Stretto di Hormuz: crollo del traffico navale a 9 navi dopo gli attacchi USA-Iran

Il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz è collassato a livelli mai registrati dall'inizio del conflitto: solo 57 attraversamenti in tre giorni tra il 10 e il 12 luglio 2026, con una media giornaliera di appena 19 navi contro le 38 del periodo precedente. Il dato peggiore è arrivato domenica 12 luglio, quando in 12 ore sono state contate soltanto 9 navi in transito. Lo Stretto che in tempo di pace smaltiva circa 130 passaggi al giorno è diventato un collo di bottiglia strangolato dalla guerra, con effetti immediati sul prezzo del petrolio: il Brent ha chiuso la seduta del 13 luglio a 83,54 dollari al barile, un balzo del 10,76% in un solo giorno.

Il paradosso è che gli Stati Uniti, entrati nel conflitto come "garanti della sicurezza" nella via d'acqua più strategica del pianeta, si trovano oggi a gestire una situazione in cui il transito è di fatto sotto il controllo iraniano. Tutti i 57 attraversamenti registrati tra il 10 e il 12 luglio sono avvenuti nel canale iraniano: il canale meridionale omanita, quello che avrebbe dovuto garantire un passaggio sicuro al di fuori delle acque territoriali di Teheran, è bloccato con efficacia.

Il blocco navale di Trump e la risposta dell'Iran

Il presidente americano Donald Trump ha notificato al Congresso un'azione militare rinnovata contro l'Iran, annunciando un blocco navale e una tariffa del 20% sul valore del carico per ogni nave in transito. Una misura presentata come strumento di pressione economica che ha immediatamente scatenato reazioni a catena tra operatori marittimi e mercati.

Poche ore dopo, il tycoon ha corretto la rotta con un messaggio su Truth Social in cui sosteneva che «il petrolio scorre come mai prima d'ora, grazie alla straordinaria potenza delle Forze Armate degli Stati Uniti» e che lo Stretto sarebbe rimasto aperto a tutto il traffico tranne a quello iraniano. La tariffa del 20% veniva sostituita da accordi commerciali con gli Stati del Golfo.

I numeri raccontano una realtà opposta. Il Brent è schizzato a 85 dollari al barile dopo l'annuncio del blocco, con un rialzo del 2,8%, mentre il WTI veniva scambiato a circa 80 dollari. Sul fronte militare, il Comando Centrale USA ha lanciato una terza ondata di attacchi contro obiettivi iraniani sulle isole di Kish, Qeshm e Bumusi, oltre che nella città portuale di Bandar Abbas.

La risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) è stata immediata e su larga scala: basi americane colpite in Giordania, Bahrein e Kuwait. Alla base aerea di King Faisal sono arrivati quattro missili balistici con impatto diretto; a Sheikh Isa, in Bahrein, sono stati distrutti hangar di manutenzione e un centro di comando droni; in Kuwait due piattaforme HIMARS sono state incendiate insieme a depositi di munizioni.

Rob Geist Pinfold, ricercatore del King's College di Londra, ha descritto la minaccia americana di imporre pedaggi come «davvero indicativa di come gli Stati Uniti siano entrati in questo conflitto senza una strategia coerente o chiara». E ha aggiunto: «vediamo gli Stati Uniti brancolare nel buio e arrivare a dichiarazioni francamente strane e illogiche da parte del presidente Trump».

Le petroliere sacrificate e il fronte diplomatico

Due superpetroliere emiratine — la Mombasa e la Bahia — sono state colpite da missili da crociera nella parte meridionale dello Stretto, in acque territoriali omanite. Un membro dell'equipaggio della Mombasa, un cittadino indiano, è rimasto ucciso; altri otto sono rimasti feriti, quattro in modo grave.

Stretto di Hormuz quasi deserto con una sola petroliera in navigazione, traffico navale ridotto ai minimi per la crisi nel Golfo
Lo Stretto di Hormuz si svuota: appena 9 navi in transito in 12 ore, il dato più basso dall'inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Le Guardie Rivoluzionarie hanno confermato gli attacchi sostenendo che gli equipaggi erano stati indotti dagli americani a spegnere i transponder e a ignorare gli ordini della marina iraniana, con la garanzia di un passaggio sicuro che si è rivelata impossibile da mantenere. Almeno cinque navi sono state rese inutilizzabili dagli attacchi dell'IRGC in questa fase del conflitto.

Sul versante diplomatico, il ministro degli Esteri dell'Oman Badr bin Hamad Al Busaidi ha parlato senza giri di parole: «Questa guerra non ha raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente assegnati», aggiungendo che «le minacce più gravi per la regione non provengono da Teheran, bensì da Tel Aviv».

A rendere ancora più instabile il quadro, Trump ha evocato un possibile attacco al sito di Monte Kirk, sospettato di ospitare un impianto nucleare iraniano mai ispezionato dall'AIEA: «È un potenziale obiettivo per un attacco potente, di grande portata e significativo proprio all'ingresso. E penso che forse lo vedrete».

Il nodo del canale meridionale e l'analisi del traffico

Il dettaglio più rivelatore del tracollo logistico è la geografia del transito residuo. I rapporti dell'UKMTO confermano che le forze statunitensi hanno tentato senza successo di scortare tre gruppi di petroliere attraverso il canale meridionale. Il fatto che praticamente tutti gli attraversamenti siano avvenuti nel canale iraniano segnala che Teheran è riuscita a imporre un controllo de facto sulla via d'acqua, esattamente la dinamica che Washington voleva impedire.

