradosso è strutturale: meno esportazioni significano in teoria un mercato più stretto e prezzi più alti; ma se l'acquirente ha alternative, il venditore con problemi interni tende a cedere sul prezzo pur di non perdere la quota.

L'aritmetica di un sistema sotto pressione

Incrociando i numeri disponibili emerge un quadro preciso. Il calo produttivo di aprile (300.000-400.000 bpd) corrisponde quasi esattamente all'aumento di capacità di raffinazione pianificato per giugno (250.000-400.000 bpd): ogni barile in meno estratto viene assorbito interamente dalle raffinerie nazionali, senza residuo disponibile per l'export. Il taglio da 2,5 a 1,7 milioni di bpd non è quindi una scelta politica, ma il risultato aritmetico di questi due movimenti sovrapposti.

Per il mercato globale, 800.000 bpd in meno dalla Russia si sommano a un contesto già segnato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal crollo delle forniture iraniane. La pressione sull'offerta globale non si allenta; si sposta di fonte. Per gli acquirenti indiani, lo sconto di giugno può rappresentare un'opportunità contingente, ma il volume disponibile è comunque inferiore a quello dei mesi precedenti. La Russia sta cedendo sulla margine, non sul dato strutturale.

Hormuz: l’Iran vuole pedaggi di transito, ma Washington dice no

Il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 90-95% rispetto ai livelli precedenti all'apertura del conflitto, il 28 febbraio 2026, con un deficit di 13 milioni di barili al giorno che lascia i mercati energetici globali senza una prospettiva chiara di normalizzazione. La vera questione, adesso, non è se lo Stretto riaprirà — l'Iran lo dà per scontato — ma a quali condizioni. Su questo punto, le posizioni di Teheran e Washington sono apertamente incompatibili.

L'Iran propone un nuovo regime tariffario con l'Oman come co-gestore

Kazem Jalali, ambasciatore dell'Iran in Russia, ha dichiarato al quotidiano russo Izvestia che lo Stretto tornerà operativo "con nuove condizioni da determinare dalle autorità iraniane e omanite". Ha poi esplicitato la logica economica: "Comprendiamo che Iran e Oman forniscono certi servizi relativi a questo Stretto. E verranno addebitate tariffe per quei servizi."

Il coinvolgimento dell'Oman non è casuale: il Sultanato si affaccia sull'altra sponda del Golfo di Oman e ha storicamente svolto il ruolo di mediatore nelle crisi del Golfo Persico. La sua presenza nel disegno iraniano del nuovo regime tariffario serve a dare copertura internazionale alla proposta, rendendola meno unilaterale di quanto sia nei contenuti effettivi. Secondo quanto trapelato dai negoziati indiretti Iran-USA, Teheran starebbe chiedendo che qualsiasi accordo finale includa un esplicito riconoscimento del diritto iraniano a imporre pedaggi di transito. Non è una misura fiscale accessoria: è una condizione politica strutturale.

Gli USA rifiutano i pedaggi e valutano la forza navale

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito l'idea dei pedaggi un "non-starter" dopo aver incontrato l'ambasciatore omanita a Washington, avendo ricevuto da quest'ultimo la rassicurazione che "non ci sono piani per i pedaggi sullo Stretto". Le dichiarazioni di Jalali smentiscono apertamente quella posizione, aprendo un contrasto visibile tra le comunicazioni pubbliche di Muscat e le aspettative di Teheran.

Nel frattempo, il Segretario alla Difesa USA ha affermato che la Marina americana avrebbe la capacità tecnica di forzare l'apertura dello Stretto con la forza. L'opzione rimane però sullo sfondo: un'azione militare unilaterale in acque così contese rischierebbe di innescare un'escalation diretta con l'Iran in una fase in cui il conflitto è già in ebollizione su più fronti.

Il mercato naviga alla cieca: dark mode diventata la norma

Con il traffico quasi azzerato, le poche navi che si muovono ancora nelle acque di Hormuz lo fanno in condizioni di trasparenza minima. La navigazione in "dark mode" — con i transponder di localizzazione spenti — si è estesa ben oltre le petroliere storicamente legate all'Iran. Come avevamo documentato, questa pratica aveva raggiunto il 65,2% dei transiti registrati a maggio 2026, ed è oggi la norma per la maggior parte del traffico commerciale residuo.

Stretto di Hormuz bloccato - negoziazioni su riapertura e rischi per la domanda globale
Navi cargo e serbatoi: la logistica petrolifera globale dipende dalla stabilità dello Stretto di Hormuz. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Il risultato è un mercato energetico che fatica a misurare quanto petrolio e gas stiano effettivamente raggiungendo i compratori finali. I dati di flusso tradizionali sono diventati poco affidabili, e le stime sul deficit — come i 13 milioni di barili al giorno — rappresentano ordini di grandezza più che misurazioni puntuali. Il Brent Crude si attesta a 94,32 dollari al barile, il WTI a 91,39 dollari: quotazioni che incorporano un'incertezza strutturale difficile da prezzare con strumenti convenzionali.

La domanda di lungo periodo: il rischio che i mercati non prezzano ancora

C'è un effetto che rischia di passare in secondo piano rispetto alla cronaca quotidiana dei prezzi: il CEO di Rosneft ha messo in guardia che la crisi di Hormuz minaccia la domanda di petrolio nel lungo periodo. La logica è solida: compratori costretti per mesi a pagare prezzi elevati, razionare i consumi o diversificare verso fonti alternative possono maturare abitudini produttive e infrastrutturali difficili da invertire.

Un segnale in questa direzione arriva dai dati già pubblicati: come avevamo riportato, le importazioni cinesi di greggio erano crollate da 11,39 a 6,36 milioni di barili al giorno tra febbraio e maggio 2026, un calo del 44%. Una quota di quella contrazione riflette la difficoltà di approvvigionamento fisico; un'altra potrebbe segnalare un aggiustamento strutturale della domanda che il mercato non ha ancora incorporato nelle quotazioni.

Analisi: un miliardo di barili mancanti e una trattativa tutta tattica

Con un deficit di 13 milioni di barili al giorno e un blocco effettivo iniziato all'inizio di marzo 2026, il mercato ha accumulato in circa 100 giorni una mancanza cumulativa che supera 1,3 miliardi di barili. Nessun meccanismo di sostituzione a breve termine — né riserve strategiche, né aumenti OPEC+, né rerouting via rotte alternative — è dimensionato per coprire questo ordine di grandezza.

