Supertanker in boom: 262 VLCC ordinati, record assoluto dal 2008

La crisi dello Stretto di Hormuz ha innescato una corsa senza precedenti al tonnellaggio petrolifero. Con 262 Very Large Crude Carriers (VLCC) attualmente in costruzione nei cantieri navali mondiali, il portafoglio ordini globale ha superato il precedente massimo storico di 254 unità registrato nel settembre 2008: 99 di questi ordini sono arrivati nei soli primi cinque mesi del 2026, un ritmo senza paragoni nel settore. Gli armatori non stanno scommettendo su una riapertura rapida di Hormuz — stanno scommettendo sulla sua instabilità strutturale.

Il record superato: 262 navi in costruzione per il 2029-2030

Il vecchio primato di 254 VLCC risaliva al settembre 2008. Oggi il motore del boom è radicalmente diverso: lo Stretto di Hormuz è di fatto semichiuso dall'inizio del conflitto tra Iran e Israele, il 28 febbraio 2026. Circa il 10% dell'intera flotta VLCC non sanzionata rimane bloccata nel Golfo Persico, incapace di transitare il chokepoint, riducendo la capacità operativa disponibile e spingendo gli armatori verso nuove commesse.

Le consegne sono attese per il 2029-2030: non è una risposta d'emergenza, è una strategia di lungo periodo. Le compagnie di navigazione stanno riorganizzando la propria flotta attorno a uno scenario in cui le disruption sulle rotte del Golfo non sono più un evento eccezionale, ma la nuova normalità.

Hormuz semichiuso: rotte alterate e Kuwait torna a esportare

La chiusura pratica dello Stretto ha rimescolato la geografia del commercio petrolifero. Il Kuwait, tra i paesi più penalizzati dalla crisi perché privo di infrastrutture alternative, il 9 giugno 2026 ha offerto i suoi primi carichi di greggio agli acquirenti asiatici dall'inizio del conflitto. Almeno 4 milioni di barili, caricati su due VLCC da 2 milioni di barili ciascuno, sono stati proposti dalla Kuwait Petroleum Corporation (KPC) a compratori in Cina e Corea del Sud, secondo fonti anonime del mercato citate da Bloomberg. Le due navi hanno già superato Hormuz e i carichi sono disponibili per consegna immediata — il primo segnale concreto che qualche carico dal Golfo Persico sta tornando a raggiungere i mercati asiatici nonostante i mesi di ritardi nelle consegne.

Il traffico attraverso Hormuz rimane tuttavia sempre più opaco e difficile da tracciare, con mercato e analisti che lavorano a visibilità ridotta per stimare i volumi effettivi di greggio che transitano ancora per lo Stretto.

A differenza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, il Kuwait non dispone di oleodotti alternativi. Ryad ha aumentato i flussi sull'oleodotto Est-Ovest verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, mentre Abu Dhabi ha avviato la costruzione di una nuova pipeline verso Fujairah, operativa dal prossimo anno. Anche l'Iraq ha subito gravi restrizioni alle esportazioni, ma dispone di un oleodotto attraverso il Kurdistan verso il porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo, la cui capacità Baghdad punta a triplicare in tre mesi fino a 770.000 barili al giorno.

Ordini di supertanker petroliferi ai record storici dal 2008
Petroliere ormeggiate presso serbatoi costieri: gli ordini mondiali toccano i massimi da sedici anni. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Per il Kuwait la riapertura non basterà: la KPC stima che ci vorranno fino a 12 settimane per ripristinare la produzione ridotta dall'inizio della guerra.

Le importazioni cinesi di greggio a maggio 2026 sono scese a 7,8 milioni di barili al giorno, minimo da ottobre 2017 e quasi 4 milioni di barili in meno rispetto a un anno fa — dato già riportato in questa categoria. La debolezza della domanda asiatica ha spinto Saudi Aramco a tagliare di 6 dollari al barile i prezzi formula per i carichi luglio destinati all'Asia, con l'Arab Light a 9,50 dollari sopra Oman/Dubai.

Navi usate a 115 milioni: i prezzi tornano ai livelli del 2008

La scarsità di VLCC operativi ha fatto esplodere il mercato del seconda mano. Una VLCC di 10 anni di età si scambia oggi a 115 milioni di dollari, il livello più alto dal 2008. Chi non può attendere le consegne del 2029-2030 paga premi record per avere tonnellaggio disponibile subito.

L'età media della flotta globale di VLCC è di 14,1 anni: un parco navale che il boom di ordini contribuirà a ringiovanire nel prossimo decennio. La concentrazione delle consegne nel biennio 2029-2030 porta però con sé un rischio concreto: un eccesso di tonnellaggio che, secondo le analisi del settore, potrebbe rendere il mercato dei noli molto difficile per anni.

La scommessa strutturale degli armatori

I 99 ordini effettuati dall'inizio del 2026 rappresentano il 37,8% del totale attuale in portafoglio (99 su 262). In meno di sei mesi è stato generato più di un terzo dell'intera pipeline di costruzione globale — un ritmo che trasforma la risposta alla crisi di Hormuz in qualcosa di sistemico, non in una reazione di breve periodo.

Il cessate il fuoco temporaneo tra Iran e Israele del 9 giugno 2026, ottenuto grazie alla mediazione americana, ha frenato il rally del Brent, che resta attorno ai 92 dollari al barile. L'OPEC+ ha comunque approvato un ulteriore aumento della produzione di 188.000 barili al giorno per luglio, il quarto rialzo mensile consecutivo nonostante il blocco del Golfo.

La corsa ai supertanker fotografa una certezza: chi gestisce il trasporto del petrolio non si fida delle tregue.

Petrolio cinese ai minimi dal 2017: le scorte reggono, per ora

A maggio 2026 le importazioni cinesi di petrolio greggio sono scese a 7,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso da ottobre 2017 — un taglio del 33% rispetto alla media di 11,6 milioni dell'intero 2025. La causa diretta è l'impennata dei prezzi seguita alla disruption del traffico petroliero nel Golfo Persico. La Cina però non sta comprando meno perché consuma meno: sta vivendo di scorte accumulate in precedenza, e questa distinzione è quella che cambierà le carte in tavola quando i magazzini si svuoteranno.

I numeri di maggio: il dato più basso da otto anni a questa parte

Il totale mensile si è fermato a 33 milioni di barili, il valore più contenuto da otto anni a questa parte. Rispetto al ritmo dell'anno scorso, il taglio quotidiano vale 3,8 milioni di barili — pari al 32,8% in meno. Le raffinerie hanno abbassato i tassi di lavorazione e ridotto le esportazioni di prodotti raffinati, con Pechino determinata a garantire l'offerta interna di diesel e benzina anche a costo di tagliare le lavorazioni verso l'estero.

