Iran-Israele: petrolio a $97 e raffinerie cinesi bloccate

Nelle prime ore di lunedì 8 giugno 2026, i futures sul Brent hanno toccato 97,15 dollari al barile — un balzo del 4,47% che ha cancellato tutte le perdite del venerdì — dopo che Israele ha colpito il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sudovest dell'Iran: il primo attacco a un sito energetico iraniano dall'8 aprile, data dell'ultimo cessate il fuoco. Dall'inizio della guerra, a fine febbraio, il greggio ha guadagnato quasi il 60%; i mercati segnalano oggi che la crisi non è in fase di de-escalation, ma di allargamento geografico.

Gli Houthi dichiarano il Mar Rosso vietato alle navi israeliane

La chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transitava circa un quinto dell'offerta mondiale di petrolio e GNL — aveva forzato i flussi commerciali verso una rotta alternativa: l'Arabia Saudita stava convogliando le proprie esportazioni sull'oleodotto Est-Ovest e sul terminale di Yanbu, nel Mar Rosso, evitando il Golfo Persico. Il traffico di petroliere su quel corridoio era cresciuto bruscamente nelle settimane precedenti. Lunedì gli Houthi yemeniti hanno fatto saltare anche questa valvola, annunciando un "divieto completo e totale" alla navigazione israeliana nel Mar Rosso e dichiarando le navi israeliane obiettivi militari legittimi. Il gruppo ha rivendicato attacchi missilistici anche contro obiettivi vicino a Tel Aviv.

Ad aprile i vertici Houthi avevano già minacciato di chiudere il Bab el-Mandeb: qualsiasi escalation in quel punto soffocherebbe l'ultima arteria commerciale ancora parzialmente funzionante per il petrolio mediorientale.

Il 3 giugno 2026 Libano e Israele avevano concordato un cessate il fuoco a Washington, ma domenica 7 giugno l'Iran ha comunque lanciato missili contro obiettivi israeliani in risposta ai raid sul territorio libanese. Il presidente Donald Trump aveva chiesto a Netanyahu di fermare le offensive; Israele ha colpito lo stesso il complesso di Mahshahr. I prezzi avevano impennato del 5% al mattino, per poi ripiegare: alle 07:38 ET il Brent segnava 94,68 dollari al barile, ancora in rialzo dell'1,71%.

La Cina rinvia 500.000 bpd di nuova capacità di raffinazione

Le perturbazioni di Hormuz hanno prodotto uno dei primi grandi impatti industriali a valle fuori dal Golfo Persico: i raffinatori cinesi hanno ritardato o sospeso complessivamente 500.000 barili al giorno di nuova capacità. Gli impianti coinvolti sono due:

Geopolitica Iran: impatto su prezzi petrolio, trasporto e raffinerie
Vecchi impianti petroliferi iraniani: fattore critico nella volatilità dei prezzi globali di greggio. Foto di Waldemar Brandt su Pexels
  • La raffineria Huajin Aramco Petrochemical Co. nel nordest della Cina, da 300.000 bpd, slitta al terzo trimestre del 2026; il progetto è supportato da Saudi Aramco, che ne dovrebbe rifornire fino a 210.000 bpd di greggio ai termini di un accordo di lungo periodo.
  • PetroChina ha rinviato a tempo indeterminato il riavvio di un'unità da 200.000 bpd alla raffineria di Dalian.

Le importazioni cinesi di greggio sono crollate da 11,39 milioni di bpd di febbraio a 6,36 milioni di maggio, una contrazione del 44% in tre mesi. Il throughput delle raffinerie è però rimasto stabile attorno a 13,5 milioni di bpd: la differenza è stata assorbita dagli inventari accumulati prima del conflitto, stimati dagli analisti in circa 1 miliardo di barili. Quella riserva non è illimitata.

In Europa si consuma meno benzina, le EV accelerano

Ad aprile 2026 le vendite di carburante auto nelle filiali specializzate della Zona Euro hanno segnato -3,5% anno su anno: il calo più netto da ottobre 2023 e il primo annuale da luglio 2024. Nell'intera Unione Europea la contrazione è stata del 2%. I dati mensili rivelano un comportamento preciso: a marzo, nelle prime settimane del conflitto, i consumatori avevano fatto scorta; ad aprile hanno tagliato drasticamente.

La risposta strutturale arriva dal mercato dell'auto. La domanda di veicoli elettrici è balzata del 34% ad aprile in Europa, e l'IEA stima che le EV potrebbero raggiungere il 30% delle vendite mondiali di nuove auto nel 2026. "I cali dei prezzi delle batterie e le potenziali risposte politiche all'attuale crisi energetica forniranno ulteriore slancio ai mercati dei veicoli elettrici", ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia.

OPEC+ impotente, Stretto a pedaggio: l'analisi

Domenica 7 giugno l'OPEC+ ha approvato il quarto aumento della produzione in quattro mesi. La mossa ha un'efficacia quasi nulla: la maggior parte dei membri non riesce a rispettare i propri obiettivi a causa di Hormuz, mentre la Russia sconta gli attacchi alle infrastrutture. "Nel mercato attuale, l'impatto fisico di tale decisione sarebbe vicino allo zero", ha scritto Jorge Leon, responsabile dell'analisi geopolitica di Rystad Energy.

Sul fronte diplomatico, l'ambasciatore iraniano a Mosca Kazem Jalali ha lasciato aperta una finestra: "Certo, questo stretto sarà aperto, ma con nuove condizioni che saranno determinate dalle autorità iraniane e omanite." La prospettiva di tariffe di transito su Hormuz, già emersa nelle settimane precedenti, si consolida come scenario concreto di lungo periodo.

Il paradosso centrale della crisi è quantificabile: la Cina ha tagliato le importazioni del 44% in tre mesi senza ancora rallentare la raffinazione, erodendo inventari accumulati per oltre un anno. Quando quelle riserve si esauriranno, la pressione sul mercato fisico potrebbe riavvicinarsi ai picchi di marzo, quando il Brent aveva sfiorato i 120 dollari al barile.

Bessent: possibili waiver USA sulle sanzioni al petrolio russo

Gli Stati Uniti potrebbero allentare le sanzioni petrolifere contro la Russia attraverso deroghe selettive calibrate per singolo Paese. L'apertura arriva dal segretario al Tesoro USA Scott Bessent il 4 giugno 2026, e trasforma un regime sanzionatorio presentato finora come uniforme in uno strumento potenzialmente modulabile. Sullo sfondo pesa una crisi energetica globale che ha accelerato la revisione dei calcoli geopolitici ed economici di Washington.

Come funzionerebbe un waiver per Paese

Un waiver di questo tipo non è un allentamento generale delle sanzioni, ma un meccanismo a geometria variabile: ogni Paese potrebbe ottenere un'esenzione calibrata sulla propria situazione energetica e sui rapporti diplomatici con Washington. La struttura "per Paese" mantiene la discrezionalità politica dell'esecutivo americano — chi ottiene la deroga entra in una relazione specifica con gli USA, con leve negoziali reciproche che bilanciano il vantaggio concesso.