La proposta iraniana sui pedaggi va letta probabilmente come posizione tattica negoziale più che come piano operativo concreto: un modo per ottenere il riconoscimento esplicito della sovranità sullo Stretto all'interno di un accordo più ampio. L'Oman sarà verosimilmente il terreno su cui si tenterà di costruire una formula che salvi le apparenze di entrambe le parti. Le distanze attuali sono però reali, e ogni settimana aggiuntiva di blocco pesa su chi consuma, su chi raffina e su chi ha già tagliato la produzione.

Finché quella formula non prende forma, i 13 milioni di barili al giorno rimarranno fuori mercato.

Petrolio a 94 dollari: azioni indiane ai minimi di due mesi

Le Borse indiane hanno ceduto ai minimi di due mesi nella seduta dell'8 giugno 2026, trascinate da un sell-off che ha percorso le piazze finanziarie asiatiche. Il motore della correzione è l'impennata del greggio: il Brent Crude ha raggiunto 94,60 dollari al barile (+1,62% nella giornata), il WTI 91,47 dollari (+1,03%). Per un'economia che importa quasi tutto il petrolio che consuma, ogni accelerazione del barile si trasferisce direttamente sul saldo delle partite correnti, sulla valuta nazionale e sulle valutazioni azionarie — un meccanismo che i mercati scontano in anticipo, senza aspettare i bilanci trimestrali.

Lo Stretto di Hormuz chiuso ha tolto al mercato il 20% dell'offerta globale

La causa del rialzo è strutturale. Dal 1° marzo 2026 — come avevamo riportato — l'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, bloccando il corridoio attraverso cui transitava il 20% del petrolio commerciato nel mondo. Da allora, ogni giorno che passa, il sistema energetico globale preleva dalle scorte commerciali per compensare quella perdita di approvvigionamento.

All'inizio di marzo, quel cuscinetto garantiva circa quattro mesi di copertura. Un'analisi citata da OilPrice.com avverte che il sistema petrolifero mondiale potrebbe entrare in "stress operativo" già nel corso di giugno 2026. La definizione tecnica è precisa: volatilità dei prezzi estrema, razionamento dei prodotti raffinati nei mercati più esposti, margine di errore nella gestione della supply chain ridotto a zero.

Nemmeno il rilascio delle riserve strategiche da parte di più governi può invertire la tendenza: la stessa analisi specifica che il dispiegamento completo di tutte le riserve strategiche "compra settimane, non mesi, agli attuali tassi di prelievo". Il buffer si assottiglia ogni settimana, indipendentemente dalle misure di emergenza adottate.

"You're hitting tank bottom": i dirigenti avvertono i governi

Un dirigente di ExxonMobil — seconda compagnia petrolifera mondiale — ha lanciato un avvertimento diretto a investitori e analisti: "We're approaching unheard of inventory levels". Livelli di scorte senza precedenti, nella storia recente del mercato petrolifero globale.

Le azioni indiane crollano per l'aumento dei prezzi del petrolio
Barili di petrolio grezzo: l'aumento dei prezzi del greggio spinge al ribasso i titoli azionari dell'India. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

La preoccupazione si è già tradotta in pressioni sulle cancellerie. Un dirigente del settore petrolifero ha riferito a Politico di aver condiviso queste valutazioni con il governo americano ai massimi livelli, aggiungendo: "I hope they are paying attention to inventories right now. You're hitting tank bottom."

"Tank bottom" — fondo del serbatoio — indica la soglia tecnica oltre la quale le riserve non sono più estraibili senza compromettere l'operatività degli impianti di stoccaggio. È un limite ingegneristico, non una metafora: raggiungerlo significa interrompere la catena di approvvigionamento, non solo rallentarla.

Le ricadute si vedono a valle della filiera: la benzina tratta a 3,088 dollari al gallone (+1,39%) e il gasolio da riscaldamento a 3,644 dollari al gallone (+1,58%). In assenza di sussidi, questi prezzi arriverebbero direttamente ai consumatori e ridurrebbero la domanda — ma i sussidi governativi ai carburanti presenti in diversi paesi stanno schermando il consumatore finale dal prezzo reale. Il meccanismo di aggiustamento automatico che storicamente calmierava i picchi del greggio non funziona: la domanda non scende, le scorte si esauriscono più in fretta.

India: perché il sell-off asiatico colpisce Mumbai più di altri mercati

L'India importa quasi tutto il petrolio che consuma, e lo paga in dollari. Quando il Brent sale, ogni punto percentuale aggiuntivo si traduce in un maggiore esborso in valuta estera, con effetti immediati sulla rupia e sui costi di produzione delle aziende industriali, manifatturiere e del trasporto. Il sell-off dell'8 giugno riflette questo meccanismo di anticipazione: gli investitori prezzano le aspettative, non i risultati già contabilizzati.

A comprimere parzialmente la reazione dei futures ha contribuito un fattore esterno: l'amministrazione Trump ha moltiplicato nelle ultime settimane le dichiarazioni di imminente risoluzione del conflitto con l'Iran — promesse che, secondo OilPrice.com, sono arrivate "con cadenza settimanale e persino quotidiana". Se le attese di una rapida risoluzione diplomatica dovessero rivelarsi errate, il repricing al rialzo del greggio sarebbe improvviso e amplificherebbe ulteriormente la pressione sui mercati emergenti.

Incrociando i dati disponibili: con il Brent a 94,60 dollari e le scorte commerciali globali che si avvicinano alla soglia operativa minima, la finestra di rischio più acuta si colloca a metà giugno 2026. Le azioni indiane stanno già scontando parte di quello scenario. La variabile decisiva rimane se un'intesa diplomatica potrà precedere il momento in cui le scorte toccheranno quei livelli che un dirigente di ExxonMobil ha già definito "senza precedenti".

GNL europeo sotto stress: Hammerfest si ferma, Atlantis avanza

L'8 giugno 2026 il più grande terminal europeo di esportazione di gas naturale liquefatto ha interrotto la produzione per tre giorni di manutenzione annuale programmata. Lo stop a Hammerfest LNG era nell'agenda operativa di Equinor da gennaio, ma arriva quando gli stoccaggi di gas europei hanno chiuso la stagione invernale ai minimi degli ultimi anni e la competizione globale per i carichi GNL si è intensificata a causa della guerra in Iran. Sullo sfondo di questa pressione, Equinor avanza su un nuovo giacimento nel Mare del Nord norvegese e gli Stati Uniti pianificano un'espansione delle pipeline dall'Appalachia.