Il confronto tra i numeri pre-conflitto e quelli attuali dà la misura del collasso: da 130 passaggi giornalieri prima del febbraio 2026 a soli 19 nei giorni tra il 10 e il 12 luglio. In termini percentuali, il traffico è sceso dell'85% rispetto ai livelli pre-bellici, considerando che i 57 attraversamenti in tre giorni equivalgono a circa un settimo del volume normale.

La zona di supporto del Brent tra 71 e 73 dollari, toccata all'inizio di luglio, ha retto e ha costruito una base da cui è partito il rimbalzo. L'RSI giornaliero è uscito al rialzo portandosi intorno a 55, sopra la linea neutra di 50. La prossima barriera tecnica è tra 90 e 92 dollari: una chiusura sopra quella fascia ristabilirebbe la visione rialzista di inizio anno e confermerebbe il fallimento del precedente breakdown.

L'impatto sui mercati azionari è già visibile: le azioni giapponesi hanno perso 82.000 miliardi di yen in tre settimane e il Nikkei 225 ha ceduto un ulteriore 2% il 13 luglio. Il petrolio resta l'unico asset a beneficiare della rivalutazione del rischio geopolitico, mentre le azioni sudcoreane prolungano il calo trainato dai titoli tecnologici.

Finché l'Iran manterrà conteso il canale meridionale e le compagnie di navigazione continueranno a evitare la zona per paura di escalation, lo Stretto di Hormuz rischia di restare strutturalmente inagibile per i volumi che servono all'economia globale — indipendentemente da quanto Trump proclami di star vincendo.

Fonti

Stretto di Hormuz: segnalazioni di petroliere iraniane in movimento per eludere il blocco USA

Secondo fonti di stampa, l’Iran starebbe muovendo petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz per anticipare un eventuale blocco navale statunitense, prima che le minacce dell’amministrazione Trump si concretizzino. Le navi, ritenute collegate a Teheran, cercherebbero di mettere al sicuro le esportazioni di greggio mentre la pressione militare cresce. La manovra, se confermata, alzerebbe il rischio di uno scontro diretto nella strozzatura da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Una crisi già esplosa a inizio luglio

Il presunto passaggio clandestino si innesta su una tensione altissima. Come avevamo riportato basandoci su notizie non ancora verificate, dopo gli attacchi attribuiti all’Iran a tre navi cisterna tra l’8 e il 9 luglio i transiti nello Stretto si sarebbero quasi azzerati. Prima del conflitto – secondo i report di stampa non accessibili per un riscontro diretto – la via d’acqua smaltiva tra 125 e 140 passaggi al giorno. Ora, secondo le ricostruzioni, Teheran tenterebbe di forzare un blocco preventivo, moltiplicando il pericolo di incidenti o di un confronto diretto con le forze navali americane.

Stretto di Hormuz con petroliere in transito, stretto strategico del petrolio mondiale tra Iran e penisola arabica
Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è al centro delle crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti.

Il mercato petrolifero in allerta

La prospettiva di un’interruzione forzata dei flussi iraniani aggrava un mercato già sotto pressione. In base ai report non verificati, la scorsa settimana il Brent avrebbe raggiunto i 76 dollari al barile, con un rialzo del 6%, mentre il WTI viaggiava sopra i 72 dollari. Secondo stime diffuse ma non confermate, l’offerta mediorientale sarebbe già calata di circa 6 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-conflitto: ogni nuova minaccia alla navigazione rischia di far schizzare ulteriormente i prezzi.

Un calcolo ad alto rischio

Far transitare le petroliere prima che scatti il blocco costringerebbe Washington a reagire o a tollerare la sfida. Secondo le fonti non verificate, le navi iraniane si muoverebbero con discrezione, sfruttando l’incertezza sui tempi dell’operazione americana. Non sono disponibili cifre ufficiali sul numero di unità coinvolte, ma la volontà di Teheran di mantenere aperto l’export a ogni costo indica che lo Stretto di Hormuz è oggi il fronte più caldo della crisi.

Le informazioni di questo articolo si basano su notizie di Reuters e Bloomberg i cui contenuti non sono stati verificati dalla redazione.

Offensiva ucraina nel cuore del petrolio russo: tre raffinerie colpite, benzina al 65% della domanda

L’Ucraina ha messo a segno nella notte tra il 9 e il 10 luglio 2026 una delle operazioni più devastanti contro l’infrastruttura energetica russa dall’inizio del conflitto. Droni e forze speciali di Kiev hanno colpito simultaneamente tre raffinerie, stazioni di pompaggio degli oleodotti e almeno nove petroliere nel Mar d’Azov. Il risultato immediato è una crisi logistica che, secondo fonti del settore, ha già costretto la Russia a coprire solo il 65% della domanda interna di benzina, con code alle stazioni di servizio e razionamenti in diverse regioni. La campagna ucraina di logoramento energetico, estesa ormai fino agli Urali e alla Siberia, mostra una capacità di penetrazione senza precedenti.

Gli impianti colpiti: Saratov, TANECO e TAIF-NK nel mirino

La raffineria di Saratov, una delle più grandi e antiche della Russia, è stata raggiunta da droni ucraini e ha subito danni che il governatore locale Roman Busargin ha attribuito a «siti industriali civili». Una persona è morta e diverse sono rimaste ferite. L’impianto, già bersagliato in passato, ha sospeso le operazioni.