Bloomberg ha riportato la dichiarazione di Bessent il 4 giugno, senza che siano emersi dettagli su quali Paesi siano eventualmente in discussione né su quali condizioni verrebbero richieste in cambio. Il meccanismo rimane in fase esplorativa: un'apertura pubblica a cui non corrisponde ancora una proposta formale.

Il 4 giugno: una giornata di segnali incrociati

La dichiarazione di Bessent si inserisce in una concentrazione di mosse diplomatiche verificatesi tutte il 4 giugno 2026. Putin ha sollecitato la Germania a decidere sull'acquisto di gas russo tramite Nord Stream — un canale che Mosca vuole riaprire con l'Europa, pur in assenza di risposte pubbliche da Berlino. In parallelo, il vicepremier russo con delega all'energia Alexander Novak si è riunito con il ministro del petrolio saudita: le sue dichiarazioni hanno indicato che le prospettive della domanda globale restano incerte.

L'inviato del Cremlino ha confermato che i colloqui tra Russia e USA su energia ed economia proseguono — un segnale che i canali negoziali non si sono mai completamente chiusi, indipendentemente dall'andamento delle sanzioni formali.

Quattro fronti simultanei — waiver americani, pressione di Mosca sull'Europa, vertice russo-saudita, colloqui bilaterali attivi — mostrano una partita energetica globale che si ridisegna su più assi contemporaneamente.

USA considera waiver specifici per le sanzioni al petrolio russo
Navi cargo in un terminal petrolifero: il trasporto di petrolio coinvolto nelle sanzioni USA e possibili waiver commerciali. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

L'energia che spinge Washington verso la flessibilità

La disponibilità di Bessent ai waiver non può essere letta senza il contesto energetico. Come avevamo riportato, il Brent ha raggiunto 95,37 dollari al barile e il WTI 93,04 dollari in seguito all'attacco al terminale petrolifero di Mina al Fahal del 5 giugno 2026. La crisi era già acuta da mesi: l'Iran aveva chiuso lo Stretto di Hormuz il 1° marzo 2026, bloccando le esportazioni di GNL mediorientali e riducendo l'offerta disponibile su scala globale.

In questo scenario, ogni variabile di offerta pesa. Il petrolio russo che potrebbe rientrare nei circuiti legali grazie a deroghe selettive rappresenta una leva — per i Paesi importatori in difficoltà con le bollette energetiche, ma anche per Washington, che potrebbe usarla come strumento negoziale.

La sintesi ufficiale americana descrive la misura come risposta alle "pressioni geopolitiche ed economiche" della crisi energetica globale: una formulazione che riconosce implicitamente che il rigore sanzionatorio assoluto ha un costo, anche per i Paesi che lo impongono.

Non è un'amnistia: è un sistema di incentivi selettivi

Il waiver per Paese è politicamente diverso da un allentamento generale. Non richiede una revisione del regime sanzionatorio nel suo complesso e non libera il mercato petrolifero globalmente: seleziona chi beneficia, in che misura e a quali condizioni. Chi ottiene la deroga ottiene anche un vantaggio economico — e con esso, un motivo per non perdere il rapporto con Washington.

La convergenza di segnali del 4 giugno indica che le parti stanno simultaneamente ridisegnando le proprie posizioni: gli USA aprono alla flessibilità sanzionatoria, la Russia riattiva i canali con l'Europa e con i sauditi, i colloqui bilaterali continuano. Non è un collasso del regime sanzionatorio: è una rinegoziazione delle sue condizioni operative.

Per chi segue i mercati energetici, il punto critico non è quanti barili russi potrebbero tecnicamente rientrare nel mercato tramite le deroghe, ma a quale prezzo diplomatico Washington deciderà di concederle — e se la geometria dei waiver disegnerà una mappa di alleanze coerente con le priorità geopolitiche americane nei prossimi mesi. Quello che Bessent ha dichiarato il 4 giugno 2026 è una disponibilità pubblica, non ancora una politica definita. In diplomazia, però, le disponibilità dichiarate ad alta voce hanno la tendenza a diventare aspettative.

Hormuz: petrolio via accordi statali, Pakistan ai massimi per il GNL

Tre mesi dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, il mercato energetico registra due risposte alla crisi agli antipodi. Gli avvocati della società di trading Mercuria hanno dichiarato che accordi diretti con i governi hanno permesso il transito di carichi petroliferi attraverso lo stretto bloccato, mentre il Pakistan ha acquistato il carico di GNL più costoso degli ultimi anni pur di garantire le forniture. La crisi non ha fermato i flussi: li ha resi più costosi e più politici.

Accordi di stato: come Mercuria ha ottenuto il passaggio del greggio

Il transito del petrolio attraverso Hormuz è stato reso possibile da intese dirette tra governi, non attraverso i canali commerciali ordinari. I carichi di greggio sono passati, ma grazie a leve diplomatiche disponibili solo alle grandi trading house — non agli operatori più piccoli, che restano esclusi dagli stessi canali.

La distinzione è rilevante. La chiusura proclamata da Teheran il 1° marzo 2026 non ha prodotto un embargo assoluto: ha creato una gerarchia di accesso. Chi dispone di strutture legali e relazioni istituzionali globali — come Mercuria — ha trovato varchi. Chi opera solo attraverso la normale logistica marittima è rimasto tagliato fuori. Il risultato è un mercato del greggio segmentato, dove il prezzo non dipende solo dalla domanda e dall'offerta, ma anche dalla capacità di navigare la politica internazionale.

Il Pakistan paga il prezzo della dipendenza dal mercato spot

Sul fronte del gas naturale liquefatto, la situazione del Pakistan illustra il costo diretto della crisi per i paesi importatori con meno flessibilità strutturale. Il paese ha acquistato un carico di GNL al prezzo più alto registrato negli ultimi anni, diretta conseguenza della rarefazione dell'offerta mediorientale sui mercati spot.

Come avevamo riportato, il Pakistan aveva già lanciato la sua quarta gara sul mercato spot per un milione di tonnellate di GNL nell'arco di due mesi: un ritmo che riflette la pressione di dover trovare forniture alternative in tempi rapidi. L'acquisto al livello di prezzo massimo recente dimostra che quella corsa alle forniture ha un costo crescente e che, per ora, Islamabad non dispone di alternative strutturali ai carichi spot.

Stretto Hormuz: petrolio passa per accordi governativi, Pakistan compra GNL record
Petroliera in transito: il trasporto di petrolio e GNL rimane cruciale negli accordi energetici internazionali. Foto di DeLuca G su Pexels

La risposta strutturale: il nuovo terminale LNG di Ensenada

Nel mezzo di questa riorganizzazione delle rotte, il 5 giugno 2026 arriva una notizia che guarda alla soluzione di lungo periodo: Sempra Infrastructure e TotalEnergies hanno avviato la produzione di GNL nell'impianto ECA LNG Phase 1 di Ensenada, in Messico, nell'ambito delle operazioni di commissioning che precedono l'avvio commerciale.