La spiegazione strutturale è che le raffinerie dispongono di un cuscinetto di scorte stimato in oltre un miliardo di barili, accumulato prima dell'escalation del conflitto. Questo magazzino consente alla Cina di restare fuori dal mercato internazionale anche con prezzi elevati, senza che la domanda interna ne risenta nell'immediato.

La Cina come ammortizzatore globale — e i suoi limiti

Gli analisti di Société Générale hanno definito la riduzione degli acquisti cinesi "uno dei maggiori fattori di compensazione allo shock, secondo solo al riorientamento dei flussi sauditi e superiore ai rilasci coordinati dalle riserve strategiche di USA, Europa e Giappone". In pratica, l'assenza della Cina dal mercato come grande acquirente esercita un effetto calmierante sui prezzi internazionali del greggio.

Il nodo è che questo meccanismo ha una durata limitata. Warren Patterson ed Ewa Manthey, analisti delle materie prime di ING, hanno scritto che "il cuscinetto si sta assottigliando giorno dopo giorno" e che la stagione estiva porterà un aumento della domanda di "oltre 3 milioni di barili al giorno nel terzo trimestre rispetto al secondo". Il ritmo di consumo delle riserve "si intensificherà nel periodo luglio-settembre".

Importazioni petrolifere cinesi crollano ai minimi storici
Giacenze di petrolio: le importazioni cinesi ai minimi riflettono una contrazione della domanda energetica. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Quando le scorte cinesi scenderanno sotto la soglia operativa critica, Pechino tornerà sul mercato come acquirente su larga scala. Se il conflitto sarà ancora in corso in quel momento, l'effetto combinato — domanda cinese in rimbalzo più carenza strutturale preesistente — potrebbe produrre una seconda ondata di rialzi.

L'India: il costo immediato che la Cina differisce nel tempo

Mentre la Cina ammortizza la crisi con le scorte, l'India la subisce in tempo reale. Il Paese importa oltre l'85% del petrolio che consuma, e i prezzi attuali superano di circa 30 dollari al barile i livelli precedenti al conflitto. Le principali banche d'investimento, le agenzie di rating e la banca centrale indiana hanno già abbassato le previsioni di crescita economica.

Il gestore patrimoniale 360 ONE Capital ha calcolato che, se il greggio si attestasse mediamente a 90 dollari al barile per tutto l'anno fiscale 2027, l'inflazione indiana raggiungerebbe il 4,8%. Uno scenario con il prezzo superiore di ulteriori 10 dollari al barile rispetto a quella base spingerebbe l'inflazione al 5,6%, ridurrebbe la crescita del PIL di altri 40 punti base portandola al 5,9%, allarghererebbe il deficit delle partite correnti al 2,5% del PIL e porterebbe il deficit fiscale al 4,8% del PIL.

A giugno 2026, il governo indiano ha già adottato misure di emergenza per difendere la rupia, scivolata ai minimi storici rispetto al dollaro.

Analisi: un orologio che scandisce il tempo rimasto

Il dato di maggio descrive una geometria di crisi differita, non risolta. Calcolando la differenza tra il tasso attuale (7,8 milioni di barili/giorno) e la media 2025 (11,6 milioni), il contributo cinese alla riduzione della pressione sul mercato internazionale vale circa 3,8 milioni di barili al giorno — su base mensile, l'equivalente di oltre 114 milioni di barili non acquistati rispetto al ritmo atteso. Un ammortizzatore imponente, ma per definizione temporaneo.

La questione centrale non è se la Cina tornerà a comprare — lo farà necessariamente — ma quando. Le scorte si consumano ogni giorno che passa; la stagione estiva amplifica la domanda globale; Pechino non può restare fuori dal mercato all'infinito. Il dato di maggio segnala meno un allentamento della crisi e più uno spostamento temporale: la Cina ha comprato tempo importando meno, ma il debito si pagherà quando le riserve non basteranno più a coprire il fabbisogno interno.

Stretto di Hormuz: 9 tanker GNL in transito, Asia vira sul carbone

Dal 28 febbraio 2026, nove navi da gas naturale liquefatto hanno attraversato lo Stretto di Hormuz — cinque qatariote, quattro degli Emirati — in quello che segna il primo recupero misurabile dei flussi energetici verso l'Asia dopo lo shock iniziale della guerra. Ma i numeri del transito non raccontano la storia completa: la perdita di 10,2 milioni di tonnellate annue di capacità qatariota per i danni al complesso di Ras Laffan ha aperto una carenza da 35 milioni di tonnellate nel mercato GNL asiatico del 2026 che nessun passaggio sporadico può colmare. A riempire il vuoto sta provvedendo il carbone.

I transiti avvengono nell'ombra: il "dark mode" è diventato la norma

Il passaggio delle nove navi non è avvenuto con la normalità di prima. I transiti in modalità "dark" — con i transponder di localizzazione spenti — hanno raggiunto il 57% di tutte le traversate registrate nel periodo, con un picco del 65,2% a maggio 2026, secondo i dati di Vortexa. Non si tratta più di una pratica riservata ai carichi legati all'Iran: si è estesa alla navigazione commerciale ordinaria di merci non sanzionate, ridisegnando la geografia del rischio assicurativo e operativo nel Golfo Persico.

Gli analisti di Vortexa hanno confermato, attraverso immagini satellitari, che la petroliera ADNOC Al Hamra si trovava vicino al terminal di Das Island degli Emirati a inizio giugno, dopo aver completato un transito in entrata dello stretto al rientro da una consegna di GNL in India. Il fatto che la nave stesse rientrando nel Golfo per ricaricare segnala una disponibilità operativa a tornare nell'area nonostante i rischi.

L'Iran ha dichiarato che intende riaprire il traffico attraverso Hormuz introducendo un sistema di pedaggi di transito — proposta che, come avevamo già riportato, Washington ha definito un non-starter nelle negoziazioni in corso.

Un deficit da 35 milioni di tonnellate che nove navi non possono colmare

Il problema di fondo del mercato GNL asiatico nel 2026 non è la disponibilità delle navi a transitare, ma la capacità produttiva perduta. I danni al complesso qatariota di Ras Laffan hanno rimosso circa 10,2 milioni di tonnellate annue di forniture verso l'Asia, con un'interruzione parziale attesa almeno fino alla fine dell'estate. Il risultato è una carenza regionale stimata in 35 milioni di tonnellate per l'intero anno: un volume che l'intera sequenza di transiti fin qui registrati non può nemmeno cominciare ad assorbire.

L'effetto sui prezzi è già nei dati. Il Japan Korea Marker (JKM) — l'indice di riferimento per il GNL spot in Asia orientale — è salito vicino ai massimi degli ultimi tre anni, scoraggiando ulteriore domanda aggiuntiva e lasciando i buyer asiatici davanti a una scelta concreta: pagare prezzi elevati o cercare fonti alternative.

