Russia: crisi benzina e diesel, governo studia il ban all’export

Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno innescato una crisi energetica che attraversa tutta la Russia, dalla Siberia ai mercati centrali. Il governo sta valutando un ban completo alle esportazioni di diesel — una misura straordinaria che rivela quanto profondamente i raid abbiano intaccato la logistica dell'intera filiera.

La disruption si estende dalla Siberia al cuore del paese

La carenza di carburante non è localizzata: coinvolge diverse regioni del paese, incluse alcune aree siberiane, le più lontane dalle zone di conflitto. Benzina e diesel scarseggiano nei punti vendita mentre i prezzi salgono. La crisi mostra che il problema non riguarda solo la capacità produttiva delle singole raffinerie colpite, ma l'intera rete di distribuzione.

Gli attacchi hanno già ridotto la capacità di raffinazione di impianti legati a Gazprom Neft e Taneco — una riduzione che si sta ora traducendo in carenza strutturale sul mercato interno.

Crisi carburante Russia dopo attacchi raffinerie ucraine
Raffineria di petrolio con oleodotti a Trzebinia, Polonia. Foto di Jakub Pabis su Pexels

Il ban all'export di diesel come misura d'emergenza

Il vicepremier Alexander Novak ha dichiarato martedì, in una riunione di governo presieduta da Putin, che il governo sta valutando un blocco totale delle esportazioni di diesel per frenare l'emorragia di prodotto verso i mercati esteri e stabilizzare le scorte nazionali. Novak ha riconosciuto che la situazione del mercato carburanti russo era «non semplice», pur insistendo che restava sotto controllo. Si tratta di un'inversione significativa per un paese che storicamente esporta grandi quantità di prodotti petroliferi raffinati: lo stesso Novak, appena il 4 giugno a margine del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, aveva escluso la necessità immediata di un ban generalizzato, pur lasciando aperta la possibilità in caso di ulteriore deterioramento delle condizioni di mercato.

Secondo il quotidiano russo Vedomosti, le autorità stanno valutando anche importazioni di carburante e sussidi sui prodotti importati per calmierare i prezzi interni.

Un ban all'export protegge le scorte interne ma taglia le entrate valutarie in un momento in cui l'economia è già sotto pressione. Gli attacchi alle raffinerie hanno trasformato l'autosufficienza energetica russa — storicamente un punto di forza — in una vulnerabilità concreta, con effetti che si misurano adesso ai distributori.

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Hormuz si sblocca: Brent a 76,81 dollari, il mercato conta i transiti

Ogni petroliera che attraversa lo Stretto di Hormuz spinge i prezzi del greggio verso il basso. Martedì 23 giugno il Brent è sceso dell'1,4% a 76,81 dollari al barile — prosecuzione di un crollo già superiore al 3% nella seduta precedente — dopo che i dati di tracciamento navale hanno confermato il passaggio di due tanker con quasi 2 milioni di barili nella giornata di lunedì. Il mercato tratta ogni transito come un segnale in tempo reale sia dei flussi fisici sia dello stato delle trattative diplomatiche.

Il traffico riprende dopo le turbolenze di domenica

I flussi attraverso lo Stretto avevano rallentato domenica per i timori legati al transito sicuro dei natanti. Lunedì la situazione si è invertita. Neil Crosby, responsabile della ricerca di Sparta Commodities, ha segnalato che «i transiti negli ultimi giorni sono aumentati nettamente» e che il mercato li legge come proxy «sia per il petrolio fisico sia, forse, per quello cartaceo, e per i progressi diplomatici». Gli analisti di ING hanno sintetizzato l'effetto: «l'aumento graduale dei flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz continua a pesare sul mercato».

Il contesto di fondo rimane teso. Tehran aveva dichiarato chiuso il passaggio strategico, e il presidente statunitense Donald Trump aveva minacciato di riavviare il conflitto se l'Iran avesse ostacolato il traffico marittimo. La ripresa dei transiti ha ridimensionato quei rischi ma non li ha azzerati.