L'impianto, sulla costa del Pacifico messicano, esporterà gas naturale statunitense verso l'Asia e altri mercati del Bacino del Pacifico attraverso rotte significativamente più brevi rispetto ai terminali del Golfo del Messico. Il singolo treno di liquefazione ha una capacità nominale di 3,25 milioni di tonnellate annue. I contratti di vendita a lungo termine sono già siglati con TotalEnergies e Mitsui & Co. Sempra prevede il completamento sostanziale del progetto nell'estate 2026, con le prime consegne commerciali subito dopo.

Justin Bird, amministratore delegato di Sempra Infrastructure, ha dichiarato: "La produzione del primo GNL segna un traguardo significativo verso le operazioni complete attese nei prossimi mesi, consentendo la consegna di energia affidabile e sicura dalla costa del Pacifico nordamericano ai mercati globali."

La crisi di Hormuz ridisegna le geografie del GNL

I tre segnali di questa giornata — accordi governativi per il greggio, prezzi massimi per il Pakistan, nuovo terminale sul Pacifico — convergono verso una lettura unitaria: la chiusura di Hormuz non ha bloccato i mercati energetici, ma li ha frammentati per capacità di accesso e accelerato la diversificazione strutturale.

Dal punto di vista dei numeri, la capacità di ECA LNG Phase 1 — 3,25 milioni di tonnellate annue — equivale a circa 271.000 tonnellate al mese: un volume significativo, ma non risolutivo, per i mercati asiatici attualmente sotto pressione. Il Pakistan, che nell'arco di due mesi ha lanciato quattro gare spot, segnala una domanda che supera quella soglia di offerta mensile. La diversificazione strutturale richiede anni; il costo del mercato spot si paga oggi.

Chi opera con accordi governativi gestisce la crisi senza pagare il prezzo di mercato. Chi dipende dallo spot — come il Pakistan — paga il massimo degli ultimi anni. È questa asimmetria, non il blocco fisico dello stretto, il vero effetto duraturo della chiusura di Hormuz.

India-Venezuela: petrolio +51% a maggio, ora si tratta sui giacimenti

Con le importazioni di greggio venezuelano balzate da 283.000 a 427.000 barili al giorno tra aprile e maggio 2026 — un incremento del 51% in un mese — l'India non sta semplicemente tappando un buco nell'approvvigionamento: sta ridisegnando la propria mappa energetica. Il 5 giugno 2026, il ministro dell'energia indiano Hardeep Singh Puri ha incontrato la presidente ad interim venezuelana Delcy Rodriguez a New Delhi per discutere i legami energetici bilaterali, inclusa la possibile partecipazione di aziende indiane nello sviluppo dei giacimenti venezuelani. New Delhi vuole trasformare un rapporto da semplice acquirente a co-investitore nell'upstream.

Venezuela: quarto fornitore di greggio dell'India a maggio 2026

Il Venezuela è diventato il quarto fornitore di greggio dell'India in un arco di tempo breve. A maggio 2026, le esportazioni venezuelane totali hanno raggiunto 1,25 milioni di barili al giorno, rispetto agli 1,23 milioni di aprile: un incremento mensile dello 0,7% che, su base annua, si trasforma in un balzo del 61% rispetto a maggio 2025. L'agenzia di analisi Kpler stima che le esportazioni venezuelane possano salire fino a 1,5 milioni di barili al giorno entro il 2027.

L'India assorbe oggi una quota rilevante di questo flusso. Con 427.000 barili giornalieri importati a maggio 2026, New Delhi è il secondo acquirente mondiale di greggio venezuelano dopo gli Stati Uniti — una posizione consolidatasi rapidamente dopo che Washington ha alleggerito le sanzioni sul petrolio bolivariano nel febbraio 2026, riaprendo i canali commerciali. Il Venezuela copre oggi una fetta crescente della domanda indiana di greggio extra-regionale.

L'incontro del 5 giugno tra Puri e Rodriguez segna il passo successivo. Non si discute più solo di quanti barili acquistare, ma di chi sviluppa i pozzi da cui quei barili verranno estratti. Le aziende indiane interessate ai giacimenti venezuelani vedrebbero trasformato il loro ruolo da semplici acquirenti a co-investitori dell'upstream. Per il Venezuela, attrarre capitali e know-how tecnico indiano significherebbe diversificare i propri investitori in un settore energetico che ne ha urgente bisogno.

India-Venezuela: Partnership Petrolifera Strategica nella Crisi del Golfo
Barili petroliferi corrosi illustrano la fragilità dell'infrastruttura energetica nel mercato geopolitico globale. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Hormuz ha accelerato una diversificazione già in cantiere

L'India dipende dall'estero per soddisfare l'85% del proprio fabbisogno petrolifero interno: con questo grado di dipendenza, anche una riduzione parziale dei flussi dal Medio Oriente produce effetti diretti su costi industriali e prezzi al consumo. La chiusura dello Stretto di Hormuz — come avevamo riportato — ha obbligato New Delhi ad accelerare una diversificazione che era già in agenda da anni, ma procedeva con ritmo moderato. L'urgenza ha cambiato la velocità delle decisioni.

La risposta è stata diversificare verso Russia, Brasile, Venezuela e i grandi esportatori africani Nigeria e Angola. Il Venezuela si è distinto per disponibilità politica esplicita. Come ha dichiarato un funzionario del ministero degli Esteri indiano: "Stiamo lavorando con un governo amichevole, che vuole una partnership con l'India. Vogliamo ricambiare. Il Venezuela è stato tradizionalmente un amico stretto. Abbiamo collaborato molto a stretto contatto sul piano internazionale, quindi stiamo semplicemente tornando alla normalità."

La "normalità" evocata dal funzionario è un concetto strategico: indica che il rapporto con Caracas non viene inquadrato come risposta di emergenza, ma come recupero di un asse bilaterale che esisteva prima delle sanzioni e che si intende ora rafforzare strutturalmente.

Analisi: l'India ha assorbito il 34% dell'export venezuelano a maggio

Il dato più rivelatore non è il +51% mensile, ma la proporzione che quel numero implica. Dividendo le importazioni indiane di maggio (427.000 bpd) sulle esportazioni totali del Venezuela nello stesso mese (1,25 milioni di bpd), si ottiene che l'India ha assorbito circa il 34% dell'intero export venezuelano a maggio 2026. Un terzo della produzione destinata all'estero di Caracas è finita nelle raffinerie indiane. Una concentrazione così elevata da un singolo acquirente crea una dipendenza reciproca che funziona da leva politica per entrambe le parti: il Venezuela non può permettersi di perdere New Delhi come cliente principale, l'India non può permettersi di perdere il Venezuela come fornitore alternativo affidabile.