Recupero della domanda di GNL asiatica nonostante tensioni nel Golfo
Navi cargo e serbatoi di stoccaggio: il GNL asiatico riprende nonostante le tensioni nel Golfo. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Il carbone come valvola di sicurezza: Giappone e Corea del Sud cambiano rotta

L'alternativa più diffusa è il carbone. Rystad Energy stima che la carenza di gas spingerà la domanda incrementale di carbone in Asia a quasi 70 milioni di tonnellate nel 2026, con circa 90 terawattora di generazione elettrica trasferiti direttamente a centrali a carbone esistenti. La proiezione si estende a 150 milioni di tonnellate di consumo cumulativo aggiuntivo nella regione Asia-Pacifico fino al 2030.

I dati operativi di maggio 2026 confermano il trend paese per paese:

  • Giappone: generazione a carbone cresciuta dell'11%, produzione di gas calata del 13%
  • Corea del Sud: importazioni di carbone a maggio 2026 superiori del 50% rispetto allo stesso mese del 2025
  • Giappone: importazioni di carbone a maggio 2026 superiori del 20% rispetto a un anno prima

Il prezzo del carbone Newcastle benchmark dovrebbe attestarsi in media a 125 dollari per tonnellata nel 2026. I grandi produttori — tra cui Glencore e BHP — non hanno però avviato nuovi cantieri, un segnale che il mercato legge il picco come ciclico, non strutturale.

Il rimbalzo GNL esiste, ma è sopravvalutato

Incrociando i dati disponibili, emerge un quadro che invita alla cautela sulle narrative di "recupero". Nove transiti in oltre tre mesi restano un flusso simbolico rispetto ai volumi pre-guerra. Il deficit da 35 Mt, rapportato alle 10,2 Mtpa rimosse da Ras Laffan, non si esaurirà in estate: la struttura del danno al complesso qatariota indica una carenza che perdurerà ben oltre il blackout iniziale.

Nel frattempo, il carbone sta assorbendo circa 90 TWh di generazione — non perché i governi asiatici abbiano cambiato le proprie politiche energetiche, ma perché i sistemi di storage, flessibilità di rete e capacità low-carbon non sono ancora sufficienti a coprire i picchi in assenza di gas. Rystad Energy lo descrive come «non un ritorno al carbone, ma un reality check per la transizione energetica dell'Asia-Pacifico»: la risposta attuale resta più contenuta rispetto alla crisi del gas russo del 2022, in parte perché le scorte di carbone e la capacità da fonti rinnovabili in India e Cina erano in partenza più solide.

Il carbone che entra oggi nei mix elettrici di Giappone e Corea del Sud porta con sé un costo di uscita — politico, infrastrutturale, contrattuale — che non scomparirà con il prossimo carico qatariota in transito a Hormuz.

Russia taglia le esportazioni di greggio del 32% a giugno 2026

Da 2,5 milioni di barili al giorno a 1,7 milioni: in un solo mese, le esportazioni di greggio russo dai porti occidentali si contraggono di 800.000 bpd — una riduzione del 32% che non è frutto di una scelta strategica, ma di tre emergenze convergenti: la produzione nazionale in calo, le raffinerie che reclamano più greggio per tamponare carenze di carburante, e i droni ucraini che colpiscono le stesse infrastrutture di esportazione. In questo scenario compresso, il greggio russo torna a essere venduto con sconti sul mercato indiano per la prima volta in oltre due mesi: segnale che Mosca sta perdendo potere contrattuale proprio sui clienti su cui più conta.

Il calo della produzione che Mosca non riesce più a nascondere

La pressione all'origine di tutto è produttiva. Ad aprile 2026, la produzione russa di greggio è calata di 300.000-400.000 bpd rispetto ai livelli medi dei primi mesi dell'anno — uno dei cali mensili più marcati dall'inizio della pandemia. Come avevamo già riportato, il vice primo ministro Alexander Novak ha riconosciuto pubblicamente che la produzione nazionale è in calo dall'inizio del 2026: una delle prime ammissioni ufficiali di Mosca sull'impatto delle operazioni ucraine sul settore petrolifero russo.

Con meno barili estratti e una domanda interna in crescita, la Russia si trova a dover scegliere dove destinare ciò che produce. La risposta di giugno è chiara: alle raffinerie nazionali.

Novorossiysk sotto attacco: un hub strategico nel mirino

I tre terminali occidentali che concentrano il calo — Primorsk, Ust-Luga e Novorossiysk — sono l'arteria principale attraverso cui il greggio russo raggiunge mercati europei e asiatici. Novorossiysk, in particolare, è sotto pressione diretta: le forze ucraine hanno colpito la base di trasbordo petrolifero di Grushovaya, nei pressi del porto, uno dei più grandi hub di esportazione del sud della Russia, oltre a strutture nel Volgograd e depositi di carburante in Crimea occupata.

Le autorità russe hanno confermato che "è scoppiato un incendio nel terminal di Novorossiysk", senza rivelare l'entità dei danni. Nelle settimane precedenti, gli attacchi ripetuti avevano già causato chiusure temporanee in alcune raffinerie; Mosca aveva allora compensato aumentando le esportazioni di greggio. Quella valvola ora è chiusa: non c'è abbastanza greggio da esportare in più.

Petrolio russo: sconti nei mercati emergenti e calo delle esportazioni
Giacenze petrolifere russe: il calo dell'export verso i mercati emergenti. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Benzina e jet fuel: i divieti che ridisegnano i flussi interni

Per contenere le carenze di carburante in diverse regioni, la Russia punta ad aumentare la lavorazione nelle raffinerie di 250.000-400.000 bpd a giugno 2026. Le misure emergenziali già adottate precedentemente ridisegnano i flussi di prodotto raffinato: le esportazioni di benzina sono state sospese ad aprile, quelle di carburante per aerei sono ora vietate fino alla fine di novembre.

Il greggio che finiva sui mercati internazionali deve ora alimentare le raffinerie domestiche. Non ci sono, secondo le fonti di settore, contratti spot per forniture di greggio della Siberia occidentale al mercato interno per giugno: i produttori segnalano carenze di materie prime e danno priorità agli impegni di esportazione già in essere. Una tensione interna che spiega perché il taglio sia così brusco in così poco tempo.

Gli sconti in India: la leva commerciale si indebolisce

Il greggio russo torna a essere offerto con uno sconto sul mercato indiano per la prima volta in oltre due mesi. L'India è uno degli sbocchi più importanti per il petrolio russo dopo la progressiva uscita degli acquirenti europei, e la dinamica dei prezzi nei confronti di Nuova Delhi è un termometro affidabile del potere commerciale di Mosca.