Stretto di Hormuz: flussi petroliferi in rialzo durante la crisi Iran-USA
Petroliera vista dall'alto in navigazione nel Mediterraneo. Foto di DeLuca G su Pexels

Il waiver da 60 giorni non basta a fugare i dubbi

Lunedì Washington ha concesso a Teheran un waiver alle sanzioni di 60 giorni a seguito dei colloqui di pace iniziali — la principale ragione del calo superiore al 3% registrato nella seduta. Lo scetticismo strutturale, però, rimane diffuso. Tim Waterer, analista capo di KCM Trade, ritiene che «la profonda sfiducia tra Washington e Teheran suggerisce che qualsiasi ritorno ai prezzi pre-guerra sarà probabilmente ritardato piuttosto che immediato».

Sul fronte delle scorte, i dati governativi statunitensi mostrano che la Strategic Petroleum Reserve è scesa a 331,2 milioni di barili, il livello più basso dal giugno 1983, effetto diretto dell'assottigliamento delle forniture durante la crisi.

Cosa segnalano i prezzi all'analista

Il WTI martedì ha ceduto l'1,2% a 72,99 dollari al barile. Calcolando a ritroso dal dato comunicato martedì, il Brent a 76,81 dollari è sceso di 1,09 dollari rispetto alla chiusura di lunedì attorno a 77,90 dollari — a sua volta già in ribasso di oltre il 3% dalla vigilia. Due sedute consecutive di cali confermano che il mercato sta aggiornando i prezzi transito per transito. Come avevamo riportato, il 22 giugno aveva già segnato il massimo giornaliero di petrolio iraniano uscito da Hormuz dall'inizio del conflitto: che i prezzi cedano anche in quello scenario indica che per il mercato la domanda non è più «se i flussi riprenderanno» ma «quanto a lungo reggeranno». Il waiver da 60 giorni è il perimetro entro cui questa risposta dovrà formarsi, con le riserve strategiche statunitensi già ai minimi dal 1983 come sfondo.

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Iran: 6 milioni di barili escono da Hormuz, record da inizio guerra

Tre superpetroliere con 6 milioni di barili di greggio hanno attraversato lo Stretto di Hormuz nella mattinata di lunedì 22 giugno 2026: il quantitativo giornaliero più alto di petrolio iraniano uscito in aperto dal porto di Kharg Island dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio. L'Iran non attende che la situazione diplomatica si stabilizzi — sta liberando i barili bloccati dal cordone navale americano degli ultimi due mesi alla velocità più alta mai registrata dall'apertura delle ostilità.

Le tre navi puntano su Singapore

Le superpetroliere navigavano con AIS attivo, dichiarando come destinazione le acque al largo di Singapore: area nota per i trasbordi da nave a nave che precedono la consegna finale alle raffinerie indipendenti cinesi, i cosiddetti teapot. Navigare con identificativo visibile, anziché "dark", è un cambio di registro rispetto alle abitudini degli ultimi mesi: segnala che l'Iran considera il corridoio di Hormuz praticabile alla luce del sole.

La pressione commerciale accumulata spiega la velocità. Come avevamo riportato, il 18 giugno 2026 un memorandum aveva garantito il transito libero per sessanta giorni; il 19 giugno una prima nave era stata tra le prime ad attraversare lo stretto dopo l'accordo. Il flusso del 22 giugno rappresenta la prima vera accelerazione in volume.

Riapertura Hormuz: petrolio iraniano e traffico riprendono
Una petroliera al largo delle coste italiane. Foto di DeLuca G su Pexels

Armatori occidentali ancora cauti

Il recupero non procede in modo uniforme. Gli armatori e le assicurazioni occidentali mantengono una posizione attendista: i segnali sulla reale sicurezza della rotta sono ancora considerati contraddittori. La risposta è stata più rapida tra gli operatori asiatici, già attivi nel mercato del greggio iraniano, rispetto alle flotte europee e americane.

Nel frattempo, Kuwait ha offerto caricamenti di greggio del Golfo ai produttori che cercano uno sbocco via Hormuz, e petroliere indiane sono ricomparse nella zona dello stretto, confermando un ritorno graduale al traffico ordinario.