Hammerfest: il terminal che copre il 5% del gas norvegese

Il terminal di Melkøya processa 18,4 milioni di m³ di gas al giorno e copre circa il 5% delle esportazioni totali norvegesi di gas. Alimentato dal giacimento Snøhvit nel Mare di Barents — a 143 km dalla costa — è operato da Equinor con la partecipazione di Petoro, TotalEnergies, Vaar Energi e Harbour Energy. La sospensione, durata fino all'11 giugno, rientra nel ciclo ordinario di ispezione annuale: le date erano state comunicate a gennaio.

Tre giorni di stop a 18,4 milioni di m³/giorno corrispondono a circa 55 milioni di m³ di gas non lavorato — calcolo diretto dai dati di capacità dichiarati dall'operatore. In condizioni normali, sarebbe un'interruzione marginale. Il problema è di contesto: l'Europa entra nell'estate con riserve di stoccaggio già basse, e ogni riduzione di capacità, anche temporanea, pesa su mercati dove la concorrenza per i carichi alternativi è ai massimi dall'inizio del conflitto.

Atlantis: Equinor assegna il FEED a IKM Ocean Design

Atlantis è un giacimento di gas e condensati scoperto nel 2020 nel Mare del Nord norvegese, a circa 17 km a sud del campo Kvitebjørn. Il modello di sviluppo prevede un subsea tie-back alle infrastrutture esistenti di Kvitebjørn: Equinor ha assegnato a IKM Ocean Design il contratto di Front-End Engineering and Design (FEED) per l'intero sistema di pipeline.

Il perimetro copre la pipeline di produzione, il sistema di iniezione di glicole monoetilenico (MEG), umbilicali di campo e riser collegati agli impianti di Kvitebjørn. L'incarico segue il completamento dello Studio di Definizione del Concept condotto tra il 2025 e il 2026, garantendo continuità al gruppo di lavoro. Atlantis è uno dei diversi progetti di tie-back sottomarino che Equinor sta portando avanti nel Mare del Nord sfruttando infrastrutture già esistenti.

Anderson da Nova, Area Manager Oil & Gas di IKM Ocean Design, ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di continuare la collaborazione con Equinor su Atlantis. Questo FEED dimostra la nostra capacità di consegnare soluzioni integrate di ingegneria pipeline — dal routing e la progettazione meccanica alle strategie di installazione e protezione — per uno sviluppo sicuro, efficiente e ottimizzato nei costi».

Sviluppi delle infrastrutture di gas naturale in Nord America ed Europa
Impianto portuale con silos e gru: infrastruttura critica per l'importazione di gas naturale verso i mercati europei. Foto di Yudi Ding su Pexels

Marcellus/Utica: il gas bloccato dell'Appalachia

Il bacino Marcellus/Utica nel nordest degli Stati Uniti contiene riserve di gas naturale ampie ed economicamente sfruttabili, ma un aumento significativo della produzione è condizionato alla disponibilità di nuova capacità di trasporto. Senza pipeline aggiuntive, il gas non può raggiungere né i mercati costieri né gli impianti di esportazione GNL.

La domanda che alimenta questi progetti proviene da due fronti distinti:

  • I ritiri dal carbone delle utility elettriche, che spostano la generazione termica verso il gas naturale
  • La crescita rapida dei consumi dei data center, che si affidano in misura rilevante all'elettricità a gas

I progetti pianificati puntano ai mercati di New England, New York e New Jersey, ma anche a corridoi verso il Midwest e lungo la costa atlantica. Perfino il New England — area storicamente ostile alle nuove infrastrutture — mostra apertura verso espansioni su tracciati esistenti (brownfield), spinto dalla necessità di ridurre la dipendenza dalla generazione diesel nei picchi invernali e di compensare i ritardi nell'eolico offshore, rallentato dalle politiche dell'attuale amministrazione.

La pressione globale che non aspetta i cantieri

La Cina è il principale acquirente di GNL alternativo dall'inizio della guerra in Iran. A giugno 2026, gli importatori cinesi acquistano tra 7 e 10 carichi al mese per sostituire le forniture qatariote bloccate, spingendo la media mobile a 30 giorni delle consegne a 178.000 tonnellate al giorno — dato più alto da febbraio 2026. Gli acquisti sono aumentati progressivamente da aprile 2026. Il complesso Ras Laffan in Qatar — colpito da missili iraniani a marzo — potrebbe richiedere fino a cinque anni per le riparazioni, con QatarEnergy che ha dichiarato force majeure.

Con l'Asia che si aggiudica la quota maggiore dei carichi disponibili, l'Europa rincorre su un mercato già ristretto. Il quadro che emerge dai tre sviluppi di questa settimana — lo stop temporaneo di Hammerfest, il contratto FEED di Atlantis, le pipeline appalachiane in pianificazione — è la risposta infrastrutturale distribuita a una domanda che cresce prima che la capacità di consegna riesca ad allinearsi.

Il punto critico non è tecnico: è temporale. Il FEED di Atlantis e i nuovi corridoi USA richiedono anni per tradursi in volumi effettivi, mentre la pressione sui mercati europei del GNL si misura già questa estate.

Iran-Israele: petrolio a $97 e raffinerie cinesi bloccate

Nelle prime ore di lunedì 8 giugno 2026, i futures sul Brent hanno toccato 97,15 dollari al barile — un balzo del 4,47% che ha cancellato tutte le perdite del venerdì — dopo che Israele ha colpito il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sudovest dell'Iran: il primo attacco a un sito energetico iraniano dall'8 aprile, data dell'ultimo cessate il fuoco. Dall'inizio della guerra, a fine febbraio, il greggio ha guadagnato quasi il 60%; i mercati segnalano oggi che la crisi non è in fase di de-escalation, ma di allargamento geografico.

Gli Houthi dichiarano il Mar Rosso vietato alle navi israeliane

La chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transitava circa un quinto dell'offerta mondiale di petrolio e GNL — aveva forzato i flussi commerciali verso una rotta alternativa: l'Arabia Saudita stava convogliando le proprie esportazioni sull'oleodotto Est-Ovest e sul terminale di Yanbu, nel Mar Rosso, evitando il Golfo Persico. Il traffico di petroliere su quel corridoio era cresciuto bruscamente nelle settimane precedenti. Lunedì gli Houthi yemeniti hanno fatto saltare anche questa valvola, annunciando un "divieto completo e totale" alla navigazione israeliana nel Mar Rosso e dichiarando le navi israeliane obiettivi militari legittimi. Il gruppo ha rivendicato attacchi missilistici anche contro obiettivi vicino a Tel Aviv.