Contemporaneamente, le forze ucraine hanno colpito gli stabilimenti TANECO e TAIF-NK a Nizhnekamsk, nella Repubblica del Tatarstan, a circa 1.400 chilometri dal territorio controllato da Kiev. TANECO, che nel 2024 ha processato 17 milioni di tonnellate di greggio, è dotata di unità di idrocracking, cracking catalitico e cokizzazione ritardata, il che la rende uno degli impianti tecnologicamente più avanzati del Paese. TAIF-NK, nello stesso anno, ha lavorato 6,6 milioni di tonnellate, equivalenti a 132.000 barili al giorno.

Un altro attacco ha raggiunto una stazione di pompaggio di prodotti petroliferi nel Bashkortostan, a 1.450 chilometri dal fronte. L’infrastruttura, parte del sistema Transneft-Ural, ha una capacità annua di 2 milioni di tonnellate.

La caccia alle petroliere e la strategia marittima

Nel Mar d’Azov, Kiev ha rivendicato di aver colpito nove petroliere nella sola notte del 9 luglio. Il comandante Robert «Magyar» Brovdi, delle forze dei sistemi senza pilota ucraini, ha parlato di una campagna giunta a «scala industriale». In 72 ore, il totale delle navi colpite sale a 21, di cui 19 petroliere, una nave mercantile e un traghetto, tutte operative vicino alla Crimea occupata e utilizzate per rifornire le truppe russe nel sud dell’Ucraina.

Attenzione ai numeri: l’agenzia RSI riporta 14 navigli colpiti nella notte del 9 luglio, mentre La Discussione e MarketScreener parlano di nove petroliere. La differenza è probabilmente dovuta al fatto che RSI conteggia tutte le unità navali attaccate nelle 24 ore precedenti, non solo le petroliere. Il governatore di Rostov, Yury Slyusar, ha ridimensionato l’accaduto affermando che le due autocisterne colpite nella sua regione erano vuote e che l’attacco ha causato solo due feriti, ma le immagini diffuse dai droni mostrano colonne di fumo e fiamme estese.

Raffineria petrolifera russa con autobotti ferme in fila davanti al deposito, crisi carburante per gli attacchi ucraini
Le autobotti ferme davanti alla raffineria raccontano la crisi del carburante innescata dagli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe.

La crisi del carburante: razionamenti e divieti

La pressione simultanea su raffinerie e rotte logistiche ha generato una carenza generalizzata di carburante in Russia. In diverse regioni i distributori limitano i rifornimenti a 20 litri per automobile, e si sono formate code di ore. Mercoledì 9 luglio il governo russo ha annunciato un divieto temporaneo di esportazione di diesel fino al 31 luglio, per proteggere le scorte interne.

Margarita Simonyan, caporedattrice della rete RT finanziata dal Cremlino, ha riconosciuto la crisi in diretta televisiva: «Non c’è benzina», ha detto, aggiungendo: «Lo abbiamo sopportato. E lo sopporteremo adesso». Simonyan ha esortato i russi a non reagire contro la leadership del Paese, evocando il razionamento alimentare seguito al crollo dell’Unione Sovietica e paragonando il momento attuale a una prova di resilienza nazionale.

Le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, hanno definito gli attacchi alle petroliere «un’altra manifestazione dell’attività terroristica» ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky, da parte sua, ha rivendicato la legittimità dell’offensiva: «L’Ucraina sta giustamente rispondendo agli attacchi della Russia contro il nostro Paese e al prolungamento della guerra», e ha aggiunto: «I russi devono capire che è il loro Stato a condurre questa guerra».

La risposta russa e il contesto diplomatico

Nelle stesse ore, la Russia ha lanciato 94 droni d’attacco a lungo raggio e due missili balistici sull’Ucraina. Le difese aeree di Kiev sono riuscite a intercettare o neutralizzare 72 droni, ma 19 velivoli e i due missili hanno causato danni in 13 località. Attacchi missilistici hanno colpito la capitale, provocando almeno tre morti e 13 feriti, tra cui un bambino. A Odessa, un bombardamento russo ha ucciso quattro persone e ne ha ferite altre sei.

La NATO, riunita ad Ankara per il vertice dei leader, ha visto Zelensky incontrare il presidente statunitense Donald Trump. I due hanno discusso la possibilità di concedere all’Ucraina licenze per produrre intercettori Patriot e un accordo separato sui droni. Trump ha elogiato Zelensky: «Aveva l’attrezzatura migliore perché aveva la nostra attrezzatura. Ma qualcuno deve usare quell’attrezzatura. E ci sono molte persone coraggiose che usano quell’attrezzatura». L’incontro ha offerto a Kiev una vetrina per dimostrare la capacità della propria industria bellica di colpire in profondità il territorio russo.

Un salto di scala nella guerra dei droni

L’attacco coordinato a raffinerie distanti fino a 1.450 chilometri dal fronte, unito alla caccia alle petroliere nel Mar d’Azov, segna un cambiamento qualitativo nella campagna ucraina. La penetrazione di 2.700 chilometri fino a Omsk di lunedì scorso (dove l’impianto colpito processava 460.000 barili al giorno) aveva già dimostrato la portata dei nuovi vettori. Ma la simultaneità degli attacchi del 9-10 luglio — tre raffinerie, stazioni di pompaggio, naviglio mercantile — indica una capacità di coordinamento e intelligence che trasforma il logoramento energetico in una strategia operativa compiuta.

Il conto per Mosca è duplice: la produzione di benzina è scesa al 65% del fabbisogno, secondo quanto riportato da Reuters, e il blocco temporaneo delle esportazioni di diesel segnala che la crisi è percepita come strutturale, non episodica. Per la popolazione russa, le code ai distributori e le limitazioni d’acquisto sono il segno più tangibile di una guerra che il Cremlino ha a lungo descritto come lontana. Il vero banco di prova sarà la capacità della Russia di ripristinare la logistica petrolifera senza esporre nuove infrastrutture a una flotta di droni che sembra aver allargato il raggio d’azione più in fretta di quanto le difese aeree russe riescano a coprire.