Tornare agli sconti dopo un periodo senza — o con premi ridotti — significa che la Russia deve ora competere per fidelizzare i propri clienti, proprio mentre ha meno barili da offrire. Il paradosso è strutturale: meno esportazioni significano in teoria un mercato più stretto e prezzi più alti; ma se l'acquirente ha alternative, il venditore con problemi interni tende a cedere sul prezzo pur di non perdere la quota.

L'aritmetica di un sistema sotto pressione

Incrociando i numeri disponibili emerge un quadro preciso. Il calo produttivo di aprile (300.000-400.000 bpd) corrisponde quasi esattamente all'aumento di capacità di raffinazione pianificato per giugno (250.000-400.000 bpd): ogni barile in meno estratto viene assorbito interamente dalle raffinerie nazionali, senza residuo disponibile per l'export. Il taglio da 2,5 a 1,7 milioni di bpd non è quindi una scelta politica, ma il risultato aritmetico di questi due movimenti sovrapposti.

Per il mercato globale, 800.000 bpd in meno dalla Russia si sommano a un contesto già segnato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal crollo delle forniture iraniane. La pressione sull'offerta globale non si allenta; si sposta di fonte. Per gli acquirenti indiani, lo sconto di giugno può rappresentare un'opportunità contingente, ma il volume disponibile è comunque inferiore a quello dei mesi precedenti. La Russia sta cedendo sulla margine, non sul dato strutturale.

Hormuz: l’Iran vuole pedaggi di transito, ma Washington dice no

Il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 90-95% rispetto ai livelli precedenti all'apertura del conflitto, il 28 febbraio 2026, con un deficit di 13 milioni di barili al giorno che lascia i mercati energetici globali senza una prospettiva chiara di normalizzazione. La vera questione, adesso, non è se lo Stretto riaprirà — l'Iran lo dà per scontato — ma a quali condizioni. Su questo punto, le posizioni di Teheran e Washington sono apertamente incompatibili.

L'Iran propone un nuovo regime tariffario con l'Oman come co-gestore

Kazem Jalali, ambasciatore dell'Iran in Russia, ha dichiarato al quotidiano russo Izvestia che lo Stretto tornerà operativo "con nuove condizioni da determinare dalle autorità iraniane e omanite". Ha poi esplicitato la logica economica: "Comprendiamo che Iran e Oman forniscono certi servizi relativi a questo Stretto. E verranno addebitate tariffe per quei servizi."

Il coinvolgimento dell'Oman non è casuale: il Sultanato si affaccia sull'altra sponda del Golfo di Oman e ha storicamente svolto il ruolo di mediatore nelle crisi del Golfo Persico. La sua presenza nel disegno iraniano del nuovo regime tariffario serve a dare copertura internazionale alla proposta, rendendola meno unilaterale di quanto sia nei contenuti effettivi. Secondo quanto trapelato dai negoziati indiretti Iran-USA, Teheran starebbe chiedendo che qualsiasi accordo finale includa un esplicito riconoscimento del diritto iraniano a imporre pedaggi di transito. Non è una misura fiscale accessoria: è una condizione politica strutturale.

Gli USA rifiutano i pedaggi e valutano la forza navale

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito l'idea dei pedaggi un "non-starter" dopo aver incontrato l'ambasciatore omanita a Washington, avendo ricevuto da quest'ultimo la rassicurazione che "non ci sono piani per i pedaggi sullo Stretto". Le dichiarazioni di Jalali smentiscono apertamente quella posizione, aprendo un contrasto visibile tra le comunicazioni pubbliche di Muscat e le aspettative di Teheran.

Nel frattempo, il Segretario alla Difesa USA ha affermato che la Marina americana avrebbe la capacità tecnica di forzare l'apertura dello Stretto con la forza. L'opzione rimane però sullo sfondo: un'azione militare unilaterale in acque così contese rischierebbe di innescare un'escalation diretta con l'Iran in una fase in cui il conflitto è già in ebollizione su più fronti.

Il mercato naviga alla cieca: dark mode diventata la norma

Con il traffico quasi azzerato, le poche navi che si muovono ancora nelle acque di Hormuz lo fanno in condizioni di trasparenza minima. La navigazione in "dark mode" — con i transponder di localizzazione spenti — si è estesa ben oltre le petroliere storicamente legate all'Iran. Come avevamo documentato, questa pratica aveva raggiunto il 65,2% dei transiti registrati a maggio 2026, ed è oggi la norma per la maggior parte del traffico commerciale residuo.

Stretto di Hormuz bloccato - negoziazioni su riapertura e rischi per la domanda globale
Navi cargo e serbatoi: la logistica petrolifera globale dipende dalla stabilità dello Stretto di Hormuz. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Il risultato è un mercato energetico che fatica a misurare quanto petrolio e gas stiano effettivamente raggiungendo i compratori finali. I dati di flusso tradizionali sono diventati poco affidabili, e le stime sul deficit — come i 13 milioni di barili al giorno — rappresentano ordini di grandezza più che misurazioni puntuali. Il Brent Crude si attesta a 94,32 dollari al barile, il WTI a 91,39 dollari: quotazioni che incorporano un'incertezza strutturale difficile da prezzare con strumenti convenzionali.

La domanda di lungo periodo: il rischio che i mercati non prezzano ancora

C'è un effetto che rischia di passare in secondo piano rispetto alla cronaca quotidiana dei prezzi: il CEO di Rosneft ha messo in guardia che la crisi di Hormuz minaccia la domanda di petrolio nel lungo periodo. La logica è solida: compratori costretti per mesi a pagare prezzi elevati, razionare i consumi o diversificare verso fonti alternative possono maturare abitudini produttive e infrastrutturali difficili da invertire.

Un segnale in questa direzione arriva dai dati già pubblicati: come avevamo riportato, le importazioni cinesi di greggio erano crollate da 11,39 a 6,36 milioni di barili al giorno tra febbraio e maggio 2026, un calo del 44%. Una quota di quella contrazione riflette la difficoltà di approvvigionamento fisico; un'altra potrebbe segnalare un aggiustamento strutturale della domanda che il mercato non ha ancora incorporato nelle quotazioni.

Analisi: un miliardo di barili mancanti e una trattativa tutta tattica

Con un deficit di 13 milioni di barili al giorno e un blocco effettivo iniziato all'inizio di marzo 2026, il mercato ha accumulato in circa 100 giorni una mancanza cumulativa che supera 1,3 miliardi di barili. Nessun meccanismo di sostituzione a breve termine — né riserve strategiche, né aumenti OPEC+, né rerouting via rotte alternative — è dimensionato per coprire questo ordine di grandezza.

La proposta iraniana sui pedaggi va letta probabilmente come posizione tattica negoziale più che come piano operativo concreto: un modo per ottenere il riconoscimento esplicito della sovranità sullo Stretto all'interno di un accordo più ampio. L'Oman sarà verosimilmente il terreno su cui si tenterà di costruire una formula che salvi le apparenze di entrambe le parti. Le distanze attuali sono però reali, e ogni settimana aggiuntiva di blocco pesa su chi consuma, su chi raffina e su chi ha già tagliato la produzione.