La riapertura dello Stretto di Hormuz ridurrebbe la pressione immediata su New Delhi a diversificare. Ma la velocità con cui i volumi sono cresciuti — e la decisione di negoziare una presenza nei giacimenti piuttosto che limitarsi a contratti spot — segnala che l'India intende costruire un'architettura di approvvigionamento robusta indipendentemente da quello che accade nel Golfo. Il test reale sarà se le trattative avviate il 5 giugno produrranno accordi concreti sull'upstream nei mesi successivi.

Gas naturale: USA lancia 100 centrali, Pakistan all’assalto del GNL

Gli inventari di gas naturale negli USA sono aumentati di 95 miliardi di piedi cubici nell'ultima settimana, mentre nel paese sono in costruzione oltre 100 nuove centrali a gas. L'Energy Information Administration stima che la domanda domestica crescerà del 6% nel 2027: non un picco temporaneo, ma una nuova baseline strutturale alimentata dai data center. Il paradosso è che questa espansione interna coincide con la crescita delle esportazioni americane di GNL, e l'integrazione con il mercato globale porta con sé un rischio che le utility sembrano stare sottovalutando: la volatilità dei prezzi.

Il boom delle centrali a gas USA e il nodo delle esportazioni GNL

Le 100+ centrali in costruzione negli USA sono pensate per durare oltre trent'anni. Un piano che aveva senso quando il gas americano era prezzato in un mercato prevalentemente domestico, isolato dalle oscillazioni globali. Con l'espansione delle esportazioni di GNL, questa protezione si sta erodendo.

Leonard Hyman e William Tilles, analisti specializzati nel settore energetico, hanno messo in guardia su OilPrice.com: man mano che cresce il volume di GNL esportato, il mercato americano del gas si integra in quello globale, e i mercati globali amplificano le fluttuazioni. Il petrolio ne è la dimostrazione diretta: a causa delle tensioni in Medio Oriente, i prezzi del greggio sono saliti di oltre il 50% negli ultimi mesi. Finché il gas resta prezzato domesticamente, le utility possono pianificare. Nel momento in cui segue la curva internazionale, quelle stesse utility si trovano esposte a shock esogeni — conflitti, blocchi navali, interruzioni — che non avevano incluso nei loro modelli di costo.

Il rischio concreto è che molte delle nuove centrali si rivelino anti-economiche o sottoutilizzate prima della fine della loro vita operativa, proprio perché i business plan sono stati costruiti ipotizzando un carburante stabile.

Pakistan: quarta gara GNL in due mesi, 1 milione di tonnellate sul mercato spot

A rendere questa tensione più acuta c'è la domanda asiatica. Il Pakistan ha lanciato una nuova gara sul mercato spot per 1 milione di tonnellate di GNL — la quarta in appena due mesi. Il motivo immediato è la domanda elettrica estiva, ma la causa strutturale è più articolata: la guerra in Medio Oriente ha portato alla chiusura della produzione e delle esportazioni qatariote; a ciò si è aggiunta la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran il 1° marzo 2026, che ha bloccato ulteriori forniture mediorientali ancora disponibili.

Pakistan LNG Limited, il gestore statale, aveva operato per anni con contratti a lungo termine dal Qatar. Con quelle forniture interrotte, il governo si è affacciato per la prima volta in quasi tre anni al mercato spot — dove i prezzi asiatici del GNL sono saliti bruscamente. Non tutte le gare hanno avuto esito positivo: in alcuni casi anche le offerte più basse sono state ritenute troppo costose per Pakistan LNG Limited.

Gas naturale: espansione della capacità USA, domanda asiatica e pressioni sui prezzi
Impianti di lavorazione gas naturale: l'espansione USA sotto pressione dalla crescente domanda energetica asiatica. Foto di adel bouzid su Pexels

A metà maggio 2026 il governo ha ottenuto dall'Iran il passaggio sicuro di due metaniere qatariote attraverso lo Stretto di Hormuz — la prima delle quali è stata la prima nave GNL a transitare dal giorno del blocco. Un segnale parziale di apertura, insufficiente però a normalizzare le forniture. L'impatto economico si misura nell'inflazione: a maggio 2026 il Pakistan ha registrato un rincaro complessivo dell'11,7%, con un'inflazione core cresciuta del 9% su base annua e dell'8% rispetto ad aprile.

India e Asia: domanda biforcata sotto pressione dei prezzi

Il quadro asiatico si completa con l'India, dove la prospettiva della domanda di carburanti è diventata meno favorevole a causa dei rincari energetici. Come avevamo riportato, Kpler ha ridotto a maggio 2026 le stime di crescita della domanda indiana da 128.000 a 78.000 barili al giorno per l'anno in corso — effetto diretto dei quattro rialzi consecutivi dei prezzi dei carburanti avvenuti durante la crisi dello Stretto.

La domanda asiatica di GNL mostra un profilo biforcato: i paesi con maggiore dipendenza dal mercato spot — come il Pakistan — pagano prezzi elevati per garantire la continuità elettrica. Le economie più sensibili al prezzo, come l'India, comprimono i consumi.

La tensione strutturale che il mercato ancora non prezza

Mettendo insieme i dati emerge una pressione destinata a durare. La crescita della domanda americana del 6% nel 2027 — trainata da oltre 100 centrali in costruzione — richiede forniture abbondanti e stabili. Le esportazioni di GNL americano collegano però sempre più il mercato interno alle oscillazioni spot asiatiche, dove Pakistan, India e altri importatori competono per le stesse molecole.

Il calcolo è diretto: se le 100+ centrali sono state dimensionate ipotizzando prezzi del gas relativamente stabili, e la correlazione con il mercato spot globale è in aumento, la distanza tra le aspettative di costo e i costi reali rischia di ampliarsi. Non è una proiezione: è una tensione già visibile nei dati. Il Pakistan paga un'inflazione all'11,7% su gas che non riesce sempre a comprare, e il mercato americano si sta aprendo agli stessi vettori di volatilità.

Chi si troverà a sostenere questa volatilità sono le utility americane — e quasi certamente i loro clienti finali, prima che la questione diventi impossibile da ignorare.

McDermott nel polo Aramco, MODEC lancia le celle CCS per le FPSO

Il 4 giugno 2026 l'offshore mostra un profilo insolito: espansione produttiva, gestione industriale del fine vita e decarbonizzazione attiva procedono in parallelo nello stesso ciclo di notizie. Aramco consolida il suo ecosistema di fornitura aggiungendo McDermott tra i consulenti PMC e affidando a KEPCO un contratto da 1,4 miliardi di dollari per il campo Jafurah. Equinor riceve il via libera per la chiusura dei pozzi su Tordis. MODEC e Eld Energy portano le celle a combustibile con cattura del carbonio dalla fase pilota verso la scala commerciale: il target è un sistema da 1,2 MW per le future FPSO. Non sono notizie casuali — sono tre direttrici di un settore che si sta riorganizzando su orizzonti temporali molto diversi.