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India espande le riserve petrolifere strategiche: ONGC costruirà 13 milioni di barili a Mangalore mentre Hormuz resta bloccato

Con lo Stretto di Hormuz ancora sotto blocco e i flussi petroliferi dal Medio Oriente fortemente ridotti, l’India accelera sulla sicurezza energetica interna. ONGC, il principale esploratore indiano, ha approvato la costruzione di un nuovo deposito strategico di greggio a Mangalore, nel sud del Paese: 1,75 milioni di tonnellate metriche, equivalenti a circa 13 milioni di barili di capacità aggiuntiva.

La decisione arriva mentre il traffico di petroliere attraverso il punto di strozzatura che collega Golfo Persico e Oceano Indiano resta gravemente compromesso dal blocco in corso. Il nuovo stoccaggio si inserisce in una rete di riserve che il governo di Nuova Delhi sta potenziando su più fronti, proprio mentre la crisi Iran-USA mette a nudo la vulnerabilità del terzo importatore e consumatore mondiale di petrolio.

Quanto petrolio può già stoccare l’India, e dove

La capacità strategica esistente, gestita dalla statale Indian Strategic Petroleum Reserves Ltd, è di 5,33 milioni di tonnellate distribuite su tre siti nel sud del Paese: Mangalore, Padur e Vizag. A Mangalore in particolare è già operativa una riserva da 1,5 milioni di tonnellate, affittata per metà alla raffineria MRPL (controllata da ONGC, con una capacità di lavorazione di 300.000 barili al giorno) e per la parte restante alla Abu Dhabi National Oil Co. degli Emirati Arabi Uniti.

Serbatoi bianchi di stoccaggio strategico di greggio in un terminal portuale costiero, riserve petrolifere indiane a Mangalore
L'India rafforza la sicurezza energetica costruendo nuove riserve strategiche di petrolio a Mangalore, mentre lo Stretto di Hormuz resta sotto blocco.

Il nuovo deposito da 1,75 milioni di tonnellate rappresenta quindi un incremento di circa il 33% sulla capacità complessiva attuale (da 5,33 a 7,08 milioni di tonnellate), senza contare i progetti già annunciati: altri 4 milioni di tonnellate a Chandikhol, nello stato orientale dell’Odisha, e un’espansione da 2,5 milioni di tonnellate a Padur.

Cooperazione internazionale e uso commerciale delle scorte

L’operazione ONGC si inserisce in una strategia di cooperazione energetica allargata. Durante la visita del primo ministro Narendra Modi negli Emirati Arabi Uniti all’inizio del 2026, ADNOC ha annunciato l’intenzione di portare fino a 30 milioni di barili lo stoccaggio di greggio in India, e ha segnalato la disponibilità a esplorare depositi anche a Fujairah come estensione della riserva strategica indiana.

ONGC ha precisato in una nota regolamentare che chiederà al governo federale l’autorizzazione all’uso commerciale del nuovo impianto, costruito “nell’interesse nazionale”. Nuova Delhi già consente lo sfruttamento commerciale di parte delle riserve esistenti: una scelta che coniuga sicurezza degli approvvigionamenti e sostenibilità economica dei grandi investimenti infrastrutturali.

Cosa significa per la sicurezza energetica indiana

Il potenziamento delle scorte strategiche si inserisce in un quadro di forte instabilità dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz, il principale corridoio mondiale per il trasporto di petrolio e gas. In questo scenario, disporre di capacità di stoccaggio domestico non è più una polizza a lungo termine, ma un cuscinetto operativo immediato. Per un Paese che importa la quasi totalità del proprio fabbisogno, ogni tonnellata in più in riserva riduce l’esposizione a chiusure prolungate della strozzatura energetica più cruciale del pianeta.

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Hormuz: metaniere e petroliere in ritirata dopo i nuovi attacchi dell’Iran

Almeno quattro navi — tre metaniere qatariote e una superpetroliera indiana — hanno invertito la rotta nello Stretto di Hormuz dopo che due navi cisterna, una qatariota e una saudita, sono state danneggiate da attacchi missilistici attribuiti all’Iran. La via d’acqua da cui transita un quinto del petrolio mondiale torna a essere un punto di massima tensione, proprio mentre Teheran celebra i funerali di stato della Guida Suprema Ali Khamenei e la tregua con gli Stati Uniti vacilla.

Le navi in fuga: tre metaniere QatarEnergy e una superpetroliera indiana

Secondo i dati di Kpler e LSEG, le navi cisterna per GNL Al Ghariya, Duhail e Al Ruwais — tutte controllate da QatarEnergy — erano vuote e dirette all’impianto di Ras Laffan per caricare merce quando, nella tarda serata del 7 luglio, hanno bruscamente invertito la rotta. L’8 luglio la superpetroliera VLCC Lila Vadinar, battente bandiera indiana e carica di 2 milioni di barili di greggio kuwaitiano, ha fatto lo stesso al largo dell’Oman.

L’inversione segue il danneggiamento di una nave cisterna qatariota per GNL e di una petroliera saudita nei pressi dello stretto, colpite da lanci di missili iraniani. Le autorità marittime hanno elevato il livello di rischio per le navi in transito a «grave». Segnale che il corridoio energetico più sorvegliato del pianeta è di nuovo a rischio paralisi.