Ad aprile i vertici Houthi avevano già minacciato di chiudere il Bab el-Mandeb: qualsiasi escalation in quel punto soffocherebbe l'ultima arteria commerciale ancora parzialmente funzionante per il petrolio mediorientale.

Il 3 giugno 2026 Libano e Israele avevano concordato un cessate il fuoco a Washington, ma domenica 7 giugno l'Iran ha comunque lanciato missili contro obiettivi israeliani in risposta ai raid sul territorio libanese. Il presidente Donald Trump aveva chiesto a Netanyahu di fermare le offensive; Israele ha colpito lo stesso il complesso di Mahshahr. I prezzi avevano impennato del 5% al mattino, per poi ripiegare: alle 07:38 ET il Brent segnava 94,68 dollari al barile, ancora in rialzo dell'1,71%.

La Cina rinvia 500.000 bpd di nuova capacità di raffinazione

Le perturbazioni di Hormuz hanno prodotto uno dei primi grandi impatti industriali a valle fuori dal Golfo Persico: i raffinatori cinesi hanno ritardato o sospeso complessivamente 500.000 barili al giorno di nuova capacità. Gli impianti coinvolti sono due:

Geopolitica Iran: impatto su prezzi petrolio, trasporto e raffinerie
Vecchi impianti petroliferi iraniani: fattore critico nella volatilità dei prezzi globali di greggio. Foto di Waldemar Brandt su Pexels
  • La raffineria Huajin Aramco Petrochemical Co. nel nordest della Cina, da 300.000 bpd, slitta al terzo trimestre del 2026; il progetto è supportato da Saudi Aramco, che ne dovrebbe rifornire fino a 210.000 bpd di greggio ai termini di un accordo di lungo periodo.
  • PetroChina ha rinviato a tempo indeterminato il riavvio di un'unità da 200.000 bpd alla raffineria di Dalian.

Le importazioni cinesi di greggio sono crollate da 11,39 milioni di bpd di febbraio a 6,36 milioni di maggio, una contrazione del 44% in tre mesi. Il throughput delle raffinerie è però rimasto stabile attorno a 13,5 milioni di bpd: la differenza è stata assorbita dagli inventari accumulati prima del conflitto, stimati dagli analisti in circa 1 miliardo di barili. Quella riserva non è illimitata.

In Europa si consuma meno benzina, le EV accelerano

Ad aprile 2026 le vendite di carburante auto nelle filiali specializzate della Zona Euro hanno segnato -3,5% anno su anno: il calo più netto da ottobre 2023 e il primo annuale da luglio 2024. Nell'intera Unione Europea la contrazione è stata del 2%. I dati mensili rivelano un comportamento preciso: a marzo, nelle prime settimane del conflitto, i consumatori avevano fatto scorta; ad aprile hanno tagliato drasticamente.

La risposta strutturale arriva dal mercato dell'auto. La domanda di veicoli elettrici è balzata del 34% ad aprile in Europa, e l'IEA stima che le EV potrebbero raggiungere il 30% delle vendite mondiali di nuove auto nel 2026. "I cali dei prezzi delle batterie e le potenziali risposte politiche all'attuale crisi energetica forniranno ulteriore slancio ai mercati dei veicoli elettrici", ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia.

OPEC+ impotente, Stretto a pedaggio: l'analisi

Domenica 7 giugno l'OPEC+ ha approvato il quarto aumento della produzione in quattro mesi. La mossa ha un'efficacia quasi nulla: la maggior parte dei membri non riesce a rispettare i propri obiettivi a causa di Hormuz, mentre la Russia sconta gli attacchi alle infrastrutture. "Nel mercato attuale, l'impatto fisico di tale decisione sarebbe vicino allo zero", ha scritto Jorge Leon, responsabile dell'analisi geopolitica di Rystad Energy.

Sul fronte diplomatico, l'ambasciatore iraniano a Mosca Kazem Jalali ha lasciato aperta una finestra: "Certo, questo stretto sarà aperto, ma con nuove condizioni che saranno determinate dalle autorità iraniane e omanite." La prospettiva di tariffe di transito su Hormuz, già emersa nelle settimane precedenti, si consolida come scenario concreto di lungo periodo.

Il paradosso centrale della crisi è quantificabile: la Cina ha tagliato le importazioni del 44% in tre mesi senza ancora rallentare la raffinazione, erodendo inventari accumulati per oltre un anno. Quando quelle riserve si esauriranno, la pressione sul mercato fisico potrebbe riavvicinarsi ai picchi di marzo, quando il Brent aveva sfiorato i 120 dollari al barile.

Bessent: possibili waiver USA sulle sanzioni al petrolio russo

Gli Stati Uniti potrebbero allentare le sanzioni petrolifere contro la Russia attraverso deroghe selettive calibrate per singolo Paese. L'apertura arriva dal segretario al Tesoro USA Scott Bessent il 4 giugno 2026, e trasforma un regime sanzionatorio presentato finora come uniforme in uno strumento potenzialmente modulabile. Sullo sfondo pesa una crisi energetica globale che ha accelerato la revisione dei calcoli geopolitici ed economici di Washington.

Come funzionerebbe un waiver per Paese

Un waiver di questo tipo non è un allentamento generale delle sanzioni, ma un meccanismo a geometria variabile: ogni Paese potrebbe ottenere un'esenzione calibrata sulla propria situazione energetica e sui rapporti diplomatici con Washington. La struttura "per Paese" mantiene la discrezionalità politica dell'esecutivo americano — chi ottiene la deroga entra in una relazione specifica con gli USA, con leve negoziali reciproche che bilanciano il vantaggio concesso.

Bloomberg ha riportato la dichiarazione di Bessent il 4 giugno, senza che siano emersi dettagli su quali Paesi siano eventualmente in discussione né su quali condizioni verrebbero richieste in cambio. Il meccanismo rimane in fase esplorativa: un'apertura pubblica a cui non corrisponde ancora una proposta formale.

Il 4 giugno: una giornata di segnali incrociati

La dichiarazione di Bessent si inserisce in una concentrazione di mosse diplomatiche verificatesi tutte il 4 giugno 2026. Putin ha sollecitato la Germania a decidere sull'acquisto di gas russo tramite Nord Stream — un canale che Mosca vuole riaprire con l'Europa, pur in assenza di risposte pubbliche da Berlino. In parallelo, il vicepremier russo con delega all'energia Alexander Novak si è riunito con il ministro del petrolio saudita: le sue dichiarazioni hanno indicato che le prospettive della domanda globale restano incerte.