Finché quella formula non prende forma, i 13 milioni di barili al giorno rimarranno fuori mercato.

Petrolio a 94 dollari: azioni indiane ai minimi di due mesi

Le Borse indiane hanno ceduto ai minimi di due mesi nella seduta dell'8 giugno 2026, trascinate da un sell-off che ha percorso le piazze finanziarie asiatiche. Il motore della correzione è l'impennata del greggio: il Brent Crude ha raggiunto 94,60 dollari al barile (+1,62% nella giornata), il WTI 91,47 dollari (+1,03%). Per un'economia che importa quasi tutto il petrolio che consuma, ogni accelerazione del barile si trasferisce direttamente sul saldo delle partite correnti, sulla valuta nazionale e sulle valutazioni azionarie — un meccanismo che i mercati scontano in anticipo, senza aspettare i bilanci trimestrali.

Lo Stretto di Hormuz chiuso ha tolto al mercato il 20% dell'offerta globale

La causa del rialzo è strutturale. Dal 1° marzo 2026 — come avevamo riportato — l'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, bloccando il corridoio attraverso cui transitava il 20% del petrolio commerciato nel mondo. Da allora, ogni giorno che passa, il sistema energetico globale preleva dalle scorte commerciali per compensare quella perdita di approvvigionamento.

All'inizio di marzo, quel cuscinetto garantiva circa quattro mesi di copertura. Un'analisi citata da OilPrice.com avverte che il sistema petrolifero mondiale potrebbe entrare in "stress operativo" già nel corso di giugno 2026. La definizione tecnica è precisa: volatilità dei prezzi estrema, razionamento dei prodotti raffinati nei mercati più esposti, margine di errore nella gestione della supply chain ridotto a zero.

Nemmeno il rilascio delle riserve strategiche da parte di più governi può invertire la tendenza: la stessa analisi specifica che il dispiegamento completo di tutte le riserve strategiche "compra settimane, non mesi, agli attuali tassi di prelievo". Il buffer si assottiglia ogni settimana, indipendentemente dalle misure di emergenza adottate.

"You're hitting tank bottom": i dirigenti avvertono i governi

Un dirigente di ExxonMobil — seconda compagnia petrolifera mondiale — ha lanciato un avvertimento diretto a investitori e analisti: "We're approaching unheard of inventory levels". Livelli di scorte senza precedenti, nella storia recente del mercato petrolifero globale.

Le azioni indiane crollano per l'aumento dei prezzi del petrolio
Barili di petrolio grezzo: l'aumento dei prezzi del greggio spinge al ribasso i titoli azionari dell'India. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

La preoccupazione si è già tradotta in pressioni sulle cancellerie. Un dirigente del settore petrolifero ha riferito a Politico di aver condiviso queste valutazioni con il governo americano ai massimi livelli, aggiungendo: "I hope they are paying attention to inventories right now. You're hitting tank bottom."

"Tank bottom" — fondo del serbatoio — indica la soglia tecnica oltre la quale le riserve non sono più estraibili senza compromettere l'operatività degli impianti di stoccaggio. È un limite ingegneristico, non una metafora: raggiungerlo significa interrompere la catena di approvvigionamento, non solo rallentarla.

Le ricadute si vedono a valle della filiera: la benzina tratta a 3,088 dollari al gallone (+1,39%) e il gasolio da riscaldamento a 3,644 dollari al gallone (+1,58%). In assenza di sussidi, questi prezzi arriverebbero direttamente ai consumatori e ridurrebbero la domanda — ma i sussidi governativi ai carburanti presenti in diversi paesi stanno schermando il consumatore finale dal prezzo reale. Il meccanismo di aggiustamento automatico che storicamente calmierava i picchi del greggio non funziona: la domanda non scende, le scorte si esauriscono più in fretta.

India: perché il sell-off asiatico colpisce Mumbai più di altri mercati

L'India importa quasi tutto il petrolio che consuma, e lo paga in dollari. Quando il Brent sale, ogni punto percentuale aggiuntivo si traduce in un maggiore esborso in valuta estera, con effetti immediati sulla rupia e sui costi di produzione delle aziende industriali, manifatturiere e del trasporto. Il sell-off dell'8 giugno riflette questo meccanismo di anticipazione: gli investitori prezzano le aspettative, non i risultati già contabilizzati.

A comprimere parzialmente la reazione dei futures ha contribuito un fattore esterno: l'amministrazione Trump ha moltiplicato nelle ultime settimane le dichiarazioni di imminente risoluzione del conflitto con l'Iran — promesse che, secondo OilPrice.com, sono arrivate "con cadenza settimanale e persino quotidiana". Se le attese di una rapida risoluzione diplomatica dovessero rivelarsi errate, il repricing al rialzo del greggio sarebbe improvviso e amplificherebbe ulteriormente la pressione sui mercati emergenti.

Incrociando i dati disponibili: con il Brent a 94,60 dollari e le scorte commerciali globali che si avvicinano alla soglia operativa minima, la finestra di rischio più acuta si colloca a metà giugno 2026. Le azioni indiane stanno già scontando parte di quello scenario. La variabile decisiva rimane se un'intesa diplomatica potrà precedere il momento in cui le scorte toccheranno quei livelli che un dirigente di ExxonMobil ha già definito "senza precedenti".

GNL europeo sotto stress: Hammerfest si ferma, Atlantis avanza

L'8 giugno 2026 il più grande terminal europeo di esportazione di gas naturale liquefatto ha interrotto la produzione per tre giorni di manutenzione annuale programmata. Lo stop a Hammerfest LNG era nell'agenda operativa di Equinor da gennaio, ma arriva quando gli stoccaggi di gas europei hanno chiuso la stagione invernale ai minimi degli ultimi anni e la competizione globale per i carichi GNL si è intensificata a causa della guerra in Iran. Sullo sfondo di questa pressione, Equinor avanza su un nuovo giacimento nel Mare del Nord norvegese e gli Stati Uniti pianificano un'espansione delle pipeline dall'Appalachia.

Hammerfest: il terminal che copre il 5% del gas norvegese

Il terminal di Melkøya processa 18,4 milioni di m³ di gas al giorno e copre circa il 5% delle esportazioni totali norvegesi di gas. Alimentato dal giacimento Snøhvit nel Mare di Barents — a 143 km dalla costa — è operato da Equinor con la partecipazione di Petoro, TotalEnergies, Vaar Energi e Harbour Energy. La sospensione, durata fino all'11 giugno, rientra nel ciclo ordinario di ispezione annuale: le date erano state comunicate a gennaio.