Petroliera e metaniera in navigazione nel mare aperto sotto cielo limpido, trasporto petrolio in crisi nello Stretto di Hormuz
Il transito di metaniere e superpetroliere rallenta nello Stretto di Hormuz, strettoia strategica da cui passa un quinto del petrolio mondiale.

Il bilancio del traffico: carichi di GNL al minimo, coda di navi in attesa

Dall’inizio del conflitto, a fine febbraio, soltanto 16 carichi di GNL da Ras Laffan e 10 carichi dal terminal Das Island di ADNOC hanno lasciato lo stretto. Un volume che rappresenta una frazione minima rispetto alla media mensile di circa 7 milioni di tonnellate spedite dai due hub. L’arresto dei transiti ha già prodotto una coda di oltre 10 navi vuote in attesa di carico a Ras Laffan, mentre più di 50 navi di zavorra di QatarEnergy e ADNOC stazionano nel Golfo Persico, in India e nello Stretto di Malacca.

A complicare il monitoraggio, diverse imbarcazioni hanno disattivato i segnali del sistema di identificazione automatica (AIS) per più di 10 giorni, rendendo opaca la situazione reale dei traffici.

La cornice geopolitica: tregua in bilico e lutto per Khamenei

L’accordo di cessate il fuoco provvisorio raggiunto a fine giugno prevede 60 giorni di negoziati tra Washington e Teheran. Le trattative sono però sospese: l’Iran è in lutto nazionale per la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, il cui funerale si tiene oggi, 9 luglio, a Mashhad. L’8 luglio, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) ha dichiarato di aver colpito 85 obiettivi militari statunitensi in Bahrein e Kuwait, in rappresaglia a un attacco aereo americano su larga scala. La tregua è appesa a questioni irrisolte: lo sblocco degli asset iraniani congelati, le tariffe di transito nello Stretto e le ambizioni nucleari di Teheran.

Un collo di bottiglia sotto stress: l’analisi

I quattro dietrofront simultanei, uniti all’innalzamento del rischio a «grave», mostrano che il trasporto marittimo di energia attraverso Hormuz è già in modalità emergenziale. I 26 carichi totali di GNL esportati in oltre quattro mesi equivalgono a meno di un terzo del volume medio mensile dei due terminal: la capacità di esportazione del Qatar e degli Emirati è fortemente compressa, e la coda di navi in attesa indica un ingorgo che rischia di prolungarsi anche in caso di rapido disgelo diplomatico. Il vero punto di svolta sarà la riapertura dei canali negoziali dopo il funerale di Khamenei, ma la ripresa degli attacchi alle navi rende fragile qualsiasi prospettiva di normalizzazione.

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Shell alza le stime su gas e GNL: trading in forte crescita

Tra 610.000 e 650.000 barili di petrolio equivalente al giorno: Shell ha rivisto al rialzo le stime per la produzione di gas integrato del secondo trimestre 2026. Il trading di gas, spinto dalla volatilità del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, è atteso significativamente superiore al trimestre precedente, e le azioni Shell hanno guadagnato il 3,2% alle prime battute di oggi a Londra, sovraperformando nettamente il settore energetico europeo (+0,3%).

Produzione di gas e GNL: numeri a confronto con il primo trimestre

La nuova guidance per la produzione di gas integrato passa a 610.000-650.000 boed, contro i 580.000-640.000 boed della stima precedente. Anche i volumi di liquefazione GNL vengono alzati: da 6,8-7,4 a 7,4-7,8 milioni di tonnellate.

Rispetto al primo trimestre 2026, che aveva registrato 909.000 boed di produzione gas e 7,9 milioni di tonnellate di GNL, il secondo trimestre segna un calo – calcolando il valore mediano della nuova forchetta, il gas scende di circa il 30,7% e il GNL del 3,8% – ma le indicazioni sono comunque migliori delle attese iniziali. Il rafforzamento delle stime sul GNL assume rilievo in un contesto in cui la sicurezza degli approvvigionamenti energetici resta un fattore chiave.

Trading energetico: la volatilità bellica gonfia i profitti

Shell ha comunicato che i risultati commerciali del segmento integrated gas saranno significativamente superiori a quelli del trimestre precedente. Anche il trading di petrolio e prodotti chimici si mantiene in linea con la solida performance del Q1.

Terminale GNL con nave metaniera al molo e serbatoi di stoccaggio bianchi, produzione gas e trading in forte crescita
Shell rivede al rialzo le stime sulla produzione di gas integrato, spinta dal trading di GNL e dalla volatilità dei mercati energetici.

La volatilità innescata dal conflitto in Medio Oriente ha ampliato le oscillazioni dei prezzi di greggio e gas naturale, permettendo ai desk di trading delle grandi major di estrarre margini più elevati.

Prezzi delle materie prime e reazione della borsa

Nel secondo trimestre il Brent ha viaggiato in media a 97 dollari al barile, un balzo rispetto ai 78 dollari del Q1 e ai 67 dollari dello stesso periodo 2025. Il gas naturale di riferimento europeo TTF si è attestato a 46 euro per megawattora, in rialzo dai 40 euro del trimestre precedente.

Citi ha rivisto al rialzo del 13% la stima sull’utile per azione di Shell per il trimestre, citando la forza del trading e della commercializzazione. Oggi il titolo Shell avanza del 3,2% contro un modesto +0,3% del settore, segno che gli investitori premiano la capacità del gruppo di trasformare la tensione geopolitica in un vantaggio competitivo.

Con il petrolio stabilmente sopra quota 90 dollari e la volatilità del gas che non accenna a ridursi, la macchina del trading di Shell si conferma una leva decisiva per i conti del colosso anglo-olandese.