L'inviato del Cremlino ha confermato che i colloqui tra Russia e USA su energia ed economia proseguono — un segnale che i canali negoziali non si sono mai completamente chiusi, indipendentemente dall'andamento delle sanzioni formali.

Quattro fronti simultanei — waiver americani, pressione di Mosca sull'Europa, vertice russo-saudita, colloqui bilaterali attivi — mostrano una partita energetica globale che si ridisegna su più assi contemporaneamente.

USA considera waiver specifici per le sanzioni al petrolio russo
Navi cargo in un terminal petrolifero: il trasporto di petrolio coinvolto nelle sanzioni USA e possibili waiver commerciali. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

L'energia che spinge Washington verso la flessibilità

La disponibilità di Bessent ai waiver non può essere letta senza il contesto energetico. Come avevamo riportato, il Brent ha raggiunto 95,37 dollari al barile e il WTI 93,04 dollari in seguito all'attacco al terminale petrolifero di Mina al Fahal del 5 giugno 2026. La crisi era già acuta da mesi: l'Iran aveva chiuso lo Stretto di Hormuz il 1° marzo 2026, bloccando le esportazioni di GNL mediorientali e riducendo l'offerta disponibile su scala globale.

In questo scenario, ogni variabile di offerta pesa. Il petrolio russo che potrebbe rientrare nei circuiti legali grazie a deroghe selettive rappresenta una leva — per i Paesi importatori in difficoltà con le bollette energetiche, ma anche per Washington, che potrebbe usarla come strumento negoziale.

La sintesi ufficiale americana descrive la misura come risposta alle "pressioni geopolitiche ed economiche" della crisi energetica globale: una formulazione che riconosce implicitamente che il rigore sanzionatorio assoluto ha un costo, anche per i Paesi che lo impongono.

Non è un'amnistia: è un sistema di incentivi selettivi

Il waiver per Paese è politicamente diverso da un allentamento generale. Non richiede una revisione del regime sanzionatorio nel suo complesso e non libera il mercato petrolifero globalmente: seleziona chi beneficia, in che misura e a quali condizioni. Chi ottiene la deroga ottiene anche un vantaggio economico — e con esso, un motivo per non perdere il rapporto con Washington.

La convergenza di segnali del 4 giugno indica che le parti stanno simultaneamente ridisegnando le proprie posizioni: gli USA aprono alla flessibilità sanzionatoria, la Russia riattiva i canali con l'Europa e con i sauditi, i colloqui bilaterali continuano. Non è un collasso del regime sanzionatorio: è una rinegoziazione delle sue condizioni operative.

Per chi segue i mercati energetici, il punto critico non è quanti barili russi potrebbero tecnicamente rientrare nel mercato tramite le deroghe, ma a quale prezzo diplomatico Washington deciderà di concederle — e se la geometria dei waiver disegnerà una mappa di alleanze coerente con le priorità geopolitiche americane nei prossimi mesi. Quello che Bessent ha dichiarato il 4 giugno 2026 è una disponibilità pubblica, non ancora una politica definita. In diplomazia, però, le disponibilità dichiarate ad alta voce hanno la tendenza a diventare aspettative.

Hormuz: petrolio via accordi statali, Pakistan ai massimi per il GNL

Tre mesi dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, il mercato energetico registra due risposte alla crisi agli antipodi. Gli avvocati della società di trading Mercuria hanno dichiarato che accordi diretti con i governi hanno permesso il transito di carichi petroliferi attraverso lo stretto bloccato, mentre il Pakistan ha acquistato il carico di GNL più costoso degli ultimi anni pur di garantire le forniture. La crisi non ha fermato i flussi: li ha resi più costosi e più politici.

Accordi di stato: come Mercuria ha ottenuto il passaggio del greggio

Il transito del petrolio attraverso Hormuz è stato reso possibile da intese dirette tra governi, non attraverso i canali commerciali ordinari. I carichi di greggio sono passati, ma grazie a leve diplomatiche disponibili solo alle grandi trading house — non agli operatori più piccoli, che restano esclusi dagli stessi canali.

La distinzione è rilevante. La chiusura proclamata da Teheran il 1° marzo 2026 non ha prodotto un embargo assoluto: ha creato una gerarchia di accesso. Chi dispone di strutture legali e relazioni istituzionali globali — come Mercuria — ha trovato varchi. Chi opera solo attraverso la normale logistica marittima è rimasto tagliato fuori. Il risultato è un mercato del greggio segmentato, dove il prezzo non dipende solo dalla domanda e dall'offerta, ma anche dalla capacità di navigare la politica internazionale.

Il Pakistan paga il prezzo della dipendenza dal mercato spot

Sul fronte del gas naturale liquefatto, la situazione del Pakistan illustra il costo diretto della crisi per i paesi importatori con meno flessibilità strutturale. Il paese ha acquistato un carico di GNL al prezzo più alto registrato negli ultimi anni, diretta conseguenza della rarefazione dell'offerta mediorientale sui mercati spot.

Come avevamo riportato, il Pakistan aveva già lanciato la sua quarta gara sul mercato spot per un milione di tonnellate di GNL nell'arco di due mesi: un ritmo che riflette la pressione di dover trovare forniture alternative in tempi rapidi. L'acquisto al livello di prezzo massimo recente dimostra che quella corsa alle forniture ha un costo crescente e che, per ora, Islamabad non dispone di alternative strutturali ai carichi spot.

Stretto Hormuz: petrolio passa per accordi governativi, Pakistan compra GNL record
Petroliera in transito: il trasporto di petrolio e GNL rimane cruciale negli accordi energetici internazionali. Foto di DeLuca G su Pexels

La risposta strutturale: il nuovo terminale LNG di Ensenada

Nel mezzo di questa riorganizzazione delle rotte, il 5 giugno 2026 arriva una notizia che guarda alla soluzione di lungo periodo: Sempra Infrastructure e TotalEnergies hanno avviato la produzione di GNL nell'impianto ECA LNG Phase 1 di Ensenada, in Messico, nell'ambito delle operazioni di commissioning che precedono l'avvio commerciale.