Tre superpetroliere e una domanda aperta

I 6 milioni di barili spostati lunedì sono la prova concreta che l'Iran ha ancora la capacità logistica per riprendere i volumi pre-blocco. Se questo ritmo si mantiene, il deficit di esportazioni accumulato nelle settimane di blocco navale potrebbe essere assorbito in tempi brevi.

Il vincolo rimane il quadro diplomatico: i negoziati tra Stati Uniti e Iran su un accordo di pace duraturo sono in corso, ma il memorandum del 18 giugno copre solo sessanta giorni. Se l'intesa regge, tre superpetroliere in una mattina potrebbero rivelarsi l'inizio di un cambiamento strutturale nei flussi del Golfo Persico.

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Hormuz: la riapertura dipende da Libano e waivers USA

Il memorandum del 18 giugno 2026 che ha garantito il transito libero attraverso lo Stretto di Hormuz per sessanta giorni regge su due condizioni esterne: la tenuta della tregua in Libano e il mantenimento dei waivers commerciali USA sulle esportazioni iraniane. Entrambe sfuggono alla diretta influenza delle parti firmatarie, e qualunque deterioramento su questi fronti può tradursi immediatamente in nuovi blocchi al passaggio delle petroliere.

Waivers USA e tregua in Libano: le due condizioni

L'apertura di Hormuz non è il risultato di un accordo tecnico-marittimo autonomo: dipende da equilibri politici regionali e da una scelta discrezionale di Washington. I waivers commerciali consentono alle esportazioni iraniane di raggiungere i mercati internazionali; la tregua in Libano è la condizione politico-militare implicita. Entrambe sono reversibili nel breve periodo.

Goldman Sachs stima un recupero massimo al 70% dei livelli pre-conflitto — il 30% rimanente rappresenta un deficit che gli operatori già scontano come strutturale, segno che il mercato non tratta l'accordo dei sessanta giorni come una soluzione permanente.

Condizioni geopolitiche e waivers per la riapertura dello Stretto di Hormuz
Navi da carico ancorate sull'oceano, viste dall'alto. Foto di Jeffry Surianto su Pexels

Premi assicurativi marittimi sotto pressione

I premi assicurativi marittimi restano elevati nonostante il transito sia tecnicamente ripreso il 19 giugno 2026 con l'attracco della petroliera GNL Disha a Dahej. L'instabilità strutturale si riflette nei costi di copertura: il mercato sconta la possibilità di nuove interruzioni prima della scadenza dei sessanta giorni.

Prima dello sblocco, oltre quaranta petroliere con 80 milioni di barili attendevano in rada: un'esposizione che ha mostrato quanto sia vulnerabile l'approvvigionamento globale a un singolo collo di bottiglia geopolitico.

L'accordo scade intorno al 17 agosto 2026 — sessanta giorni dal memorandum — e con due condizioni esterne che possono cambiare indipendentemente dalla volontà delle parti, ogni negoziato tra Washington e Teheran o ogni escalation in Libano diventa un evento a impatto diretto sui mercati energetici.

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Russia raziona benzina a Mosca: produzione -25% dopo i droni ucraini

La Russia raziona il carburante nella propria capitale. Dopo mesi di attacchi sistematici alle infrastrutture petrolifere, la produzione di benzina è crollata del 25% a giugno 2026, e i distributori di Mosca hanno introdotto limiti agli acquisti per i clienti. Una potenza che ha costruito la propria influenza globale sull'export di idrocarburi si trova ora a importare benzina dall'Asia.

La raffineria di Gazprom Neft: il colpo al cuore dell'approvvigionamento di Mosca

L'attacco ucraino alla raffineria di Gazprom Neft a Mosca ha eliminato fino al 40% dell'approvvigionamento di carburante della capitale. Sommando i danni all'impianto Taneco di Tatneft, i raid hanno rimosso complessivamente circa 600.000 barili al giorno di capacità di raffinazione. Il nodo non è la produzione di greggio: la Russia continua a estrarne milioni di barili ogni giorno. Il problema è a valle — raffinare quel greggio in benzina e diesel dopo che le infrastrutture di lavorazione sono state colpite ripetutamente.

