Un miliardo di barili eliminati dall'offerta globale in appena due mesi e mezzo. Il conto della crisi dello Stretto di Hormuz è già pesantissimo, e un'eventuale riapertura immediata non basterebbe a normalizzare i mercati per diversi mesi. JPMorgan prevede che il Brent resti stabilmente oltre i 100 dollari per gran parte del 2026, mentre i segnali di stress si moltiplicano: dalle raffinerie indipendenti cinesi che tagliano la produzione alle scorte asiatiche che si consumano a ritmo accelerato.
Aramco: riaprire Hormuz non significa normalizzare il mercato
Anche se i tanker potessero tornare a transitare liberamente per lo Stretto domani mattina, i mercati petroliferi non tornerebbero alla normalità prima di diversi mesi. Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, ha dichiarato a Reuters che "riaprire le rotte non equivale a normalizzare un mercato privato di circa un miliardo di barili di petrolio". Le conseguenze logistiche — navi bloccate, carichi congelati, scorte nazionali ormai in parte esaurite — si protraggono ben oltre la riapertura fisica del passaggio.
Il danno cumulato è enorme. Secondo Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies, le scorte globali di idrocarburi scendono a un ritmo compreso tra 10 e 13 milioni di barili al giorno per compensare il deficit. Wael Sawan, CEO di Shell, ha usato una metafora diretta parlando agli analisti nella call sui risultati del primo trimestre 2026: "We have dug ourselves a hole of close to 1 billion barrels of crude shortage at the moment, either because of locked in barrels or unproduced barrels, and of course, that hole is deepening every single day. The journey back will be a long one." Anche con Hormuz riaperto resterebbe un ritardo di uno-due mesi prima che i flussi tornassero alla normalità, secondo Darren Woods, CEO di ExxonMobil, intervenuto nella call Q1 2026.
Nel frattempo, Aramco ha portato il suo gasdotto Est-Ovest alla capacità massima di 7 milioni di barili al giorno, dirottando le esportazioni verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Una risposta operativa rilevante, ma non sufficiente a compensare il volume totale delle perdite accumulate da fine febbraio 2026.
Le raffinerie teapot cinesi cedono sotto i margini compressi
L'Asia è il continente più esposto alla crisi: dipende per il 65% dall'import medio-orientale e rischia tagli alle lavorazioni di greggio fino a 6 milioni di barili al giorno nel solo mese di aprile 2026. La Cina è relativamente più protetta rispetto ai vicini — ha accumulato scorte stimate intorno a un miliardo di barili negli ultimi due anni — ma anche Pechino mostra i segni della pressione.
Le raffinerie indipendenti cinesi, note come teapot, hanno ridotto i tassi operativi medi nella provincia dello Shandong al 50%, dal 55% registrato ad aprile 2026. Le perdite stimate variano tra 74 e 88 dollari per tonnellata di greggio lavorato. Le autorità cinesi avevano ordinato ai raffinatori privati di mantenere alta la produzione di benzina e diesel anche in perdita, pena la riduzione delle quote di importazione nei trimestri successivi. La pressione sui conti è però diventata insostenibile: "Senza tagliare la produzione, le perdite non sono sopportabili", ha dichiarato una fonte del settore a Reuters. I dati doganali di aprile 2026 confermano il quadro, con le importazioni di greggio in calo netto rispetto ai mesi precedenti.
Il riassestamento dei flussi commerciali e il ritorno del carbone
La crisi sta accelerando una redistribuzione dei volumi commerciali con effetti che si protrarranno oltre il conflitto. Gli esportatori di greggio dal Golfo del Messico hanno aumentato le spedizioni in misura tale da spingere verso l'alto le stime sulla capacità effettiva dei terminal portuali americani — infrastrutture che fino a pochi mesi fa sembravano sottoutilizzate. Il Brasile si è affermato come fornitore di emergenza per diversi mercati asiatici, ridisegnando rotte logistiche che richiedono settimane di navigazione aggiuntive rispetto al transito per Hormuz.
Sul fronte dei sostituti energetici, la domanda globale di carbone è balzata in modo significativo: centrali elettriche e industrie stanno compensando parte del deficit di idrocarburi con combustibili solidi, invertendo una tendenza pluriennale verso la decarbonizzazione. Un effetto collaterale che rischia di avere ricadute tangibili sugli impegni climatici internazionali assunti prima del conflitto.
Perché questo shock è diverso dai precedenti
Un mercato petrolifero tenuto in equilibrio da scorte strategiche e rotte alternative al limite della capacità è un mercato fragile. Il Brent a quota 105 dollari del 12 maggio 2026 non rispecchia ancora l'impatto pieno della disruption: l'offerta sostitutiva ha finora tamponato il deficit, ma le riserve hanno un limite fisico. Per le economie asiatiche importatrici nette — India, Corea del Sud, Giappone — ogni settimana di chiusura dello Stretto si traduce in pressione sulle riserve valutarie e in inflazione importata difficilmente assorbibile nel breve termine.
Il dato strutturale che emerge è che il mercato petrolifero globale aveva trattato la sicurezza del transito per Hormuz come un'invariante. Non lo è più. Anche quando il traffico riprenderà, ricostruire la fiducia degli operatori in quella rotta richiederà un tempo comparabile a quello necessario per ripristinare le scorte fisiche — probabilmente più lungo della guerra stessa.