L'impianto, sulla costa del Pacifico messicano, esporterà gas naturale statunitense verso l'Asia e altri mercati del Bacino del Pacifico attraverso rotte significativamente più brevi rispetto ai terminali del Golfo del Messico. Il singolo treno di liquefazione ha una capacità nominale di 3,25 milioni di tonnellate annue. I contratti di vendita a lungo termine sono già siglati con TotalEnergies e Mitsui & Co. Sempra prevede il completamento sostanziale del progetto nell'estate 2026, con le prime consegne commerciali subito dopo.

Justin Bird, amministratore delegato di Sempra Infrastructure, ha dichiarato: "La produzione del primo GNL segna un traguardo significativo verso le operazioni complete attese nei prossimi mesi, consentendo la consegna di energia affidabile e sicura dalla costa del Pacifico nordamericano ai mercati globali."

La crisi di Hormuz ridisegna le geografie del GNL

I tre segnali di questa giornata — accordi governativi per il greggio, prezzi massimi per il Pakistan, nuovo terminale sul Pacifico — convergono verso una lettura unitaria: la chiusura di Hormuz non ha bloccato i mercati energetici, ma li ha frammentati per capacità di accesso e accelerato la diversificazione strutturale.

Dal punto di vista dei numeri, la capacità di ECA LNG Phase 13,25 milioni di tonnellate annue — equivale a circa 271.000 tonnellate al mese: un volume significativo, ma non risolutivo, per i mercati asiatici attualmente sotto pressione. Il Pakistan, che nell'arco di due mesi ha lanciato quattro gare spot, segnala una domanda che supera quella soglia di offerta mensile. La diversificazione strutturale richiede anni; il costo del mercato spot si paga oggi.

Chi opera con accordi governativi gestisce la crisi senza pagare il prezzo di mercato. Chi dipende dallo spot — come il Pakistan — paga il massimo degli ultimi anni. È questa asimmetria, non il blocco fisico dello stretto, il vero effetto duraturo della chiusura di Hormuz.

India-Venezuela: petrolio +51% a maggio, ora si tratta sui giacimenti

Con le importazioni di greggio venezuelano balzate da 283.000 a 427.000 barili al giorno tra aprile e maggio 2026 — un incremento del 51% in un mese — l'India non sta semplicemente tappando un buco nell'approvvigionamento: sta ridisegnando la propria mappa energetica. Il 5 giugno 2026, il ministro dell'energia indiano Hardeep Singh Puri ha incontrato la presidente ad interim venezuelana Delcy Rodriguez a New Delhi per discutere i legami energetici bilaterali, inclusa la possibile partecipazione di aziende indiane nello sviluppo dei giacimenti venezuelani. New Delhi vuole trasformare un rapporto da semplice acquirente a co-investitore nell'upstream.

Venezuela: quarto fornitore di greggio dell'India a maggio 2026

Il Venezuela è diventato il quarto fornitore di greggio dell'India in un arco di tempo breve. A maggio 2026, le esportazioni venezuelane totali hanno raggiunto 1,25 milioni di barili al giorno, rispetto agli 1,23 milioni di aprile: un incremento mensile dello 0,7% che, su base annua, si trasforma in un balzo del 61% rispetto a maggio 2025. L'agenzia di analisi Kpler stima che le esportazioni venezuelane possano salire fino a 1,5 milioni di barili al giorno entro il 2027.

L'India assorbe oggi una quota rilevante di questo flusso. Con 427.000 barili giornalieri importati a maggio 2026, New Delhi è il secondo acquirente mondiale di greggio venezuelano dopo gli Stati Uniti — una posizione consolidatasi rapidamente dopo che Washington ha alleggerito le sanzioni sul petrolio bolivariano nel febbraio 2026, riaprendo i canali commerciali. Il Venezuela copre oggi una fetta crescente della domanda indiana di greggio extra-regionale.

L'incontro del 5 giugno tra Puri e Rodriguez segna il passo successivo. Non si discute più solo di quanti barili acquistare, ma di chi sviluppa i pozzi da cui quei barili verranno estratti. Le aziende indiane interessate ai giacimenti venezuelani vedrebbero trasformato il loro ruolo da semplici acquirenti a co-investitori dell'upstream. Per il Venezuela, attrarre capitali e know-how tecnico indiano significherebbe diversificare i propri investitori in un settore energetico che ne ha urgente bisogno.

India-Venezuela: Partnership Petrolifera Strategica nella Crisi del Golfo
Barili petroliferi corrosi illustrano la fragilità dell'infrastruttura energetica nel mercato geopolitico globale. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Hormuz ha accelerato una diversificazione già in cantiere

L'India dipende dall'estero per soddisfare l'85% del proprio fabbisogno petrolifero interno: con questo grado di dipendenza, anche una riduzione parziale dei flussi dal Medio Oriente produce effetti diretti su costi industriali e prezzi al consumo. La chiusura dello Stretto di Hormuz — come avevamo riportato — ha obbligato New Delhi ad accelerare una diversificazione che era già in agenda da anni, ma procedeva con ritmo moderato. L'urgenza ha cambiato la velocità delle decisioni.

La risposta è stata diversificare verso Russia, Brasile, Venezuela e i grandi esportatori africani Nigeria e Angola. Il Venezuela si è distinto per disponibilità politica esplicita. Come ha dichiarato un funzionario del ministero degli Esteri indiano: "Stiamo lavorando con un governo amichevole, che vuole una partnership con l'India. Vogliamo ricambiare. Il Venezuela è stato tradizionalmente un amico stretto. Abbiamo collaborato molto a stretto contatto sul piano internazionale, quindi stiamo semplicemente tornando alla normalità."

La "normalità" evocata dal funzionario è un concetto strategico: indica che il rapporto con Caracas non viene inquadrato come risposta di emergenza, ma come recupero di un asse bilaterale che esisteva prima delle sanzioni e che si intende ora rafforzare strutturalmente.

Analisi: l'India ha assorbito il 34% dell'export venezuelano a maggio

Il dato più rivelatore non è il +51% mensile, ma la proporzione che quel numero implica. Dividendo le importazioni indiane di maggio (427.000 bpd) sulle esportazioni totali del Venezuela nello stesso mese (1,25 milioni di bpd), si ottiene che l'India ha assorbito circa il 34% dell'intero export venezuelano a maggio 2026. Un terzo della produzione destinata all'estero di Caracas è finita nelle raffinerie indiane. Una concentrazione così elevata da un singolo acquirente crea una dipendenza reciproca che funziona da leva politica per entrambe le parti: il Venezuela non può permettersi di perdere New Delhi come cliente principale, l'India non può permettersi di perdere il Venezuela come fornitore alternativo affidabile.