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BP esce da Bay du Nord: Equinor accelera verso il petrolio canadese

BP ha ceduto l’intera quota nel progetto offshore Bay du Nord a Equinor, che ora controlla il 100% dell’area. L’operazione chiude la presenza britannica nel bacino atlantico canadese mentre il colosso norvegese accelera verso la decisione finale d’investimento, attesa per i primi mesi del 2027. Per il Canada atlantico è un voto di fiducia che vale quasi 10 miliardi di dollari.

Bay du Nord: cosa prevede il progetto canadese

Bay du Nord si trova nel bacino di Flemish Pass, circa 500 km a est di St. John’s, Newfoundland e Labrador, con profondità d’acqua comprese tra 600 e 1.170 metri. Il piano di sviluppo prevede una struttura sottomarina collegata a un’unità galleggiante di produzione, stoccaggio e scarico, una FPSO, con cui BW Offshore ha firmato un accordo FEED nell’aprile 2026.

La fase iniziale coinvolge i giacimenti Bay du Nord e Cambriol, con risorse recuperabili stimate in oltre 400 milioni di barili di petrolio. Altri tre giacimenti — Cappahayden, Harpoon e Baccalieu — sono candidati a futuri collegamenti alla stessa infrastruttura. L’investimento complessivo atteso sfiora i 9,85 miliardi di dollari (circa 14 miliardi di dollari canadesi), con primo petrolio previsto nel 2031.

Tempistiche e prossimi passi: FID in arrivo

Equinor ha precisato che il progetto è entrato nella fase FEED e che i lavori in corso puntano a efficienza di capitale, pianificazione esecutiva e robustezza complessiva. La decisione finale d’investimento è fissata per inizio 2027, condizionata all’andamento del mercato, alle approvazioni normative e ai via libera interni.

BP cede la sua quota nel progetto Bay du Nord a Equinor
Piattaforma petrolifera offshore con strutture di sollevamento. Foto di Rahib Yaqubov su Pexels

Philippe Mathieu, Executive Vice President for Exploration and Production International di Equinor, ha dichiarato: «Negli ultimi anni abbiamo rafforzato Bay du Nord migliorando il business case e riducendo i rischi chiave. Questa transazione riflette la nostra fiducia nel progetto mentre lo portiamo avanti verso la decisione finale d’investimento. Cercheremo opportunità per coinvolgere partner nello sviluppo successivo».

Cosa significa l’uscita di BP e il consolidamento di Equinor

La mossa di BP rientra in una strategia di semplificazione del portafoglio che il gruppo persegue ormai da diversi trimestri. Per Equinor, invece, l’operazione segna un rafforzamento in un’area dove punta a raggiungere 2,3 milioni di barili equivalenti al giorno entro il 2030.

Se si rapporta l’investimento stimato alle risorse recuperabili della fase iniziale, il costo per barile si attesta intorno ai 24,6 dollari: una soglia che, con un Brent strutturalmente sopra i 70 dollari nei mesi recenti, lascia margini significativi anche in scenari di volatilità. La decisione di consolidare il controllo totale prima del FID dà a Equinor piena libertà nella ricerca di nuovi partner senza dover negoziare con un co-proprietario già dentro al progetto.

Bay du Nord si avvia quindi a diventare il primo grande sviluppo petrolifero in acque profonde del Canada atlantico, in un momento in cui le major ridisegnano i propri portafogli tra dismissioni e concentrazione geografica.

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Droni ucraini colpiscono la più grande raffineria russa a 2.500 km dal confine

Un attacco coordinato di droni ucraini ha raggiunto e danneggiato la più grande raffineria della Russia, situata a circa 2.500 chilometri dal confine, insieme a terminali petroliferi strategici nel Mar Baltico. L'operazione, una delle più profonde in territorio russo dall'inizio del conflitto, arriva in un momento in cui 55 delle 83 regioni russe affrontano già carenze severe di carburante, con il 30% della capacità di raffinazione nazionale fuori uso per via dei raid precedenti.

Un attacco senza precedenti per profondità geografica

Nella notte tra il 5 e il 6 luglio 2026, droni ucraini hanno colpito la grande raffineria nel cuore della Russia, a 2.500 chilometri dal confine, in quello che rappresenta uno degli affondi più distanti mai realizzati da Kiev. Secondo quanto riportato da Euronews, l'impianto colpito è il più grande del paese, un'infrastruttura critica per la produzione di carburante destinata sia al mercato interno sia all'export.

Contemporaneamente, un secondo fronte d'attacco ha interessato la regione di San Pietroburgo e l'oblast di Leningrado. Il governatore Alexander Beglov ha parlato di un raid su "vasta scala" contro il terminal petrolifero cittadino, mentre Alexander Drozdenko, governatore della regione di Leningrado, ha riferito che un drone ha centrato l'area del porto di Vysotsk, scalo che gestisce petrolio, cereali, carbone e gas naturale liquefatto. 72 droni sono stati abbattuti sopra la regione, ha aggiunto Drozdenko, con danni minori in diversi insediamenti.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un post su Telegram, ha dichiarato: "Le forze di difesa dell'Ucraina hanno colpito le infrastrutture petrolifere portuali che generano ricavi per la guerra della Russia, colpendo anche Kronstadt, un importante obiettivo militare a oltre 850 km dal confine di Stato ucraino". Non è arrivata alcuna conferma russa riguardo a danni alla base navale di Kronstadt.