L'hub Aramco cresce: due contratti nella stessa giornata

McDermott è entrata nell'ecosistema di fornitura di Aramco come uno degli 11 appaltatori selezionati nell'ambito di un accordo pluriennale di Project Management Consultancy (PMC) per progetti energetici, downstream, petrolchimici e a basse emissioni di carbonio in Arabia Saudita. Il contratto copre servizi di ingegneria, pre-FEED, FEED e consulenza di gestione del progetto.

L'accordo formalizza anche una partnership tra McDermott e la saudita Solutions Leaders Fayez Engineering (SLFE), appaltatore approvato da Aramco nel programma GES+. La struttura è bipartita: SLFE gestirà l'ingegneria e i servizi al cliente in Arabia Saudita; McDermott fornirà pianificazione, governance e leadership tecnica attraverso la sua rete globale.

Michael McKelvy, CEO e Presidente del Consiglio di McDermott, ha commentato: "Così come gli Stati Uniti e il Regno condividono un impegno per la collaborazione a lungo termine, condividiamo con SLFE un impegno verso la localizzazione, il trasferimento di conoscenze e la costruzione sostenibile di capacità nel Regno."

Sempre il 4 giugno, la sudcoreana Korea Electric Power Corporation (KEPCO) ha annunciato di aver vinto il contratto per costruire e gestire la Fase 2 dell'impianto di cogenerazione di Jafurah, generando un ricavo stimato di 2,1 trilioni di won — equivalenti a 1,4 miliardi di dollari — nell'arco contrattuale. L'impianto avrà una capacità di 331 MW e produrrà circa 465 tonnellate di vapore all'ora, rifornendo Aramco di elettricità e vapore per 17 anni a partire dal completamento previsto per giugno 2029. Con un arco contrattuale di 17 anni su 1,4 miliardi totali, il progetto vale in media circa 82 milioni di dollari all'anno per KEPCO.

Il campo Jafurah — il più grande sviluppo di gas non associato dell'Arabia Saudita, con un investimento totale stimato in 100 miliardi di dollari e riserve di 229 trilioni di piedi cubi di gas più 75 miliardi di barili di condensato — ha già avviato la produzione nella Fase 1 con 450 milioni di piedi cubi al giorno. A regime, dopo il completamento previsto per il 2030, la produzione sostenibile salirà a 2 miliardi di piedi cubi al giorno, affiancata da 420 milioni di piedi cubi standard al giorno di etano e 630.000 barili al giorno di liquidi ad alto valore.

Operazioni offshore: manutenzione pozzi, contratti strategici e innovazione CCS
Piattaforma offshore: infrastruttura critica per la manutenzione dei pozzi e le operazioni di innovazione energetica. Foto di Rahib Yaqubov su Pexels

Equinor ottiene il via libera per la chiusura dei pozzi su Tordis

Equinor ha ricevuto il consenso di Havtil — l'Autorità per la sicurezza del settore petrolifero norvegese — per operazioni di Plug and Abandonment (P&A) sul campo Tordis nel Mare del Nord, con l'impiego del drilling unit COSLPromoter. Il P&A è la procedura di sigillatura permanente dei pozzi esauriti: per Equinor e per il Mare del Nord in generale, si tratta di un'attività sempre più sistematizzata man mano che i giacimenti maturi si avvicinano alla fine della vita produttiva.

MODEC e Eld Energy: le celle SOFC con cattura CO₂ puntano alle FPSO

MODEC e la norvegese Eld Energy hanno firmato un memorandum d'intesa per sviluppare un sistema di potenza da 1,2 MW integrato con cattura del carbonio per le future unità FPSO (Floating Production, Storage and Offloading). Eld Energy guiderà la progettazione, l'approvvigionamento, la costruzione e la validazione del sistema basato su celle a combustibile a ossido solido (SOFC); MODEC svilupperà l'impianto di cattura del carbonio e integrerà il sistema combinato nei design FPSO.

Il percorso di sviluppo ha una logica progressiva documentata: la collaborazione ha preso il via nel 2025 con un sistema da 40 kW, poi scalato a un progetto pilota SOFC con cattura CO₂ da 120 kW. Il sistema attuale da 1,2 MW — equivalente a 1.200 kW — rappresenta un moltiplicatore di 10 rispetto al pilota nella capacità installata. Le due aziende puntano ai test a terra entro il 2029, seguiti da un programma di dimostrazione a lungo termine.

Le SOFC generano elettricità convertendo direttamente energia chimica ad alte temperature e possono operare con diversi tipi di carburante. Abbinate alla cattura del carbonio, offrono un percorso pratico per ridurre le emissioni della generazione elettrica sulle FPSO senza compromettere l'affidabilità operativa.

Sviluppo, dismissione e decarbonizzazione: l'offshore su tre fronti

Le notizie del 4 giugno 2026 disegnano la struttura di un settore che opera su più orizzonti temporali contemporaneamente. Aramco accumula contrattisti PMC — 11 appaltatori in un solo accordo quadro — e affida la cogeneration di Jafurah per 17 anni a KEPCO: investimento strutturato sul lunghissimo periodo. Equinor, sul fronte opposto, sigilla i pozzi di Tordis in modo sistematico. MODEC e Eld Energy avanzano intanto verso test industriali nel 2029 con una tecnologia pensata per ridurre le emissioni delle piattaforme galleggianti.

Rob Shaul, Senior Vice President Low Carbon Solutions di McDermott, ha sintetizzato la direzione del settore: "Questo accordo a lungo termine riflette la fiducia di Aramco nelle nostre capacità di esecuzione comprovate e nel nostro track record nel consegnare progetti complessi e di livello mondiale nel Regno."

Se le tempistiche reggono, il test a terra del 2029 porterà il sistema SOFC-CCS di MODEC da un impianto pilota da 120 kW a un'unità da 1,2 MW — un ordine di grandezza superiore, da verificare in condizioni reali prima di qualsiasi integrazione su FPSO operative.

Stretto di Hormuz: Kuwait punta al 70%, ma le navi restano bloccate

L'ottimismo del Kuwait non combacia con la realtà del Golfo Persico. Kuwait Petroleum Corporation (KPC) stima di recuperare il 70% della produzione petrolifera in sei-otto settimane dalla riapertura dello Stretto di Hormuz, ma il settore offshore affronta nel frattempo premi assicurativi cresciuti di dieci volte, contratti rescissi e navi che attendono nel Golfo di Oman. La crisi, avviata dagli attacchi statunitensi e israeliani di fine febbraio, ha prodotto danni strutturali che le sole stime di produzione non catturano.