Attacchi ucraini alle raffinerie russe: gasoline in calo del 25%, razionamento a Mosca
Pompa di benzina al tramonto in Austria. Foto di Michael Pointner su Pexels

Prezzi in rialzo da cinque settimane, acquisti contingentati ai distributori

Nei punti vendita di Rosneft, Lukoil, Tatneft e altri grandi operatori sono scattati i limiti agli acquisti per i clienti. I prezzi del carburante salgono da cinque settimane di fila, a un ritmo circa doppio rispetto all'inflazione generale. Il Cremlino ha risposto abbassando gli standard qualitativi dei carburanti, reindirizzando le forniture verso i consumatori prioritari e vietando le esportazioni di benzina fino alla fine di luglio 2026 per trattenere prodotto in patria. Nel frattempo, la Russia importa benzina attraverso i porti occidentali dall'Asia: una svolta strutturale per un paese che per decenni ha rifornito di idrocarburi mezzo mondo.

La vulnerabilità che i pozzi non possono correggere

Il caso russo mette in luce una frattura strutturale: la capacità estrattiva e quella di raffinazione sono vulnerabili in modo radicalmente diverso. Sottrarre 600.000 barili al giorno di lavorazione — la somma delle due raffinerie colpite — produce effetti immediati sul mercato interno, indipendentemente da quante estrazioni continuino. La riunione di crisi presieduta dal vice premier Alexander Novak per discutere la situazione del mercato domestico segnala che il governo federale non considera questo un problema congiunturale.

La campagna ucraina di colpire la raffinazione invece dell'estrazione ha trovato il punto di rottura di un sistema energetico che sembrava impenetrabile: non i pozzi, ma la catena tra greggio e pompa di benzina.

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Petrolio iraniano oltre il blocco USA: 4,8 milioni di barili già in mare

L'Iran ha già scelto il tempo: tre tanker della National Iranian Tanker Company (NITC) hanno attraversato il blocco navale americano prima ancora della cerimonia di firma prevista venerdì a Ginevra. Tehran punta a tradurre l'accordo in volumi commerciali prima che i 60 giorni di negoziati nucleari possano ridurre i margini di manovra.

I supertanker Diona e Hero2 aprono la rotta

I VLCC Diona e Hero2 della NITC hanno superato il perimetro del blocco USA trasportando complessivamente 3,8 milioni di barili di greggio iraniano, secondo dati AIS confermati da immagini satellitari elaborate da TankerTrackers.com. Si tratta, precisa il servizio di tracciamento, delle prime esportazioni di petrolio greggio iraniano da due mesi.

Un terzo tanker tracciato da Kpler ha lasciato la linea del blocco mercoledì 17 giugno con 1 milione di barili. La petroliera Stream della NITC si avvicina al blocco proveniente dalla zona economica esclusiva del Pakistan, dove aveva stazionato per sette settimane. Il VLCC Dan — rimasto silente nell'area dell'arcipelago di Riau dal 23 maggio — è ora in rotta verso l'Iran per il carico.

Accordo USA-Iran e riapertura dello Stretto di Hormuz
Petroliera naviga nel Mediterraneo al largo di Vado Ligure. Foto di DeLuca G su Pexels

"L'Iran non sta perdendo tempo nel rimettere in circolo le proprie petroliere", ha dichiarato Michelle Wiese Bockmann, senior maritime intelligence analyst di Windward.

Perché l'Iran brucia i tempi

Come avevamo riportato, il memorandum quadro firmato il 15 giugno 2026 apre 60 giorni di negoziati su nucleare, sanzioni e sicurezza regionale. Stando a persone informate sui dettagli citate dal Wall Street Journal, l'accordo che sarà formalizzato venerdì consente a Tehran di riprendere le vendite di petrolio e carburante immediatamente alla firma — non al termine dei negoziati.