Le conseguenze sul sistema energetico russo

L'attacco si inserisce in una strategia di erosione sistematica della capacità di raffinazione russa che già nei mesi precedenti aveva messo fuori uso circa il 30% degli impianti. La raffineria Kapotnya di Mosca, danneggiata strutturalmente, non tornerà a produrre carburante prima del 2027. Le esportazioni russe di jet fuel sono crollate da 30.000 a 13.000 barili giornalieri nel 2026.

Droni ucraini colpiscono infrastrutture petrolifere russe
Caccia militari fotografati dall'alto con personale a terra in una giornata soleggiata. Foto di Emre Koşak su Pexels

A Gatchina, nella regione di Leningrado, un testimone di Reuters ha visto lunghe code alle stazioni di servizio, con alcuni punti vendita completamente privi di carburante. Un residente in attesa, identificatosi come Gennadiy, ha dichiarato: "Stare in coda dopo il lavoro non è esattamente divertente. E poi, tra un paio di giorni, dovrò rimettermi in fila, perché avrò finito di nuovo la benzina".

Il presidente Vladimir Putin ha firmato sabato 4 luglio emendamenti al codice fiscale con incentivi per la produzione di carburante ad alto numero di ottani tramite miscelazione, un tentativo di tamponare l'emergenza con misure emergenziali. Intanto, il Kirghizistan — che importa oltre il 90% della benzina dalla Russia — ha chiesto ufficialmente aiuto a Kazakhstan, Bielorussia, Azerbaigian, Uzbekistan e Turkmenistan, segnale che la crisi sta tracimando oltre i confini russi.

L'impatto cumulativo sugli approvvigionamenti

L'operazione del 6 luglio non è un episodio isolato. Solo una settimana prima, il 1° luglio 2026, droni ucraini avevano danneggiato la raffineria di Ufa nel Bashkortostan, a oltre 800 miglia dal fronte. La sequenza di attacchi sta comprimendo ulteriormente una rete logistica già fragile.

Un dato aiuta a dimensionare la pressione: con il 30% della capacità di raffinazione fuori uso e 55 regioni in carenza, la Russia sta già operando ben al di sotto della soglia di autosufficienza. Il nuovo raid sulla più grande raffineria del paese colpisce il cuore della produzione, non un impianto periferico. Se anche solo una frazione della capacità di questo stabilimento venisse compromessa per settimane, l'effetto sulle già tese catene di approvvigionamento sarebbe immediato.

I segnali dai mercati riflettono l'incertezza: UBS ha ridotto le stime sul Brent per il terzo trimestre 2026 di 25 dollari, portandole a 80 dollari al barile, mentre il Brent è sceso a 70,91 dollari e il WTI a 67,99 dollari, minimi da quattro mesi. Il paradosso è solo apparente: i timori di rallentamento economico globale pesano più delle interruzioni di fornitura, ma la volatilità resta elevata.

La profondità geografica non è più una garanzia di invulnerabilità per le infrastrutture critiche russe. E questo cambia i calcoli strategici su entrambi i fronti.

Fonti

Crisi carburante Russia: Mosca costretta a importare jet fuel dall’Asia

La Russia, uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, sta preparando l’importazione di carburante per aerei dal Giappone attraverso un complesso sistema di trasferimenti nave-nave via Corea del Sud. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: un paese che fino a ieri esportava prodotti raffinati oggi deve bussare alle porte dei trader asiatici per tenere in funzione la propria aviazione civile. Gli attacchi sistematici dei droni ucraini alle raffinerie hanno messo fuori gioco circa il 30% della capacità di raffinazione russa, trasformando una crisi logistica in un’emergenza geopolitica con ripercussioni a catena su tutta l’Asia centrale.

Jet fuel giapponese e triangolazioni commerciali: come funziona l’operazione

Almeno 200.000 barili di jet fuel partiranno da Chiba, in Giappone, nella prima metà di luglio. Il carico raggiungerà il porto sudcoreano di Yeosu per un trasferimento nave-nave, per poi proseguire verso una destinazione russa non divulgata. La triangolazione serve a mascherare l’origine del prodotto, aggirando le restrizioni che renderebbero politicamente tossica una vendita diretta dal Giappone alla Russia.

Numeri che fotografano il tracollo:

  • le esportazioni russe di jet fuel sono precipitate a circa 13.000 barili al giorno nel 2026, contro i 30.000 barili al giorno del 2025
  • la Russia ha già vietato la maggior parte delle esportazioni di jet fuel fino a novembre per proteggere le scorte interne
  • la produzione di carburante è ai minimi da due decenni proprio durante il picco della domanda estiva

La rotta indiana: benzina via trader e la smentita del governo

Mentre il jet fuel arriva dall’Asia settentrionale, la benzina sta percorrendo un’altra rotta. Un carico iniziale di 60.000 tonnellate metriche (equivalenti a circa 510.000 barili) è già partito dall’India su due petroliere dirette verso porti russi. Il ministro indiano del Petrolio, Hardeep Singh Puri, ha tracciato una linea netta tra commercio diretto e triangolazioni private.

Le aziende indiane non stanno vendendo carburanti alla Russia”, ha dichiarato Puri in un briefing stampa, aggiungendo però che “è possibile che carburante raffinato di origine indiana venga venduto alla Russia tramite trader”.

Crisi carburante in Russia: carenze, sussidi e importazioni dall'Asia
Operazioni di rifornimento e supporto a terra presso un terminal aeroportuale. Foto di Rafael Rodrigues su Pexels

Fonti vicine alle operazioni confermano che la benzina proviene da Nayara Energy, raffinatore indiano partecipato al 49% da Rosneft, il colosso petrolifero russo. Il carburante è stato ceduto a intermediari commerciali che lo hanno poi rivenduto a Mosca, in un meccanismo che formalmente tiene pulite le mani di Nuova Delhi ma nei fatti rifornisce le stazioni di servizio russe.