Le stime di recupero: Kuwait, IEA e ADNOC non si allineano

Shaikh Khaled Ahmad Al-Sabah, managing director per il marketing internazionale di Kuwait Petroleum Corporation, ha presentato alla S&P Global Energy Middle East Petroleum and Gas Conference una tabella di marcia precisa: 70% della produzione entro sei-otto settimane dalla riapertura, 30% residuo nel mese successivo. Sulla capacità di raffinazione — pari a 1,4 milioni di barili al giorno — i tempi sarebbero ancora più rapidi: due-tre settimane per tornare alla piena operatività. Vitol Bahrain prevede che le raffinerie del Golfo nel complesso possano raggiungere il 90-95% della capacità in quaranta-sessanta giorni.

Le prospettive per i transiti marittimi divergono nettamente. L'Agenzia Internazionale per l'Energia ha indicato sei-otto mesi come scenario ottimistico per un recupero, contando da ora e solo in presenza di un accordo. ADNOC, da parte sua, non si aspetta un ritorno ai livelli pre-conflitto prima della metà del 2027. La distanza tra le stime di KPC e quelle degli altri operatori non è casuale: il Kuwait parla di capacità produttiva interna, non di transiti; il vero collo di bottiglia è la navigabilità dello stretto.

Assicurazioni decuplicate e contratti rescissi nei paesi del Golfo

Il rapporto HORIZON Monthly di MSI fotografa un settore offshore sotto pressione su più fronti. Todd Jensen, associate director di MSI, sintetizza la situazione con dati precisi: "I premi assicurativi di guerra sono aumentati fino a dieci volte nelle ultime settimane. Gli armatori riferiscono di pagare 80-100.000 dollari per due settimane di copertura, con un bonus no-claims fino al 50%, mentre molte polizze escludono qualsiasi tentativo di passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz — con il risultato che nessun OSV riesce a entrare o uscire dal Golfo del Medio Oriente."

La situazione contrattuale varia tra i paesi:

Stretto di Hormuz: Crisi Prolungata Mina Produzione e Trasporti Petroliferi
Navi cargo e serbatoi petroliferi: l'infrastruttura portuale che sostiene il transito energetico dello Stretto di Hormuz. Foto di Zifeng Xiong su Pexels
  • Qatar: diversi contratti sospesi o rescissi, con il tempo di fermo aggiunto alla fine del contratto
  • Emirati Arabi Uniti: fino a 15 OSV hanno subito la rescissione del contratto
  • Arabia Saudita: impatto più contenuto, grazie alla possibilità di reindirizzare le esportazioni via Mar Rosso e reti pipeline esistenti

Alcune navi di nuova costruzione in attesa di consegna stazionano nel Golfo di Oman, mentre alcuni armatori esplorano mercati alternativi, principalmente India e Sud-Est asiatico. La chiusura colpisce anche i progetti EPC: strutture e attrezzature prodotte in Asia non riescono ad entrare nel Golfo Persico, bloccando cantieri in corso. I costi di manutenzione dei vessel sono aumentati per la scarsità di ricambi all'interno della regione.

La crisi accelera la corsa alle pipeline

La crisi ha ridato urgenza a un tema che molti davano per superato: la dipendenza quasi esclusiva dal trasporto marittimo per i paesi del Golfo. Al-Sabah ha sintetizzato la questione con una battuta diventata emblematica alla conferenza: "In molti si chiedevano perché costruire una pipeline senza usarla. Ora la risposta è evidente."

Kuwait è in trattativa con "paesi amici" per nuovi progetti di pipeline. OMV, attraverso il general manager Mikael Berthod, ha indicato che i raffinatori mediorientali dovranno investire in pipeline e stoccaggio nei prossimi due-tre anni e sviluppare partnership più solide per gestire futuri shock dell'offerta. ADNOC prevede intanto una fiammata della domanda di greggio nella fase di ricostituzione delle scorte, seguita da una normalizzazione graduale dei prezzi.

Il costo reale: la logistica pesa più della produzione

I numeri di KPC sono credibili per la produzione a terra. Nascondono però una complessità che le stime di breve termine faticano a includere. Considerando che le polizze attuali escludono il transito per lo Stretto, anche dopo la riapertura formale ci vorrà tempo prima che i premi tornino a livelli operativamente sostenibili. La sola copertura di guerra — stimata a 80-100.000 dollari ogni due settimane — calcolando 26 intervalli bisettimanali per anno si traduce in un esborso tra 2 e 2,6 milioni di dollari per singolo vessel: valori che rendono non economica la rotta per molte operazioni.

Per gli operatori che hanno visto rescissi i contratti, ricostruire il rapporto con i committenti del Golfo richiederà lavoro amministrativo e logistico anche dopo che lo stretto avrà riaperto formalmente. La divergenza tra la tabella di marcia di KPC (settimane) e quella dell'IEA (sei-otto mesi) non è un errore di calcolo: riflette la distanza tra la capacità tecnica di estrarre petrolio e la capacità reale di commercializzarlo attraverso una catena di trasporto ancora paralizzata.

Recuperare la produzione sarà rapido. Recuperare la catena logistica attorno a quella produzione sarà un processo distinto, più lungo, e con costi che il settore offshore sta già pagando adesso.

Greggio iraniano a sconto sul Brent: i teapot cinesi frenano

Per la prima volta in due mesi, il greggio Iranian Light è scivolato in sconto rispetto all'ICE Brent. La causa non è un'eccedenza di offerta: sono le raffinerie indipendenti cinesi — i cosiddetti teapot — a ritirare la domanda dopo aver accumulato perdite crescenti, con scorte che restano abbondanti nonostante la crisi in Medio Oriente. Quando la Cina smette di comprare, anche il greggio sanzionato cede.

I teapot dello Shandong tagliano i ritmi di lavorazione

Le raffinerie indipendenti della provincia dello Shandong — principale destinazione del greggio iraniano sul mercato fisico — hanno iniziato a ridurre i ritmi di lavorazione nelle ultime settimane di maggio 2026. Dall'inizio del conflitto iraniano, molti di questi impianti avevano operato a ritmi quasi normali su indicazione delle autorità cinesi, che volevano assicurare forniture interne sufficienti.

Il cambio di rotta è arrivato con giugno. La National Development and Reform Commission (NDRC), il pianificatore statale cinese, ha notificato ad alcune raffinerie in perdita che possono ridurre la produzione di carburanti a partire da questo mese, fissando un limite minimo all'80% della media mensile del 2025. Significa che gli impianti più in difficoltà possono tagliare fino al 20% rispetto ai volumi registrati un anno fa.

Due fattori spiegano il cambio di politica. Le perdite operative si sono accumulate perché i prezzi del greggio sono rimasti troppo alti per i margini dei teapot. Le scorte cinesi di greggio e prodotti raffinati restano abbondanti nonostante la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz — in parte grazie anche al calo delle esportazioni cinesi di carburante. Con inventari a livelli confortevoli, le autorità hanno concesso ai raffinatori privati in perdita un margine di manovra che fino a pochi giorni fa non esisteva.