Sommando i carichi documentati — 3,8 milioni di barili sui due VLCC della NITC più il milione tracciato da Kpler — i volumi già confermati in transito si attestano a 4,8 milioni di barili nelle prime ore successive all'annuncio dell'intesa. La petroliera Stream era ferma in Pakistan da sette settimane; il Dan era silente dal 23 maggio vicino all'arcipelago di Riau: la velocità di dispiegamento non è improvvisazione, ma esecuzione di una posizione pianificata in attesa del segnale politico.

Ogni barile esportato prima che i 60 giorni di negoziati producano nuove condizioni è un ricavo che non dipende dall'esito dei tavoli. Per i mercati energetici, la firma di venerdì a Ginevra non segna l'inizio del flusso iraniano — lo ratifica.

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Hormuz: due petroliere invertono rotta e puntano a Fujairah

Ancora prima che lo Stretto di Hormuz sia formalmente riaperto, il mercato tanker ha già deciso. Due navi cisterna che navigavano verso l'Africa hanno cambiato destinazione il 17 giugno 2026, dirette a Fujairah, il porto degli Emirati Arabi Uniti posizionato all'imbocco dello Stretto. È una mossa che traduce in spostamenti fisici di flotta ciò che il memorandum quadro USA-Iran del 15 giugno aveva segnalato sul piano diplomatico: la finestra si sta riaprendo, e chi vuole caricare greggio dal Golfo non aspetta il via libera ufficiale.

Un Suezmax diretto in Gabon e un VLCC verso il Sudafrica: entrambi virano

Le due navi sono di classi diverse. La prima è un Suezmax, originariamente diretto in Gabon: ora segnala Fujairah come destinazione. La seconda è un Very Large Crude Carrier (VLCC), inizialmente in rotta verso il Sudafrica, anch'essa virata verso lo stesso porto emiratino. I movimenti emergono da dati di tracciamento navale riportati da Bloomberg.

Fujairah si trova appena fuori dallo Stretto di Hormuz: posizionarsi lì adesso significa essere pronti a caricare greggio non appena il corridoio sarà dichiarato percorribile in sicurezza.

La prudenza del più grande operatore mondiale di petroliere

Non tutti gli operatori del settore condividono questo ottimismo preventivo. Jotaro Tamura, amministratore delegato di Mitsui OSK Lines, ha dichiarato al Financial Times che un ritorno sicuro richiederà "almeno qualche settimana, se non un mese". Tamura è netto sulle condizioni: "Non basta un semplice accordo tra i paesi coinvolti: deve essere concreto e tradursi nelle condizioni reali lungo lo Stretto di Hormuz, affinché le compagnie di navigazione possano sentirsi al sicuro nel passarci."

Petroliere cambiano rotta verso il Medio Oriente per la riapertura di Hormuz
Una petroliera al largo della Liguria. Foto di DeLuca G su Pexels

Posizione diversa da Lars Barstad, amministratore delegato di Frontline: "Sono molto ottimista: nel momento in cui la situazione cambierà e USA e Iran avranno raggiunto un'intesa — quantomeno per non attaccare le navi — i transiti riprenderanno rapidamente."

Il 18% della capacità normale: quanto pesa il gap da colmare

Come avevamo riportato, al momento della firma del memorandum quadro del 15 giugno 2026 lo Stretto operava a 25 transiti giornalieri contro i 140 pre-conflitto — meno del 18% della capacità normale. Il posizionamento preventivo delle due petroliere a Fujairah è coerente con questa dinamica: gli operatori con maggiore appetito al rischio si collocano vicino al Golfo per accorciare i tempi di reazione; chi ha flotte più esposte preferisce aspettare garanzie concrete.

La divergenza tra Tamura (settimane di attesa) e Barstad (ripresa immediata) non è una questione di stile comunicativo: riflette strutture di costo e profili di rischio genuinamente diversi tra i due operatori. Per i raffinatori asiatici che pianificano l'approvvigionamento di luglio, la differenza tra uno scenario di due settimane e uno di un mese è operativamente rilevante.

Il primo convoglio commerciale che attraversa Hormuz senza incidenti sarà il segnale concreto che entrambe le posizioni stavano attendendo.