Tre giorni di stop a 18,4 milioni di m³/giorno corrispondono a circa 55 milioni di m³ di gas non lavorato — calcolo diretto dai dati di capacità dichiarati dall'operatore. In condizioni normali, sarebbe un'interruzione marginale. Il problema è di contesto: l'Europa entra nell'estate con riserve di stoccaggio già basse, e ogni riduzione di capacità, anche temporanea, pesa su mercati dove la concorrenza per i carichi alternativi è ai massimi dall'inizio del conflitto.

Atlantis: Equinor assegna il FEED a IKM Ocean Design

Atlantis è un giacimento di gas e condensati scoperto nel 2020 nel Mare del Nord norvegese, a circa 17 km a sud del campo Kvitebjørn. Il modello di sviluppo prevede un subsea tie-back alle infrastrutture esistenti di Kvitebjørn: Equinor ha assegnato a IKM Ocean Design il contratto di Front-End Engineering and Design (FEED) per l'intero sistema di pipeline.

Il perimetro copre la pipeline di produzione, il sistema di iniezione di glicole monoetilenico (MEG), umbilicali di campo e riser collegati agli impianti di Kvitebjørn. L'incarico segue il completamento dello Studio di Definizione del Concept condotto tra il 2025 e il 2026, garantendo continuità al gruppo di lavoro. Atlantis è uno dei diversi progetti di tie-back sottomarino che Equinor sta portando avanti nel Mare del Nord sfruttando infrastrutture già esistenti.

Anderson da Nova, Area Manager Oil & Gas di IKM Ocean Design, ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di continuare la collaborazione con Equinor su Atlantis. Questo FEED dimostra la nostra capacità di consegnare soluzioni integrate di ingegneria pipeline — dal routing e la progettazione meccanica alle strategie di installazione e protezione — per uno sviluppo sicuro, efficiente e ottimizzato nei costi».

Sviluppi delle infrastrutture di gas naturale in Nord America ed Europa
Impianto portuale con silos e gru: infrastruttura critica per l'importazione di gas naturale verso i mercati europei. Foto di Yudi Ding su Pexels

Marcellus/Utica: il gas bloccato dell'Appalachia

Il bacino Marcellus/Utica nel nordest degli Stati Uniti contiene riserve di gas naturale ampie ed economicamente sfruttabili, ma un aumento significativo della produzione è condizionato alla disponibilità di nuova capacità di trasporto. Senza pipeline aggiuntive, il gas non può raggiungere né i mercati costieri né gli impianti di esportazione GNL.

La domanda che alimenta questi progetti proviene da due fronti distinti:

  • I ritiri dal carbone delle utility elettriche, che spostano la generazione termica verso il gas naturale
  • La crescita rapida dei consumi dei data center, che si affidano in misura rilevante all'elettricità a gas

I progetti pianificati puntano ai mercati di New England, New York e New Jersey, ma anche a corridoi verso il Midwest e lungo la costa atlantica. Perfino il New England — area storicamente ostile alle nuove infrastrutture — mostra apertura verso espansioni su tracciati esistenti (brownfield), spinto dalla necessità di ridurre la dipendenza dalla generazione diesel nei picchi invernali e di compensare i ritardi nell'eolico offshore, rallentato dalle politiche dell'attuale amministrazione.

La pressione globale che non aspetta i cantieri

La Cina è il principale acquirente di GNL alternativo dall'inizio della guerra in Iran. A giugno 2026, gli importatori cinesi acquistano tra 7 e 10 carichi al mese per sostituire le forniture qatariote bloccate, spingendo la media mobile a 30 giorni delle consegne a 178.000 tonnellate al giorno — dato più alto da febbraio 2026. Gli acquisti sono aumentati progressivamente da aprile 2026. Il complesso Ras Laffan in Qatar — colpito da missili iraniani a marzo — potrebbe richiedere fino a cinque anni per le riparazioni, con QatarEnergy che ha dichiarato force majeure.

Con l'Asia che si aggiudica la quota maggiore dei carichi disponibili, l'Europa rincorre su un mercato già ristretto. Il quadro che emerge dai tre sviluppi di questa settimana — lo stop temporaneo di Hammerfest, il contratto FEED di Atlantis, le pipeline appalachiane in pianificazione — è la risposta infrastrutturale distribuita a una domanda che cresce prima che la capacità di consegna riesca ad allinearsi.

Il punto critico non è tecnico: è temporale. Il FEED di Atlantis e i nuovi corridoi USA richiedono anni per tradursi in volumi effettivi, mentre la pressione sui mercati europei del GNL si misura già questa estate.

Iran-Israele: petrolio a $97 e raffinerie cinesi bloccate

Nelle prime ore di lunedì 8 giugno 2026, i futures sul Brent hanno toccato 97,15 dollari al barile — un balzo del 4,47% che ha cancellato tutte le perdite del venerdì — dopo che Israele ha colpito il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sudovest dell'Iran: il primo attacco a un sito energetico iraniano dall'8 aprile, data dell'ultimo cessate il fuoco. Dall'inizio della guerra, a fine febbraio, il greggio ha guadagnato quasi il 60%; i mercati segnalano oggi che la crisi non è in fase di de-escalation, ma di allargamento geografico.

Gli Houthi dichiarano il Mar Rosso vietato alle navi israeliane

La chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transitava circa un quinto dell'offerta mondiale di petrolio e GNL — aveva forzato i flussi commerciali verso una rotta alternativa: l'Arabia Saudita stava convogliando le proprie esportazioni sull'oleodotto Est-Ovest e sul terminale di Yanbu, nel Mar Rosso, evitando il Golfo Persico. Il traffico di petroliere su quel corridoio era cresciuto bruscamente nelle settimane precedenti. Lunedì gli Houthi yemeniti hanno fatto saltare anche questa valvola, annunciando un "divieto completo e totale" alla navigazione israeliana nel Mar Rosso e dichiarando le navi israeliane obiettivi militari legittimi. Il gruppo ha rivendicato attacchi missilistici anche contro obiettivi vicino a Tel Aviv.

Ad aprile i vertici Houthi avevano già minacciato di chiudere il Bab el-Mandeb: qualsiasi escalation in quel punto soffocherebbe l'ultima arteria commerciale ancora parzialmente funzionante per il petrolio mediorientale.

Il 3 giugno 2026 Libano e Israele avevano concordato un cessate il fuoco a Washington, ma domenica 7 giugno l'Iran ha comunque lanciato missili contro obiettivi israeliani in risposta ai raid sul territorio libanese. Il presidente Donald Trump aveva chiesto a Netanyahu di fermare le offensive; Israele ha colpito lo stesso il complesso di Mahshahr. I prezzi avevano impennato del 5% al mattino, per poi ripiegare: alle 07:38 ET il Brent segnava 94,68 dollari al barile, ancora in rialzo dell'1,71%.