Quanto valgono oggi Iranian Light e ESPO russo

Il rallentamento degli acquisti cinesi ha trascinato il greggio Iranian Light sotto il Brent e compresso il differenziale del russo ESPO. La tabella mostra la variazione dei premi di consegna tra maggio e le quotazioni di giugno 2026.

Greggio iraniano e russo in calo per debole domanda cinese
Barili di petrolio: la domanda cinese in calo pressiona i mercati iraniani e russi. Foto di Waldemar Brandt su Pexels
GradoPremio aprile-maggio 2026Premio/Sconto giugno 2026Variazione
Iranian Light (Shandong)+1/+2 $/barile su ICE Brent-0,50/-1 $/barile su ICE Brentinversione di 1,50-3 $/barile
ESPO russo+4/+5 $/barile su ICE Brent (solo maggio)+3/+4 $/barile su ICE Brent-1 $/barile

Il greggio Iranian Light è passato da premi di 1-2 dollari al barile in aprile e a maggio a sconti di 0,50-1 dollaro per le consegne di giugno in Shandong. Il greggio russo ESPO — il grado preferito dai teapot per logistica e caratteristiche tecniche — ha tenuto meglio: il suo premio sul Brent è sceso dai 4-5 dollari di maggio ai 3-4 dollari per giugno, una perdita di circa un dollaro al barile, contenuta ma uniforme.

La differenza di tenuta tra i due greggi riflette una preferenza tecnica dei raffinatori cinesi per l'ESPO, ma la direzione è identica: entrambi cedono terreno rispetto a un mese fa, con l'Iranian Light che subisce la correzione più brusca.

L'inversione misura $2,25 al barile in poche settimane

Prendendo i punti medi dei range riportati, l'Iranian Light è passato da un premio medio di +$1,50/barile in aprile-maggio a uno sconto medio di -$0,75/barile a giugno: un'inversione di $2,25 al barile in poche settimane, con la produzione iraniana invariata. La correzione dipende quasi interamente dalla domanda.

Questo è il dato strutturale che conta: anche con una crisi di approvvigionamento in Medio Oriente, i teapot cinesi sono abbastanza saturi da non dover comprare. Quando il mercato fisico principale di un prodotto sanzionato smette di fare scorte, il fornitore perde ogni leva di prezzo.

Per la Russia, il calo del premio ESPO si inserisce in un contesto già complicato: come avevamo riportato, il waiver statunitense sulle esportazioni di petrolio russo scade il 17 giugno 2026 dopo tre proroghe consecutive. Le fonti documentano il calo del differenziale sul mercato fisico, ma i dati verificabili su impatto produttivo e cambio rublo-dollaro non erano accessibili al momento della pubblicazione.

Le scorte cinesi abbondanti rendono questo rallentamento meno urgente per Pechino di quanto non sia per i venditori sanzionati: se la NDRC estende la flessibilità produttiva ai teapot in perdita anche oltre giugno 2026, sia Iran che Russia dovranno scegliere tra sconti più profondi e volumi ridotti verso il loro principale sbocco commerciale.

Saudi Aramco avverte: la raffinazione globale è sottofinanziata

Il sistema energetico mondiale ha un punto cieco che la crisi dello Stretto di Hormuz ha reso brutalmente visibile: la raffinazione petrolifera ha accumulato anni di sottoinvestimento strutturale, e la capacità disponibile non regge agli shock. Saudi Aramco ha portato questa analisi al centro del dibattito dichiarando che il settore è stato storicamente sottofinanziato, con il rischio concreto di generare strozzature strutturali nella catena di approvvigionamento globale dei carburanti.

L'India — terzo importatore mondiale di greggio — ha già sperimentato le conseguenze più dirette: quattro rialzi consecutivi dei prezzi dei carburanti durante la crisi dello Stretto di Hormuz, con una domanda compressa al punto che gli analisti di Kpler e Rystad Energy hanno rivisto le stime di crescita per i prodotti raffinati tra il 30% e il 90% in meno rispetto alle previsioni iniziali per il 2026.

La raffinazione: un settore che i capitali hanno abbandonato

Il problema strutturale che Saudi Aramco ha esplicitato non è una novità, ma era rimasto sullo sfondo. Le raffinerie richiedono capitali enormi con orizzonti di ammortamento che si misurano in decenni, in un contesto normativo reso sempre più incerto dalla transizione energetica. Molti investitori istituzionali hanno smesso di allocare risorse su impianti a idrocarburi con lunga vita utile, percepiti come asset a rischio di perdere valore prima dell'ammortamento. Il risultato è un sistema che opera strutturalmente al limite della capacità installata.

Quando la domanda supera le aspettative o eventi geopolitici disturbano i flussi — come la chiusura dello Stretto di Hormuz — le vulnerabilità della catena di fornitura diventano immediatamente operative. I margini di raffinazione elevati in questa fase certificano la scarsità, ma l'alta redditività del settore non si traduce automaticamente in nuovi investimenti: l'orizzonte politico ed energetico resta avverso agli impianti con vita utile pluridecennale.

Il ritorno di Nayara: 400.000 barili al giorno di nuovo attivi

Il 4 giugno 2026, Nayara Energy ha comunicato il completamento del turnaround programmato della sua raffineria di Vadinar, con una capacità di 400.000 barili al giorno. Il riavvio porta un sollievo locale in un mercato indiano dei prodotti raffinati che si era trovato sotto pressione durante il periodo di manutenzione.

Saudi Aramco avverte: raffinazione globale è sottofinanziata
Raffineria di petrolio: la carenza di investimenti globali minaccia la capacità di raffinazione. Foto di Jakub Pabis su Pexels

Nayara opera in un contesto normativo complesso: Rosneft detiene il 49% della società, e le sanzioni europee introdotte nell'estate del 2025 hanno spinto la raffineria a concentrarsi esclusivamente sulla fornitura al mercato domestico, evitando le esportazioni verso l'Europa di carburanti derivati da greggio di origine russa. L'UE ha adottato una politica che vieta l'ingresso di prodotti derivati da greggio russo, restringendo ulteriormente le opzioni commerciali di Nayara. Il ritorno operativo della raffineria potrebbe ora aumentare la competizione per il greggio russo in India, con una finestra temporale stretta: il waiver statunitense per i carichi già caricati scade il 17 giugno 2026.

La domanda cala, ma non per ragioni strutturali

La contrazione della domanda indiana nel 2026 è stata drastica. Come già riportato, Kpler a maggio 2026 aveva ridotto le proprie stime di crescita della domanda di prodotti raffinati in India del 39% — da 128.000 a 78.000 barili al giorno — mentre Rystad Energy aveva tagliato la crescita del gasolio da 50.000-60.000 a soli 4.000-5.000 bpd, una revisione superiore al 90%.