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QatarEnergy: 9 tanker verso il Golfo, 50% dell’LNG entro luglio

Il Qatar non aspetta che Hormuz riapra formalmente: QatarEnergy ha già avviato il riposizionamento della propria flotta e comunicato ai clienti di poter recuperare il 50% della capacità produttiva di GNL entro un mese dalla ripresa dei transiti sicuri nello Stretto. Dal 28 febbraio 2026, giorno in cui è iniziata la guerra con l'Iran, il secondo maggiore esportatore mondiale di GNL non muove un tanker nel Golfo Persico — quasi quattro mesi di export congelato che pesano direttamente sui ricavi statali qatarioti.

La flotta si riposiziona: quattro mesi di stop si chiudono

Sono almeno nove le unità complessivamente mobilitate in pochi giorni. Almeno quattro tanker qatarioti hanno ripreso la rotta verso Ras Laffan — il complesso GNL del Qatar nel Golfo Persico — e un quinto è in navigazione verso la regione. Altre quattro navi cisterna stazionano nel Golfo dell'Oman, pronte a transitare lo Stretto di Hormuz verso le strutture di esportazione non appena il corridoio sarà sicuro. La somma 4+1+4 è la misura più concreta dell'accelerazione che Doha ha deciso di imprimere.

Il posizionamento anticipato riduce al minimo l'intervallo tra riapertura e primo carico: senza navi già in posizione nel Golfo, ogni giorno dopo il via libera è fatturato perduto.

Qatar riavvia la produzione LNG dopo la riapertura di Hormuz
Grande nave cisterna illuminata di notte in porto, utilizzata per il trasporto marittimo nel settore energetico. Foto di abdo alshreef su Pexels

Il piano in due fasi: 50% in un mese, 80% in due

QatarEnergy ha comunicato ai clienti un cronoprogramma articolato in due stadi. Entro il primo mese dalla ripresa della navigazione sicura: recupero del 50% della capacità produttiva. Entro il secondo mese: recupero dell'80%. La base di partenza è compressa: la società aveva ridotto la produzione già ai primi di marzo 2026, prima che i missili iraniani colpissero un impianto di liquefazione a metà dello stesso mese.

Il restante 20% non è recuperabile nel breve periodo. I danni strutturali richiederanno anni di riparazioni — scenario che QatarEnergy aveva già segnalato sin da marzo. Il memorandum USA-Iran ha avviato formalmente la fase di riapertura, ma la tenuta dell'accordo nelle prossime settimane rimane la variabile su cui dipende l'intera tabella di marcia.

Per il mercato globale del GNL, l'implicazione concreta è una sola: Qatar tornerà come fornitore di riferimento, ma con una capacità strutturalmente ridotta del 20% rispetto ai volumi pre-conflitto — e questa riduzione si misurerà in anni, non in settimane.

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Russia abbassa gli standard sui carburanti per evitare le carenze

Mosca ha deciso di ridurre i criteri di qualità dei carburanti pur di scongiurare carenze nella distribuzione interna. La notizia, riferita il 15 giugno 2026 dal quotidiano russo Kommersant e ripresa da Reuters, documenta le difficoltà logistiche che stanno colpendo il settore petrolifero russo.

Una misura d'emergenza per tenere i rifornimenti

Abbassare gli standard di qualità permette di allargare il bacino di prodotto disponibile, includendo carburanti che altrimenti non sarebbero conformi alla normativa vigente. La Russia ha scelto questa strada per tamponare un deficit di approvvigionamento che, senza interventi, rischierebbe di tradursi in carenze visibili sul mercato interno.

La misura non risolve le cause di fondo. Il settore petrolifero russo si trova sotto pressione per effetto combinato di sanzioni internazionali e danni alle infrastrutture causati da attacchi — una dinamica ampiamente documentata da agenzie di stampa e osservatori del settore energetico — e ridurre i criteri di qualità rappresenta una risposta tattica, non una soluzione strutturale.