La riapertura dello Stretto di Hormuz ridurrebbe la pressione immediata su New Delhi a diversificare. Ma la velocità con cui i volumi sono cresciuti — e la decisione di negoziare una presenza nei giacimenti piuttosto che limitarsi a contratti spot — segnala che l'India intende costruire un'architettura di approvvigionamento robusta indipendentemente da quello che accade nel Golfo. Il test reale sarà se le trattative avviate il 5 giugno produrranno accordi concreti sull'upstream nei mesi successivi.

Gas naturale: USA lancia 100 centrali, Pakistan all’assalto del GNL

Gli inventari di gas naturale negli USA sono aumentati di 95 miliardi di piedi cubici nell'ultima settimana, mentre nel paese sono in costruzione oltre 100 nuove centrali a gas. L'Energy Information Administration stima che la domanda domestica crescerà del 6% nel 2027: non un picco temporaneo, ma una nuova baseline strutturale alimentata dai data center. Il paradosso è che questa espansione interna coincide con la crescita delle esportazioni americane di GNL, e l'integrazione con il mercato globale porta con sé un rischio che le utility sembrano stare sottovalutando: la volatilità dei prezzi.

Il boom delle centrali a gas USA e il nodo delle esportazioni GNL

Le 100+ centrali in costruzione negli USA sono pensate per durare oltre trent'anni. Un piano che aveva senso quando il gas americano era prezzato in un mercato prevalentemente domestico, isolato dalle oscillazioni globali. Con l'espansione delle esportazioni di GNL, questa protezione si sta erodendo.

Leonard Hyman e William Tilles, analisti specializzati nel settore energetico, hanno messo in guardia su OilPrice.com: man mano che cresce il volume di GNL esportato, il mercato americano del gas si integra in quello globale, e i mercati globali amplificano le fluttuazioni. Il petrolio ne è la dimostrazione diretta: a causa delle tensioni in Medio Oriente, i prezzi del greggio sono saliti di oltre il 50% negli ultimi mesi. Finché il gas resta prezzato domesticamente, le utility possono pianificare. Nel momento in cui segue la curva internazionale, quelle stesse utility si trovano esposte a shock esogeni — conflitti, blocchi navali, interruzioni — che non avevano incluso nei loro modelli di costo.

Il rischio concreto è che molte delle nuove centrali si rivelino anti-economiche o sottoutilizzate prima della fine della loro vita operativa, proprio perché i business plan sono stati costruiti ipotizzando un carburante stabile.

Pakistan: quarta gara GNL in due mesi, 1 milione di tonnellate sul mercato spot

A rendere questa tensione più acuta c'è la domanda asiatica. Il Pakistan ha lanciato una nuova gara sul mercato spot per 1 milione di tonnellate di GNL — la quarta in appena due mesi. Il motivo immediato è la domanda elettrica estiva, ma la causa strutturale è più articolata: la guerra in Medio Oriente ha portato alla chiusura della produzione e delle esportazioni qatariote; a ciò si è aggiunta la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran il 1° marzo 2026, che ha bloccato ulteriori forniture mediorientali ancora disponibili.

Pakistan LNG Limited, il gestore statale, aveva operato per anni con contratti a lungo termine dal Qatar. Con quelle forniture interrotte, il governo si è affacciato per la prima volta in quasi tre anni al mercato spot — dove i prezzi asiatici del GNL sono saliti bruscamente. Non tutte le gare hanno avuto esito positivo: in alcuni casi anche le offerte più basse sono state ritenute troppo costose per Pakistan LNG Limited.

Gas naturale: espansione della capacità USA, domanda asiatica e pressioni sui prezzi
Impianti di lavorazione gas naturale: l'espansione USA sotto pressione dalla crescente domanda energetica asiatica. Foto di adel bouzid su Pexels

A metà maggio 2026 il governo ha ottenuto dall'Iran il passaggio sicuro di due metaniere qatariote attraverso lo Stretto di Hormuz — la prima delle quali è stata la prima nave GNL a transitare dal giorno del blocco. Un segnale parziale di apertura, insufficiente però a normalizzare le forniture. L'impatto economico si misura nell'inflazione: a maggio 2026 il Pakistan ha registrato un rincaro complessivo dell'11,7%, con un'inflazione core cresciuta del 9% su base annua e dell'8% rispetto ad aprile.

India e Asia: domanda biforcata sotto pressione dei prezzi

Il quadro asiatico si completa con l'India, dove la prospettiva della domanda di carburanti è diventata meno favorevole a causa dei rincari energetici. Come avevamo riportato, Kpler ha ridotto a maggio 2026 le stime di crescita della domanda indiana da 128.000 a 78.000 barili al giorno per l'anno in corso — effetto diretto dei quattro rialzi consecutivi dei prezzi dei carburanti avvenuti durante la crisi dello Stretto.

La domanda asiatica di GNL mostra un profilo biforcato: i paesi con maggiore dipendenza dal mercato spot — come il Pakistan — pagano prezzi elevati per garantire la continuità elettrica. Le economie più sensibili al prezzo, come l'India, comprimono i consumi.

La tensione strutturale che il mercato ancora non prezza

Mettendo insieme i dati emerge una pressione destinata a durare. La crescita della domanda americana del 6% nel 2027 — trainata da oltre 100 centrali in costruzione — richiede forniture abbondanti e stabili. Le esportazioni di GNL americano collegano però sempre più il mercato interno alle oscillazioni spot asiatiche, dove Pakistan, India e altri importatori competono per le stesse molecole.

Il calcolo è diretto: se le 100+ centrali sono state dimensionate ipotizzando prezzi del gas relativamente stabili, e la correlazione con il mercato spot globale è in aumento, la distanza tra le aspettative di costo e i costi reali rischia di ampliarsi. Non è una proiezione: è una tensione già visibile nei dati. Il Pakistan paga un'inflazione all'11,7% su gas che non riesce sempre a comprare, e il mercato americano si sta aprendo agli stessi vettori di volatilità.

Chi si troverà a sostenere questa volatilità sono le utility americane — e quasi certamente i loro clienti finali, prima che la questione diventi impossibile da ignorare.