Gli stessi analisti, però, leggono questo rallentamento come ciclico e non strutturale. La distinzione con la Cina è netta: in India la contrazione dipende dai prezzi alti e dalla crisi geopolitica, mentre in Cina le previsioni indicavano già un declino strutturale della domanda stradale di carburanti fossili ancora prima che la crisi con l'Iran esplodesse. Se la domanda indiana tornerà ai livelli tendenziali una volta normalizzata la situazione, il nodo della capacità di raffinazione si ripresenterà intatto.

Analisi: il costo nascosto del sottoinvestimento

Confrontando i dati disponibili, emerge una proporzione che chiarisce la portata del problema. La raffineria di Vadinar ha una capacità di 400.000 bpd, mentre la crescita attesa dell'intera domanda indiana di prodotti raffinati per il 2026 — già ampiamente rivista al ribasso — si è ridotta a 78.000 bpd secondo Kpler. La capacità di un singolo impianto supera di oltre cinque volte l'incremento di domanda previsto per tutto il mercato indiano in un anno: questo rende evidente perché la sua inattività temporanea pesi in modo misurabile sulle condizioni di mercato e contribuisca a spingere i prezzi alla pompa.

Il nodo che Saudi Aramco ha sollevato è esattamente questo meccanismo: tra il greggio estratto e il carburante alla pompa c'è un passaggio obbligato che, se sottodimensionato, trasforma un'abbondanza di greggio in scarsità di prodotti finiti.

Il paradosso strutturale è che i margini di raffinazione elevati — segnale inequivocabile di scarsità — non bastano a sbloccare nuovi investimenti su impianti percepiti dai mercati dei capitali come prossimi al declino. La transizione energetica non è ancora abbastanza rapida da ridurre la domanda di carburanti, ma è già abbastanza presente da bloccare i capitali che servirebbero a soddisfarla.

Petrolio russo: ricavi +32% a maggio, i sussidi ai raffinatori pesano

Le entrate russe da petrolio e gas hanno raggiunto 9,26 miliardi di dollari a maggio 2026, segnando un aumento del 32% su base annuale spinto dai prezzi elevati del greggio. Un risultato apparentemente solido che nasconde un meccanismo corrosivo: i massicci pagamenti statali ai raffinatori russi, destinati a mantenere artificialmente bassi i prezzi interni dei carburanti, riducono le entrate nette disponibili per il bilancio federale. Il Cremlino incassa di più dai mercati esteri, ma trattiene meno di quanto il dato lordo suggerisca.

I sussidi ai raffinatori comprimono le entrate nette del Cremlino

Il +32% registrato a maggio 2026 rispetto allo stesso mese del 2025 descrive l'andamento dei flussi lordi. Applicando il tasso di crescita al valore attuale, le entrate di dodici mesi fa si collocavano intorno a 7 miliardi di dollari: l'incremento assoluto vale quindi circa 2,2 miliardi di dollari al mese su base annuale — una cifra rilevante in termini di pianificazione del bilancio pubblico.

Tuttavia, il calmiere dei prezzi interni impone un costo sistematico. Lo stato russo compensa i raffinatori per la differenza tra i prezzi internazionali e i prezzi calmierati al distributore: un meccanismo di stabilizzazione sociale necessario in contesto di guerra, ma costoso. Quando il Brent sale — con le quotazioni che a giugno 2026 sfiorano 97 dollari al barile — il costo dei sussidi cresce in proporzione. I due fenomeni si muovono in parallelo: prezzi alti gonfiano i ricavi lordi e, allo stesso tempo, aumentano i trasferimenti verso i raffinatori. Le entrate nette effettivamente disponibili per finanziare la spesa pubblica crescono quindi in misura inferiore a quanto il +32% dichiarato lascerebbe supporre.

La deroga americana al petrolio russo scade il 17 giugno

Al Senato americano il tema è diventato una questione politica aperta. Diversi senatori hanno segnalato che il waiver statunitense sta di fatto rafforzando il Cremlino, mentre l'Amministrazione continua a rinnovarlo mese dopo mese.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto davanti alla Commissione Esteri del Senato il 3 giugno 2026, dichiarando che Washington vuole eliminare le deroghe "il prima possibile", pur riconoscendo che la decisione formale spetta al Dipartimento del Tesoro. "Dipende in ultima analisi dal Tesoro, ma le tempistiche dipendono dalle circostanze del momento", ha precisato Rubio prima di chiarire la posizione ufficiale.

Ricavi petroliferi russi salgono del 32% annuo, ma i pagamenti ai raffinatori erodono le entrate federali
Petrolio russo: i ricavi salgono, ma i pagamenti ai raffinatori erodono le entrate federali. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

"Vorremmo porvi fine il prima possibile perché la politica di fondo di questo paese è stata sanzionare il loro petrolio. Si tratta di deroghe a tempo per aprire maggiore offerta globale", ha dichiarato il Segretario di Stato. Ha poi aggiunto: "Le deroghe per il petrolio russo sono state una decisione. La politica di fondo rimane quella delle sanzioni. Ciò che è cambiato sono queste estensioni temporanee per tentare di alleviare la disruption globale."

La deroga attuale scade il 17 giugno 2026 — terza proroga di un waiver inizialmente concesso a metà marzo 2026, quando la chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato la peggiore crisi degli approvvigionamenti nella storia dei mercati petroliferi. In questo arco di tempo, la Russia si è consolidata come principale fornitore di greggio all'India in aprile e maggio. Gli acquirenti indiani hanno intensificato le importazioni di petrolio russo sfruttando la continuità della deroga — un accesso privilegiato che ha anche alleggerito la pressione sulla bilancia delle forniture asiatiche. Il cambio di direzione è netto rispetto ai mesi precedenti, quando Washington aveva esercitato pressione su Nuova Delhi per ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

La doppia vulnerabilità del bilancio russo

I dati di maggio raccontano una Russia che beneficia di due fattori favorevoli contemporanei: prezzi elevati che gonfiano i ricavi lordi e accesso privilegiato ai mercati asiatici garantito da un quadro normativo temporaneo. Entrambi hanno un orizzonte incerto.

Sul fronte interno, i sussidi ai raffinatori sono strutturalmente legati ai prezzi internazionali: più il Brent sale, più crescono. Sul fronte estero, Rubio ha qualificato esplicitamente le deroghe come misura "a tempo" — senza escludere una quarta proroga mensile, ma senza garantirla.

Per i raffinatori indiani, che hanno costruito le proprie catene di approvvigionamento attorno a questa finestra normativa, una chiusura improvvisa del waiver richiederebbe una riconfigurazione rapida dei flussi in un mercato già sotto pressione. Per Mosca significherebbe perdere accesso al suo principale acquirente asiatico in un colpo solo — un rischio che il dato mensile di 9,26 miliardi non cattura.

La vera incognita del bilancio russo non è il +32% di maggio: è la tenuta del meccanismo nella seconda metà del 2026, quando sia i sussidi interni sia la politica americana delle sanzioni potrebbero muoversi in direzioni sfavorevoli alla stessa velocità.