Russia allenta gli standard di qualità dei carburanti per evitare carenze
Veduta di una grande raffineria petrolifera con complessi sistemi di tubazioni. Foto di Jakub Pabis su Pexels

Difficoltà logistiche che si sommano a un contesto internazionale difficile

La scelta di allentare i criteri di qualità rivela la profondità delle difficoltà logistiche del settore petrolifero russo. Privilegiare la continuità della distribuzione accettando compromessi qualitativi è un segnale di quanto lo spazio di manovra si sia ristretto.

Il contesto internazionale non aiuta. Le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz hanno esercitato pressione sulla catena di approvvigionamento mondiale, contribuendo a comprimere i flussi globali di greggio. Le difficoltà interne russe si inseriscono in un quadro in cui l'offerta è sotto pressione su più fronti simultaneamente.

Se la misura serve a garantire la distribuzione nel breve periodo, è anche la conferma che le pressioni esterne stanno producendo effetti concreti sulla capacità produttiva e logistica del paese.

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Stretto di Hormuz: l’accordo USA-Iran fa crollare il petrolio del 4%

I mercati petroliferi hanno prezzato la pace prima ancora della firma: l'annuncio del presidente Donald Trump di un'intesa con l'Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz — chiuso da oltre 100 giorni — ha fatto cedere il Brent del 3,95% a 83,88 dollari al barile nelle prime contrattazioni asiatiche di lunedì 15 giugno 2026, con il WTI che ha perso il 4,62% a 80,96 dollari. Il crollo mostra che i prezzi del petrolio incorporavano un forte premio di incertezza geopolitica, non solo una perdita reale di flussi fisici.

I termini del memorandum: sanzioni sospese e 24 miliardi sbloccati

L'intesa, rilanciata domenica sera da Trump sui social con le parole "il petrolio fluirà", prevede una cerimonia di firma formale in Svizzera venerdì 20 giugno. Il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha confermato che il testo del memorandum è stato finalizzato. Pakistan e Qatar, i due mediatori principali, hanno anch'essi certificato l'accordo.

I dettagli, diffusi dall'agenzia semi-ufficiale iraniana Mehr News Agency citando una fonte vicina al team negoziale, includono:

Accordo USA-Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz: crollo dei prezzi petroliferi
Navi cargo nel Bosforo, centro cruciale dei traffici marittimi globali. Foto di Fatih Özkan su Pexels
  • La sospensione delle sanzioni sul petrolio iraniano
  • Il rilascio di 24 miliardi di dollari di fondi congelati, con 12 miliardi disponibili prima dell'avvio delle trattative nucleari formali
  • La fine della guerra in Libano
  • L'impegno dell'Iran a non sviluppare armi nucleari
  • Una tregua di 60 giorni durante la quale l'Iran potrà riprendere le esportazioni di greggio

Il raid israeliano che ha quasi affossato tutto

L'intesa è stata quasi bloccata nelle ultime ore da un attacco aereo israeliano nel sud di Beirut. Trump ha risposto immediatamente, dichiarando che l'attacco "non avrebbe dovuto accadere" e chiedendo che "tutte le parti abbassino le armi". I negoziati hanno retto, ma i mercati restano esposti fino a quando lo Stretto non sarà bonificato dalle mine, il documento sarà firmato e i flussi commerciali riattivati. Una nave LNG si sta già avvicinando a Hormuz in anticipo sulla riapertura.

Il petrolio giù del 15% dal picco: come leggere la correzione

Dai massimi di metà maggio, il WTI ha accumulato una correzione significativa; rispetto alla chiusura dell'11 giugno (95,47 dollari, giorno dell'annuncio della chiusura dello Stretto), la discesa al livello attuale di 80,96 dollari rappresenta un ritracciamento di 14,51 dollari (-15,2%) in quattro sedute. La velocità della discesa conferma che gran parte del rincaro da aprile non rifletteva la perdita fisica di barili, ma la difficoltà dei trader nel quantificare il rischio di un conflitto senza precedenti recenti.

Se la firma del 20 giugno regge e la bonifica dello Stretto procede senza interruzioni, il mercato dovrà anche scontare il rientro del greggio iraniano durante la tregua di 60 giorni: un'offerta aggiuntiva che potrebbe spingere ulteriormente i prezzi verso il basso nel breve termine.

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