La Cina rinvia 500.000 bpd di nuova capacità di raffinazione

Le perturbazioni di Hormuz hanno prodotto uno dei primi grandi impatti industriali a valle fuori dal Golfo Persico: i raffinatori cinesi hanno ritardato o sospeso complessivamente 500.000 barili al giorno di nuova capacità. Gli impianti coinvolti sono due:

Geopolitica Iran: impatto su prezzi petrolio, trasporto e raffinerie
Vecchi impianti petroliferi iraniani: fattore critico nella volatilità dei prezzi globali di greggio. Foto di Waldemar Brandt su Pexels
  • La raffineria Huajin Aramco Petrochemical Co. nel nordest della Cina, da 300.000 bpd, slitta al terzo trimestre del 2026; il progetto è supportato da Saudi Aramco, che ne dovrebbe rifornire fino a 210.000 bpd di greggio ai termini di un accordo di lungo periodo.
  • PetroChina ha rinviato a tempo indeterminato il riavvio di un'unità da 200.000 bpd alla raffineria di Dalian.

Le importazioni cinesi di greggio sono crollate da 11,39 milioni di bpd di febbraio a 6,36 milioni di maggio, una contrazione del 44% in tre mesi. Il throughput delle raffinerie è però rimasto stabile attorno a 13,5 milioni di bpd: la differenza è stata assorbita dagli inventari accumulati prima del conflitto, stimati dagli analisti in circa 1 miliardo di barili. Quella riserva non è illimitata.

In Europa si consuma meno benzina, le EV accelerano

Ad aprile 2026 le vendite di carburante auto nelle filiali specializzate della Zona Euro hanno segnato -3,5% anno su anno: il calo più netto da ottobre 2023 e il primo annuale da luglio 2024. Nell'intera Unione Europea la contrazione è stata del 2%. I dati mensili rivelano un comportamento preciso: a marzo, nelle prime settimane del conflitto, i consumatori avevano fatto scorta; ad aprile hanno tagliato drasticamente.

La risposta strutturale arriva dal mercato dell'auto. La domanda di veicoli elettrici è balzata del 34% ad aprile in Europa, e l'IEA stima che le EV potrebbero raggiungere il 30% delle vendite mondiali di nuove auto nel 2026. "I cali dei prezzi delle batterie e le potenziali risposte politiche all'attuale crisi energetica forniranno ulteriore slancio ai mercati dei veicoli elettrici", ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia.

OPEC+ impotente, Stretto a pedaggio: l'analisi

Domenica 7 giugno l'OPEC+ ha approvato il quarto aumento della produzione in quattro mesi. La mossa ha un'efficacia quasi nulla: la maggior parte dei membri non riesce a rispettare i propri obiettivi a causa di Hormuz, mentre la Russia sconta gli attacchi alle infrastrutture. "Nel mercato attuale, l'impatto fisico di tale decisione sarebbe vicino allo zero", ha scritto Jorge Leon, responsabile dell'analisi geopolitica di Rystad Energy.

Sul fronte diplomatico, l'ambasciatore iraniano a Mosca Kazem Jalali ha lasciato aperta una finestra: "Certo, questo stretto sarà aperto, ma con nuove condizioni che saranno determinate dalle autorità iraniane e omanite." La prospettiva di tariffe di transito su Hormuz, già emersa nelle settimane precedenti, si consolida come scenario concreto di lungo periodo.

Il paradosso centrale della crisi è quantificabile: la Cina ha tagliato le importazioni del 44% in tre mesi senza ancora rallentare la raffinazione, erodendo inventari accumulati per oltre un anno. Quando quelle riserve si esauriranno, la pressione sul mercato fisico potrebbe riavvicinarsi ai picchi di marzo, quando il Brent aveva sfiorato i 120 dollari al barile.

Bessent: possibili waiver USA sulle sanzioni al petrolio russo

Gli Stati Uniti potrebbero allentare le sanzioni petrolifere contro la Russia attraverso deroghe selettive calibrate per singolo Paese. L'apertura arriva dal segretario al Tesoro USA Scott Bessent il 4 giugno 2026, e trasforma un regime sanzionatorio presentato finora come uniforme in uno strumento potenzialmente modulabile. Sullo sfondo pesa una crisi energetica globale che ha accelerato la revisione dei calcoli geopolitici ed economici di Washington.

Come funzionerebbe un waiver per Paese

Un waiver di questo tipo non è un allentamento generale delle sanzioni, ma un meccanismo a geometria variabile: ogni Paese potrebbe ottenere un'esenzione calibrata sulla propria situazione energetica e sui rapporti diplomatici con Washington. La struttura "per Paese" mantiene la discrezionalità politica dell'esecutivo americano — chi ottiene la deroga entra in una relazione specifica con gli USA, con leve negoziali reciproche che bilanciano il vantaggio concesso.

Bloomberg ha riportato la dichiarazione di Bessent il 4 giugno, senza che siano emersi dettagli su quali Paesi siano eventualmente in discussione né su quali condizioni verrebbero richieste in cambio. Il meccanismo rimane in fase esplorativa: un'apertura pubblica a cui non corrisponde ancora una proposta formale.

Il 4 giugno: una giornata di segnali incrociati

La dichiarazione di Bessent si inserisce in una concentrazione di mosse diplomatiche verificatesi tutte il 4 giugno 2026. Putin ha sollecitato la Germania a decidere sull'acquisto di gas russo tramite Nord Stream — un canale che Mosca vuole riaprire con l'Europa, pur in assenza di risposte pubbliche da Berlino. In parallelo, il vicepremier russo con delega all'energia Alexander Novak si è riunito con il ministro del petrolio saudita: le sue dichiarazioni hanno indicato che le prospettive della domanda globale restano incerte.

L'inviato del Cremlino ha confermato che i colloqui tra Russia e USA su energia ed economia proseguono — un segnale che i canali negoziali non si sono mai completamente chiusi, indipendentemente dall'andamento delle sanzioni formali.

Quattro fronti simultanei — waiver americani, pressione di Mosca sull'Europa, vertice russo-saudita, colloqui bilaterali attivi — mostrano una partita energetica globale che si ridisegna su più assi contemporaneamente.

USA considera waiver specifici per le sanzioni al petrolio russo
Navi cargo in un terminal petrolifero: il trasporto di petrolio coinvolto nelle sanzioni USA e possibili waiver commerciali. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

L'energia che spinge Washington verso la flessibilità

La disponibilità di Bessent ai waiver non può essere letta senza il contesto energetico. Come avevamo riportato, il Brent ha raggiunto 95,37 dollari al barile e il WTI 93,04 dollari in seguito all'attacco al terminale petrolifero di Mina al Fahal del 5 giugno 2026. La crisi era già acuta da mesi: l'Iran aveva chiuso lo Stretto di Hormuz il 1° marzo 2026, bloccando le esportazioni di GNL mediorientali e riducendo l'offerta disponibile su scala globale.