McDermott nel polo Aramco, MODEC lancia le celle CCS per le FPSO

Il 4 giugno 2026 l'offshore mostra un profilo insolito: espansione produttiva, gestione industriale del fine vita e decarbonizzazione attiva procedono in parallelo nello stesso ciclo di notizie. Aramco consolida il suo ecosistema di fornitura aggiungendo McDermott tra i consulenti PMC e affidando a KEPCO un contratto da 1,4 miliardi di dollari per il campo Jafurah. Equinor riceve il via libera per la chiusura dei pozzi su Tordis. MODEC e Eld Energy portano le celle a combustibile con cattura del carbonio dalla fase pilota verso la scala commerciale: il target è un sistema da 1,2 MW per le future FPSO. Non sono notizie casuali — sono tre direttrici di un settore che si sta riorganizzando su orizzonti temporali molto diversi.

L'hub Aramco cresce: due contratti nella stessa giornata

McDermott è entrata nell'ecosistema di fornitura di Aramco come uno degli 11 appaltatori selezionati nell'ambito di un accordo pluriennale di Project Management Consultancy (PMC) per progetti energetici, downstream, petrolchimici e a basse emissioni di carbonio in Arabia Saudita. Il contratto copre servizi di ingegneria, pre-FEED, FEED e consulenza di gestione del progetto.

L'accordo formalizza anche una partnership tra McDermott e la saudita Solutions Leaders Fayez Engineering (SLFE), appaltatore approvato da Aramco nel programma GES+. La struttura è bipartita: SLFE gestirà l'ingegneria e i servizi al cliente in Arabia Saudita; McDermott fornirà pianificazione, governance e leadership tecnica attraverso la sua rete globale.

Michael McKelvy, CEO e Presidente del Consiglio di McDermott, ha commentato: "Così come gli Stati Uniti e il Regno condividono un impegno per la collaborazione a lungo termine, condividiamo con SLFE un impegno verso la localizzazione, il trasferimento di conoscenze e la costruzione sostenibile di capacità nel Regno."

Sempre il 4 giugno, la sudcoreana Korea Electric Power Corporation (KEPCO) ha annunciato di aver vinto il contratto per costruire e gestire la Fase 2 dell'impianto di cogenerazione di Jafurah, generando un ricavo stimato di 2,1 trilioni di won — equivalenti a 1,4 miliardi di dollari — nell'arco contrattuale. L'impianto avrà una capacità di 331 MW e produrrà circa 465 tonnellate di vapore all'ora, rifornendo Aramco di elettricità e vapore per 17 anni a partire dal completamento previsto per giugno 2029. Con un arco contrattuale di 17 anni su 1,4 miliardi totali, il progetto vale in media circa 82 milioni di dollari all'anno per KEPCO.

Il campo Jafurah — il più grande sviluppo di gas non associato dell'Arabia Saudita, con un investimento totale stimato in 100 miliardi di dollari e riserve di 229 trilioni di piedi cubi di gas più 75 miliardi di barili di condensato — ha già avviato la produzione nella Fase 1 con 450 milioni di piedi cubi al giorno. A regime, dopo il completamento previsto per il 2030, la produzione sostenibile salirà a 2 miliardi di piedi cubi al giorno, affiancata da 420 milioni di piedi cubi standard al giorno di etano e 630.000 barili al giorno di liquidi ad alto valore.

Operazioni offshore: manutenzione pozzi, contratti strategici e innovazione CCS
Piattaforma offshore: infrastruttura critica per la manutenzione dei pozzi e le operazioni di innovazione energetica. Foto di Rahib Yaqubov su Pexels

Equinor ottiene il via libera per la chiusura dei pozzi su Tordis

Equinor ha ricevuto il consenso di Havtil — l'Autorità per la sicurezza del settore petrolifero norvegese — per operazioni di Plug and Abandonment (P&A) sul campo Tordis nel Mare del Nord, con l'impiego del drilling unit COSLPromoter. Il P&A è la procedura di sigillatura permanente dei pozzi esauriti: per Equinor e per il Mare del Nord in generale, si tratta di un'attività sempre più sistematizzata man mano che i giacimenti maturi si avvicinano alla fine della vita produttiva.

MODEC e Eld Energy: le celle SOFC con cattura CO₂ puntano alle FPSO

MODEC e la norvegese Eld Energy hanno firmato un memorandum d'intesa per sviluppare un sistema di potenza da 1,2 MW integrato con cattura del carbonio per le future unità FPSO (Floating Production, Storage and Offloading). Eld Energy guiderà la progettazione, l'approvvigionamento, la costruzione e la validazione del sistema basato su celle a combustibile a ossido solido (SOFC); MODEC svilupperà l'impianto di cattura del carbonio e integrerà il sistema combinato nei design FPSO.

Il percorso di sviluppo ha una logica progressiva documentata: la collaborazione ha preso il via nel 2025 con un sistema da 40 kW, poi scalato a un progetto pilota SOFC con cattura CO₂ da 120 kW. Il sistema attuale da 1,2 MW — equivalente a 1.200 kW — rappresenta un moltiplicatore di 10 rispetto al pilota nella capacità installata. Le due aziende puntano ai test a terra entro il 2029, seguiti da un programma di dimostrazione a lungo termine.

Le SOFC generano elettricità convertendo direttamente energia chimica ad alte temperature e possono operare con diversi tipi di carburante. Abbinate alla cattura del carbonio, offrono un percorso pratico per ridurre le emissioni della generazione elettrica sulle FPSO senza compromettere l'affidabilità operativa.

Sviluppo, dismissione e decarbonizzazione: l'offshore su tre fronti

Le notizie del 4 giugno 2026 disegnano la struttura di un settore che opera su più orizzonti temporali contemporaneamente. Aramco accumula contrattisti PMC — 11 appaltatori in un solo accordo quadro — e affida la cogeneration di Jafurah per 17 anni a KEPCO: investimento strutturato sul lunghissimo periodo. Equinor, sul fronte opposto, sigilla i pozzi di Tordis in modo sistematico. MODEC e Eld Energy avanzano intanto verso test industriali nel 2029 con una tecnologia pensata per ridurre le emissioni delle piattaforme galleggianti.

Rob Shaul, Senior Vice President Low Carbon Solutions di McDermott, ha sintetizzato la direzione del settore: "Questo accordo a lungo termine riflette la fiducia di Aramco nelle nostre capacità di esecuzione comprovate e nel nostro track record nel consegnare progetti complessi e di livello mondiale nel Regno."

Se le tempistiche reggono, il test a terra del 2029 porterà il sistema SOFC-CCS di MODEC da un impianto pilota da 120 kW a un'unità da 1,2 MW — un ordine di grandezza superiore, da verificare in condizioni reali prima di qualsiasi integrazione su FPSO operative.