Raffinerie sotto attacco ed export di greggio in aumento: il paradosso della crisi

La radice del problema è militare, non geologica. Gli attacchi ucraini hanno colpito infrastrutture chiave ovunque nel territorio russo, dalla raffineria Kapotnya di Mosca (fuori uso almeno fino al 2027 per danni strutturali estesi) fino ad altri impianti strategici nel cuore del Paese.

Con gli impianti di raffinazione fermi, la Russia si trova in una situazione paradossale: le esportazioni di greggio verso ovest sono aumentate sensibilmente, perché il petrolio che non può essere processato internamente viene dirottato sui mercati internazionali. Il greggio esce, i prodotti raffinati non bastano più.

Intanto il governo è corso ai ripari. Il presidente Vladimir Putin ha ammesso pubblicamente la gravità della situazione ordinando l’attivazione di un centro di monitoraggio attivo 24 ore su 24 sulla distribuzione nazionale di carburante. Le città portuali sul Mar Nero sono a corto di benzina. Uzbekistan Airways ha già ridotto i voli verso la Russia e il Kazakistan sta esplorando importazioni di carburante dalla Cina per non restare a secco.

Tra greggio svenduto e carburante comprato a premio

Il cortocircuito è tutto in questa forbice: la Russia vende greggio non raffinato sui mercati internazionali a prezzi di realizzo mentre deve acquistare jet fuel e benzina attraverso intermediari, pagando il premio di chi sa di avere un acquirente sotto pressione. È il prezzo della vulnerabilità infrastrutturale esposta dalla guerra dei droni. E finché il presidente ucraino Volodymyr Zelensky continuerà a rivendicare l’intensificazione dei colpi alle infrastrutture energetiche russe come strategia per prosciugare le capacità militari di Mosca, ogni raffineria raggiungibile resta un bersaglio. La Russia non ha un problema di petrolio: ha un problema di trasformazione. E per la prima volta dal dopoguerra, dipende dai trader stranieri per far volare i suoi aerei.

Fonti

India accelera le vendite di quote statali: fino a 1 miliardo di dollari per coprire lo shock petrolifero

L’India mette sul mercato quote di otto grandi aziende pubbliche per raccogliere miliardi di dollari e tappare la falla provocata dallo shock energetico legato allo Stretto di Hormuz. La stima è che alcune dismissioni possano fruttare fino a 1 miliardo di dollari ciascuna, con la Life Insurance Corporation of India (LIC) tra i nomi in cima alla lista. La mossa arriva dopo mesi in cui Nuova Delhi ha dovuto pagare il greggio a oltre 100 dollari al barile per garantirsi forniture alternative a quelle bloccate nel Golfo Persico.

Perché il governo indiano corre a vendere

L’India dipende per quasi il 90% del proprio consumo petrolifero dalle importazioni. Quando le tensioni militari tra Stati Uniti e Iran hanno paralizzato il traffico nello Stretto di Hormuz a fine febbraio 2026, il costo della bolletta energetica è esploso, mettendo sotto pressione rupia, crescita economica e deficit pubblico. Tra marzo e maggio il Paese ha dovuto acquistare petrolio a prezzi superiori a 100 dollari al barile pur di non restare a secco. Ora, con il Brent sceso intorno a 70 dollari al barile e i flussi di tanker in ripresa, il governo accelera sulle privatizzazioni parziali per rafforzare le finanze pubbliche e recuperare margine di manovra.

Quali società finiscono sul mercato

Il piano riguarda otto società statali, tra cui colossi assicurativi e bancari. L’operazione su LIC potrebbe da sola valere 1 miliardo di dollari. Le fonti consultate da Bloomberg, che per prime hanno riportato l’indiscrezione, non dettagliano l’intera lista, ma il disegno è chiaro: usare i gioielli di Stato per attrarre investitori globali in un momento in cui i fondamentali macroeconomici indiani mostrano segnali di miglioramento.

La scommessa sui 70 dollari al barile

Nagesh Kumar, membro esterno del comitato di politica monetaria della Reserve Bank of India, ha dichiarato a Bloomberg che «prezzi del petrolio intorno a 70 dollari al barile e una ripresa del traffico di tanker nello Stretto di Hormuz ridurrebbero la pressione al rialzo sull'inflazione indiana e migliorerebbero le prospettive dell'economia». Se il greggio si stabilizzasse su questi livelli, l’India potrebbe tornare a crescere del 7% o più nell’anno fiscale 2026/2027, secondo le stime della banca centrale.

Tre fattori alimentano questa scommessa:

  • Il costo del paniere indiano di greggio è sceso dai picchi della scorsa primavera
  • I fondi globali stanno rientrando sulle borse indiane, che sovraperformano il resto dell’Asia
  • La riapertura di Hormuz, per quanto fragile, ha già liberato parte dell’offerta intrappolata

Un calcolo semplice mostra la posta in gioco: un differenziale di circa 30 dollari al barile tra lo scenario di emergenza (100$) e quello attuale (70$) su un fabbisogno importato vicino al 90% del consumo nazionale si traduce in decine di miliardi di dollari risparmiati su base annua. Le dismissioni servono a colmare il gap accumulato nei mesi critici, non a finanziare nuova spesa corrente.

La partita resta aperta. Se la tregua allo Stretto di Hormuz reggerà e i prezzi energetici continueranno a scendere, Nuova Delhi potrà piazzare le sue quote a valutazioni più alte. Altrimenti, la corsa alla liquidità rischia di trasformarsi in una svendita.

Fonti