In questo scenario, ogni variabile di offerta pesa. Il petrolio russo che potrebbe rientrare nei circuiti legali grazie a deroghe selettive rappresenta una leva — per i Paesi importatori in difficoltà con le bollette energetiche, ma anche per Washington, che potrebbe usarla come strumento negoziale.

La sintesi ufficiale americana descrive la misura come risposta alle "pressioni geopolitiche ed economiche" della crisi energetica globale: una formulazione che riconosce implicitamente che il rigore sanzionatorio assoluto ha un costo, anche per i Paesi che lo impongono.

Non è un'amnistia: è un sistema di incentivi selettivi

Il waiver per Paese è politicamente diverso da un allentamento generale. Non richiede una revisione del regime sanzionatorio nel suo complesso e non libera il mercato petrolifero globalmente: seleziona chi beneficia, in che misura e a quali condizioni. Chi ottiene la deroga ottiene anche un vantaggio economico — e con esso, un motivo per non perdere il rapporto con Washington.

La convergenza di segnali del 4 giugno indica che le parti stanno simultaneamente ridisegnando le proprie posizioni: gli USA aprono alla flessibilità sanzionatoria, la Russia riattiva i canali con l'Europa e con i sauditi, i colloqui bilaterali continuano. Non è un collasso del regime sanzionatorio: è una rinegoziazione delle sue condizioni operative.

Per chi segue i mercati energetici, il punto critico non è quanti barili russi potrebbero tecnicamente rientrare nel mercato tramite le deroghe, ma a quale prezzo diplomatico Washington deciderà di concederle — e se la geometria dei waiver disegnerà una mappa di alleanze coerente con le priorità geopolitiche americane nei prossimi mesi. Quello che Bessent ha dichiarato il 4 giugno 2026 è una disponibilità pubblica, non ancora una politica definita. In diplomazia, però, le disponibilità dichiarate ad alta voce hanno la tendenza a diventare aspettative.

Hormuz: petrolio via accordi statali, Pakistan ai massimi per il GNL

Tre mesi dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, il mercato energetico registra due risposte alla crisi agli antipodi. Gli avvocati della società di trading Mercuria hanno dichiarato che accordi diretti con i governi hanno permesso il transito di carichi petroliferi attraverso lo stretto bloccato, mentre il Pakistan ha acquistato il carico di GNL più costoso degli ultimi anni pur di garantire le forniture. La crisi non ha fermato i flussi: li ha resi più costosi e più politici.

Accordi di stato: come Mercuria ha ottenuto il passaggio del greggio

Il transito del petrolio attraverso Hormuz è stato reso possibile da intese dirette tra governi, non attraverso i canali commerciali ordinari. I carichi di greggio sono passati, ma grazie a leve diplomatiche disponibili solo alle grandi trading house — non agli operatori più piccoli, che restano esclusi dagli stessi canali.

La distinzione è rilevante. La chiusura proclamata da Teheran il 1° marzo 2026 non ha prodotto un embargo assoluto: ha creato una gerarchia di accesso. Chi dispone di strutture legali e relazioni istituzionali globali — come Mercuria — ha trovato varchi. Chi opera solo attraverso la normale logistica marittima è rimasto tagliato fuori. Il risultato è un mercato del greggio segmentato, dove il prezzo non dipende solo dalla domanda e dall'offerta, ma anche dalla capacità di navigare la politica internazionale.

Il Pakistan paga il prezzo della dipendenza dal mercato spot

Sul fronte del gas naturale liquefatto, la situazione del Pakistan illustra il costo diretto della crisi per i paesi importatori con meno flessibilità strutturale. Il paese ha acquistato un carico di GNL al prezzo più alto registrato negli ultimi anni, diretta conseguenza della rarefazione dell'offerta mediorientale sui mercati spot.

Come avevamo riportato, il Pakistan aveva già lanciato la sua quarta gara sul mercato spot per un milione di tonnellate di GNL nell'arco di due mesi: un ritmo che riflette la pressione di dover trovare forniture alternative in tempi rapidi. L'acquisto al livello di prezzo massimo recente dimostra che quella corsa alle forniture ha un costo crescente e che, per ora, Islamabad non dispone di alternative strutturali ai carichi spot.

Stretto Hormuz: petrolio passa per accordi governativi, Pakistan compra GNL record
Petroliera in transito: il trasporto di petrolio e GNL rimane cruciale negli accordi energetici internazionali. Foto di DeLuca G su Pexels

La risposta strutturale: il nuovo terminale LNG di Ensenada

Nel mezzo di questa riorganizzazione delle rotte, il 5 giugno 2026 arriva una notizia che guarda alla soluzione di lungo periodo: Sempra Infrastructure e TotalEnergies hanno avviato la produzione di GNL nell'impianto ECA LNG Phase 1 di Ensenada, in Messico, nell'ambito delle operazioni di commissioning che precedono l'avvio commerciale.

L'impianto, sulla costa del Pacifico messicano, esporterà gas naturale statunitense verso l'Asia e altri mercati del Bacino del Pacifico attraverso rotte significativamente più brevi rispetto ai terminali del Golfo del Messico. Il singolo treno di liquefazione ha una capacità nominale di 3,25 milioni di tonnellate annue. I contratti di vendita a lungo termine sono già siglati con TotalEnergies e Mitsui & Co. Sempra prevede il completamento sostanziale del progetto nell'estate 2026, con le prime consegne commerciali subito dopo.

Justin Bird, amministratore delegato di Sempra Infrastructure, ha dichiarato: "La produzione del primo GNL segna un traguardo significativo verso le operazioni complete attese nei prossimi mesi, consentendo la consegna di energia affidabile e sicura dalla costa del Pacifico nordamericano ai mercati globali."

La crisi di Hormuz ridisegna le geografie del GNL

I tre segnali di questa giornata — accordi governativi per il greggio, prezzi massimi per il Pakistan, nuovo terminale sul Pacifico — convergono verso una lettura unitaria: la chiusura di Hormuz non ha bloccato i mercati energetici, ma li ha frammentati per capacità di accesso e accelerato la diversificazione strutturale.

Dal punto di vista dei numeri, la capacità di ECA LNG Phase 13,25 milioni di tonnellate annue — equivale a circa 271.000 tonnellate al mese: un volume significativo, ma non risolutivo, per i mercati asiatici attualmente sotto pressione. Il Pakistan, che nell'arco di due mesi ha lanciato quattro gare spot, segnala una domanda che supera quella soglia di offerta mensile. La diversificazione strutturale richiede anni; il costo del mercato spot si paga oggi.

Chi opera con accordi governativi gestisce la crisi senza pagare il prezzo di mercato. Chi dipende dallo spot — come il Pakistan — paga il massimo degli ultimi anni. È questa asimmetria, non il blocco fisico dello stretto, il vero effetto duraturo della chiusura di Hormuz.